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Regno Unito, la casa del primo ministro e i senzatetto
Può darsi che siano soltanto parole di propaganda. Può darsi che in realtà nulla cambierà. Però devo ammettere che mi ha positivamente impressionato il video nel quale si vede Andy Burnham, il nuovo primo ministro del Regno Unito, che prima di entrare nella famosa residenza al n. 10 di Downing Street a Londra, dice: “Tra poco varcherò quella porta alle mie spalle e impartirò il mio primo ordine: porre fine al fenomeno dei senzatetto nel nostro Paese”. L’intuizione di Burnham di collegare l’ingresso nella “sua” nuova casa pubblica con la necessità di intervenire immediatamente per risolvere il problema di chi un tetto sopra la testa non c’è l’ha, mi è parsa quasi “evangelica”. Chi è “primo” decide di mettersi al servizio o almeno di iniziare a preoccuparsi degli “ultimi”. Non vi è dubbio che Burnham stava ragionando di politica, perché il primo ministro britannico ha specificato: “Si tratta di mettere i valori e gli standard giusti al centro dell’azione di governo”. Confermando così che la politica deve essere guidata da riferimenti etici di solidarietà e giustizia. Il seguito del discorso, seppure condivisibile nei contenuti, mi è sembrato eccessivamente retorico: “Metterò il benessere delle persone al centro di ogni mia iniziativa. Darò tutto me stesso e chiedo a tutti voi di unirvi a me in questo sforzo. Costruiamo un nuovo senso nazionale di unità, di intenti comuni e di positività. Facciamo sì che questo sia il momento in cui la Gran Bretagna ricomincia a credere. Il momento in cui riportiamo la speranza”. A questo punto ho ripensato alla prima conferenza stampa dell’attuale presidente del consiglio dei ministri dell’Italia, che il 31 ottobre 2022 ha comunicato che il governo aveva approvato un decreto per introdurre un nuovo reato relativamente ai cosiddetti “rave party”. A quanto pare questa era la priorità. Ho provato anche ad immaginare che cosa potrebbe dire il prossimo presidente del consiglio dei ministri italiano. Forse dirà queste parole: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Il governo si impegna a dare attuazione concreta a questi principi fondamentali stabiliti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Costituzione della Repubblica italiana”. Mi sono dato un pizzicotto e ho capito che stavo sognando… Rocco Artifoni
July 20, 2026
Pressenza
33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Starmer, il mendace incapace
Il deflagrante fallimento della Premiership di Keir Starmer, conclusa il 22 giugno, segnala cambiamenti profondi e strutturali del sistema politico britannico che vanno oltre l’inadeguatezza di un personaggio mendace e incapace che ha dilapidato in brevissimo tempo un capitale politico enorme. Nella parabola politica di Starmer si intrecciano in effetti due storie: quella, tutta interna al partito, di un leader autoritario che ha completamente stravolto i principi del laburismo come mai nessun leader prima di lui; e quella del più debole leader della storia della democrazia britannica, algido amministratore delegato di un paese con un sistema politico in evidente crisi. L’ELEZIONE BUGIARDA DEL RESPONSABILE PER LA BREXIT Per capire la genesi della segreteria Starmer, iniziata in piena pandemia nell’Aprile 2020, bisogna ricordare due cose: da una parte il suo ruolo come ministro ombra per la Brexit del partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, posizione dalla quale ha goduto di una malriposta simpatia di molti iscritti europeisti, malintesa perché della complessa strategia laburista sulla Brexit era come minimo corresponsabile. Dall’altra la sua ascesa alla leadership del partito avviene su una piattaforma di continuità con l’agenda neosocialista del suo predecessore. I suoi 10 impegni (pledges) che gli avevano permesso di conquistare la fiducia di una significativa quota di giovani iscrittisi al partito durante la segreteria Corbyn sono stati largamente rimangiati e traditi una volta diventato leader. Queste promesse tradite hanno contribuito ad allontanare dal partito e dalla politica molti iscritti: durante la leadership di Starmer, prima di andare al governo il partito aveva perso quasi duecentomila iscritti, arrivando a dimezzare dopo un anno e mezzo di governo la membership del 2018, all’apice dell’era Corbyn, quando il Labour era il partito politico più grande d’Europa con 564mila iscritti. L’ESPULSIONE DI CORBYN E L’USO DELL’ANTISEMITISMO La disaffezione degli attivisti è stata inoltre determinata da un’operazione sistematica di sospensione ed espulsione dei parlamentari e dei candidati della sinistra laburista, in aperta contraddizione all’impegno esplicito di Starmer di unire il partito e promuoverne il pluralismo. A partire dall’immediato licenziamento dal governo ombra della candidata della sinistra al congresso del 2020, Rebecca Long-Bailey, la deriva autoritaria esplose contro l’ex leader Jeremy Corbyn, sospeso nel 2020 e successivamente espulso a causa della sua controversa reazione a un report sulla condizione dell’antisemitismo nel partito.  Se è senz’altro criticabile ogni minimizzazione del problema reale dell’aumento dei casi di antisemitismo nella societa, nella stragrande maggioranza dei casi la politica di tolleranza zero di Starmer sull’antisemitismo ha semplicemente offerto una scusa per eliminare ogni opposizione interna, ottenendo espulsioni spesso arbitrarie anche soltanto per aver messo un like a un post considerato antisemita da qualche membro dello staff. A tal punto è arrivata la blindatura della linea filo-israeliana che nell’autunno 2023 il partito ha fatto circolare una direttiva che impediva a rappresentanti nazionali e locali di partecipare alle manifestazioni di solidarietà con la Palestina.  LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA STARMER SE NE VA,  IL LABOUR CAMBIA (SOLO UN PO’) Salvatore Cannavò - Lorenzo Zamponi Una breve e non esaustiva lista di proscrizioni ha compreso principalmente parlamentari iscritti al Socialist Campaign Group, la corrente parlamentare di sinistra, a cui appartenevano Sam Tarry, ex ministro ombra dei trasporti locali, escluso dalla candidatura a seguito di una controversa procedura di riselezione, Beth Winter, parlamentare laburista gallese, deselezionata a seguito di procedure eccezionali, Lloyd Russell-Moyle, MP di Brighton non ricandidato a seguito di una segnalazione anonima su vicende personali avvenute otto anni prima, Faiza Shaheen, giovane accademica e studiosa di disuguaglianze economiche, votata dai membri locali come candidata e avanti nei sondaggi per diventare parlamentare, e deselezionata nottetempo dal comitato esecutivo nazionale del partito per alcuni like e post su Facebook pubblicati diversi anni prima, fino ad arrivare alla sospensione di Diane Abbott, prima donna di colore a essere stata eletta alla Camera dei Comuni. Diane Abbott è stata poi riammessa nel partito alla vigilia delle politiche del 2024, a seguito di una mobilitazione spontanea nazionale a suo sostegno.  La lista si potrebbe allungare a un’altra decina di nomi ma il senso politico rimane chiarissimo: Starmer ha marginalizzato ed espulso gran parte della sinistra del partito, molto spesso adducendo motivazioni platealmente pretestuose. LA DERIVA AUTORITARIA DEL PARTITO È importante rimarcare come questi eventi siano assolutamente inediti nella storia laburista, dove il partito era considerato una grande tenda e dove i casi di sospensione sono stati rarissimi in una storia centenaria. Basti considerare che né durante la leadership quadriennale di Corbyn, ritratto da diverse testate come un pericoloso stalinista, né durante quella di Tony Blair nessun parlamentare è mai stato sospeso, nonostante i dissensi, anche radicali, fossero frequenti. Allo stesso tempo, nonostante l’attività sistematica di espulsione e restrizione degli spazi democratici nel partito, il leader Starmer non ha subito stranamente alcuna campagna mediatica di critica sul tema. Sappiamo oggi come la cultura politica autoritaria della segreteria Starmer era in larga parte determinata dall’approccio fazioso del suo principale consigliere, quel Morgan McSweeney costretto a dimettersi lo scorso febbraio per la disastrosa nomina ad ambasciatore negli Stati uniti di Peter Mandelson, a sua volta costretto alle dimissioni lo scorso settembre per la sua amicizia con Jeffrey Epstein. McSweeney, noto per il lavoro di dossieraggio sugli avversari interni, che lo aveva portato addirittura a chiedere di spiare giornalisti che indagavano sulla fonte di consistenti e mai dichiarate donazioni al suo think tank, esprimeva un modus operandi opaco e machiavellico tipico di quella schiera di funzionari del partito, la cui slealtà durante la leadership di Corbyn era stata rivelata dal Forde report, un rapporto commissionato nel 2020 proprio da Starmer, che aveva evidenziato in maniera indipendente come parte dello staff dell’headquarter del partito avesse lavorato incessantemente per sabotare Corbyn.  