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Come resistere al sistema: la memoria e la politica. Un dibattito a Calenzano
“Come resistere al sistema”: La memoria e la politica. Possiamo ancora proporre umanità e prospettive di pace in questo tempo? Lorenzo Guadagnucci ha presentato il 19 Febbraio a Calenzano  il suo libro “Un’altra memoria” in una serata in cui  Donatella Della Porta e Micaela Frulli hanno dialogato con Cristiano Lucchi, che apre domandando come passare dall’analisi alla memoria dei fatti narrati. Lorenzo Guadagnucci sottolinea quanto il senso della memoria debba essere rapportato alle politiche della memoria; ricostruendo gli eventi di celebrazione di Sant’Anna si militarizza l’occasione del ricordo, ad esempio, si è scelto quindi di creare un cammino Monte Sole Marzabotto Sant’Anna che potesse restituire qualcosa di diverso, partendo dal posizionarsi davanti ad una installazione “Alla memoria dei fratelli morti nel mediterraneo”, rivolgendosi verso Gerusalemme, parlando di genocidio del Mediterraneo, associato ai fatti accaduti alla Vaccareccia; nel 2024, ci si è chiesti come fosse possibile celebrare Sant’Anna senza pensare a Gaza, dove avviene una partecipazione delle potenze mondiali, compresa l’Italia, che non sembrerebbe essere compatibile con le attuali politiche della memoria, come se ci fosse una “impressionante normalizzazione” rispetto a Gaza. Quali le vite che contano? Le vite dei palestinesi sembrano non contare. Come si raccontano i fatti, se liberati quattro ostaggi i quattrocento morti diventano un danno collaterale. A che cosa serve la memoria quindi, se poi esistono i fatti di Gaza? La memoria non sembra essere di reale ispirazione delle scelte politiche: sono binari che corrono separati. C’è invece bisogno di ricostruire, tocca alla società civile ed ai movimenti agire per cambiare; abbiamo abbandonato la storia di noi come carnefici; i movimenti hanno bisogno di una memoria che vada oltre le due guerre mondiali, che preservi un patrimonio anche di fatti recenti, che ricolleghi Genova e Torino; dobbiamo ricostruire una memoria, rielaborandola ed arricchendola di nuovi dati, perché la memoria deve essere politicizzata. Donatella Dell Porta parla di memoria “malleabile”, che si ricostruisce di volta in volta; i movimenti stanno producendo tanto, ma non archiviano; producono fatti simbolici, cercano di rileggere il cambiamento di significato, ad esempio del Sessantotto anche nelle ricorrenze di questo; è necessario parlare di “memoria dinamica”, per cui nei fatti ad esempio i figli dei migranti nei luoghi della memoria tendono a identificarsi nelle vittime, in un “ricordo combinato”; i custodi della memoria non deviano rispetto a quel percorso. Eppure in Italia la memoria della resistenza è da tempo utilizzata in maniera viva, ha un aspetto dinamico, come si scorge dentro le iniziative proposte da ANPI, riattualizzando e collegando la resistenza con le resistenze. I movimenti stessi del resto hanno prodotto una accelerazione, facendo proposte in cui portare l’attenzione sul genocidio attraverso azioni quali digiuno per Gaza, i sudari, i cortei diversi dentro cui si sono viste tante bandiere palestinesi. Micaela Frulli sottolinea l’importanza di attualizzare la memoria; la strada del diritto internazionale risente degli stessi problemi della memoria, mettendo a processo l’idea simbolica e pedagogica. Il doppio standard ha caratterizzato la giustizia internazionale fino alla corte penale internazionale. L’invasione dell’Ucraina e poi Gaza hanno fatto venire fuori tutti i nodi al pettine, hanno sottolineato l’urgenza di fare pressione sui nostri governi perché la stessa Unione Europea ha tradito, fare pressione forte coinvolgendo la gente, perché la gente è presente, ad esempio nell’Urlo per Gaza, nelle iniziative e nelle piazze, dobbiamo saper salvaguardare quello che abbiamo. Da Calenzano un appello alla coerenza dei posizionamenti, all’intelligenza delle idee e degli strumenti che abbiamo per interpretarle e metterle in prassi, per una memoria dinamica, viva, connessa. Emanuela Bavazzano
February 21, 2026
Pressenza
Un incontro per riprendere il cammino con a fianco Marco
