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Julian Barnes / Memoria, prima e dopo Proust
Sapere che questo è l’ultimo libro di Julian Barnes è triste. Sapere che è malato di una malattia terminale (con la quale sembra riuscire a convivere decentemente, per fortuna) è altrettanto triste. Ma visto che qui parliamo di libri, ci concentreremo su Partenze, su questa sorta di libro di addio. Libro indefinibile e fuori dai canoni, in cui risuonano il garbo e l’ironia che sono la cifra propria di Barnes e una delle cose per cui noi lettori lo amiamo profondamente. In questo momento storico poi, garbo e ironia sembrano attributi di un altro pianeta, e mi risulta particolarmente caro che lo scrittore non li abbia abbandonati ma gli dia anzi nuova linfa, nuovo nutrimento. Partenze è un libro sulla memoria, tra le altre cose. Comincia con le parole I AM, che oltre a “io sono” in inglese indicano anche la Involuntary Autobiographical Memory, quella memoria autobiografica involontaria che viene scatenata o suggerita da uno stimolo sensoriale: un esempio per tutti la Madeleine di Marcel Proust da cui nasce Alla ricerca del tempo perduto. E certo c’è, la memoria autobiografica volontaria, ma c’è anche una memoria volontaria, una memoria che soprattutto quando non siamo più giovani ci arricchisce le giornate con i ricordi, nutre i ragionamenti con dati acquisiti tempo prima, e ci fa ripercorrere la nostra vita dandogli un senso. La memoria, secondo Barnes, non è un archivio di dati, ma uno strumento per interpretare la realtà, quella del momento che si sta vivendo, quella dell’oggi. E la memoria più autentica, e direi anche più importante, non è quella che fa ordine e riorganizza il passato, ma è quella che disorienta, che mette in discussione, che riapre il gioco e spariglia le carte. Partenze è anche un romanzo, la storia d’amore tra Stephen e Jean. Un incontro promosso dallo stesso Barnes ai tempi dell’università, un amore grandissimo che però a un certo punto finisce. Quasi per gioco, o per sfida, Barnes dopo quarant’anni si fa ancora promotore dell’incontro tra Stephen e Jean, che non si sono mai dimenticati e che decidono di riprovarci, si sposano, sembrano felici. Ma qualcosa non funziona neanche questa volta. Vissero per sempre felici e contenti è solo il finale di una favola, lo sappiamo. Ma tifiamo per Stephen e Jean, come anche lo scrittore, pur consapevole che le storie d’amore, per quanto grandi e intense e determinanti in genere non fanno una bella fine. Partenze è un libro d’addio. Barnes racconta la sua malattia, con ironia e garbo appunto, racconta come ci si avvicina alla propria fine. Già l’età porta con sé una consapevolezza bella e importante; la malattia la acuisce e la accelera. I ricordi che emergono spontaneamente, o quelli che si cercano attivamente, sono sostenuti dal sapere che presto si partirà. Partire è un po’ morire, si dice, e lo si dice in riferimento a quello stato d’animo particolare che illumina il quotidiano di uno sguardo eccezionalmente benevolo, che accende le cose che conosciamo di una luce nuova, che le rende interessanti e quasi preziose. Una sorta di nostalgia dolce, di struggimento, di allerta dei sensi, di attenzione acuta, di percezioni nitide e chiare. Partenze è anche una meditazione sulla vita e sulla scrittura, che ovviamente per Barnes sono la stessa cosa. Ci racconta come scrive, gli appunti, le annotazioni, le idee. Lo fa con leggerezza e distacco, esattamente come nei romanzi. Lo fa parlando con il lettore, chiamandolo in causa, offrendogli la possibilità di scegliere e partecipare. È qualcosa che ha sempre fatto, che ha fatto nei romanzi che abbiamo amato, ma che forse qui fa in un modo ancora più evidente, più esplicito. Una sorta di dialogo aperto in cui noi lettori ci sentiamo chiamati in causa, e alla fine ci sembra di aver persino di aver contribuito allo svolgimento della storia. Che poi forse, è davvero così. Partenze è anche un libro sui cani. O meglio su un cane. Un Jack Russell di cui ci si chiede se è consapevole della sua caninità. Un cane che è un compagno, un amico, una spalla. Non so bene perché ma mi sono ricordata dell’ultimo libro di Edmondo Berselli, Liù, che era un libro di addio in cui il protagonista era il suo cane, compagno, amico, spalla. Forse, quando invecchiamo e poi ci ammaliamo, capiamo che non siamo così diversi dagli animali. Ci separa la parola, quantomeno la parola come la conosciamo, ma poco altro. Insomma, Partenze è tanti libri in un solo libro. A leggerlo si prova quella bella sensazione di stare seduti al tavolino di un caffè, in un giorno tiepido di primavera, in una strada di città, a guardare la gente che passa e chiedersi chi sono, dove vanno, sono felici, sono arrabbiati, che cosa gli è successo. Proprio come Barnes. Certo poi lui da quelle domande costruisce un libro, per la gioia di noi lettori. E potrebbe anche darsi che Partenze non sia il suo ultimo libro. Lui stesso ci dice che ha taccuini pieni di appunti e di note da cui potrebbero nascere altre storie. Tuttavia, anche se Partenze fosse davvero l’ultimo libro, gliene saremmo infinitamente grati. L'articolo Julian Barnes / Memoria, prima e dopo Proust proviene da Pulp Magazine.
