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VERONA: IN 4MILA PER IL TUMULTO PRIDE. DENUNCIATE MOLTEPLICI AGGRESSIONI AI MARGINI DELLA MANIFESTAZIONE
Nella prima serata di sabato 27 giugno 2026 a Verona, alla fine di un corteo “tumultuoso”, colorato e partecipato da 4mila persone, 4 persone hanno denunciato di essere state aggredite tra il centro storico e il quartiere di Borgo Trento, dove si era concluso il Pride. A renderlo noto la stessa Rete Tumulto Pride che in un comunicato parla di “intimidazioni e offese” a carattere fascista e omolesbobitransfobico. Due attivisti della Rete Verona per la Palestina e dell’organizzazione del Pride, hanno denunciato ai nostri microfoni di aver subito le aggressioni semplicemente perché portavano con loro la bandiera della Palestina. Gigi, 60 anni, attivista veronese di lunga data ma il cui volto non è particolarmente noto, è stato avvicinato da un trentenne in piazzetta Municipio, in pieno centro storico. L’uomo ha sottratto una bandiera della Palestina di 4 metri per 3, che Gigi stava riportando a casa dopo il corteo. Erano circa le ore 20. L’aggressore si è prontamente infilato in un piccolo vicolo poco frequentato ed ha aspettato Gigi “in posizione da boxer, coi pugni alzati”. Nel frattempo è stato raggiunto da tre sodali e a quel punto Gigi ha deciso di andarsene. Dopo un confronto con compagne e compagni, ha sporto denuncia. Anche Antonella, della Rete Tumulto Pride, è stata aggredita dopo il corteo per ben tre volte in una decina di minuti. Era di ritorno dal corteo nei pressi del ponte della Vittoria, altra zona centrale e molto frequentata. In compagnia di figlio e figlia adolescenti, ha chiesto a quest’ultima di fotografarla con la bandiera della Palestina. Immediatamente è stata insultata pesantemente da un uomo, anch’esso accompagnato da due figli, uno dei quali ha cercato di farlo desistere. Accusato il colpo, dopo pochissimi minuti è stata fermata da una moto “che viaggiava a velocità ridotta e sembrava circumnavigasse la zona. L’uomo a bordo ha iniziato a inveire” ordinando di chiudere la bandiera della Palestina, per poi tagliare la corda. Terza aggressione è avvenuta immediatamente dopo da parte di una dozzina di adulti che hanno iniziato “ad additarci ed insultarci”, racconta Antonella. Uno di loro ha fatto cenno di “attraversare la strada, salvo poi essere trattenuto da un altro del gruppo”, che ha poi proseguito. “Ho pensato che non fosse casuale” ha detto Antonella e “ho avuto conferma, dopo un confronto con Gigi, che le aggressioni fossero frutto di un clima di caccia all’uomo” da parte di simpatizzanti dell’estrema destra che evidentemente erano presenti numerosi nelle zone adiacenti alla piazza finale della manifestazione. Il bilancio della giornata di festa e di lotta con Giovanni Zardini della Rete Tumulto Pride. Ascolta o scarica La testimonianza di Gigi, della Rete di Verona per la Palestina. Ascolta o scarica La testimonianza di Antonella, della Rete Tumulto Pride. Ascolta o scarica Il Comunicato di lunedì 29 giugno inviato in redazione dalla Rete Tumulto Pride in merito alle aggressioni.  INTIMIDAZIONI, OFFESE E INSULTI AL TUMULTO PRIDE 2026. Se analizziamo questo Tumulto Pride 2026 dal punto di vista della continuità di un progetto politico nato lo scorso anno, possiamo affermare che il percorso compiuto dalle associazioni e dalle soggettività che lo hanno portato per le vie di Verona sabato 27 giugno è stato importante oltre che entusiasmante. Chi era in piazza con noi sabato ha percepito l’importanza del progetto. L’energia che si respirava era potente e i contenuti, portati in piazza anche da altre città, erano quelli alla base del manifesto politico del Tumulto Pride e perciò profondamente sentiti e convincenti. Ma dobbiamo anche segnalare alcuni episodi allarmanti che si sono verificati durante e dopo il corteo terminato in Piazza Vittorio Veneto, che hanno coinvolto partecipanti e volontariɜ della Rete Tumulto Pride, presɜ di mira da insulti e intimidazioni fasciste ed omolesbobitransfobiche. Un compagno che portava simboli della lotta del popolo palestinese, mentre tornava a casa è stato oggetto di una aggressione verbale che per poco