 Il gruppo Organizzatori “In cammino per la pace e il disarmo” si è ritrovato il 26 ottobre 2025 a Pracchia per ricordare Marco Frigerio, mente e importante riferimento del gruppo, che se ne è andato il 7 agosto u.s. lungo il sentiero della seconda tappa del percorso partito da Monte Sole e che avrebbe dovuto portare il gruppo a Sant’Anna di Stazzema per la ricorrenza del 12 agosto. L’incontro è partito proprio dalle parole di Marco che ricordavano l’emozione dell’incontro con i ragazzi del “campo della pace”, dei 54 conflitti che affliggono questo momento e delle pesanti responsabilità / interessi del mondo occidentale, del suo neo colonialismo mai terminato, della necessità del ripudio della guerra come soluzione dei conflitti, dello stretto collegamento fra antifascismo e pacifismo, ma anche con la parità dei diritti / femminismo intersezionale. Il gruppo ha condiviso di partire dalla volontà di coltivare l’idea di “un’altra memoria”, a partire dalla necessità di rinnovare la cerimonia per il ricordo dell’eccidio a Sant’Anna di Stazzema e recuperarne il vero senso, lontano dalle attuali parate, di aprire lo sguardo non solo a tutti gli eccidi in cui gli italiani sono stati vittime, ma anche dove sono stati invece i carnefici, come in Jugoslavia, Grecia, Albania… Riportiamo un estratto delle parole di Marco Frigerio all’alba del 12 agosto 2023 alla Vacchereccia (Sant’Anna di Stazzema) che sono ancora pienamente attuali alla luce del percorso della guerra in Ucraina e di quanto sta succedendo in Medio Oriente e in particolare a Gaza e in Cisgiordania. “Io faccio come sempre il primo intervento, supero la pausa del silenzio. Parto da me: per me è stato un cammino bellissimo. Mi emoziono a pensarci. È stato bellissima la giornata di ieri, quando sono venute qui le ragazze del campo della pace. Probabilmente l’emozione più forte. Vedere dei giovani e delle giovani che sono capaci di fare questa scelta, che è una scelta politica, per la pace. Oggi in Europa, dire “io sono da parte della pace”, pronunciare la parola utopia, è una scelta politica bellissima, che prescinde ovviamente dai partiti, che prescinde dagli schieramenti, che diventa quello che si vuole essere per la comunità. In qualche modo è veramente un puntello che aiuta noi, che tutto sommato un partner purtroppo ce l’abbiamo. Questi ragazzi che ho incontrato la prima volta nel 2019 qui, a volte hanno, soprattutto i ragazzi tedeschi, un dubbio: quello di essere qua in qualche modo “fuori posto”. Di essere gli eredi veramente di quello che è successo là, qui e in tutto il distretto. E noi siamo i primi a dirgli che non sono stati tedeschi, sono stati nazisti. Ma è un ragionamento che si allarga perché sono stati tedeschi come sono stati gli italiani in Croazia, i francesi in Algeria. Si può continuare in tutto il mondo a trovare questa voglia e questo desiderio permanente di sovrapporsi agli altri, di “sovradeterminarli”, di decidere quello che loro devono scegliere come giusto e come sbagliato. Tra parentesi, è una cosa mia personale, io lo chiamo anche patriarcato, ma ve lo dico dopo. E’ la guerra che va negata. Non è questo episodio, questo popolo, questo periodo storico. È la guerra che deve essere veramente disertata. Siamo partiti il 6 agosto ed è l’anniversario della bomba atomica su Hiroshima. Noi, almeno la mia generazione, l’ha sempre vissuto come il “momento della vittoria”: 150.000 civili bruciati vivi in un attimo, vissuti come il momento della vittoria, non sono un bel viatico per capire cos’è la pace. Oggi, diciamo che nelle stanze del potere non lontano da qui, in Francia, si sta decidendo se in Niger ci sarà una guerra e probabilmente se questa guerra si allargherà a Burkina Faso, Mali, Benin, Costa d’Avorio. Stiamo creando le basi per una guerra semicontinentale in Africa che è ancora una guerra di dominio, ancora una guerra per avere ciò che hanno loro, però spacciandola per democrazia. C’è stato un colpo di Stato e ci dicono che per riportare la democrazia bisogna fare la guerra. C’è stata un’invasione in Ucraina e ci dicono che per riportare lo Stato normale delle cose bisogna fare una guerra. La guerra è ancora la soluzione come 5.000 anni fa, come probabilmente 10.000, 100.000 anni fa. Sovrapporsi all’altro con la violenza e con la forza. Dire “pace” oggi vuol dire anche porsi il problema di chi, ad esempio, dal