April 4, 2026
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Kingsley Amis / Vecchi pub inglesi e fantasmi
“Una splendida storia di fantasmi che scintilla di una luce oscura.” Questa citazione di “The Irish Times” scelta e posta in bella mostra in copertina vuole indirizzare il lettore sul potere del romanzo che si ha di fronte. Una foto in bianco e nero che raffigura sei uomini seduti a un tavolo con l’immancabile boccale di birra a portata di mano, rappresenta un ulteriore indizio sulla trama che ci aspetta. Se poi si aggiunge la biografia dell’autore possiamo ipotizzare di avere un quadro abbastanza completo di ciò che ci attende. A firmare L’uomo verde è infatti Kingsley Amis, scrittore, poeta e critico letterario britannico (ha recensito l’allora autore emergente J.G. Ballard) nato a Londra nel 1922. Docente di letteratura inglese all’Università di Cambridge successivamente si iscrive al Partito Comunista, partito da cui però si allontana quando nel 1956 l’URSS invade l’Ungheria portandolo ad abbracciare posizioni opposte, conservatrici e verso un profondo ateismo, percepibile nelle sue opere come appunto in L’uomo verde. Amis si interessa anche alla fantascienza e in particolare alla corrente sociale o sociologica diffusasi negli anni Cinquanta grazie a Frederik Pohl e Robert Sheckley, ecco perché nel 1960 pubblica la rassegna Nuove mappe dell’inferno, uno dei primi studi critici su queste correnti che pone enfasi sull’utilizzo della fantascienza come mezzo di indagine sociale e culturale. Nel 1990, cinque anni prima della sua scomparsa, la sua carriera si conclude con il conferimento del titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico. Carriera a parte, sbirciando nella sua vita privata, Amis è anche padre di Martin Amis, autore de La zona d’interesse da cui è stato tratto nel 2023 l’omonimo film pluripremiato con la regia di Jonathan Glazer, mentre ha sposato in seconde nozze la scrittrice Elizabeth Jane Howard, autrice della nota saga dei Cazalet pubblicata da Fazi. Una recensione ci accompagna nella locanda de L’Uomo Verde, nelle campagne dell’Hertfordshire, a meno di settanta km da Londra, e Mr. Maurice Allington, il gestore, racconta volentieri ai suoi ospiti dei fantasmi che negli anni si sono palesati nel locale. Lui che in realtà non ne ha mai visto uno, non ci crede, ha un pensiero scettico e cinico nei confronti della vita e della vita oltre la morte senza farne mistero. Le uniche sue passioni sono l’alcol e le belle donne (di solito degli altri), perciò quando il secentesco spettro del fu dottor Underhill, negromante perverso e probabile uxoricida, decide di manifestarsi dopo lunghissima latitanza solo a lui e sempre in assenza di testimoni, le cose per Maurice iniziano a precipitare. Underhill diviene in fretta la sua principale ossessione portandolo ad approfondire la storia tanto da scoprire un diario segreto in codice alquanto sinistro e misterioso. Le visioni di Maurice acquisiscono sempre più significato e anche il titolo del romanzo troverà finalmente spiegazione. Il romanzo è stato pubblicato nel 1969 e mantiene intatte le atmosfere ricche di fascino e storia del Regno Unito – o meglio, delle sue campagne – di quegli anni. L’intrigante plot twist del ritrovamento del diario è un punto di trama geniale che contribuisce ad accelerare notevolmente il ritmo di lettura, fino a un momento rilassato e godibile. “The Irish Times” dice bene: questa è a tutti gli effetti una splendida storia di fantasmi, mai banale, mai prevedibile ma comunque con quella tensione costruita ad arte per arrivare a un momento perfetto di scintillante luce oscura. Gli spunti di riflessione che traiamo dai dialoghi sono interessanti e profondi, ed è chiaro che in fin dei conti Maurice è l’alter ego di Amis, personaggio brusco, scostante e per qualcuno forse anche detestabile, dotato di un’intelligenza brillante che preferisce intontire con alcol e hobby moralmente discutibili. Al termine di questo piccolo viaggio ciò che resta tra le mani è la luccicanza di quel potere di cui si parlava all’inizio, che solo le storie capaci di continuare a far parlare di sé hanno, quelle storie che scavano nella mente e aprono a discussioni su tematiche importanti, lasciando la fortissima sensazione di non aver letto un semplice romanzo di fantasmi bensì qualcos’altro, qualcosa di grande in cui perdersi.               L'articolo Kingsley Amis / Vecchi pub inglesi e fantasmi proviene da Pulp Magazine.
March 24, 2026
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H.E. Bates / Quello che i libri ci dicono