Anche la conferenza annuale del partito, dove vengono ufficialmente decise le policies, ha visto un’involuzione sistematica dei diritti degli iscritti. Nel 2023 il comitato esecutivo nazionale, controllato dai sostenitori di Starmer, ha approvato un pacchetto di regole che rende più difficile per iscritti e sezioni locali presentare una mozione su una policy nella conferenza. Questa mossa era forse una risposta alla mozione approvata a larghissima maggioranza dalla conferenza del 2022, contro il volere del leader, per ottenere una riforma in senso proporzionale della legge elettorale. Inutile dire che Starmer non ha dato seguito alle indicazioni del suo stesso partito. Inoltre già nel 2021 era stato reso più difficile presentare candidature alternative alla leadership. Insomma un partito sempre più blindato, e ingessato, in cui i meccanismi di democrazia interna e partecipazione dal basso degli iscritti nelle decisioni di policy, e nella selezione dei candidati laburisti al parlamento, sono state letteralmente sabotate. Starmer ha quindi scientemente dilapidato un patrimonio di processi democratici prezioso e necessario per combattere la politica plebiscitaria e televisiva odierna; processi qualche anno fa ancora ritenuti un esempio da seguire anche in Italia. L’ELEZIONE DISFUNZIONALE Alla luce di questo quadro, forse troppo poco analizzato dalla stampa italiana e straniera, va fatta un’osservazione sulle elezioni del 2024, quelle che hanno portato Starmer a Downing Street con una maggioranza parlamentare strabordante, con 411 seggi su 650, la più ampia dai tempi del governo di unità nazionale del 1931, con i Tories che presero il minimo storico a 121. Tuttavia va osservato che non solo Starmer ha vinto le elezioni ottenendo in numero assoluto meno voti del Labour delle due precedenti tornate elettorali sotto la leadership di Corbyn ma che la sua vittoria è stata quella col più basso consenso popolare nella storia della democrazia britannica. Addirittura nel suo stesso seggio, Starmer perse la metà secca dei voti tra il 2019 e il 2024, ovvero gli anni della sua leadership laburista, a testimonzianza di un primo ministro estremamente impopolare, arrivato a governare soltanto per il crollo elettorale del partito conservatore. Ed è questo l’aspetto forse meno raccontato. Tutto quello che ha fatto Starmer da segretario del partito, dai tradimenti degli impegni con gli iscritti alla stretta autoritaria, gli si è ritorto contro sul piano elettorale e ha contribuito a indebolirlo di fronte sia all’elettorato che al suo stesso partito. COUNTRY FIRST, PARTY SECOND  Lo slogan dell’insediamento a Downing Street diceva subito tutto e nulla: tutto perché Country first, party second mostrava come Starmer si pensasse come il leader di un partito della nazione, più che del partito laburista, con tutto quello che ne consegue in termini di scelta degli interessi di classe da rappresentare. Nulla perché non avendo un’idea chiara di quale fosse la nazione ha fatto molta fatica a inquadrarne l’interesse, o meglio gli interessi di un’unione multinazionale con diverse sensibilità politiche.   Eppure le premesse per affrontare la riforma costituzionale la cui urgenza sia era manifestata al mondo negli anni della Brexit c’erano tutte: Starmer ha guidato un partito che, per la prima volta nella storia della democrazia britannica dall’introduzione del suffragio universale, aveva la maggioranza dei seggi sia in Inghilterra, che in Galles che in Scozia, in quest’ultima ereditando il fisiologico scontento per 15 anni ininterrotti di governo degli indipendentisti, e una consapevolezza diffusa che non reggesse più la democrazia di Westminster, sul governo del complesso sistema di elusioni e paradisi fiscali di quel poco che resta dell’impero, e sull’uninominale secco che marginalizza alternative ed elettori lontani dai centri di potere. Serviva insomma un piano di riforma della vetusta democrazia britannica, per redistribuire potere a nazioni e cittadini, e risolvere il sempre più evidente scollamento tra volontà popolare, selezione dei parlamentari e formazione dei governi. Nulla di tutto questo è arrivato dal country first di Starmer, che non è stato altro che un’incerta amministrazione dello status quo, compreso quello della Brexit, riconfermata nelle linee rosse che furono di Boris Johnson col triplo no a mercato unico, libera circolazione delle persone e unione doganale (sulla quale Corbyn aveva aperto, a dimostrazione di quanto fosse semplicistica l’analisi di un Corbyn euroscettico contro il resto del partito europeista). Peggio ancora sulla gestione dei confini e i diritti di chi li attraversa, dove Starmer ha fatto peggio dei Tories, con tagli draconiani a tutte le vie d’accesso legali, raddoppio degli anni per accedere a un passaporto britannico e retorica talmente dura da venire accostata a quella dell’estrema destra degli anni Settanta. Il tutto condito da un’insopportabile retorica di un nazionalismo anglo-britannico tutto patria, confini e bandiere, rigorosamente quelle dell’Union Jack che arrivano a sostituire la rosa perfino sulle tessere del Labour. Anche per tutto questo Starmer è diventato letteralmente criptonite sia in Galles, dove nel 2024 ha difeso a oltranza lo screditato primo ministro laburista costretto alle dimissioni per avere mentito davanti a una commissione d’inchiesta, che in Scozia, dove il rigetto delle politiche antiimmigrazione è piu forte e la richiesta di ritornare nell’Ue supera il 70% nei sondaggi. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA I TAGLI DI STARMER Matt Bruenig AGENDA ECONOMICA MODERATA E CONTRADDITTORIA Solo sul party second Starmer è stato fedele al suo slogan. A differenza di tutti i leader laburisti del passato, Starmer ha dimostrato uno spiccato disinteresse nel rispettare la discussione del suo gruppo parlamentare anche su temi oggettivamente opinabili e contendibili in un partito progressista.  Così si è sviluppata una gestione dilettantesca del rapporto tra governo e Parlamento che ha portato Starmer a gestire goffamente un tema che tocca il core business di un partito laburista: il welfare. Sul taglio del limite dei due figli per accedere ai sussidi statali, come sull’abolizione di un sussidio al riscadalmento per gli anziani o la proposta di riduzione di quelli per persone non autosufficienti, la dinamica politica che si è sviluppata è stata sempre la stessa. Il governo inizialmente si è schierato a favore delle esigenze di cassa, spesso prendendo durissime misure disciplinari per i deputati riottosi, sospendendoli o cacciandoli dal partito, salvo poi fare una confusa e bizzarra retromarcia, pressato dai crescenti livelli di impopolarità nel paese e dal conseguente crollo nei sondaggi, dove il Labour a tratti è arrivato a essere quarto partito, dietro Reform, Tories e Verdi. Ma è tutta l’agenda economica del governo a essere risultata moderata e incapace di riformare le storture del capitalismo britannico, a partire dalle diseguaglianze esacerbate da 14 anni di governi conservatori. Se la prima manovra ha cercato di dare un po’ di ossigeno al sistema sanitario nazionale e a quello scolastico, la politica economica del governo non ha mai avuto un obiettivo di redistribuzione, e anche la lotta alla povertà è stata sempre subordinata all’ossessione per la crescita, con