Niger arriverà sfuggendo agli stupri, sfuggendo alla distruzione, sfuggendo alla morte, attraverserà un deserto per arrivare fino a qui e troverà le nostre guardie di confine che sono la Tunisia e la Libia adesso che li rimanderanno indietro, li metteranno in lager, specialità libica. Non torneranno perché non hanno nulla a cui tornare. Hanno solo la miseria ma la miseria più nera a cui tornare. Quindi attraverseranno il Mediterraneo e anche lì sappiamo come va a finire. Ci si mette in un altro modo l’Europa a determinare di chi può venire e chi no. Ma non lo fa in un modo che spaccia per civile. Lo fa semplicemente lasciandoli in mare a morire. Secondo me c’è un problema da porci, grosso, visto che poi l’anno prossimo si voterà per l’Europa, su cosa sta facendo l’Europa. Io penso che l’Europa stia facendo la guerra in Ucraina mandando armi e sostenendo solo una parte e rifiutando tutte le proposte di pace che arrivano dal Vaticano come dalla Cina. Nessuno ha ancora detto in Europa in modo insistente “sediamoci a un tavolo”, “fate tacere le armi”, “parliamo finché non troviamo un accordo”. L’Europa questa cosa neanche la prende in considerazione. D’altra parte sta combattendo ancora per i suoi ex interessi coloniali in Africa e non solo in Africa. Ci sono 54 conflitti attivi nel mondo e sono tutti, tutti, tutti determinati dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal mondo occidentale ricco, bianco e pieno di privilegi. Un’altra cosa che dobbiamo chiederci è se non stia facendo purtroppo da tantissimi anni la guerra ai migranti: (…) l’anno scorso per portare qui tutti i migranti che sono arrivati in un anno sarebbe bastato un traghetto alla settimana che partisse dalla Tunisia e li avrebbe portati qua tutti vivi, sani, in salute, in sicurezza. Quei bambini che poi fingiamo di piangere perché muoiono annegati a due passi da Lampedusa, sarebbero arrivati qui tranquillamente e avrebbero trovato in Europa parenti, concittadini, vicini di casa, persone disposte ad aiutarli e trovargli un lavoro e inserirli. Cioè, stiamo facendo la guerra a persone che potrebbero arrivare serenamente qua come arrivavano gli italiani nelle stesse condizioni di miseria e di dopoguerra nel Sud America o in America meno di un secolo fa. È una cosa indecente ed è una guerra che l’Europa sta facendo a povera gente, senza averla nemmeno dichiarata, ma spacciandola spesso come virtù e avendone dei benefici elettorali a destra come a sinistra, mi dispiace dirlo. È un momentaccio e, personalmente, riparto da me: io credo che antifascismo e pacifismo, non possono che andare a braccetto, siano le due chiavi sicuramente per superare la logica di guerra o quantomeno per continuare a diffondere questa malattia che cerchiamo di diffondere in tutti i modi con le bandiere, con la partecipazione a manifestazioni con i post su Facebook. La pace è ancora possibile. Io ci aggiungo sempre un pezzettino che è quello mio personale, che è frutto del mio percorso sul femminismo intersezionale e vi leggo una frase di una signora che poi è morta due anni fa si chiamava “bell hooks”, era una signora afroamericana e si può dire proprio una signora qualunque che ha cominciato a porsi il problema del femminismo, ha studiato, si è laureata, poi ha scoperto che una parte delle femministe bianche che erano con lei volevano soltanto avere una parità di diritti con i loro mariti per poter sfruttare ancora i neri e quelli che non avevano abbastanza soldi per difendersi. E allora ha detto no, il femminismo è un’altra cosa, è intersezionalità: se vi risolvete il problema come donna ma non come nera e non come povera, non avete risolto i miei problemi, mi avete soltanto cambiato il colore del gioco e questa signora si è specializzata è diventata una femminista meravigliosa e ha scritto questa cosa che è rivolta ovviamente soprattutto ai maschi del gruppo, che non me ne vorranno, in parte anche alle donne perché sono figli della stessa cultura patriarcale: “Ciò di cui c’era, e continua a esserci bisogno, è una visione della maschilità in cui l’autostima e l’amore di sé come esseri unici formino la base dell’identità. Le culture del dominio ledono l’autostima sostituendola con l’idea che il proprio senso di sé provenga dal dominio sull’altro. La maschilità patriarcale insegna agli uomini che il loro senso di sé e la loro identità, la loro ragione d’essere consistono nella loro capacità di dominare gli altri. Affinché ciò cambi i maschi devono criticare e mettere in discussione il dominio maschile sul pianeta, sugli uomini meno potenti, sulle donne e sui bambini”. Quello della pace è un lavoro che comincia da noi: a volte, è sempre esperienza personale, decostruendo il maschile che c’è in noi e cercando di renderlo più umano e più di cura per tutta l’umanità. Paolo Mazzinghi