È il terzo anno di guerra, il terzo della Seconda guerra mondiale, nella campagna inglese, e Alice Charlesworth vive da sola. Il marito è prigioniero dei giapponesi. Chissà se tornerà. La vita nella piccola fattoria, per quanto sospesa nell’attesa, procede con i suoi ritmi: la mucca da mungere, le galline a cui dare da mangiare e le uova da raccogliere, la spesa per quanto parca al negozio del paese in fondo alla collina. I vestiti sono sempre gli stessi, sporchi e consunti, ma tanto non c’è nessuno che li vede. Il cibo è poco e tendenzialmente sempre lo stesso, pane, uova, tè. È il paesaggio che muta con le stagioni, estate all’inizio del racconto, inverno alla fine. E l’imprevedibilità della vita, che un giorno porta alla fattoria un soldato. Un ragazzo giovane e bello, che non capisce la guerra e non la vuole fare. Arriva alla fattoria durante una passeggiata, perché quella fattoria è una versione ridotta della fattoria dei suoi genitori, dove è cresciuto e ha lavorato fino a quando non è stato chiamato alle armi. Gli viene spontaneo aiutare Alice, e poi bere il tè con lei e chiacchierare del più e del meno, del tempo, delle cose da fare in campagna. Gli viene spontaneo andare da lei tutte le sere, mangiare le uova sul pane, e poi una volta aggiustarle il trattore. Gli viene spontaneo passare da Alice prima di andare a casa in licenza, e poi perdere il treno, e il mattino presto mungere la mucca, e poi passare alla fattoria tutta la settimana della licenza. Gli viene spontaneo di non tornare, dalla licenza, e di disertare. Non per principio o per paura o per ragioni ideologiche. Semplicemente perché la guerra non fa per lui, non la capisce, non ha senso. Il soldato si chiama Barton e Alice accetta di proteggerlo e di tenerlo alla fattoria. Per evitare sospetti, lo fa travestire da donna e fingere di essere sua sorella. La bellezza effeminata di Barton, soprattutto una volta che cominciano a crescergli i capelli biondi, è delicata e non è difficile pensare che sia una ragazza. E come se quella condizione gli fosse congeniale, Barton comincia a comportarsi come una ragazza. I suoi rapporti con Alice, l’attrazione reciproca che provano e che non sapremo mai se hanno anche realizzato, con il tempo però si fanno sempre più tesi e complessi. La paura si insinua nella fattoria, nella vita dei due. Passa l’estate, e con l’autunno arrivano anche due militari, uno è un sergente, ha un fare provocatorio, vuole portare le ragazze a ballare, cosa c’è di male a divertirsi un po’, non vogliono lei e la sorella a far festa con dei bravi soldati? Alice rifiuta perentoriamente. Ma non si sa se sia la notizia della diserzione che è trapelata, o il fiuto oscuro e maligno del sergente, fatto sta che un giorno Alice è scesa al negozio per fare delle compere, e quando torna e vede Jill alias Barton capisce che è successo qualcosa. Che cosa ci fa la guerra. Non ci fa solo perdere le vite dei soldati e dei civili bombardati, non ci fa solo distruggere l’ambiente insieme alle città e agli obiettivi militari, le industrie e i monumenti. Ci corrode dentro. Ci mette di fronte alla cattiveria e alla crudeltà che abbiamo sempre fatto finta di non conoscere, che abbiamo sempre pensato fossero “degli altri”. Ci mette di fronte all’ambiguità del nostro essere, alla fragilità della nostra condizione umana e della nostra identità. Ci mette di fronte a tutto quello che non dipende da noi ma che abbiamo sempre creduto di padroneggiare, di controllare. Queste domande esistenziali, che i personaggi del lungo racconto di H. E. Bates (nella calibrata traduzione di Giovanna granato) non si pongono esplicitamente ma che vivono in ogni scelta, in ogni parola che pronunciano e in ogni gesto che compiono, queste domande sono di un’attualità dolorosa e necessaria. E arrivano da un romanzo breve (o racconto lungo) che è stato scritto più di cinquanta anni fa, negli anni ’70, quando il mondo era relativamente in pace e ci illudevamo che ci potesse rimanere, quando lo sviluppo economico sembrava la chiave dello sviluppo dell’umanità, quando la democrazia sembrava la forma di governo migliore a cui tutti i paesi potevano aspirare, quando il benessere per tutti sembrava se non a portata di mano di certo praticabile e perseguibile. Come sia cambiato il mondo, in così poco tempo, e perché, non è facile da spiegare. E non è questo il luogo, e neppure il mio compito. Ma rinforza la mia idea che se c’è qualcosa che ci può aiutare, in questo momento complicato, pauroso e incomprensibile, sono proprio i libri. Sono i romanzi, lunghi o brevi che siano. Quegli spazi in cui la verità della nostra condizione umana ha modo di esprimersi compiutamente, in tutta la sua complessità e ambiguità, l’orrore e la bellezza inseparabili l’uno dall’altra. Quegli spazi che ci lasciano la libertà di trovare quello che più ci preme o più ci serve. Quando è uscito, Tripla eco probabilmente non riusciva a dirci tutto quello che ci dice ora. E forse tra altri cinquanta anni dirà qualcosa che ora non possiamo immaginare. Ma Tripla eco resterà, se non nelle librerie almeno nelle biblioteche. E come tutti i libri sarà memoria e attualità, evasione e comprensione.   L'articolo H.E. Bates / Quello che i libri ci dicono proviene da Pulp Magazine.