non è diventata fisica. In un vicolo isolato in pieno centro città gli è stata strappata di mano la bandiera della Palestina ed è stato insultato per il suo impegno. L’episodio, che lo ha visto da solo di fronte a quattro aggressori, sarebbe potuto finire molto peggio se non avesse avuto la prontezza di andarsene. Una donna appartenente alla Rete Tumulto, mentre attraversava il ponte della Vittoria per tornare a casa, è stata aggredita verbalmente da alcuni passanti alla presenza dellɜ figliɜ. Unə fotografə ufficiale volontariə è statə oggetto di insulti omolesbobitransfobici da parte di suoi connazionali che evidentemente non accettavano che anche una persona  migrante possa partecipare orgogliosamente a un Pride. Anche un’altra persona ci ha segnalato via messaggio di essere stata oggetto di insulti tipo “frocio di merda” mentre stava tornando a casa dopo il corteo. Abbiamo raccontato naturalmente solo i fatti di cui abbiamo avuto testimonianza diretta. Un’altra considerazione è relativa all’aver visto un enorme spiegamento di forze dell’ordine, crediamo di poter dire mai cosi tante per un Pride a Verona. Sappiamo bene come siamo stati accoltɜ da una parte della città, tuttɜ eravamo consapevoli che in Piazza Vittorio Veneto un nutrito gruppi di fascisti si era radunato in un bar noto per le frequentazioni di estrema destra. La Rete Tumulto si è prodigata per liberare la piazza ben prima delle ore 21.00 concordate con la Questura, e uno dei motivi era proprio la salvaguardia della nostra sicurezza, l’impegno a non lasciare nessunə solə in balia di possibili aggressioni. Lo svuotamento veloce della piazza ha funzionato bene anche grazie al servizio di navette che avevamo organizzato. In questi due giorni successivi al Pride gli attacchi sono proseguiti su stampa e social, con pubblicazione di foto dove lɜ attivistɜ del Tumulto Pride che vengono presɜ di mira individualmente nel testo sono ben riconoscibili, a rischio quindi di diventare a loro volta vittime di aggressioni fasciste e omolesbobitransfobiche. Tutto ciò ci dice una sola cosa, che di Pride come il Tumulto c’è un grande bisogno a Verona. Ci impegniamo per questo a proseguire il progetto anche nel 2027. Esprimiamo vicinanza e solidarietà  a tutte le persone che hanno subito violenza durante e dopo il corteo, e vogliamo dire loro NON  MOLLATE, NON SIETE SOL* RETE TUMULTO PRIDE
June 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Napoli: una città, due Pride
IL NAPOLI PRIDE CELEBRA TRENT’ANNI DI STORIA. A UNA SETTIMANA DA ARREVUTAMM PRIDE, NAPOLI OFFRE L’OCCASIONE PER COMPRENDERE DUE MODI DIVERSI DI VIVERE E INTERPRETARE L’ORGOGLIO LGBTQIA+. Trent’anni dopo il primo Pride organizzato nel Sud Italia, sabato 27 giugno scorso Napoli è tornata a colorarsi d’arcobaleno. Il corteo del Napoli Pride 2026 ha attraversato il centro cittadino da Porta Capuana a piazza Dante, portando in strada migliaia di persone, associazioni, realtà del territorio e istituzioni nel nome dei diritti della comunità LGBTQIA+ e del contrasto a ogni forma di discriminazione. “A libertà nun se corregge”, lo slogan scelto per questa edizione, ha voluto richiamare il valore della libertà e dell’autodeterminazione, ricordando come molte delle battaglie iniziate nel 1996 siano ancora oggi aperte. In testa al corteo erano presenti, tra gli altri, il sindaco Gaetano Manfredi, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, Antonio Bassolino, Luigi de Magistris ed Emanuela Ferrante. Tra i nomi annunciati dagli organizzatori per il trentennale figuravano anche Maria Grazia Cucinotta, Leo Gassmann, BigMama e La Tarantina, storica icona dei femminielli napoletani. Tra i volti riconoscibili della manifestazione anche Jo Squillo. Il corteo è stato attraversato anche da immagini capaci di raccontare, da sole, alcune delle rivendicazioni presenti in piazza (vedi photogallery). Tra queste, due partecipanti che sfilavano tenendo in braccio dei bambolotti: un gesto semplice ma simbolico, che richiamava il tema della genitorialità e il dibattito sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. È una delle tante fotografie che restituiscono come il Pride continui a essere non soltanto una festa, ma