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Attivista saharawi denuncia ritorsioni economiche e torture perpetrate dalle autorità di occupazione marocchine
L’attivista e giornalista saharawi Braika Bahi ha rivelato una terribile campagna di ritorsioni sistematiche volta a mettere a tacere la sua voce. Bahi, membro del team televisivo della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e attivista ambientale, ha descritto la doppia strategia di violenza fisica ed estorsione economica utilizzata dall’occupazione marocchina contro di lui e i suoi compagni attivisti saharawi. In un’intervista video con Equipe Media, Bahi ha dichiarato che, dopo l’adozione della risoluzione 2797 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla fine di ottobre 2025, è stato sottoposto ad aggressioni pubbliche e torture a El Aaiún da parte di pattuglie paramilitari. Ha identificato i capi di queste unità come due poliziotti marocchini soprannominati “l’Americano” e “Zald al-Touhima”, entrambi noti per il loro coinvolgimento in una serie di atroci violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale occupato. Questa aggressione pubblica segue precedenti episodi in cui Bahi è stato rapito e torturato nelle zone rurali alla periferia della città. Le ritorsioni si sono estese alla famiglia dell’attivista. Nel marzo 2025, le autorità marocchine hanno sospeso lo stipendio mensile di sua madre, dichiarando esplicitamente che non le sarebbe stato rimborsato a meno che Bahi non avesse abbandonato la sua attività di attivista sui social media o deciso di emigrare. Bahi ha descritto questa mossa come una “politica calcolata di punizione collettiva” volta a isolare gli attivisti dalle loro famiglie e comunità. “Le forze di occupazione stanno usando il sostentamento di mia madre come moneta di scambio”, ha affermato Bahi nel video, ribadendo il suo impegno a continuare la sua lotta pacifica nonostante i rischi crescenti. Equipe Media
January 22, 2026
Pressenza
Rete Saharawi: “Il diritto all’autodeterminazione per il popolo Saharawi non è negoziabile”
A seguito dell’adozione della Risoluzione n. 2797 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione del Sahara Occidentale, la Rete Saharawi accoglie con favore il rinnovo del mandato della MINURSO, la Missione di Pace dell’ONU nel Sahara Occidentale e la riaffermazione del diritto inalienabile del popolo Saharawi all’autodeterminazione e all’indipendenza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale sulla decolonizzazione. La Rete esprime tuttavia profonda preoccupazione per l’inserimento, su impulso di alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, del cosiddetto “piano di autonomia” proposto dal Regno del Marocco come possibile base negoziale. Tale riferimento — sebbene privo di valore vincolante — costituisce un vulnus politico e giuridico rispetto ai principi fondamentali del diritto internazionale e un grave precedente nella gestione dei processi di decolonizzazione ancora irrisolti. La Risoluzione omette inoltre ogni riferimento alla crisi umanitaria nei campi dei rifugiati Saharawi, al progressivo indebolimento degli aiuti internazionali e alle violazioni sistematiche dei diritti umani nei territori occupati, documentate da organismi delle Nazioni Unite e da organizzazioni indipendenti. Nonostante tali criticità, il popolo Saharawi continua a distinguersi per un alto livello di istruzione, coesione e resilienza, pur vivendo separato da un muro di sabbia lungo oltre 2.700 chilometri, che divide le zone occupate da quelle liberate. La Rete Saharawi, che riunisce oltre trenta organizzazioni e enti del terzo settore italiani, denuncia la diffusione di informazioni inesatte o non verificate circa la natura e la portata della Risoluzione n. 2797, le quali rischiano di alterare il quadro giuridico internazionale e di favorire la normalizzazione di un’occupazione illegale e dello sfruttamento delle risorse naturali di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. La Rete ribadisce che: * Il Sahara Occidentale è e rimane un territorio non autonomo ai sensi