March 10, 2026
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Lytton Strachey / Molto di più e molto di meno che storico
Il Gruppo di Bloomsbury, élite corporea e culturale difficile da immaginare per i più attuali nemici dello sperimentare scritture capaci di smontare conservatorismi regressivi se non reazionari. Tentativi goffi ne esistono, ma oltre a qualche infrazione non si vede nulla in giro. Chi sa quanto fossero spregiudicati questi signori e queste signore più che fratelli e sorelle o amici e amanti? Dal quartiere londinese di Bloomsbury intorno al 1905 lanciarono strali tutti insieme e ognuno per sé come ben si capisce leggendo, per esempio, la biografia di Virginia Woolf. I cultori a questo punto citeranno le pagine di Arbasino a essi dedicati, con tutti gli atteggiamenti e i pas-de-deux connessi perché nessuno vuol farsi mancare niente a proposito di irriverenze e amori divoranti, non solo (soprattutto) letterari. Dalle vite bloomsburiane con Ritratti in miniatura ci ritagliamo una acida prevalenza della biografia talmente dettagliata da rasentare una polverizzazione della visione ottica. Lytton Strachey è lo “storico” del gruppo, e in questa galleria di vite brevi, tutte realmente esistite, mostra come sia possibile catturare la mondanità gaia (e non) con le mascherature dell’epoca. I Portraits vengono compilati negli anni Trenta del ’900, e prendono di mira con la brillantezza della prosa di Strachey una serie di personaggi narrati nel bel mezzo della Storia e in ciascuna storia personale: i secoli e le epoche vi sono ampiamente rappresentati, volti a noi sconosciuti con altri ancora ben noti. Aiuta il divertimento intellettuale e visivo la serie di ritratti pittorici che all’interno del libro (non diremo mai abbastanza della perizia editoriale di Palingenia) creano una sorta di pinacoteca che si fidanza amabilmente con l’introduzione di Mario Fortunato. Lo scrittore continua, beati noi, a passeggiare nel giardino di Bloomsbury regalandoci talenti molteplici da incamerare nelle nostre menti provate dagli spuntoni del nuovo secolo. I destini descritti da Strachey e tradotti da Fortunato fanno capire cosa s’intende per digressione applicata alla Storia. Il curatore dei Ritratti senza mezzi termini scrive che non è l’attendibilità storica che bisogna cercare in Strachey, perché egli rifugge dal cliché dell’ideologia. Fortunato si definisce “non accademico”, favoriti noi: finalmente uno scrittore oggi ci indica con sprezzo del pericolo un altro “sabotatore delle idee correnti”.                           L'articolo Lytton Strachey / Molto di più e molto di meno che storico proviene da Pulp Magazine.
February 15, 2026
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Orwell prima di Orwell. La nuova edizione di Una boccata d’aria
In una conversazione con il curatore di questa nuova edizione (con una traduzione finalmente all’altezza della situazione) di Coming Up For Air (Una boccata d’aria, a cura di Andrea Binelli, Feltrinelli, pp. 354, € 13,00), l’ultimo romanzo di Orwell prima dell’accoppiata che gli diede fama imperitura (Animal Farm e Nineteen Eighty-Four), Andrea Binelli mi diceva che l’autore britannico considerava quest’opera, scritta e ambientata nel 1938 e uscita nel 1939, come la sua più riuscita, quella che più gli corrispondeva nel dosaggio di elementi d’invenzione, di osservazione della realtà e di diagnosi su un presente impoverito moralmente nelle sue convenzioni sociali e nelle ricadute di queste