October 26, 2025
Pressenza
La memoria di Sant’Anna ci chiede di costruire un mondo senza violenza
La memoria di Sant’Anna ci chiede di costruire un mondo senza violenza «Ottantun anni fa, a Sant’Anna di Stazzema, 560 vite innocenti – donne, bambini, anziani – furono spazzate via dalla furia nazifascista. Case bruciate, corpi massacrati, un intero paese cancellato. Ricordare non basta: quella memoria ci impone di proseguire, con determinazione, lungo il sentiero verso un mondo finalmente libero da ogni violenza e discriminazione. Un obiettivo ancora lontano, ma che dobbiamo rendere possibile, giorno dopo giorno, con le nostre scelte e le nostre azioni.» Lo afferma Eros Tetti, esponente di Alleanza Verdi Sinistra. «Sant’Anna ci ricorda che la pace non è mai un punto d’arrivo, ma un cammino che richiede impegno costante. Resistere oggi significa coltivare giustizia, uguaglianza, rispetto e solidarietà, fino a quando ogni forma di oppressione, razzismo, sessismo e guerra sarà debellata. Non possiamo fermarci finché la nonviolenza non sarà la regola e non l’eccezione.» Paolo Mazzinghi
August 13, 2025
Pressenza
La vita e la morte in cammino per la pace
In un mondo che “vende” morte, c’è chi si mette in cammino per promuovere, vivere, costruire, seminare dentro e fuori di noi la pace. Per promuovere il disarmo come forma di convivenza, di convenienza e salvezza del mondo. E’ un tragico gioco del destino che Marco, una delle anime più importanti del gruppo “In cammino per la pace e il disarmo”, se ne sia andato il 7 agosto, mentre camminava sul sentiero che da Monte Sole lo avrebbe portato come ogni anno a Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto, giorno del ricordo e delle commemorazioni dell’eccidio. La spinta quest’anno era di cercare di sostenere assieme agli altri il rifiuto di riti sempre più vuoti, intrisi di militarismi, di passaggi di aerei da guerra sopra il monumento ai caduti, di inni e parole per la promozione di retoriche militari etc. Il gruppo sarebbe stato presente per sottolineare che la memoria deve essere una cosa viva, non può essere solo un voltarsi indietro per celebrare le colpe degli altri, ma un punto di partenza per capire le nostre colpe, combattere gli orrori di oggi, come in particolare il genocidio a Gaza, le altre guerre guidate e spinte dagli interessi economici e delle industrie delle armi: per prendere consapevolezza delle guerre e dei conflitti che si annidano dentro ognuno di noi. Poche volte è capitato di trovare così tanta “vita” nella perdita di un amico, di una persona cara, di un riferimento della nostra vita, per tutte quelle persone che condividevano questa esperienza e le iniziative pacifiste, per la famiglia che improvvisamente si è vista strappare via il loro affetto e riferimento più caro. E per questo che vogliamo ricordare Marco attraverso le sue parole e la presentazione che aveva preparato il giorno prima di fermarsi su quel sentiero, per descrivere questo nuovo cammino assieme agli amici e compagni di sempre ed ai nuovi arrivati. “Le camminatrici e i camminatori per la Pace e il Disarmo, il gruppo che da ormai sedici anni affronta il percorso tra Monte Sole e S. Anna di Stazzema per giungere, il 12 agosto, alle commemorazioni del massacro nazifascista del 1944, ha cominciato ieri il suo percorso, che prevede una serie di eventi e incontri nelle tappe serali. Questa sera a Porretta Terme presso la Sala del Consiglio in Piazza Libertà 13 ci sarà alle ore 21.00 la presentazione del nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci “Un’altra memoria”. Introduce e dialoga con l’autore il Prof. Domenico Campana. Sabato 9 Agosto alle ore 18.00 incontro in presenza con Don Biancalani (Vicofaro) e on line con l’avvocato