del Capitolo XI della Carta delle Nazioni Unite; * Il Fronte Polisario è riconosciuto dalle Nazioni Unite come unico rappresentante legittimo del popolo Saharawi; * Qualsiasi soluzione che non contempli l’esercizio del diritto all’autodeterminazione mediante un referendum libero e regolare non può essere considerata conforme al diritto internazionale. La Rete Saharawi invita le Nazioni Unite e i loro Stati membri a ristabilire la piena centralità del diritto all’autodeterminazione nel processo politico, in coerenza con i principi di legalità internazionale. Il ripristino di tale centralità rappresenta una condizione imprescindibile per garantire una soluzione giusta, duratura e conforme alle aspettative del popolo saharawi, nonché per evitare il consolidamento di pratiche che rischiano di legittimare occupazioni illegali e lo sfruttamento delle risorse di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. Il popolo Saharawi non rivendica concessioni, ma l’attuazione del diritto internazionale. Nadia Conti, Presidente RETE SAHARAWI Solidarietà Italiana con il Popolo Saharawi ETS Per informazioni e contatti scrivere a: info@retesaharawi.it   Redazione Italia
January 22, 2026
Pressenza
Il Marocco impedisce ad Aminetu Haidar di viaggiare
L’attivista saharawi per i diritti umani Aminetu Haidar ha denunciato che le autorità marocchine le hanno impedito di lasciare il Sahara occidentale occupato. Come lei stessa ha reso pubblico sui social media: “La polizia marocchina mi impedisce di imbarcarmi dall’aeroporto di Dakhla verso la Spagna”. Questo nuovo atto di repressione e persecuzione politica dimostra, ancora una volta, che il Marocco continua a utilizzare il controllo delle frontiere, l’intimidazione e la punizione collettiva per mettere a tacere coloro che difendono i diritti del popolo saharawi. Aminetu Haidar è un simbolo della resistenza pacifica contro l’occupazione e un punto di riferimento internazionale nella difesa dei diritti umani. Impedirle di viaggiare non è un fatto isolato: fa parte di una strategia sistematica per isolare, logorare e criminalizzare le voci saharawi. Pressenza IPA
January 21, 2026
Pressenza
Condizioni disumane di un attivista saharawi nella prigione di Kenitra
L’attivista saharawi Abdullah Lekhfaouni, membro del “gruppo di Gdeim Izik”, si trova in gravi condizioni umanitarie e sanitarie nella prigione centrale di Kenitra. Le denunce formali presentate da sua madre, Aliya Al-Radâa, indicano che Lekhfaouni è stato sistematicamente privato dei suoi diritti umani fondamentali. In lettere indirizzate al Procuratore del Re presso la Corte d’Appello di Rabat e al Delegato Generale dell’Amministrazione Penitenziaria, Al-Radâa ha descritto le condizioni atroci a cui è sottoposto suo figlio: è stato in sciopero della fame per 48 ore; poi è stato portato all’ospedale della prigione dove è stato lasciato per terra per 24 ore senza nemmeno una coperta, vicino a detenuti affetti da tubercolosi e con problemi mentali, esponendolo a gravi rischi. Non ha ricevuto assistenza medica ed è stato riportato in cella, in isolamento. Le denunce hanno inoltre sottolineato che in quella cella – infestata dai topi – il personale penitenziario ha ammanettato Lekhfaouni e gli ha bendato gli occhi; lo ha sottoposto a privazione prolungata del sonno, negandogli le telefonate per diversi giorni e confiscandogli la biancheria  e gli articoli di prima necessità. La denuncia, alla quale Equipe Media ha avuto accesso, afferma: “Il personale della prigione centrale di Kenitra ha proceduto a isolare Abdullah Lekhfaouni in una stanza piena di topi, con le mani legate e gli occhi bendati, privato di tutti i suoi legittimi diritti”. Equipe Media
November 27, 2025
Pressenza
Sahara Occidentale: quando il diritto all’autodeterminazione incontra la giustizia europea