sul comportamento degli individui, sulla loro etica ristretta a un orizzonte senza gloria. Non solo, diceva Binelli: in Una boccata d’aria echeggiano già le campane fantastico-fantascientifiche di quei due romanzi successivi: quelle della satira e del grottesco della Fattoria degli animali e quelle distopiche di 1984. Ora, confesso di dissentire da entrambe queste affermazioni. Una boccata d’aria è una bellissima, quasi irresistibile esperienza di lettura, il memorabile ritratto psicologico della miseria umana, di un esemplare in cui la miseria umana – quella dei tempi, della civiltà dei consumi, della mancanza di senso e di scopo in una società parcellizzata in unità individuali incapaci di riconoscersi in un disegno più complesso, negli altri – si incarna e si mette alla prova di un’ennesima Odissea moderna, raggrinzita al tempo di una settimana rispetto al modello classico e irriducibile alla dimensione neo-epica della dissacrazione joyciana: l’odissea di un modesto impiegato, un quarantenne piccolo-borghese già decrepito nel fisico (memorabile l’incipit del romanzo in cui il protagonista descrive le proprie abluzioni mattutine, il cui momento culminante è il posizionamento della dentiera in bocca) e soprattutto negli orizzonti ideali, che tenta la fuga dalle pastoie di una vita familiare e lavorativa infelice (perché non può esserci felicità in quelle istituzioni) attraverso il ritorno alla vagheggiata condizione edenica della propria infanzia, identificata con il paesello di campagna natio e simboleggiata da un laghetto scoperto dal protagonista nei suoi giovani anni e a lui solo noto, traboccante di carpe enormi e grasse, in attesa solo di essere pescate. Non le pescherà mai, quelle carpe, George Bowling (questo il nome del protagonista che narra la storia in prima persona), e anzi scoprirà che quello specchio d’acqua segreto non esiste più, è stato prosciugato e le sue cavità sono state adibite a deposito per i rifiuti del quartiere residenziale che ha preso il posto della campagna intorno al suo paese natale, ormai sfigurato da edifici popolari e da fabbriche fumanti, il cui principale compito è quello di produrre bombe per l’industria bellica di un conflitto che sembra ormai imminente. George si chiede se quell’epoca da lui vagheggiata sia perduta per sempre e si risponde in tono di disincanto: “Non ne sono sicuro, ma posso dirvi che era un bel mondo in cui vivere. E io gli appartengo. Anche voi”. Romanzo felice, divertente, agro e anche attuale, per quanto il mondo che raffigura sia ormai tramontato (e lo sia da quando i cacciabombardieri che qui sono una minaccia spaventosa, ma ancora sospesa nelle ipotesi del divenire, hanno di lì a poco cominciato davvero a scaricare i loro carichi di morte sull’Europa e sul mondo): ma non ha forza trascinante, l’afflato epico e visionario, la spinta verso l’alterità che possedeva la prima prova narrativa di Orwell dopo il semiautobiografismo di Down and Out in Paris and London (1933), ovvero quell’autentico capolavoro che è Burmese Days (1934), e non ha nemmeno la visionarietà scioccante di 1984. Poco importa, comunque. Più interessante è soffermarsi sulla seconda affermazione di Binelli: e qui la questione si fa più sottile. Io, leggendo Una boccata d’aria, ho tentato di individuarne gli elementi che lo proiettassero quantomeno in una direzione fantascientifica o comunque utopico-preveggenziale, e alla fine mi sento di dire di averli trovati, anche se non ci sono. Non ci sono, in