Gianfranco Schiavone (presidente del Consorzio italiano di Solidarietà) e l’associazione Linea d’ombra (che si occupa dei migranti in arrivo dalla rotta balcanica). Domenica 10 agosto a Maresca alle ore 17.00 Eriberto Melloni ricorderà Mario Primicerio, studioso pacifista, amico del Medio Oriente, già Sindaco di Firenze, camminatore. Alle ore 21.00 presso il giardino della pensione Mizia ci sarà la proiezione del film “5 broken cameras” dei registi, israeliano e palestinese, Guy Davidi ed Emad Burnat. A differenza di tutte le precedenti edizioni della Camminata, quest’anno il gruppo non salirà sullo spiazzo delle cerimonie la mattina del 12 agosto. Il gesto, piccolo ma per il gruppo significativo, ha due ragioni di fondo: la prima è la sempre più marcata militarizzazione della cerimonia, che ha portato l’anno scorso addirittura al passaggio di due cacciabombardieri sopra lo spiazzo. Non si possono commemorare le vittime civili del massacro nazifascista con messaggi e simboli che richiamano guerre e massacri futuri. La contestazione dei passaggi più apertamente militaristi della cerimonia non può più bastare, soprattutto oggi. La seconda e principale causa della diserzione dal piazzale, che verrà spiegata e motivata con un volantinaggio, è la denuncia che i principi che sono alla base della conservazione della memoria delle stragi nazifasciste sono oggi calpestati nel genocidio attuato da Israele a Gaza e in tutte le guerre che non possono avvenire se non con il sostegno politico, militare, mediatico del nostro civile occidente privilegiato. Sarà questo il tema dominante che camminatrici e camminatori affronteranno nel loro dialoghi, in cammino e negli incontri. A che serve la memoria delle stragi nazifasciste se poi c’è Gaza? Se poi le democrazie occidentali sono complici del genocidio della popolazione palestinese compiuto dall’esercito israeliano? Il Cammino finirà con la richiesta alle autorità di agire con tutti gli strumenti diplomatici, economici, politici disponibili per fermare l’esercito israeliano. Non bastano più le parole, servono azioni e servono subito. È già troppo tardi. Altrimenti a che serve la Memoria? Marco Frigerio” Foto in cammino per la pace e il disarmo 2025, giorno 1 Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Gruppo in cammino per la pace e il disarmo. Cammino 2025. Primo Giorno Paolo Mazzinghi
August 9, 2025
Pressenza
La rivoluzione di un’altra memoria
Giovedì 10 luglio 2025 presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze, si è tenuta la presentazione del saggio di Lorenzo Guadagnucci “Un’altra memoria”. Sono intervenuti insieme all’autore, Valentina Baroni, giornalista, vicedirettrice di Fuori Binario, autrice del libro sulla GKN “La fabbrica dei sogni“ e Dimitrij Palagi, consigliere comunale di Firenze, vicepresidente Commissione consiliare 7, pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali, immigrazione. Il libro è incentrato sulla riflessione che la memoria delle stragi nazifasciste (da Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto – Montesole, alle Fosse Ardeatine) è diventata in gran parte un rito sterile, autoreferenziale e complice dell’indifferenza verso i crimini del presente, quali ad esempio quello in corso a Gaza. Viene denunciata l’incoerenza del condannare le stragi del passato ma tollerando quelle di oggi e non considerando quelle che ci ha visto attori come italiani. Al contrario ci sarebbe la necessità di una memoria viva, politica, attiva, capace di denunciare gli orrori e le guerre di oggi, affermare il valore universale di ogni vita umana e difendere il Diritto Internazionale oggi screditato e sotto attacco. Dmitrij Palagi nella introduzione ha invitato a “non farci ingannare dal titolo del libro” ed ha evidenziato come in esso “si parte da una presenza anche fisica nei luoghi della memoria, a un rapporto con il camminare nei luoghi della memoria e interrogarsi su quello che attraversa tutto e tutti noi quando partecipiamo ai momenti istituzionali”. Ha ricordato ad esempio che la sindaca di Firenze Funaro non era mai stata contestata quanto durante l’ultima celebrazione del 2 giugno a Firenze, una contestazione che nasceva dalla domanda che fa nascere questo libro. In questo senso questo “non è un libro sul passato