La Rete Saharawi ha partecipato alle audizioni dedicate alla questione del Sahara Occidentale presso la Quarta Commissione delle Nazioni Unite per la Politica Speciale e la Decolonizzazione, riunita nell’ambito dell’80ª Assemblea Generale. Nel corso delle tre giornate di interventi – dal 7 al 10 ottobre – sono state ascoltate 196 petizioni provenienti da attivisti, organizzazioni della società civile e rappresentanti istituzionali di diversi Paesi. Molte hanno ribadito con forza un principio fondamentale del diritto internazionale: il popolo saharawi ha il diritto inalienabile all’autodeterminazione e all’indipendenza, come sancito dagli Articoli 1 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e dalle Risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza sul processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale. In qualità di Presidente dell’Associazione Città Visibili APS, ho preso parte ai lavori della Commissione come delegato della RETE SAHARAWI che rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, tra cui alcune con esperienza pluridecennale. UNA BATTAGLIA DI DIGNITÀ Il Sahara Occidentale è una terra che da quasi cinquant’anni vive sospesa tra occupazione e attesa di libertà. Per i Saharawi, l’autodeterminazione non è un concetto astratto, ma la possibilità concreta di decidere il proprio futuro e di gestire le proprie risorse senza imposizioni esterne. Eppure, nonostante il diritto internazionale lo riconosca chiaramente, questo diritto continua a essere negato. LE REGOLE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Già nel 1975 la Corte internazionale di giustizia aveva stabilito che il Sahara Occidentale non era “terra nullius” e che il popolo saharawi aveva diritto a scegliere liberamente il proprio destino. Le Nazioni Unite lo ribadiscono da decenni: il diritto all’autodeterminazione è universale e riguarda anche lo sfruttamento delle risorse naturali. In altre parole, non si può pescare, coltivare o estrarre in un territorio senza il consenso del suo popolo. L’UNIONE EUROPEA DAVANTI ALLA CORTE Nonostante ciò, l’Unione Europea ha più volte siglato accordi con il Marocco che, di fatto, includono anche il Sahara Occidentale. Questo ha portato il caso davanti alla Corte di Giustizia europea, che in una serie di sentenze storiche ha ribadito un principio semplice: quegli accordi non possono valere per il Sahara Occidentale senza il consenso dei saharawi. Dal 2016 al 2024, la Corte ha costruito un percorso chiaro: – il Sahara Occidentale è un territorio “distinto e separato” dal Marocco; – gli accordi commerciali e di pesca che lo coinvolgono senza consenso sono illegittimi; – i prodotti che arrivano dall’area non possono essere venduti come se fossero “marocchini”. La giurisprudenza europea ha così dato voce, in sede giudiziaria, a un popolo che spesso viene ignorato in sede politica. TRA DIRITTO E POLITICA Le sentenze hanno segnato una vittoria importante, ma non hanno ancora cambiato la realtà. Le istituzioni europee, pressate dagli interessi economici e dalle relazioni strategiche con il Marocco, hanno spesso cercato di aggirare le regole, sostituendo al consenso vero e proprio semplici “consultazioni” con attori locali o portatori di interesse. Ma la Corte è stata chiara: soltanto il popolo saharawi può dare o negare il suo consenso. COSA PUÒ FARE L’ONU Perché la giurisprudenza non resti lettera morta, serve un impegno politico forte. Le Nazioni Unite possono giocare un ruolo chiave: – stabilendo linee guida chiare che escludano i territori non autonomi dagli accordi commerciali senza consenso esplicito; – creando un registro internazionale che certifichi quando un accordo rispetta o meno i diritti del popolo saharawi; – imponendo trasparenza sulle catene di approvvigionamento: se un pomodoro arriva dal Sahara Occidentale, deve essere chiaro e tracciabile. UNA QUESTIONE CHE CI RIGUARDA TUTTI Il Sahara Occidentale non è un caso isolato: è il simbolo di come interessi economici e geopolitici possano calpestare diritti fondamentali. Difendere il popolo saharawi significa difendere l’idea stessa che nessun popolo possa essere privato della propria voce e delle proprie risorse. L’autodeterminazione non è soltanto un diritto scritto nei trattati, è una battaglia di dignità che riguarda tutti noi. Ed è il momento che la comunità internazionale, a partire dall’ONU, smetta di chiudere gli occhi e trasformi la giustizia proclamata nelle aule dei tribunali in giustizia vissuta da chi attende da troppo tempo di essere libero. Non può esserci pace senza libertà e non ci sarà mai vera libertà senza giustizia.   Simone Bolognesi, Presidente Associazione Città Visibili APS Rete italiana di Solidarietà col Popolo Saharawi     Paolo Mazzinghi