anche uno spazio nel quale trovano voce domande ancora aperte sui diritti e sul riconoscimento delle persone. Ma raccontare il Napoli Pride soltanto attraverso la cronaca della giornata significherebbe trascurare una domanda che molti cittadini si sono posti nelle ultime settimane: perché quest’anno Napoli ha ospitato due Pride? Solo sette giorni prima, infatti, la città aveva accolto Arrevutamm Pride, raccontato da Pressenza nel reportage di Francesco Russo. Le due manifestazioni non rappresentano semplicemente due appuntamenti distinti, ma due modi diversi di interpretare il significato del Pride. Il Napoli Pride è il percorso storico nato nel 1996, cresciuto negli anni fino a diventare una manifestazione capace di coinvolgere associazioni, istituzioni, sindacati, realtà culturali e migliaia di cittadine e cittadini. La piattaforma politica del trentennale pone al centro la tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+, il contrasto alle discriminazioni, l’autodeterminazione delle persone trans, il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, la lotta alle cosiddette terapie di conversione e la difesa delle libertà civili. Arrevutamm Pride, invece, nasce come percorso autonomo, autofinanziato e dichiaratamente radicale. I promotori si definiscono queer, transfemministi, anticapitalisti, antifascisti, antisionisti e decoloniali. Contestano quella che considerano la progressiva istituzionalizzazione e commercializzazione dei Pride, rifiutano sponsor e finanziamenti privati e sostengono che la lotta per i diritti LGBTQIA+ non possa essere separata da altre battaglie, come quelle contro il razzismo, il colonialismo, le guerre e a sostegno del popolo palestinese. In questo contesto viene richiamato anche il concetto di pinkwashing, con cui alcuni movimenti indicano l’utilizzo dei diritti LGBTQIA+ come strumento per migliorare l’immagine di governi o istituzioni, distogliendo l’attenzione da altre violazioni dei diritti umani. Si tratta di differenze reali, che meritano di essere comprese senza semplificazioni. Allo stesso tempo, osservando il corteo di ieri emerge anche un elemento che invita a evitare letture troppo schematiche. La partecipazione al Napoli Pride di personalità che negli ultimi mesi hanno espresso pubblicamente posizioni molto nette a favore della pace e dei diritti del popolo palestinese suggerisce che il dibattito aperto tra le due manifestazioni non possa essere ridotto a una semplice contrapposizione tra chi sostiene la causa palestinese e chi partecipa al Pride storico della città. La realtà appare più articolata. Le differenze sembrano riguardare soprattutto il modo di concepire il ruolo politico del Pride, il rapporto con le istituzioni, la presenza degli sponsor e il legame tra la rivendicazione dei diritti LGBTQIA+ e le altre lotte sociali. Napoli, in questo giugno, ha mostrato entrambe queste visioni. Da un lato il Pride del trentennale, che continua il percorso iniziato nel 1996 e punta a coinvolgere l’intera città; dall’altro Arrevutamm Pride, che rivendica un’impostazione più radicale e autonoma. Due strade differenti che testimoniano come il movimento LGBTQIA+ continui a interrogarsi sul proprio presente e sul proprio futuro. Il confronto può anche essere acceso, ma può aiutare a comprendere meglio la complessità di un movimento che continua a riflettere su linguaggi, alleanze e priorità. La difesa della dignità delle persone LGBTQIA+ resta il terreno da cui partire, anche quando le strade scelte per rivendicarla non coincidono. Fonti * Napoli Pride – sito ufficiale⁠ * Arcigay Napoli – “La libertà non si corregge”. Il Napoli Pride 2026 celebra trent’anni di corpi, lotte e trasformazioni * Gay.it – Arrevutamm Pride 2026⁠ * Pressenza – Francesco Russo, “Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori” Fotografie (dalla prima alla quinta) di Giancarlo De Luca e (sesta) dalla pagina Facebook di Luigi De Magistris  Lucia Montanaro
June 28, 2026
Pressenza
Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori
IN PIAZZA GARIBALDI UN PRIDE RADICALE, AUTOFINANZIATO E POLITICO, CHE INTRECCIA RIVENDICAZIONI QUEER, SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA E RIFIUTO DELLE LOGICHE COMMERCIALI E ISTITUZIONALI. Napoli, 20 giugno 2026 Piazza Garibaldi, metà pomeriggio. Il sole batte ancora sui sampietrini quando arrivo, e la piazza è già più piena di quanto mi aspettassi. Il monumento al centro diventa il punto di raccolta naturale, la quinta scenica intorno alla quale la gente si dispone senza che nessuno lo abbia deciso. Sopra le teste, uno striscione dipinto a mano: “NO PRIDE IN GENOCIDE”, lettere rosa e nere. Poco più in là, un’anguria di cartone con “FREE PALESTINE” in bianco su rosso oscilla sopra la folla. La piazza non aspettava. Era già. Arrevutamm Pride non si presenta come un evento. La Manifesta 2026 lo dice in apertura: è un progetto politico vivo, fluido, in divenire. Un laboratorio permanente che si anima del fuoco di chi lo attraversa. Il nome viene dal napoletano, “rivoltiamo”, e il capovolgimento riguarda prima di tutto il metodo. Niente sponsor, niente sponsorizzazioni commerciali, niente logiche verticistiche. L’autofinanziamento non è una scelta obbligata dalla mancanza di risorse, è una posizione politica: rifiutare che le rivendicazioni di chi viene sistematicamente espulso dal discorso pubblico vengano monetizzate, addomesticate, rese presentabili al mercato. Durante la dichiarazione di apertura, dal megafono: “La nostra autonomia politica non è in vendita in questa piazza”. La Manifesta chiama per nome ciò da cui Arrevutamm si distanzia: “la politicità completamente annientata dalle logiche di consumo, da quelle di consenso, da quelle neoliberali”. Un Pride scomodo, dicono di sé, che nasce come spazio per persone queer marginalizzate, cancellate, rese feticcio, tokenizzate, silenziose. Nasce, soprattutto, come risposta alla stanchezza dei compromessi. La Manifesta 2026 porta una delle affermazioni politiche più nette che si possano leggere in un documento di movimento in questo momento: “NO PRIDE IN GENOCIDE finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Non una postilla, non una nota a margine, ma una delle colonne portanti dell’intero impianto politico del collettivo. Arrevutamm ha costruito il corteo di oggi in solidarietà con quei corpi, ha spostato una delle proprie assemblee preparatorie dentro il presidio permanente pro-Palestina dell’Università Federico II, a Porta di Massa. Il pinkwashing, nella lettura di Arrevutamm, non è solo la pratica delle aziende che appendono una bandiera arcobaleno a giugno. È anche la pratica degli Stati che usano i diritti delle persone queer come argomento di legittimazione della propria violenza militare. Dal megafono: “Non è possibile accettare che ai Pride partecipino le stesse aziende che inquinano il pianeta, che lucrano sui nostri dati, che distruggono con progetti imperialisti interi territori e popoli, che quando la Casa Bianca chiama non pensano due volte a rimuovere tutti i programmi di diversity and inclusion pur di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione”. Arrevutamm rifiuta di essere la faccia presentabile di un Occidente che bombarda. “Finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, il nostro grido sarà solo uno”. Quello che accade a Napoli oggi non è un caso isolato. Negli stessi giorni, il Rivolta Pride di Bologna porta lo stesso “NO PRIDE IN GENOCIDE” come asse politico centrale, non come postilla. A Roma il Pride ufficiale ha escluso il carro di un’associazione filo-sionista sotto la pressione del movimento. La formula è la stessa, la direzione è la stessa: nei Pride radicali italiani il sostegno alla causa palestinese non è un tema aggiunto, ma un criterio di appartenenza. Il conflitto non è tra chi fa Pride e chi non lo fa: è dentro la parola stessa, su cosa debba contenere e a quali esistenze debba rispondere. Quando parte il corteo, lo striscione principale occupa tutta la larghezza della strada: “ARREVUTAMM PRIDE 2026”, fiamme rosa alla base, e sul lato sinistro “CORPI E TERRITORI”. Guardando chi sfila, viene da pensare che quella scritta non sia solo una dichiarazione programmatica. I corpi in questo corteo non corrispondono all’immaginario che certi Pride hanno costruito e replicato negli anni: corpi performativi, omologati, esibiti come prova di accettabilità. Qui