perché si interroga sul senso che hanno le istituzioni per come sono state costruite nel secondo dopoguerra mentre oggi sta venendo meno l’intero assetto su cui è costruita la legittimazione delle nostre democrazie occidentali”. Valentina Baroni ha sottolineato come viene trattata la memoria oggi e come Guadagnucci “lo fa attraverso riferimenti bibliografici attraverso una grandissima conoscenza di questo tema ma lo fa andando nei posti con il proprio corpo e questa è una particolarità perché è qualcosa che coinvolge il lettore”. “La parola chiave di tutta questa riflessione è una parola antica che non mi aspettavo, è la parola ‘rivoluzione’: il nostro approccio deve essere rivoluzionario, una parola antica ma Lorenzo la usa in una maniera nuova, perché nel mondo in cui ci troviamo oggi, in cui tutto sembra crollare,  in questa incertezza totale in cui ci troviamo,  questa parola non compare mai nel dibattito pubblico come salvifica e quindi già l’averla citata l’averla messa in fondo al libro dopo tutti questi stimoli che arrivavano per me è stata una cosa che ancora di più mi ha fatto pensare”. Lorenzo Guadagnucci ha ricordato come “questo libro nasce esattamente quasi un anno fa la mattina del 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema quando ci siamo ritrovati con un gruppo di camminatori che tutti gli anni fanno un percorso a piedi da Montesole a Sant’Anna, sui luoghi della memoria delle stragi nazifasciste. Da qualche anno in questo gruppo si è è sviluppata l’insoddisfazione per la ritualità della cerimonia ufficiale del 12 agosto e abbiamo aggiunto un piccolo rito che facciamo all’alba alla Baccareccia, una delle frazioni dove è stata attuata la strage e dove è morta Elena la mamma del mio papà”.  Ci siamo trovati lì con la presenza del nostro corpo, ma la testa era altrove ed ho pensato che il mio contributo più onesto da dare a quella giornata fosse di non raccontare la storia che normalmente raccontavo di mia nonna …  perché mi sembrava improprio raccontare una storia, suscitare quindi commozione e attenzione su una vicenda di 80 anni fa, mentre eravamo in un luogo della memoria che stava dimostrando il suo fallimento, mentre erano in corso le stragi a Gaza con il contributo militare politico mediatico di tutte le democrazie occidentali compresa la nostra. A che serve la meria delle stragi di allore se poi “dimentichiamo”, facciamo finta di non vedere, non interveniamo sulle stragi di oggi. Continua Guadagnucci “c’è un bisogno di rigenerare questa memoria se vogliamo continuare a credere che abbia un valore, un senso, che possa essere un punto di riferimento per la comunità, un momento di unione, di ispirazione.  E quindi da lì è partito questo viaggio che è anche un viaggio fisico. Perché questa memoria è così inutile rispetto all’oggi? Perché non sa dire niente sulle vicende così gravi che accadono sulla striscia di Gaza ed io credo che questa vicenda sia una svolta storica ed abbia cambiato completamente il senso della nostra democrazia.  Io non credo che abbiamo nemmeno più il diritto di parlare di democrazia: è una svolta anche sotto il profilo istituzionale, buona parte della costruzione istituzionale fatta dopo il ‘45 sulla base dell’esperienza della Seconda guerra mondiale viene demolita giorno per giorno, voto in Parlamento per voto in Parlamento, le Nazioni Unite umiliate le corti internazionali irrise”. “Penso anche che l’antifascismo oggi sia in una crisi molto grave, perché non mi pare che abbia colto la gravità di questo passaggio, tant’è che i voti nei Parlamenti nazionali e europei sono univoci, gli antifascisti votano con i postfascisti su cose determinanti come le politiche delle armi”  “Non penso di dover abbandonare l’antifascismo, credo però che questo scarto che c’è stato tra il passato e il presente potrebbe avere a che fare con il fatto che abbiamo sviluppato una memoria storica prevalentemente vittimistica,  cioè una memoria nella quale i fatti che abbiamo incluso nel nostro calendario civile sia soprattutto sui fatti della guerra in cui gli italiani sono stati vittime, le strage di civili, che sembrano che siano state fatte solo contro gli italiani, quindi si parla di Montesole, di Marzabotto, delle fosse Ardeatine,…   ci concentriamo su noi italiani come