un atteggiamento questuante nei confronti della city e dei grandi interessi privati. Messi subito in naftalina i piani di una transizione energetica ambiziosa, il governo ha puntato al contrario sull’espansione dell’aeroporto Heathrow e sull’aumento dell’estrazione di petrolio dal mare del nord. Nessuna discussione sulle politiche industriali necessarie a interrompere la crescita del deficit della bilancia commerciale, rinnegate le promesse di nazionalizzare di poste, energia ed acqua, nessun aumento della tassazione sulla ricchezza e i profitti della City. L’INEFFABILE SUDDITANZA VERSO TRUMP E NETANYAHU Se c’è una singola policy che può essere la cartina di tornasole delle (in)capacità politiche di Starmer, il rapporto con Trump offre un caso da manuale. Starmer ha offerto tanto a Trump ottenendo in cambio molti sberleffi e nessun vantaggio. Tra le responsabilità storiche più gravi, il Regno unito ha mantenuto un approccio cooperativo con gli Usa e Israele sul piano militare, offrendo le sue basi per alcuni bombardamenti dell’Iran. In cambio, il Regno unito ha ricevuto un aumento delle tariffe doganali verso gli Stati uniti comparabile, e a detta dei sostenitori della Brexit perfino peggiore, a quello dell’Unione europea, la sconfessione dell’accordo sulle isole Chagos e una sequela di insulti più o meno gratuiti. Di fatto, Starmer è l’unico leader progressista di un grande paese anglosassone a non aver beneficiato elettoralmente dell’elezione di Trump. Sia per i liberali in Canada che per i laburisti in Australia l’effetto Trump si è rivelato un portentoso toccasana, resuscitando politicamente leader che languivano nei sondaggi e portando a clamorose rimonte contro i locali alleati di Trump. Nel Regno unito la dinamica politica è invece esattamente l’opposta, con il Labour che perde in due anni la metà dei pochi voti conquistanti alle politiche del 2024 e il partito xenofobo di Nigel Farage, Reform, che da oltre un anno è in testa a quasi tutti i sondaggi. LE DIMISSIONI, L’EREDITÀ DELLO STARMERISMO, E BURNHAM Dopo le dimissioni di Starmer da leader del partito, e quindi da primo ministro, Andy Burnham è destinato a prendere il suo posto. Nel dibattito interno al partito e nelle recenti dichiarazioni di Burnham, non si ravvisa ancora alcuna riflessione profonda e chiara su cosa si sia sbagliato durante la leadership di Starmer. Nessuna riflessione sull’abbandono di un’identità politica progressista in favore di un partito della nazione cerchiobottista fondato sull’ondivago e confuso concetto di senso comune; nessuna riflessione sugli inediti metodi platealmente antidemocratici di gestione del partito, e sull’espulsione in massa di decine, se non centinaia di migliaia, di iscritti, consiglieri, candidati parlamentari, e parlamentari; nessuna riflessione sulle misure (non) adottate per tutelare materialmente la classe lavoratrice che vive del proprio salario, e non di rendite; infine, nessuna riflessione sulla modesta offerta politica nel ridefinire i rapporti con l’Unione europea, e nel rappresentare una leadership genuinamente progressista, alternativa e credibile rispetto all’ordine internazionale devastato dalle guerre di Trump, Putin e Netanyahu. Se la mancanza di queste riflessioni è la premessa della nuova leadership di Burnham, il rischio di ritrovare Nigel Farage primo ministro del Regno unito alle prossime elezioni non può essere del tutto accantonato. Giorgio Bologna – Emigrante italiano a Londra, ex militante del partito laburista Andrea Pisauro – in Gran Bretagna da quindici anni è ricercatore di neuroscienze all’Università di Plymouth, cofondatore del Manifesto di Londra e co-coordinatore della campagna Europe for Scotland DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Starmer, il mendace incapace proviene da Jacobin Italia.
June 24, 2026
Jacobin Italia
Starmer e soci, la peggiore politica possibile
Con le dimissioni di Starmer si certifica lo stato comatoso della “democrazia liberale anglosassone”, che già era uscita massacrata dall’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. […] L'articolo Starmer e soci, la peggiore politica possibile su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
Starmer se ne va,  il Labour cambia (solo un po’)
La fine ingloriosa di Keir Starmer, che lunedì 22 giugno ha annunciato le sue dimissioni dopo un tracollo di consensi senza precedenti nella storia politica britannica, dovrebbe insegnare molto alla sinistra europea e internazionale. Perché Starmer non è un Blair né un Renzi. Non è un esponente della destra laburista, l’ultraliberista che prende la socialdemocrazia tradizionale e la vuole trasformare in qualcosa di completamente diverso. Starmer era un esponente della cosiddetta «soft left», la sinistra moderata del Labour. Fu eletto nel 2020 alla leadership del partito e nel 2024 al governo del paese con una linea che prometteva di mantenere l’ancoraggio a sinistra e gli assi politici principali dell’era di Jeremy Corbyn, correggendone gli eccessi e rendendoli più digeribili all’elettorato e all’establishment. Se volessimo fare un paragone italiano, si parva licet, potremmo dire che è stato il Nicola Zingaretti inglese, colui cioè che dopo la gestione di Matteo Renzi e prima della dannosa segreteria di Enrico Letta, ha leggermente spostato a sinistra il Pd finendo travolto dalla sua scarsa audacia. Rispetto al corbynismo, Starmer prometteva di andare «adelante, con juicio», di cercare una «Quarta Via» (titolo del libro con cui i parlamentari post-renziani del Pd Filippo Sensi e Lia Quartapelle ne celebrarono la vittoria), a metà tra la socialdemocrazia radicale di Corbyn e il liberismo blariano. Non è andata per nulla così, com’era ampiamente prevedibile e previsto. Il governo Starmer si è comodamente adagiato sul blairismo fuori tempo, superandolo a destra su temi come sicurezza, immigrazione, repressione, e non mostrando sostanzialmente nulla degli avanzamenti sul piano del welfare e delle opportunità economiche che i governi Blair, pur nell’impostazione generalmente liberista, avevano portato. Il punto è che quello blairiano era un patto sociale neoliberista: competere per arricchirsi. Ora che non esiste alcuna promessa di crescita nella competizione interna ed esterna, ora che il neoliberismo non ha più alcun dividendo da distribuire, ne è rimasta solo la faccia peggiore. L’idea che fosse necessaria una correzione di rotta e non un ripensamento di fondo. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA I TAGLI DI STARMER Matt Bruenig IL PESO DELLA BREXIT Questa osservazione viene declinata sempre più frequentemente con il peso della Brexit sulla politica britannica. E questo è un dato di cui tenere conto perché molti rapporti, sondaggi e analisi concordano sul fatto che l’economia del Regno Unito sia rimasta ferma a seguito dell’abbandono dell’Europa. Tra i punti maggiormente sottolineati il fatto che il Pil britannico nel 2025 sia del 6-8% inferiore a quanto stimato se fosse rimasta dentro l’Ue (Nicolas Bloom, 2025): il crollo delle micro-esportazioni in Europa non compensato da guadagni adeguati nelle esportazioni nel resto del mondo mentre invece l’Ue assorbe ancora il 41% delle esportazioni britanniche. Di fatto, il progetto della Global Britain non si è affermato, nemmeno sul fronte finanziario dove la City non è stata svuotata, ma ha mantenuto il suo peso specializzandosi, ad esempio, sui derivati. Sul piano finanziario complessivo, però, la Brexit ha aiutato al rafforzamento degli Stati uniti che hanno potuto maggiormente competere con l’Ue nonostante la loro già rilevante forza.  Tutto questo non significa però che la causa della crisi a sinistra sia stata la Brexit, per quanto dall’anno della sua deliberazione mediante referendum la Gran Bretagna abbia visto succedersi sette premier in dieci anni. E questo nonostante il tanto osannato sistema elettorale più stabile al mondo: l’uninominale maggioritario in cui il primo che arriva nel collegio elettorale viene eletto. Ma i problemi erano presenti anche prima: deindustrializzazione, riduzione delle esportazioni di servizi, costo della vita, temi che avevano messo in difficoltà l’alleanza tra i Conservatori di David Cameron e i liberali con cui aveva dato vita al primo governo di coalizione britannico. Proprio per ovviare alla sua incapacità di affrontare i problemi di fondo, Cameron aveva deciso, da ostile alla Brexit, a dare il via al referendum che ne ha poi decretato la scomparsa politica.  