quanto il romanzo è immerso in una quotidianità disarmante, perfino avvilente, con il diario minuzioso di giornate sospese tra l’inerzia dell’impotenza di questo piccolo uomo che racconta la sua vita e il desiderio, la pulsione a sfuggire alla trappola, alle acque avvelenate in cui si trova a dibattersi: senza successo, perché le acque pulite che cerca, in realtà, non sono mai esistite e quelle che a lui apparivano tali, nella sua ingenuità di ragazzo, erano già pronte a trasformarsi nel veleno che ammorberà la sua vita adulta. Eppure, ciò che aleggia su George Bowling e sul mondo che lo circonda è l’ombra di un futuro ineluttabile, di una guerra che sta per scoppiare e cui Orwell dà la voce di un’ansia opprimente, di una catastrofe già scritta che sta per abbattersi sul mondo e non offre nemmeno l’illusione di una palingenesi, è fatta solo di distruzione. Il futuro entra così nel romanzo: un futuro nero, simile a quello di altre opere coeve, come quelle – di opposto segno – di L. Ron Hubbard, Final Blackout (1940), o di Katharine Burdekin, Swastika Night (1937), e non a caso uno dei pochi elementi letterari cui si appella George, uomo di formazione scolastica e approssimativa, è H. G. Wells: > Vi siete fatti un’idea sbagliata se pensaste che tutt’a un tratto scoprii > Marcel Proust, Henry James o qualche nome del genere. Non li avrei letti > nemmeno per dovere. Le letture di cui sto parlando non erano affatto > ricercate. A volte accade di imbatterti in un libro che è in perfetta sintonia > con lo stato mentale che hai maturato in quel frangente, a tal punto da > sembrare scritto appositamente per te. Uno di questi fu Storia di Mr Polly di > H. G. Wells in un’edizione da uno scellino così scalcagnata da cadere a pezzi. Ma la molteplice gamma di futuri dischiusi dall’opera di Wells, che riecheggia anche in alcune considerazioni sul tempo e sulla sua natura inafferrabile, oggettiva e soggettiva insieme, qui si contraggono in uno solo, e nero. Un mondo in cui il nazismo è sorto ed è andato al potere non lascia scampo: questo sembra dirci Orwell con i suoi reiterati riferimenti a Hitler e alla guerra che la Germania inevitabilmente scatenerà e alla quale George guarda con una sorta di cupio dissolvi: > Se fossi Hitler, sguinzaglierei i caccia nel bel mezzo di una conferenza sul > disarmo. Un mattino tranquillo, mentre i fiumi di impiegati attraversano il > London Bridge, il canarino cinguetta e una vecchia attacca le culotte al filo > del bucato… FIUUUU… BOOOOM! SKRRASH! Le case che saltano per aria, le culotte > fradice di sangue, il canarino che cinguetta sui cadaveri. Con simili premesse, la diagnosi del presente e l’ipotesi sul futuro passano inevitabilmente per una fenomenologia della guerra, maturata attraverso l’esperienza del primo conflitto mondiale, in cui si palesa la natura profonda di un esistente innervato nel profondo della logica di relazioni che nella guerra viene più vistosamente alla luce: > In cosa consiste questa realtà? Be’, in primo luogo consiste in un’eterna, > frenetica battaglia per vendere cose. Per la maggioranza delle persone si > traduce nella vendita di se stessi […]. Nella gente maturò uno stato d’animo > nuovo, agghiacciante. Un po’ come trovarsi in diciannove su una nave che va a > fondo e dispone di quattordici salvagente. Vi chiederete se tutto questo sia > davvero caratteristico della modernità e se abbia a che fare con la guerra. > Be’, sì, l’impressione era che fosse legato alla guerra. La sensazione