vittime della guerra contro i civili, ma dimentichiamo tutta l’altra parte, cioè quella in cui gli italiani, perlomeno quelli con la divisa, sono stati autori di stragi altrettanto gravi e c’è una lunga sequenza di episodi storici ormai noti dalla Grecia all’Albania alla Jugoslavia per non parlare dell’Etiopia e quindi c’è sicuramente una memoria monca, una memoria parziale”. Dimitrij Palagi: un tema presente nel libro è che la memoria può essere terreno di scontro. “Chi ha ereditato la cultura della Repubblica Sociale Italiana e non l’ha mai rinnegata, ma magari l’ha nascosta, non ha nessun tipo di problema ad attaccare utilizzando la memoria, a scegliere il giorno in cui può vittimizzarsi. E’ una visione per cui il giorno del ricordo non è tanto il problema della Jugoslavia, è il problema che quelli erano slavi e quindi è vero che gli italiani erano fascisti, ma tutto sommato erano italiani e quindi perché noi dovremmo ricordare la nostra parte cattiva invece delle nostre vittime?  Questo è effettivamente il paradigma che ci viene proposto perché noi facciamo sempre più fatica il Giorno della Memoria o i giorni delle stragi a poter dire che si può anche fare conflitto sulla memoria e sulla storia, perché la memoria non corrisponde esattamente alla disciplina storica e alla ricerca delle fonti, ma l’uso e la memoria è fondativa dell’identità”. “Non  c’è rivoluzione senza movimento, cioè la rivoluzione è il passaggio in cui a un certo punto il movimento rompe, crea uno spazio vuoto e si ricomincia a ricostruire, nel ricostruire il rischio, come c’è scritto nel libro, è che si cada nella visione del potere che c’è dall’alto verso il basso, cioè l’idea è conquisto il potere, con il rischio di ricadere nelle stesse logiche e nelle stesse contraddizioni che tra l’altro hanno anche segnato il novecento: non a caso nella parte finale del  libro c’è scritto che deve essere una rivoluzione non violenta”. Lorenzo Guadagnucci ha poi ripreso il tema della Rivoluzione: “io effettivamente penso che è un concetto che dobbiamo recuperare, è stato accantonato, è stato considerato superato, è una parola praticamente impronunciabile, ti sorridono con sufficienza quelli che ti guardano mentre la dici, però io penso che sia una dimensione alla quale in realtà facciamo riferimento ogni volta che ci impegniamo nella società e cerchiamo di intervenire sulle questioni più grosse, le uniche di cui dovremmo occuparci: il cambiamento climatico, le guerre che si preparano.  Le proposte che vengono da tutti i gruppi, i movimenti di qualsiasi tipo che si impegnano su questo tema in realtà sono proposte rivoluzionarie nel senso che sono in totale contrasto rispetto al sistema oggi dominante, qualsiasi ripensamento sull’economia, sull’organizzazione sociale, sulla politica, sulle diplomazie, sui rapporti fra stati, in questo momento per avere senso deve avere un carattere rivoluzionario perché siamo di fronte a un tale degrado che il riformismo è inservibile per usare queste due categorie riformismo e rivoluzione”. “Siamo malati di moderatismo, c’è stata una dittatura, ci hanno veramente manipolato in questo, un sistema di pensiero, un sistema mediatico, politico che ha insistito su questo tema e ci ha fortemente condizionato. Io quindi credo che la dimensione della rivoluzione debba essere nel nostro presente e poi quello che mi porta anche a fare una distinzione tra antifascismo debole e antifascismo forte: l’antifascismo debole è l’antifascismo che contesta ai fascisti di essere fascisti, che fa presidio, che fa custodia della memoria. Tutto questo va bene e non credo che vada sprecato, ma mi sembra veramente insufficiente: lo chiamo antifascismo debole perché non è abbastanza rispetto a quello che è successo, non è abbastanza rispetto a tutte le sfide che abbiamo di fronte, noi di tutta la tradizione antifascista che è grandiosa, lo sappiamo, tutte le cose migliori che abbiamo nascono perché abbiamo avuto una resistenza, c’è stato un pensiero antifascista nei vent’anni del regime. La tensione rivoluzionaria dell’antifascismo, questa è l’unica vera cosa che ci interessa oggi, più di tutte le altre, loro pensavano e si preparavano a un cambiamento radicale, non stavano a cercare mediazioni”. Paolo Mazzinghi
July 11, 2025
Pressenza