Il punto risale quindi alle politiche di fondo, e da questo punto di vista sembra chiaro che il capitalismo britannico fatica a trovare un suo equilibrio nello scontro globale in corso – abbandonare l’Ue per non accasarsi con gli Usa, per dirla schematicamente – e i partiti politici vengono sollecitati dall’establishment finanziario a farsi carico di questo problema perseguendo politiche pro-imprese e insensibili alle condizioni di vita più disagiate. Un chiaro esempio di questo scontro è visibile nella polemica ingaggiata dal Financial Times contro le pur blande innovazioni promesse dal probabile futuro leader del Labour Andy Burhnam, che nella stessa giornata delle dimissioni di Starmer ha giurato come parlamentare dopo essere stato eletto il 18 giugno alle elezioni suppletive del collegio di Makerfield.  LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA NON BASTA CHE STARMER SE NE VADA Jeremy Corbyn IL FUTURO CON BURNHAM A essere preso di mira di Burnham è un articolo apparso a maggio sul Times in cui l’ex sindaco della Grande Manchester, scorrendo una serie di osservazioni sulla campagna elettorale di Makerfield da parte dell’ex premier, sostiene che si sarebbe aspettato «che emergesse il tema principale delle conversazioni porta a porta a Makerfield. Il calo del tenore di vita di milioni di persone e la realtà che la vita si è fatta più difficile per la maggior parte di loro di anno in anno dal crollo finanziario del 2008, è, a mio avviso, la grave lacuna nella sua analisi». Aggiungendo poi che «questo è stato il principale fattore scatenante della turbolenza politica che descrive e del crollo del sostegno ai partiti tradizionali di destra e di sinistra, qui e nel resto del mondo». Un inquadramento molto lucido, e si potrebbe dire scontato, dell’impennata costante che hanno avuto le forze dell’estrema destra, siano esse il Reform di Nigel Farage o le squadre anti-sistema e para-fasciste organizzate da Tommy Robinson.  E così viene fuori la critica principale: «Il governo laburista [di Tony Blair, ndt] di cui sono stato orgoglioso di far parte, ha compiuto molte cose positive. Tuttavia, non ci ha allontanato dalla direzione tracciata da Thatcher». Il punto, continua Burnham, è che «La teoria economica del “trickle-down” (gocciolamento) alla fine non ha avuto un grande effetto» mentre la lezione che egli trae dalla sua esperienza decennale alla guida della Grande Manchester «è che non ci si può semplicemente affidare al mercato, come sembra suggerire il saggio di Tony. Se si desidera una crescita maggiore in aree che ne sono carenti, è necessario un forte controllo e una chiara direzione da parte del settore pubblico sia sulla strategia di investimento sia sui fattori abilitanti di un’economia più produttiva, come i trasporti, l’energia, l’acqua, l’istruzione e gli alloggi» Qui c’è il succo del pensiero del nuovo, probabile, leader laburista che secondo un articolo di Le Monde di qualche giorno fa, sostanzia il suo socialismo «manchesteriano» con l’idea di un «intervento pubblico che sposa le preoccupazioni pro-crescita e quelle a favore della creazione di posti di lavoro». Il termine «manchesteriano» deriva dai mentori di Burnham, Richard Leese, leader laburista del consiglio comunale di Manchester tra il 1996 e il 2021, e Howard Bernstein, capo dell’amministrazione cittadina, «che ha lavorato al suo fianco per trent’anni» e da cui è partito un progetto di «rigenerazione» della città basato sullo «sviluppo della cultura, della musica, del calcio, della scena gastronomica, per riportare la gente nel centro città». La scelta della famiglia reale di Abu Dhabi di acquistare il Manchester City ha dato una forte spinta a questo sviluppo e a questa dinamica, non esente da contraddizioni.  Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista Ecco da dove viene la rivendicazione di Burnham nel rispondere a Blair: «Siamo orgogliosi di essere al primo posto al mondo ad aver ribaltato una delle più grandi eredità di Thatcher: la deregolamentazione del trasporto pubblico su autobus». Sempre in dialogo con Blair ribadisce anche che «Tony ha ragione a dire che abbiamo bisogno di una riforma del welfare e che il numero di giovani che percepiscono sussidi è troppo elevato, ma come si può risolvere questo problema se le persone non possono permettersi di raggiungere corsi di formazione, posti di lavoro e opportunità?». Ancora: «Abbiamo bisogno di un massiccio trasferimento di potere, risorse e personale alle autorità locali e di quelle regionali per creare maggiore autonomia a livello locale, potenziare il settore comunitario e del volontariato e rendere la crescita sostenibile una realtà ovunque». Infine: «Abbiamo costruito un approccio favorevole alle imprese e una nuova cultura politica che potrebbe far parte del piano per il futuro del paese, una politica più collaborativa a Westminster che crei una piattaforma stabile per alcuni dei cambiamenti strutturali a lungo termine di cui il paese ha bisogno. In altre parole, una nuova politica per costruire una nuova economia». Come si vede si tratta di un programma di compromesso, neanche del tutto socialdemocratico visto l’ampio spazio occupato dalle politiche per le imprese. Ma questo basta a far lanciare l’allarme al Financial Times con il suo editorialista di punta, Martin Wolf, che, scorrendo la risposta a Tony Blair, così conclude: «Eppure, se Burnham vuole avere successo dove il suo predecessore ha fallito, dovrà costringere sia il suo partito che se stesso ad affrontare scelte difficili. Il Partito Laburista non crede che gli incentivi contino davvero. Invece contano. Il Partito Laburista non crede che una maggiore spesa pubblica comporti tasse più alte. Invece sì. Lo stesso Burnham sembra pensare che l’intervento statale accelererà facilmente la crescita. Non è così. Burnham sembra anche credere che governare Manchester sia come governare la Gran Bretagna. Non lo è. Starmer ha dimostrato che cedere agli istinti del “Vecchio Partito Laburista” non funziona. Burnham oserebbe davvero essere più coraggioso?». Laddove Wolf rimprovera a Starmer di aver ceduto al «vecchio Labour», qui si sostiene l’opposto: proprio per non aver seguito con decisione una strada di rottura, e aver invece ceduto alle politiche «pro-businness» per sostenere un’economia claudicante, Starmer non ha offerto quel cambiamento che chi ha perduto potere economico e agibilità dalla globalizzazione, dalla crisi economica del 2007-2008 e poi dalla Brexit, richiede ormai da oltre dieci anni. E lo stesso Burnham, nel momento in cui auspica un primo parziale cambiamento, viene richiamato all’ordine.  Del resto è quel che abbiamo visto accadere già in Italia, non solo con Zingaretti ma anche con Pierluigi Bersani quando da segretario del Pd fece nascere il governo iper-liberista di Mario Monti. Non basta pensare che il problema sia l’anomalia – i Blair, i Veltroni, i Renzi – e non invece la mutazione profonda della socialdemocrazia europea, che ha abbracciato il neoliberismo quasi all’unanimità. Il punto è che non basta dire «abbiamo esagerato, non lo faremo più». Il tema non è morale. Il tema è politico e sociale: qual è la lettura della realtà di oggi che la sinistra fa. Qual è il bilancio dei decenni della globalizzazione neoliberista e di quello della crisi economica. Il punto è che, come ha spesso detto Bernie Sanders, nella fase presente «there is no middle ground». Non si può dire oggi «agenda Monti con un po’ di equità» – per citare appunto il Bersani d’antan – oppure «agenda Draghi» come fece scelleratamente Enrico Letta nelle elezioni del 2022. Oggi serve scegliere. Se non stai, con un minimo di coraggio, da una parte, stai dall’altra.  *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra(Piemme, 2023). Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Starmer se ne va,  il Labour cambia (solo un po’) proviene da Jacobin Italia.