October 20, 2025
Pressenza
Giornata della Cultura Saharawi: un’Italia che ascolta, accoglie e condivide
Tra 1, 2 e il 3 agosto 2025, in numerose città italiane si sono svolte iniziative per celebrare la Giornata della Cultura Saharawi. Eventi pubblici, partecipati e profondamente sentiti, hanno offerto occasioni di incontro e riflessione sulla storia, le tradizioni e la resistenza del popolo saharawi. Promosse dalla Rete Saharawi e dalla Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, queste giornate hanno visto la partecipazione di autorità locali, associazioni, centinaia di volontari e rappresentanti istituzionali, tra cui personalità del Governo algerino, paese che dal 1975 accoglie nei propri territori i campi profughi saharawi della RASD – Repubblica Araba Saharawi Democratica, proclamata nel 1976. Un legame, quello tra il popolo italiano e il popolo saharawi, che si è consolidato nel tempo grazie anche al progetto “Piccoli Ambasciatori di Pace”: dal 1982, oltre tremila bambini e bambine saharawi sono stati accolti ogni estate in Italia, creando relazioni durature con famiglie, comuni e territori, molti dei quali hanno sottoscritto patti di amicizia e solidarietà con le tendopoli saharawi. A partire dal 2024, ogni primo sabato di agosto, gli accompagnatori saharawi, le associazioni e i volontari impegnati nel progetto celebrano questa Giornata della Cultura Saharawi, per raccontare la bellezza e la forza di una cultura millenaria, e al tempo stesso rinnovare l’impegno verso la causa del popolo saharawi e il suo diritto all’autodeterminazione. Quest’anno, le principali iniziative si sono svolte in: Campania – ad Agropoli (Salerno), presso l’Oratorio Padre Giacomo Selvi, grazie all’Associazione Piccoli Ambasciatori di Pace, in collaborazione con la Rete Saharawi e la Rappresentanza della RASD, con la partecipazione di Chaouki Chemmam, Console generale Algerino Napoli, Fatima Manfud, Rappresentante Fronte Polisario in Italia e Taleb Brahim Elkhalil, Responsabile del Dipartimento agronomia presso il ministero dello sviluppo economico della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica). Lazio Nerola (Roma), insieme al Comune di Nerola e grazie all’Associazione Nerola ed Acquaviva per la Tradizione e il Futuro. Il 3 agosto ad Anguillara (Roma), grazie ad A.S.A.P.S., presso Oratorio Regina Pacis Emilia-Romagna • a Nonantola (Modena), grazie all’Associazione Kabara Lagdaf • a Sesso (Reggio Emilia), presso la Parrocchia di Villa, grazie all’Associazione Jaima Sahrawi, con il sostegno della Rete Saharawi e della Rappresentanza della RASD • a Bedonia (Parma), presso il Parco Peschiera, grazie a BedoniAccoglie e all’Associazione Help for Children Parma • il 3 agosto a Castenaso (Bologna), grazie all’Associazione El Ouali – Bologna Toscana – a Grassina (Bagno a Ripoli, Firenze), presso la Casa del Popolo, grazie al Comitato Selma, Saharawinsieme, CittàVisibili e la Rete Saharawi Per raccontare il significato profondo di questa giornata, vogliamo prendere in prestito un’immagine centrale della cultura saharawi: la cerimonia del tè. Secondo una leggenda del deserto, per preparare il tè servono tre cose: il fuoco, la compagnia e il tempo. In arabo: jimar, jamaʿ, jar. Il fuoco è la forza della volontà, la determinazione che non si spegne: come quella del popolo saharawi, che da decenni resiste all’occupazione e all’oblio. La compagnia è la presenza degli altri, lo stare insieme: perché non esiste cerimonia del tè da soli, così come non può esserci giustizia senza solidarietà, come ha scritto un sostenitore della causa saharawi. E il tempo è l’impegno che si rinnova ogni giorno, senza scorciatoie. “Non può esserci vera solidarietà senza un impegno costante per la giustizia. Questo significa lottare contro le ingiustizie sociali, economiche e politiche che affliggono il mondo, cercando di costruire una società più equa e giusta per tutti.”1 Con questo spirito, la Rete Saharawi continuerà a costruire ponti, mantenere viva la memoria e sostenere la lotta pacifica del popolo saharawi per il diritto all’autodeterminazione, nella convinzione che la cultura sia uno degli strumenti più forti per generare consapevolezza e trasformazione. 1 Il Decalogo della Solidarietà, le parole di Papa Francesco Redazione Italia