di > dover continuamente sgomitare e fare a botte, l’idea che non otterrai mai > niente se non lo strappi di mano a un’altra persona, che c’è sempre qualcuno > intento a soffiarti il posto, che il mese prossimo o quello dopo faranno tagli > al personale e sarai tu a tirare su la pagliuzza corta; tutto ciò, ve lo > giuro, non esisteva nella vecchia vita prima della guerra. La guerra è origine e al tempo stesso conseguenza della miseria morale che l’ha portata a inverarsi, rendendola imprescindibile. E alla fine la guerra, che innerva ogni fibra di questa realtà disumanizzata, sembra scoppiare davvero, e il romanzo sembra prendere la direzione di un’ucronia: > Dopo colazione passeggiai fino alla piazza del mercato. Era una mattina > deliziosa, piuttosto fresca e senza un filo di vento. […] Ma a un tratto si > intromise un rombo sordo dietro le case e quindi saettò in cielo una > squadriglia di enormi cacciabombardieri neri. Li guardai ed ebbi l’impressione > di averli proprio sopra la testa. > > Un attimo dopo sentii qualcosa e, se foste stati presenti, avreste > testimoniato quasi in contemporanea un episodio interessante di ciò che credo > chiamino riflesso condizionato. Perché quello che avevo udito, e non c’era > possibilità di sbagliarsi, consisteva nel fischio di una bomba. […] Scattai > così rapidamente che nel microsecondo durante il quale la bomba planò > fischiando, ebbi persino il tempo di temere di essermi sbagliato facendo la > figura del pollo per niente. > > E invece, neanche un istante dopo… Ah! > > BUUUMMM – BRRRR! > > Dapprima un frastuono da giudizio universale e poi il clamore di una > tonnellata di carbone che precipita su un foglio di lamiera. Era una pioggia > di mattoni. Mi sembrò di sciogliermi sul marciapiede. “È iniziata”, pensai. > “Lo sapevo. Il vecchio Hitler non ha aspettato e ci ha mandato i suoi > bombardieri senza avvisare”. In realtà, lo sappiamo, la storia è andata diversamente. Ben presto apprendiamo che la bomba è stata sganciata per errore da un aereo britannico durante un volo di prova, e tutto ritorna nell’alveo della normalità. Ma è una normalità ingannevole. Quell’esplosione ha prodotto vibrazioni nel reale attraverso le quali occhieggia e si palesa il mondo da incubo che seguirà, e al quale Orwell dà voce con passi che anticipano 1984: > La guerra! Mi scoprii di nuovo a pensarci. Sta per scoppiare, questo è sicuro. > Ma chi è che ha paura della guerra? Voglio dire, chi ha paura delle bombe e > delle mitragliatrici? “Tu hai paura”, direte. Sì, io sì, e come me chiunque ne > abbia fatto esperienza. Ma a spaventarci non è tanto la guerra quanto il > dopoguerra, il mondo in cui precipiteremo, un mondo di odio e di slogan: le > camicie nere o grigie, il filo spinato, i manganelli di gomma, le celle > segrete dove la luce resta accesa giorno e notte, con la polizia che ci > controlla mentre dormiamo. E ancora, i cortei, i poster con sopra un faccione > enorme, folle assordanti di un milione di persone che acclamano un leader fino > a convincersi di adorarlo quando sotto sotto lo odiano al punto di voler > vomitare. Sta per accadere tutto questo. O forse no? Alcuni giorni so che è > impossibile, in altri so che è inevitabile. Ecco allora che Binelli aveva anche ragione. Non è un romanzo di fantascienza, questo, ma il sogno, anzi l’incubo della fantascienza orwelliana già lo sta attraversando. L'articolo Orwell prima di Orwell. La nuova edizione di Una boccata d’aria proviene da Pulp Magazine.