June 23, 2026
Jacobin Italia
GRAN BRETAGNA: DOPO 2 ANNI DI ESPULSIONI, SCONFITTE ELETTORALI E CAOS DENTRO IL LABOUR…STARMER SI DIMETTE.
Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito laburista britannico e da primo ministro, dopo meno di due anni: era arrivato a Downing Street nel luglio 2024. Starmer, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi anche all’interno del suo partito, è il sesto premier in dieci anni di Brexit a lasciare prima della scadenza naturale. Le dimissioni di Starmer, dell’ala destra del Labour e artefice della cacciata della sinistra del partito, quella dell’ex leader Jeremy Corbyn (falsamente accusato di antisemitismo) spianano la strada alla candidatura alla leadership del Labour di Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, dell’ala di centrosinistra (“soft left”) interna al Labour mentre il capo del trumpiano Reform UK e promotore della Brexit, Nigel Farage, chiede elezioni anticipate, forte del risultato delle amministrative di maggio 2026, che lo ha reso – nelle proiezioni nazionali – ipotetico primo partito di un voto politico generale. Da Londra il nostro collaboratore Claudio Ceruti. Ascolta o scarica
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Il caso Nowak e l’estrema destra
Lunedì scorso, la polizia britannica ha diffuso i filmati raccolti dalle bodycamera degli agenti di polizia durante l’arresto del diciottenne Henry Nowak. Il video mostra gli ultimi istanti di vita di Nowak dopo essere stato accoltellato da Vickrum Digwa a Southampton, in Inghilterra, il 3 dicembre e ritrae lo studente universitario a terra mentre dice agli agenti di essere stato accoltellato. Come ha affermato Mark Nowak, padre di Henry, sui gradini della Crown Court di Southampton: «Invece di essere trattato come una vittima morente, la polizia ha formalmente arrestato Henry per aggressione e gli ha letto i suoi diritti. Quella è stata l’ultima cosa che ha sentito. Henry non è morto con dignità. Non è morto con le cure che meritava. Ha perso conoscenza prima che qualcuno gli credesse». Le immagini hanno suscitato shock e indignazione in tutto il Regno unito, ma questo sentimento si è presto diffuso. La leader del Partito conservatore, Kemi Badenoch, ha descritto l’incidente come un «momento Stephen Lawrence», riferendosi all’omicidio a sfondo razziale di un diciottenne britannico di colore, rimasto irrisolto per decenni. L’assassino di Nowak è stato condannato e sconterà l’ergastolo. Ciò non ha impedito all’estrema destra globale di mobilitarsi contro l’omicidio. L’incidente si inserisce in una lunga storia di azioni illegali da parte della polizia britannica. Tra gli episodi più recenti si ricordano la morte di novantasette tifosi del Liverpool Fc nella calca dello stadio nel 1989, per la quale polizia e media incolparono i tifosi; l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di Mark Duggan, un uomo disarmato, a Londra, che scatenò un’ondata di rivolte nel 2011; e il rapimento, l’omicidio e lo stupro di Sarah Everard da parte di Wayne Couzens, un agente di polizia soprannominato affettuosamente «lo stupratore» dai colleghi, nel 2021. Nonostante tutti questi precedenti, i media britannici, così come le pubblicazioni statunitensi che hanno ripreso questa vicenda, hanno scelto di concentrarsi sull’etnia e sulla religione dell’assassino, Digwa, un sikh nato in Gran Bretagna. Jacobin ne ha discusso con Daniel Trilling, uno dei maggiori esperti britannici della destra. Lunedì, su richiesta della famiglia, i tribunali hanno diffuso le immagini degli ultimi momenti di vita di Henry Nowak. Il video lo mostra disteso a terra mentre ripete per nove volte alla polizia di non riuscire a respirare e di essere stato accoltellato, mentre un agente lo ammanetta. La destra britannica ha sfruttato l’omicidio per denunciare quella che definisce una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge», mentre i politici tradizionali lo hanno paragonato all’omicidio di Stephen Lawrence, un diciottenne di colore ucciso da razzisti, il cui omicidio è rimasto irrisolto per decenni. Anche gran parte dei media sembra aver accettato questa interpretazione. Cosa c’è di sbagliato? Innanzitutto, va notato che negli ultimi anni un gruppo di attivisti di estrema destra ha ripetutamente tentato di incitare pogrom razzisti in Inghilterra e Irlanda del Nord, solitamente in risposta a crimini efferati commessi, o presumibilmente commessi, da persone non bianche. Hanno avuto un grande successo nel 2024 in seguito agli omicidi di Southport, commessi dal diciassettenne britannico Axel Rudakubana, che hanno scatenato diffuse rivolte razziste in diverse zone del Regno unito. Ci sono ricascati l’anno scorso con proteste contro hotel, alloggi, richiedenti asilo e, in particolare, in situazioni in cui i residenti degli hotel avevano commesso reati. Quest’anno, ancora una volta, c’è stato un tentativo di incitare alla rivolta dopo la diffusione di false accuse secondo cui membri della comunità immigrata avrebbero perpetrato una serie di stupri di gruppo in una zona del sud di Londra. Questa strategia non è nuova. Si potrebbero trovare tentativi simili anche in Gran Bretagna, risalenti a decenni fa. La differenza è che ora riescono a generare indignazione con molta più efficacia. E sebbene nel Regno Unito ci siano relativamente pochi attivisti fascisti convinti, il loro comportamento incendiario sta coinvolgendo una gamma molto più ampia di persone, con background e idee politiche molto più diversificati, in proteste violente e nell’accettazione di interpretazioni razziste di questi eventi. Nel caso Novak, la destra ha sfruttato l’omicidio come prova di quella che definisce «doppio standard da parte delle forze dell’ordine». Credo sia importante sottolineare che l’idea di un sistema di polizia a due livelli – che, in parole povere, si basa sull’affermazione che in Gran Bretagna i bianchi siano sottoposti a un trattamento molto più severo da parte delle forze dell’ordine rispetto alle minoranze etniche, a causa dell’ideologia woke – è una menzogna. Non è così. Il lavoro di polizia è un lavoro in cui errori e abusi di potere possono avere conseguenze di vita o di morte. Nel Regno Unito, la polizia spesso danneggia le persone che dovrebbe proteggere. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una serie di scandali che hanno coinvolto le forze dell’ordine, come ad esempio la presenza di stupratori noti tra le loro fila e la mancata verifica dei precedenti penali degli agenti. Inchieste sotto copertura condotte da giornalisti hanno rivelato una lunga serie di commenti razzisti e atteggiamenti discriminatori tra gli agenti in servizio. C’è stato anche il caso della perquisizione corporale di un’adolescente nera, ingiustamente sospettata di aver fumato cannabis a scuola a Londra qualche anno fa. Sono solo esempi dei malfunzionamenti nell’operato delle forze dell’ordine piuttosto comuni in Gran Bretagna, e gli orribili errori che hanno portato alla morte di Henry Nowak si inseriscono in questo quadro più ampio. E ovviamente nel Regno unito, la maggior parte delle persone che subiscono abusi di potere da parte della polizia sono persone bianche. Tuttavia, questa narrazione è stata ripresa in altre parti della stampa di destra da settori della destra moderata, così come dall’estrema destra. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una crescente reazione negativa contro le conquiste del liberalismo sociale, siano esse campagne antirazziste o diritti Lgbt. Uno degli effetti di questa reazione è stata la diffusione di idee e retorica di estrema destra nella politica britannica e il conseguente peggioramento del clima politico, sia a livello di discorso e dibattito politico, sia nelle strade, dove la situazione sfocia sempre più spesso nella violenza. LEGGI ANCHE… LAVORO IL MITO DEI MIGRANTI CHE «CI RUBANO IL LAVORO» Guglielmo Meardi - Lorenzo Zamponi Nella sua risposta all’incidente, Nigel Farage, leader del partito di destra Reform UK, ha usato un linguaggio esplicitamente razzista, invitando i britannici a riconoscere che le vite dei bianchi contano. Si tratta di una deviazione dal suo solito modo di esprimersi? Questa settimana, Farage è intervenuto con quella che ha definito una «dichiarazione di emergenza» sull’omicidio di Henry Nowak, in cui ha invitato le persone a rispondere con «pura e fredda rabbia» e ha anche usato la frase «White Lives Matter», che è ovviamente molto carica di significato, deriva dalla reazione razzista alle proteste di Black Lives Matter negli Stati uniti. Probabilmente Farage ha fatto più di qualsiasi altro politico nel Regno unito per portare nel mainstream idee che un tempo erano confinate ai margini della destra. E ci è riuscito perché è molto abile nel muoversi con disinvoltura sul sottile confine tra rispettabilità e radicalismo. Sa, in linea di massima, fino a che punto ci si può spingere nel discorso politico britannico e mantiene una scrupolosa distanza dai fascisti e dagli altri estremisti di estrema destra. Ma questo è stato un intervento più apertamente antagonistico di qualsiasi altro fatto in passato. Di solito preferisce agire in questi casi con un’allusione velata. Farage ha avuto finora un grande successo come leader di Reform UK; il suo partito è in testa ai sondaggi e ha ottenuto significativi successi alle elezioni locali, sia quest’anno che l’anno scorso. Se le cose continueranno su questa traiettoria, è ben piazzato per entrare in un governo futuro. Nonostante questo successo, non credo che le cose stiano andando bene per Farage come vorrebbe. Dall’inizio del 2026, si è trovato ad affrontare una raffica di notizie negative sui media e battute d’arresto che hanno iniziato a intaccare il suo consenso e a indebolire lo slancio di Reform. All’inizio dell’anno, una serie di ex compagni di classe lo hanno accusato di aver pronunciato ripetutamente commenti estremamente razzisti durante gli anni scolastici. Farage ha ovviamente negato queste accuse. Ma sono stati diversi i suoi ex compagni di classe a fare queste affermazioni. Dopo anni passati a cercare di associarsi a Donald Trump e a crogiolarsi nella sua fama riflessa, Farage ha iniziato a rendersi conto che il legame con Trump è diventato uno svantaggio. Il fatto che la presidenza di Trump 2.0 sia stata più aggressiva, più ostentatamente minacciosa e intimidatoria rispetto al primo mandato di Donald Trump ha spaventato gli elettori britannici. Farage si è trovato in grossi guai all’inizio dell’attacco di Trump all’Iran, dove, come gran parte della destra britannica, ha sostenuto con entusiasmo l’azione militare nei primi giorni e ha cercato di attaccare il primo ministro, Keir Starmer, per non aver appoggiato con altrettanto entusiasmo l’intervento militare e per essersi rifiutato di impegnare le forze britanniche nello sforzo bellico di Trump. Ma non appena è diventato evidente che la principale conseguenza della disavventura di Trump sarebbe stata l’impennata dei prezzi globali del carburante, Farage si è improvvisamente trovato dalla parte sbagliata dell’opinione pubblica ed è stato costretto a fare marcia indietro e a iniziare la sua campagna elettorale concentrandosi invece sui prezzi del carburante. Il modo in cui ha gestito la guerra è stato particolarmente inetto dal punto di vista politico. I suoi stessi elettori avranno notato questa sua inversione di rotta. Un altro problema è che, dalla primavera, sono sorti interrogativi insistenti su una donazione di 5 milioni di sterline che Farage ha ricevuto prima di diventare parlamentare dal miliardario thailandese del settore delle criptovalute, Christopher Harborne, che è stato anche un importante finanziatore di Reform UK. Farage ha cercato di eludere queste domande e, fino a questa settimana, la questione era al centro della stampa britanniche. In realtà, stava evitando la pubblicità e lo faceva già da qualche settimana. Oltretutto, Reform non ha ottenuto i risultati sperati alle elezioni amministrative del maggio 2026. È il primo partito, e per un partito populista di destra nel Regno unito, è stato un passo avanti significativo. Non voglio minimizzarlo. Ma allo stesso tempo, la vera sfida in queste elezioni era quella di penetrare nella base elettorale di centro-destra del Partito conservatore, conquistando gli elettori di destra più moderati che non erano interessati a votare per Reform o che ne erano stati allontanati perché lo consideravano troppo estremista. Sebbene Reform abbia ottenuto un certo successo in quella zona, non ha raggiunto i risultati necessari per costruire una coalizione elettorale vincente alle elezioni generali del 2029. Un altro fattore che ha creato problemi a Farage è la spaccatura all’interno della destra. Ciò ha portato alla nascita di un nuovo partito di estrema destra, Restore Britain, fondato da Rupert Lowe, un parlamentare che in precedenza faceva parte di Reform. Restore si sta posizionando a destra di Farage e Reform UK, accusandoli entrambi di essere troppo moderati e Farage di essersi venduto. Restore ha adottato una linea molto più dura su immigrazione, razza e identità, rivolgendosi apertamente agli etnonazionalisti, cosa che Reform UK e Farage hanno cercato di evitare in modo altrettanto sfacciato e diretto. L’ascesa di Restore ha messo Farage in difficoltà. Da un lato, deve moderare l’immagine del suo partito per ampliare la coalizione elettorale, ma dall’altro, di fronte a questa pressione proveniente da posizioni ancora più a destra, deve segnalare alla sua base di essere il portatore delle loro speranze nazionaliste di estrema destra. Pertanto, credo che l’intervento di questa settimana sia in realtà un segno di debolezza, un tentativo di riprendere l’iniziativa. Detto questo, è anche estremamente pericoloso che lui e altri politici e attivisti si rendano protagonisti di questo tipo di interventi. Se non contrastati, potrebbero alimentare il nazionalismo etnico nel Regno unito. LEGGI ANCHE… RAZZISMO SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE Giulia Giraudo La destra britannica è da tempo divisa sulla questione etnica. Persino Enoch Powell, come lei menziona nel suo libro, iniziò come