c’è altro, e non è semplice da nominare senza scivolare nella retorica. Sono corpi che non hanno contrattato la propria presenza, che non si sono resi presentabili per ottenere il diritto di sfilare. Corpi che non chiedono di essere trovati accettabili perché rifiutano la logica stessa dell’accettazione: quella per cui esisti nella misura in cui qualcuno con più potere di te decide che puoi farlo. Non è una postura, non è un’estetica alternativa. È il rifiuto di diventare merce di scambio: ti mostro quanto sono normale, tu mi concedi i diritti. Quei corpi rivendicano sé stessi senza attendere che qualcuno conceda loro il diritto di farlo. L’energia in piazza non era quella dei cortei che celebrano. Era qualcosa di più intenzionale: la voglia concreta di non essere soggetti passivi, ma responsabili della propria vita. Dalla dichiarazione di apertura: “Noi non chiediamo che ci vengano concessi i diritti, pretendiamo che ci vengano garantiti tutti quelli che attivamente la società ci toglie e ci strappa dalle mani. Non chiediamo il favore di essere tollerate e incluse”. E ancora, rivolto alle istituzioni presenti in piazza: “Fate un passo indietro. Mettetevi nella folla, parlate con le comunità, sentite che hanno da dire, e semmai partite da qui per compiere il vostro lavoro”. Una settimana dopo, il Napoli Pride ufficiale celebrerà i trent’anni dal primo corteo del 1996. Due manifestazioni nella stessa città, nello stesso giugno. La questione che Arrevutamm solleva non è di concorrenza tra cortei, né di purezza politica contrapposta alla contaminazione istituzionale. È più scomoda: riguarda cosa si intende per orgoglio quando il termine viene usato da soggetti politicamente inconciliabili. Se orgoglio può significare contemporaneamente autofinanziamento e sponsorizzazione bancaria, antisionismo e viaggio a Tel Aviv, presidio universitario pro-Palestina e Pride Park al Palazzo Fuga, allora la parola non descrive più niente di preciso. Il rischio non è la divisione del movimento, che è sempre esistita ed è spesso stata fertile. Il rischio è che la proliferazione di usi dello stesso termine finisca per svuotarlo, per renderlo un contenitore disponibile a qualsiasi riempimento, compreso quello di chi lo usa per non fare niente. Arrevutamm prova a tenere il termine ancorato a una pratica concreta: niente sponsor, niente istituzioni sul palco, niente silenzio su Gaza. La Manifesta 2026 chiude così: “Saremo tumulto, come il bradisismo dei Campi Flegrei, da cui far emergere nuovi orizzonti nella frattura dell’esistente”. Il bradisismo è il movimento lento del suolo che si gonfia dal basso. Oggi, in questa piazza, non sembrava una metafora. Piazza Garibaldi durante Arrevutamm Pride 2026, con cartello “Free Palestine”. Francesco Russo
June 22, 2026
Pressenza
Roma Pride 2026: se i diritti non sono di tuttə non sono diritti
Non bisogna essere per forza neri per manifestare contro il razzismo, né è necessario essere uno straniero clandestino per lottare contro chi minaccia la cosiddetta “remigrazione”, o donna per protestare contro i femminicidi, o rom per indignarsi contro la tziganofobia… si può quindi essere eterosessuali, cisgender e scendere in piazza contro ogni forma di omofobia: basta non essere fascisti e/o stronzi (mi si scusi il francesismo). Infatti a metà corteo incrocio una delegazione provinciale dell’Anpi, con le uniche bandiere tricolori che amo vedere in piazza. B Il Patriarcato non è soltanto contro le donne e la vasta e variegata comunità LGBTQIA+, ma i Patriarchi da Abramo in poi non esistano a sacrificare, se un Dio o una patria lo richiedono, i propri giovani figli maschi (ora in Ucraina con la benedizione delle Chiese Cattoliche e Ortodosse ad esempio) e non è un granché come privilegio di genere. Da anni infatti i Pride sono una grande festa di libertà di tutte e di tutti: un gioioso movimento di festa di popolo e soprattutto di giovani e giovanissimi che ripudiano il moralismo sessuofobo e clerical fascista che per secoli ha dominato, a volte con ferocia, il nostro Paese, l’intero Occidente e gran parte del nostro pianeta. Tuttora ci sono Paesi in cui l’omosessualità è un reato, talvolta persino punito