Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa
girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra
di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che
mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici
che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un
paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e
patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali
peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali
connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le
lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così
escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei
confronti dei propri affetti.
Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa
del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone
lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma
anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a
qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle
loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per
assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di
noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ.
> Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle
> relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone
> lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono
> ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare.
Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone –
etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei
documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle
lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio.
Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in
quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene
assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e
cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri
del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente
assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o
delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti
relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre,
non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli
stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non
parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono
talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker,
le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate
sulla base della legge Merlin.
Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia
relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce
discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne –
soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale,
esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno
carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono
sull’intera società.
È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer
nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi,
associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul
diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando
di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del
diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare –
anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme
possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in
cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro
(remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si
può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle
frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le
vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti?
Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare
tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o
impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla
famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa
dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di
condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che,
del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo
lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo
a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare
alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte
dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario
di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S.
(Spazio Mutuo Soccorso).
> Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste
> rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche
> persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e
> di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto
> plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla
> giurisprudenza italiana.
Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul
lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta
materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il
riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una
specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni
materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia
indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto
riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato.
Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net
La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025)
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