sostenitore dell’immigrazione dalle colonie. Come si sono evolute queste idee nel corso del dopoguerra? È importante riconoscere che negli ultimi decenni l’opinione pubblica britannica si è progressivamente allontanata dalla concezione dell’identità nazionale britannica in termini razziali. Se si osservano i sondaggi d’opinione, ben il 90-95% delle persone afferma che non è necessario essere bianchi per essere britannici. Questo è il risultato in parte dei successi delle precedenti generazioni impegnate nella lotta contro il razzismo e in parte del riconoscimento di ciò che la Gran Bretagna è realmente. Il Regno unito è una nazione post-imperiale composta da un mix di culture, nazionalità ed etnie. È un paese intrinsecamente eterogeneo e, in generale, l’opinione pubblica si è evoluta per riflettere e accettare questa diversità. Allo stesso tempo, credo che il nazionalismo abbia sempre alla sua base questa fatale confusione tra l’idea di nazione come comunità civica e quella di comunità etnica. Anche quando il nazionalismo etnico viene rifiutato dalla maggioranza della popolazione, o laddove vi siano forti tabù nei suoi confronti, rimane comunque un tema che l’estrema destra può sfruttare e rianimare in diversi modi. Questa guerra civile all’interno della destra crea forse opportunità per i liberali e i centristi di rimanere al potere? Pensi che le elezioni suppletive di Makerfield potrebbero rappresentare una sorta di banco di prova per questa strategia? Il problema che ci troviamo ad affrontare nel Regno unito, simile a quello di molti altri paesi in cui il populismo di estrema destra è diventato un attore politico significativo, è che la sinistra non è abbastanza forte da sconfiggere da sola il populismo di estrema destra. Come altri paesi, il Regno unito ha bisogno di creare un’ampia alleanza tra liberali, centristi e sinistra per impedire ai populisti di estrema destra di conquistare il potere elettorale, o, se si arriva a quel punto, per estrometterli dalle posizioni di potere che hanno già conquistato. Questo è ciò che è accaduto in Polonia negli ultimi anni. È accaduto in Ungheria. È accaduto anche negli Stati uniti nel 2020. Ecco perché le elezioni suppletive a Makerfield sono così importanti: Andy Burnham, il candidato laburista per quel seggio, è considerato un potenziale futuro leader del Partito laburista. Burnham è in grado di contrastare efficacemente il populismo di estrema destra, perché ha dato segnali di aver compreso gli errori commessi dal Partito laburista nell’abbracciare il neoliberismo negli anni Novanta e 2000. Riconosce che il partito ha contribuito a rendere la Gran Bretagna un paese più diseguale, e che questa disuguaglianza è stata particolarmente marcata tra le regioni. Burnham ha anche dimostrato la volontà di collaborare con partiti come i Verdi, che hanno conquistato gran parte dell’ala sinistra del Partito laburista; per un partito storicamente piuttosto conservatore, si tratta di un cambiamento significativo. Ma Andy Burnham deve vincere quelle elezioni suppletive, e se ci riuscirà, si porrà la questione di quanto sia profondo il suo impegno verso queste idee progressiste. Al momento, tutto ciò che posso dire è che la situazione è ancora incerta. Ha fatto delle allusioni a questi temi, ma allo stesso tempo, con l’intensificarsi della campagna elettorale, ha assunto posizioni ambigue. Non è chiaro se sia stato motivato da una strategia a breve termine per mantenere il sostegno degli elettori socialmente conservatori in queste elezioni suppletive, o se sia un segnale di come si comporterebbe se vincesse le elezioni e riuscisse a sfidare Starmer per la leadership del Partito laburista. Restore Britain, che attualmente nei sondaggi a Makerfield si attesta al 10%, come si inserisce in questo contesto? Restore Britain ha già esacerbato la tensione con cui Reform e Nigel Farage stanno attualmente lottando, ovvero la tensione tra radicalismo e rispettabilità. È una situazione molto delicata da gestire per un partito che si presenta come sfidante antisistema, quando allo stesso tempo cerca di costruire un’ampia coalizione elettorale che potrebbe dargli la possibilità di conquistare il potere. Più un partito come Reform cerca di prendere decisioni opportunistiche per apparire moderato e più appetibile agli elettori che vuole conquistare, più è probabile che le frange più scontenti della sua base lo percepiscano come un tradimento. Già nell’ultimo anno, abbiamo visto Reform UK spostarsi ulteriormente a destra a causa dell’emergere di Restore e delle pressioni dell’estrema destra extraparlamentare. Un buon esempio è rappresentato dalle dichiarazioni di Nigel Farage di un paio d’anni fa: in diverse interviste diceva di non ritenere necessario che il suo partito proponesse deportazioni di massa di immigrati irregolari nel Regno unito. Ma l’anno scorso, dopo le dimissioni di Rupert Lowe, che ha fondato Restore Britain e ha iniziato a chiedere deportazioni di massa, la posizione di Reform è improvvisamente cambiata. Il partito ha promesso di deportare fino a 600.000 persone entro i primi cinque anni di governo. E poi, all’inizio di quest’anno, si è spinto in una posizione ancora più minacciosa. Poco prima delle elezioni locali, Farage e i suoi colleghi hanno promesso non solo di attuare questo programma di deportazioni di massa in caso di vittoria alle elezioni, ma anche che i centri di detenzione per immigrati, necessari per rendere possibili le deportazioni, sarebbero stati deliberatamente situati in zone del paese che avevano votato per i Verdi di sinistra. Questo non solo dimostra che il partito Reform, sotto pressione della sua ala destra, sta adottando una linea molto più dura in materia di politica migratoria, ci dice anche che sta abbracciando un atteggiamento simile a quello di Trump, in realtà, un atteggiamento comune ai populisti di estrema destra di tutto il mondo. Si tratta dell’idea che il potere debba essere usato non solo per imporre politiche, ma anche per umiliare e tormentare gli avversari. *Daniel Trilling è uno dei massimi esperti britannici di politica di destra. È autore di Bloody Nasty People: The Rise of Britain’s Far Right(Verso, 2013), Lights in the Distance: Exile and Refuge at the Borders of Europe(Verso, 2018)e If We Tolerate This: How the British Establishment Made the Far Right Respectable (Picador, 2026). John-Baptiste Oduor è redattore di JacobinMag, dove è uscito questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il caso Nowak e l’estrema destra proviene da Jacobin Italia.
June 6, 2026
Jacobin Italia
Moro e gli archivi britannici, le distorsioni flop di Fasanella
Era la primavera del 2020, il periodo più buio della crisi pandemica scatenata dalla diffusione del Covid-19, quando una indagine del Copasir (il comitato parlamentare per controllo della sicurezza della Repubblica) elaborava un rapporto sulla “Infodemia”, ovvero su una presunta campagna di disinformazione diffusa da potenze straniere e sulla presenza […] L'articolo Moro e gli archivi britannici, le distorsioni flop di Fasanella su Contropiano.