August 5, 2025
Pressenza
Incontro a Montecitorio: “Piccoli Ambasciatori di Pace” portano la voce del Sahara Occidentale
È stato un momento intenso e simbolico quello vissuto a Palazzo Montecitorio, lo scorso 16 Luglio, dove Stefano Vaccari e i membri dell’intergruppo parlamentare d’amicizia con il popolo saharawi hanno accolto i Piccoli Ambasciatori di Pace, bambini e bambine saharawi, ospiti in Italia grazie alla rete di solidarietà, incarnano l’innocenza e la speranza di un futuro diverso. L’entusiasmo nei loro occhi, nel sorriso e nel modo vivace di muoversi ha confermato, ancora una volta, quanto siano essenziali queste esperienze di incontro per creare legami di pace e diritti. Durante l’incontro, a fianco delle autorità locali, erano presenti anche i rappresentanti dell’intergruppo (tra cui Alessandro Battilocchio, Silvio Lai, Eleonora Evi, Arturo Scotto e Patrizia Marrocco) e la rappresentante del Fronte Polisario in Italia, Fatima Mahfud. È stato ribadito con fermezza l’impegno verso un futuro in cui questi bambini possano crescere liberi nel loro territorio e dove le istituzioni europee, Italia inclusa, non restino silenti di fronte alla condizione di esilio forzato che perdura da decenni. “Non ci gireremo mai dall’altra parte” è stato il messaggio chiaro e condiviso: l’Italia continuerà a sostenere il popolo saharawi, ora e sempre. CITTÀVISIBILI APS Redazione Italia
July 24, 2025
Pressenza
Il Marocco espelle giornalisti e un attivista che sostengono il Sahara occidentale
Le autorità di occupazione marocchine hanno espulso l’8 luglio 2025 due giornalisti e un attivista per i diritti umani che si trovavano nel Sahara Occidentale per osservare e raccontare la situazione del popolo Saharawi; le persone coinvolte lavoravano in coordinamento con Equipe Media. Questo atto – definito illegale – sottolinea la continua repressione marocchina della libertà di stampa e dei difensori dei diritti umani nel territorio occupato. Gli espulsi sono la giornalista asturiana Leonor Suárez, Óscar Allende (direttore del media digitale El Faradio) e Raúl Conde, membro dell’organizzazione Cantabria per il Sahara. I tre sono stati intercettati e trattenuti durante un controllo della polizia a El Aaiún, capitale del Sahara Occidentale occupato. Dopo l’arresto, le autorità marocchine li hanno dichiarati “personae non gratae” (persona non gradita) senza fornire alcuna giustificazione formale. Sono stati quindi costretti a lasciare il territorio con la loro auto e scortati da quattro veicoli della polizia segreta marocchina fino alla città di Agadir, in Marocco. Gli espulsi hanno denunciato che «questa detenzione ed espulsione è la prova delle vessazioni subite non solo dagli attivisti saharawi, ma anche da coloro che cercano di sostenerli». Hanno aggiunto che «queste azioni riflettono il fatto che il Marocco non rispetta i diritti umani più elementari ed è preoccupante che continui a essere un partner preferenziale di Paesi democratici come la Spagna». Le tre persone espulse oggi portano a 330 il numero totale di osservatori e attivisti espulsi dal Sahara occidentale dalle autorità marocchine negli ultimi anni. Traduzione dallo spagnolo di Stella Dante. Revisione di Mariasole Cailotto. Equipe Media
July 20, 2025
Pressenza
Cittadinanza e riconoscimento: dal Sahara Occidentale ai municipi italiani, il valore politico di un gesto simbolico