July 21, 2025
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Norman Douglas / L’inglese nel suo dominio
Norman Douglas andava in giro per trattorie, aveva un metodo raffinato e rigoroso, Arbasino ci ricorda quanta poca simpatia avesse per i critici d’arte e gli sciamani della cultura. Nella luce mediterranea più decisa lascia perdere la folla labirintica dei personaggi che nella sua epoca affollavano Capri. Siamo lontani dal pagano Fersen e dalla villa Malaparte quando Godard girò Le Mépris, (Il disprezzo), tratto dal romanzo di Moravia, dove la Bardot, nuda, impera e tritura gli sguardi hollywoodiani. Lo sguardo antiquario di Douglas, in questo aureo libretto estratto da scritti del primo Novecento in cui la sagacia esplorativa spiega i suoi metodi, scopre e rivela falsità mitologiche in favore dei reperti antichi. Mostra come l’isola possa essere interpellata scovando i frammenti rimasti dai cambiamenti geologici e, soprattutto, le frane causate dal dissodare e sradicare da parte dell’uomo. I profili di tutta l’area sono mutati considerando, altresì, gli spazi vulcanici del golfo di Napoli. L’eredità dell’isola trova nel viaggiatore Douglas la precisione grazie alla quale i vari culti vengono scoperchiati nella loro quasi certa componente storica. L’isola è troppo varia e frammentata per lasciare che filosofi e poeti si abbeverino soltanto agli “imbrogli dei capresi”. E poi c’è Tiberio, nel suo dominio privato fatto di ville e grotte riarredate, a cui l’inquilino Norman dedica gran parte del suo tempo. Soggiorni che hanno il sapore di una vita intera. Le storie favolose, qui, vengono sconvolte da frane, terremoti, uomini che dissotterrano e ricoprono per intenti usuali, sicché creature come le Sirene e pietre sorte da colorifici naturali si frantumano in mille rivoli. Fra questi reperti scorrazza il nostro antiquario, dimostrando come la seduzione sia cattiva parente della storia archeologica. Si perdono le tracce di opere e idee di valore, Douglas ne è certo, sa che in giro per il mondo ci sono marmi brutti e certamente piccoli frammenti di mosaico. Ma la poderosa e elementare bellezza di Capri ha tempi più lunghi delle leggende moderne. In fondo, dalla Grecia alla romanità è tutta questione di passaggio. Giovanni Balducci, “praziano” (copyright Manganelli) meticoloso quale è, oltre al felice lavoro di traduzione, ci guida alla somma delle antichità capresi su cui Douglas argomenta mettendo in risalto le svariate caleidoscopie che l’isola presentava in quei decenni, e che oggi risulta difficoltoso rintracciare. Ma non è detto, potrebbe essere necessario attrezzarsi al viaggio fendendo le masse turistiche. Compito arduo, più che modellare i propri interessi sulle sviolinate coloristiche delle grotte. Praz riconosceva in Douglas “uno scrittore di vaglia” per le finezze stilistiche e umoristiche: la sete di conoscenza l’avrà inviso a qualcuno, fra gli abitanti del territorio, ma la storia è storia, il Grand Tour sarà finito ma Balducci anche qui invita a non sentire peregrina l’idea di avventurarsi nelle labirintiche scoperte riunite in queste “annotazioni antiquarie”. Tali sono, copia conforme di ciò che l’isola offriva allo studioso – un inventario di policrome dimensioni.   L'articolo Norman Douglas / L’inglese nel suo dominio proviene da Pulp Magazine.
July 13, 2025
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