May 17, 2026
Contropiano
Non basta che Starmer se ne vada
Nel disperato tentativo di salvare la sua leadership morente, Keir Starmer si è rivolto alle milioni di persone stanche e nauseate dagli affitti alle stelle, dalle bollette che aumentano e dalle guerre senza fine: non va poi così male. «Come ogni governo, abbiamo commesso degli errori – ha detto – Ma abbiamo fatto le scelte politiche più importanti nel modo giusto». Sulla scia dei disastrosi risultati laburisti alle elezioni locali, la pressione sul Primo ministro affinché si dimetta è aumentata, e i giornalisti che seguono le lobby si sono messi in fila per chiedere a Starmer come intende aggrapparsi al potere. Io gli avrei posto una domanda diversa: perché non è riuscito a usare questo potere per migliorare la vita della gente comune? Visto che i media mainstream non mettono sotto esame l’affermazione di Starmer di aver preso le giuste decisioni politiche, lo faremo noi. Tagli ai consumi per il riscaldamento invernale. Riduzione drastica dei sussidi di invalidità. Rifiuto di abolire il crudele e immorale limite di due figli per l’assegno familiare. Dopo quattordici anni di governo conservatore, ci si sarebbe aspettati che un governo laburista non vedesse l’ora di attuare politiche a favore dei lavoratori. Questo governo laburista, invece, non vedeva l’ora di impoverirli. Alla fine, dopo venti mesi dall’inizio del mandato, e dopo un discorso dopo l’altro in cui il governo ha ripetuto di non avere i soldi per tirare fuori i bambini dalla povertà, è stato costretto ad abolire il limite massimo per gli assegni familiari a due figli. Così facendo, ha ammesso di aver mantenuto i bambini in povertà senza alcuna ragione. Allo stesso tempo, la leadership laburista si è vantata di aumenti record della spesa militare. Austerità per i poveri. Profitti per la guerra. Dal momento in cui questo governo è stato eletto, ha deciso che non ci sono soldi per nutrire, dare una casa o prendersi cura delle persone, ma ci sono sempre soldi per bombardarle, ucciderle e ferirle. Un’altra delle «grandi scelte politiche» di Starmer è stata quella di permettere alle compagnie idriche in difficoltà di derubarci. Profitti alle stelle. Acque reflue nei nostri fiumi e mari. Questa è la conseguenza del rifiuto dogmatico del nostro governo di fare la cosa più sensata: nazionalizzare il servizio idrico. Avrebbe potuto porre fine al fallimento della privatizzazione. Invece, ha deciso che i cittadini comuni dovessero pagare il prezzo della negligenza e dell’avidità delle aziende. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA UNA VITTORIA DISILLUSA PER UN LABOUR INOFFENSIVO Daniel Finn Questo governo ha scelto di non introdurre tasse patrimoniali, di non implementare il controllo degli affitti, di non effettuare gli investimenti pubblici necessari nell’edilizia popolare per affrontare la crisi abitativa e di non ridistribuire le risorse da chi le detiene a chi ne ha bisogno. Ha scelto di affidare un incarico politico di alto livello a un uomo con una consolidata relazione con un condannato per reati sessuali, un uomo che guarda caso si vantava della sua opposizione al nostro movimento di massa per la giustizia sociale e la pace. Anziché riscrivere le regole truccate del sistema economico britannico, il governo ha scelto di addossare la colpa dei problemi della nostra società a un altro gruppo di persone: migranti e rifugiati. Ha attaccato i diritti dei migranti che hanno contribuito così tanto a questo paese e ha demonizzato gli esseri umani in cerca di asilo. Ha imitato la politica di Reform UK e ha steso il tappeto rosso per la destra Nigel Farage. Forse c’è una decisione politica che lascerà la macchia più indelebile di tutte. Mentre Israele si accingeva al massacro di massa dei palestinesi a Gaza, questo governo avrebbe potuto difendere il diritto internazionale e invocare la pace. Invece ha scelto di agevolare crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. E ha scelto di lanciare un attacco sistematico alle libertà civili di coloro che protestavano contro la complicità del governo (insieme alla sua oltraggiosa decisione di indebolire i processi con giuria, la pietra angolare del nostro sistema giudiziario). L’eredità duratura di questo governo sarà la sua complicità e partecipazione al più grande crimine della nostra epoca. E non lo dimenticheremo mai. Queste decisioni sono la causa principale del caos che Starmer sta ora cercando di placare, e a meno che non si affrontino queste cause profonde continueremo a sbandare da una crisi politica all’altra. Non basta che Starmer se ne vada. Bisogna cacciare via la politica che rappresenta: l’avidità delle multinazionali, le politiche anti-immigrati e le guerre senza fine. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA I TAGLI DI STARMER Matt Bruenig Per gran parte dei nostri media, le ultime settimane e gli ultimi mesi sono stati un’occasione d’oro per indulgere nell’infinito psicodramma di Westminster e speculare sul successore di Starmer. Per milioni di persone comuni, sono stati un deprimente promemoria di come l’ennesimo governo si sia rifiutato di attuare politiche in grado di migliorare le loro vite. Appoggio le richieste di dimissioni del Primo Ministro per la stessa ragione per cui mi rifiuto di entusiasmarmi per qualsiasi suo possibile successore: la nostra classe politica non è disposta a realizzare il cambiamento trasformativo di cui questo paese ha bisogno. Non ho sentito nulla dai suoi principali contendenti sulla necessità di porre fine all’avidità delle aziende, sulla necessità di un controllo degli affitti o sulla necessità di una redistribuzione di massa della ricchezza e del potere. Di certo non ho sentito alcuna richiesta di un’indagine sulla complicità britannica nel genocidio in Palestina, presumibilmente perché tale indagine coinvolgerebbe anche loro. Nel suo discorso dell’11 maggio, Keir Starmer ha battuto il record per il maggior numero di cliché in mezz’ora. Eppure è riuscito a nascondere il vero record sotto la sua retorica: povertà infantile, disuguaglianza e genocidio. Queste sono le grandi decisioni del governo. Ed è così che questo governo verrà ricordato. Se vogliamo un vero cambiamento, dobbiamo mobilitarci a centinaia e migliaia per il tipo di politiche che Starmer avrebbe potuto – e dovuto – attuare fin dall’inizio: controllo degli affitti, tetto massimo ai prezzi dell’energia, controllo dei prezzi dei generi alimentari di base, proprietà pubblica, un Servizio Sanitario Nazionale, un aumento degli assegni familiari e per la disabilità, la difesa delle nostre libertà civili; e una ridistribuzione delle risorse, sottraendole ad armi e guerre e destinandole all’istruzione, all’edilizia abitativa e al nostro Servizio Sanitario Nazionale. Ci troviamo in un momento cruciale della politica britannica, ma abbiamo la speranza dalla nostra parte. Durante le elezioni della scorsa settimana, abbiamo visto candidati indipendenti sostenuti da Your Party, candidati del Partito dei Verdi e altri ancora lottare contro l’austerità, le privatizzazioni e la paura. Hanno dimostrato cosa può accadere quando le campagne dal basso si battono per tutte le comunità, difendono l’umanità dei palestinesi e promettono di rendere la vita accessibile a tutti. Da soli, possiamo ottenere solo fino a un certo punto. Insieme, possiamo cambiare per sempre la politica britannica. E possiamo dare vita a un nuovo tipo di società, fondata su un’idea radicale: che tutti meritano di vivere con dignità. *Jeremy Corbyn è il deputato del collegio di Islington North e membro del gruppo parlamentare dell’Independent Alliance. Questo articolo è uscito su Tribune. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Non basta che Starmer se ne vada proviene da Jacobin Italia.
May 15, 2026
Jacobin Italia
Fridtjof Nansen, eroe dell’impossibile
“L’impossibile è solo ciò che richiede più tempo”… di Bruno Lai 13 maggio 1930: muore Fridtjof Nansen. Noto anche come “Federico Nansen”, Fridtjof Nansen è una vera e propria forza della natura. È difficile trovare qualcun altro nella storia che abbia eccelso in ambiti così diversi: esploratore polare, scienziato d’avanguardia, diplomatico e Premio Nobel per la Pace. Nansen è diventato