Ius soli, ius scholae: cittadinanza negata, confini di classe La questione della cittadinanza in Italia non è soltanto un tema giuridico o identitario: è un tema profondamente politico e, soprattutto, sociale. La normativa vigente — basata sullo ius sanguinis — riflette una visione arretrata e selettiva di appartenenza nazionale, che si traduce in una vera e propria discriminazione di classe. Chi nasce da genitori stranieri, pur crescendo in Italia, vivendo in italiano, studiando nelle scuole pubbliche e contribuendo alla comunità, rimane a lungo privo di cittadinanza. Ma non tutti subiscono questo vuoto in egual misura. In un sistema formalmente neutro, sono le condizioni socio-economiche a determinare le possibilità di accesso ai diritti. Serve tempo, serve stabilità economica, servono documenti, una casa, un reddito minimo. E serve anche familiarità con la burocrazia italiana, una lingua che spesso è ostacolo più che ponte. Così, la cittadinanza diventa il traguardo di pochi e non il punto di partenza per tutti. È una cittadinanza per ceti agiati, per famiglie stabili, integrate, con tempo da dedicare ai procedimenti e risorse per affrontarne i costi. Per tutti gli altri — precari, disoccupati, donne sole, famiglie numerose in affitto — il diritto a diventare italiani resta sulla carta. Questa distorsione produce un effetto perverso: la cittadinanza non è solamente negata a chi non ha il sangue “giusto”, ma anche a chi non ha il reddito “giusto”. Una cittadinanza su base patrimoniale che tradisce lo spirito stesso della Repubblica, nata sui valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale. È in questo contesto che lo ius scholae — la proposta di riconoscere la cittadinanza ai minori stranieri che abbiano completato un ciclo scolastico in Italia — si configura non semplicemente come un atto di civiltà, ma soprattutto come uno strumento di riequilibrio democratico. La scuola è il luogo in cui si costruisce il senso di appartenenza, di responsabilità, di cittadinanza attiva. Ed è proprio da lì che dovrebbe partire una nuova definizione dell’essere italiani. Tuttavia, anche questa proposta moderata e ragionevole viene bloccata da anni da chi cavalca paure identitarie e da una retorica dell’invasione sempre più pervasiva. Una retorica che ignora deliberatamente il fatto che il vero problema non è chi arriva, ma chi viene tenuto ai margini. In risposta, molte amministrazioni locali hanno scelto di agire. La concessione simbolica della cittadinanza onoraria a studenti e studentesse straniere nate o cresciute in Italia è un atto politico che denuncia l’ingiustizia del sistema nazionale e allo stesso tempo rivendica un’idea diversa di appartenenza: inclusiva, concreta, vissuta. Popoli invisibili: il Sahara Occidentale tra esilio e oblio La battaglia per la cittadinanza e per il riconoscimento non riguarda solamente chi vive in Italia: ci sono popoli interi per i quali la cittadinanza è un diritto negato da decenni. È il caso del popolo saharawi, costretto dal 1975 a vivere esiliato in campi profughi nel sud-ovest dell’Algeria, nella regione desertica di Tindouf. Dopo la fine del colonialismo spagnolo, il Sahara Occidentale è stato occupato dal Marocco con il sostegno degli Stati Uniti e della Francia. Da allora, il popolo saharawi — rappresentato dal Fronte Polisario — ha combattuto per l’autodeterminazione, ottenendo parziali riconoscimenti internazionali, ma restando sostanzialmente ostaggio di un conflitto congelato. Le promesse di un referendum per l’autodeterminazione non sono mai state mantenute, mentre i territori sono ancora occupati militarmente da Rabat, in violazione del diritto internazionale. Nel frattempo, oltre 170.000 persone vivono da oltre cinquant’anni nei campi di rifugiati di Tindouf, in condizioni climatiche estreme, con risorse scarse e prospettive di vita limitate. Una generazione intera è cresciuta senza patria riconosciuta, senza documenti ufficiali, senza futuro. La proposta spagnola: riconoscere la cittadinanza ai saharawi In questo quadro drammatico, una recente proposta politica ha riacceso il dibattito sul destino del popolo saharawi: il partito spagnolo Sumar ha proposto di riconoscere la cittadinanza spagnola a tutti i saharawi nati nel Sahara Occidentale durante il