con la pena di morte, al punto che non pochi rifugiati chiedono asilo in Italia per le persecuzioni che vive chi appartiene o si riconosce in un’identità di genere non conforme. Sfilano i numerosi carri che sparano musica a tutto volume. Ricordo il primo Pride a cui ho partecipato nel 2000. La Chiesa Cattolica tentò in tutti i modi di bloccarlo considerandolo blasfemo nell’anno del giubileo. Questa ottusità provocó, come sempre accade in questo Paese quando la reazione tenta di imporsi spudoratamente, una partecipazione di massa. Ricordo Armando Cossutta in giacca e cravatta dietro lo striscione di Rifondazione Comunista e il mio amico don Gianni Novelli, che ci ha lasciato pochi mesi fa, direttore del Centro Interconfessionale per la Pace che sfilava con un folto gruppo di Cristiani contro l’omofobia. Credo che fu da allora che i Pride divennero sempre di più una festa di tutte, ma anche un momento di lotta perché la reazione incalza e ci vuole poco a tornare indietro di decenni. Ho un ricordo particolarmente emozionante di un mio alunno che rividi dopo una decina di anni e quindi ormai ventenne: faceva parte del servizio d’ordine che apriva il corteo e mi abbracciò calorosamente e visibilmente commosso. Per quanto  forze neoliberiste tentino di appropriarsi di questa battaglia per i diritti individuali, in Italia queste posizioni di pinkwashing non trovano spazio. Da un lato i numerosi carri della Cgil esprimono il fatto che i diritti umani sono una rete indivisibile che unisce quelli individuali a quelli sociali, poiché senza una casa e un lavoro non esiste vera libertà. Dall’altro il Pride di Roma ha “scelto da che parte stare” e ha deciso che chi non condanna il genocidio in Palestina non può sfilare come nulla fosse. Espressione della vasta comunità LGBTQIA+ italiana, i Pride credono nella intersezionalità delle lotte e quindi ripudiano la guerra e il militarismo e sostengono il popolo palestinese. Del resto le giovani e giovanissime persone che sfilano oggi sono in gran parte le stesse che sabato scorso hanno manifestato contro gli xenofobi e razzisti autori delle remigrazione, che hanno votato NO al referendum costituzionale e hanno bloccato Roma e l’Italia in solidarietà con la Palestina. Lotte per la libertà che si intrecciano. Anni fa la partigiana comunista Tina Costa accettò di essere la madrina di uno dei Pride romani. La giovane leader del movimento degli Studenti Palestinesi, Maya Issa, sta sul carro dell’Arci con le bandiere palestinesi. Riusciremo ad unire queste lotte in un credibile e vincente progetto di alternativa di società? Difficile dirlo, “a sarà dura” dicono le compagne ed i compagni della Valsusa che da decenni si oppongono al TAV. Pressenza serve anche ad aiutare la realizzazione di questo progetto. Foto di Mauro Zanella Mauro Carlo Zanella
June 20, 2026
Pressenza
RADIO AFRICA: OLTRE LA CRISI DELLA COOPERAZIONE, NUOVI INVESTIMENTI, NUOVI DEBITI E NUOVE LEGGI ANTI-LGBTQIA+
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 26 marzo, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. Oggi dedicheremo i 35 minuti a nostra disposizione per parlare di nuovi indebitamenti contratti da alcuni stati africani che però aumentano anche gli investimenti, anche in videosorveglianza. Da qui arriveremo a raccontare la parabola discendente della cooperazione allo sviluppo, in particolare degli effetti dei tagli di Donald Trump all’agenzia per lo sviluppo statunitense USAID. Lo faremo con Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista Slow-News.com e firma del Manifesto e di Africa rivista. Capiremo anche come questi tagli indeboliscano alcuni progetti legati alla salute delle persone LGBTQIA+, nello specifico, in Nigeria. Con noi avremo Giovanni Zardini del circolo Pink di Verona, organizzazione che sostiene questi progetti, indeboliti dai tagli di Trump, a Lagos e Abuja. Con Giovanni commenteremo anche la recente legge senegalese contro l’omosessualità, che prevede pene fino a dieci anni di carcere. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 26 marzo alle ore 18.45 e in replica venerdì 27 marzo, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
March 26, 2026
Radio Onda d`Urto