periodo coloniale (fino al 1975) e ai loro discendenti diretti. La proposta si fonda su un principio giuridico e storico: la responsabilità della Spagna come ex potenza coloniale, che ha abbandonato il territorio senza assicurare un percorso di decolonizzazione. In realtà, già oggi vi sono saharawi con passaporto spagnolo, ma si tratta di casi isolati o frutto di ricorsi giudiziari individuali. Con questa proposta, invece, si riconoscerebbe un diritto collettivo, un atto di giustizia storica. Ma non si tratta soltanto di un tema giuridico: si tratta di dare un’identità, una protezione, un passaporto e un futuro a decine di migliaia di persone, finora condannate all’apatridia. Le reazioni non si sono fatte attendere: da una parte il Marocco ha condannato duramente la proposta, vedendola come una minaccia alla sua occupazione; dall’altra, numerose organizzazioni per i diritti umani, insieme a settori della sinistra iberica, l’hanno accolta come un segnale forte, necessario, a lungo atteso. Ambasciatori di Pace: l’Italia accoglie, i Comuni riconoscono Ogni estate, diverse associazioni italiane accolgono nelle loro città gruppi di bambine e bambini saharawi provenienti dai campi profughi. Il progetto, fortemente voluto dalla Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario e dalla Rete italiana di solidarietà col popolo sharawi, dei “Piccoli Ambasciatori di Pace” ha una valenza umanitaria — offrire cure mediche, sollievo dal caldo estremo, esperienze educative — ma anche fortemente politica: è un grido di attenzione lanciato alle nostre coscienze. Negli ultimi anni, molte amministrazioni locali hanno scelto di conferire a questi bambini la cittadinanza onoraria simbolica. È accaduto a Sesto Fiorentino, Montemurlo, Empoli, Livorno, Grottammare, Fucecchio, solo per citarne alcune. Gesti forti, capaci di trasformare l’accoglienza temporanea in un riconoscimento permanente. In alcuni casi, questi atti si legano a patti di amicizia e cooperazione sottoscritti con le istituzioni del popolo saharawi in esilio, rafforzando una diplomazia dal basso che ha un peso e una dignità propria. Questi bambini non sono considerati ospiti: sono portatori di memoria e di diritti negati. Il loro arrivo, i loro sorrisi, le loro storie, mettono in discussione la nostra idea di cittadinanza. Quando un Comune italiano concede loro la cittadinanza onoraria, sta affermando qualcosa che va ben oltre un gesto cerimoniale: afferma che l’identità non è una formalità, ma una relazione, un riconoscimento reciproco, un’appartenenza. Conclusione: la necessità di un diritto che riconosca la realtà, non il privilegio La cittadinanza non è soltanto un documento. È il diritto ad avere diritti, come scriveva Hannah Arendt. È una protezione giuridica, ma anche una legittimazione esistenziale. È uno strumento che può includere o escludere, valorizzare o discriminare. In Italia è urgente una riforma che riconosca i legami vissuti, i percorsi reali, le appartenenze costruite nella quotidianità, nei territori, nelle scuole, nelle relazioni sociali. Una riforma che abbandoni finalmente la logica classista e patrimonialista che oggi condiziona l’accesso alla cittadinanza: un meccanismo che favorisce chi ha risorse e stabilità e che esclude sistematicamente chi vive ai margini, pur contribuendo alla società. In questo senso, i gesti dei Comuni italiani verso i bambini saharawi — così come verso gli studenti stranieri nati o cresciuti qui — ci mostrano una strada. Sono pratiche di riconoscimento, atti di giustizia simbolica che evidenziano l’ingiustizia sostanziale dell’ordinamento vigente. Concedere la cittadinanza onoraria ai piccoli ambasciatori di pace non è un vezzo retorico, ma una denuncia politica che dà voce a un’idea diversa di appartenenza: si è cittadini dove si cresce, si studia, si partecipa, si costruiscono legami. È tempo che la politica nazionale raccolga il segnale di questa diplomazia dal basso. È tempo di una riforma profonda e coraggiosa, che superi l’arretratezza di una legge classista, inadeguata e discriminatoria, e che restituisca senso e dignità al concetto stesso di cittadinanza democratica. Simone Bolognesi, Presidente di Città Visibili APS Redazione Toscana
July 15, 2025
Pressenza
L’incontro con i bambini Saharawi per la lotta all’autodeterminazione di tutti i popoli
Oggi, 14 luglio alle ore 10.30 si è svolto l’incontro con l’amministrazione regionale presso la sede in Palazzo Strozzi Sacrati e la presentazione della mostra fotografica “I PRIGIONI” di Andrea Sawyerr, curata da Città Visibili APS. Erano presenti oltre all’autore delle foto, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, gli assessori Serena Spinelli e Alessandra Nardini, il presidente di Città Visibili Simone Bolognesi, i sindaci di Rignano e di Pontassieve, rappresentanti del comune di Rufina e di Fucecchio, oltre i rappresentanti delle associazioni Hurria, SaharwaInsieme e Comitato Selma.   Andrea Sawyerr ha spiegato che le foto rappresentano alcune persone saharawi che sono imprigionate nel deserto e cercano di uscirne fuori. Il fotografo ha poi brevemente ricordato la storia di questo popolo senza terra, costretto a fuggire dal Sahara Occidentale per rifugiarsi nella parte più inospitale del deserto del Sahara in territorio algerino. Le foto cercano di rappresentare delle scene della vita quotidiana dei saharawi e la loro grande organizzazione, nonostante le condizioni di vita.  Ha poi terminato invitando i presenti a conoscere la storia del popolo saharawi, la loro dignità, la loro perseveranza, la loro grande umanità e accoglienza.   Il presidente Giani ha ringraziato i bambini saharawi ed i rappresentanti per la partecipazione all’incontro, ricordando l’amicizia con questo popolo che dura ormai da 50 anni “perché sono una grande nazione”. Giani ha poi ricordato la recente missione a febbraio di Serena Spinelli, lo storico impegno dei comuni della Toscana, alcuni presenti all’incontro, per il supporto al popolo saharawi e l’accoglienza estiva dei bambini ed anche i patti di amicizia che molti comuni hanno stretto con le diverse Wilaya e Daira dei campi in Algeria.   L’assessora Serena Spinelli, dopo aver ringraziato il popolo saharawi e il presidente per l’accoglienza, assieme a tutte le associazioni che hanno collaborato a organizzare la bella esperienza fatta quest’anno con i 4 giorni nei campi. Ha poi ricordato la grande partecipazione delle donne al governo delle istituzioni: partecipazione da cui dovrebbero imparare i nostri paesi occidentali.   L’assessora Alessandra Nardini ha ricordato l’impegno delle associazioni, presenti e non presenti all’incontro, senza le quali non sarebbe possibile, ad esempio, l’accoglienza dei bambini: questo “è il cuore della nostra Toscana, una terra da sempre accogliente, una terra che da sempre è aperta e impegnata per i diritti dei popoli. Questa è la nostra storia, la nostra cultura, il nostro DNA. E’ quindi per noi naturale essere legati da anni a solidi patti di amicizia con il popolo saharawi, perché siamo una parte di ogni uomo che lotta per la propria autodeterminazione…  E oggi parlare di pace, parlare di autodeterminazione non ci può non far pensare alle guerre, alle azioni che continuano a insanguinare i popoli: permettetemi di ricordare oggi anche le tante sorelle, i fratelli, le bambine e i bambini palestinesi… pensiamo anche a Gaza e siamo vicini anche alla lotta per la autodeterminazione e liberazione del popolo palestinese e di tutti quei popoli che ogni giorno vedono negati i propri diritti, diritti che nel caso della Palestina e di Gaza, vengono calpestati ben prima del 7 ottobre”. Nardini conclude con l’augurio che i bambini saharawi “possano tornare a visitare la nostra terra della Toscana, le nostre belle città, i nostri meravigliosi borghi, ma lo possano fare con le proprie famiglie, da cittadine e cittadini liberi, per svago e non per obbligarci a schiudere gli occhi su quello che da anni il loro popolo sta vivendo e sta subendo”   Il gruppo si è poi trasferito a Palazzo Vecchio per l’incontro e un saluto con la sindaca Funaro e la presidente della commissione 7 per la pace, Stefania Collesei.     Paolo Mazzinghi
July 14, 2025
Pressenza