Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sulle morti sospette di persone bisognose di cura e ascoltoPUBBLICHIAMO UN IMPORTANTE ARTICOLO DEL COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN
ARTAUD DI PISA RELATIVAMENTE ALLE CIRCOSTANZE CHE HANNO CAUSATO LA MORTE DI
FAKIR, TITOLARE DI UNA DITTA DI TRASPORTI E FACCHINAGGIO, A BOLOGNA NEL LUGLIO
SCORSO. NE CONDIVIDIAMO L’IMPIANTO E L’ANALISI CHE PORTA INEVITABILMENTE IL
DISCORSO SULLA PROGRESSIVA MILITARIZZAZIONE DI OGNI ARTICOLAZIONE DELLA SOCIETÀ
ITALIANA IN UN’OTTICA REPRESSIVA SEMPRE PIÙ PRONUNCIATA. LA LETTURA DI OGNI
FENOMENO SOCIALE, COMPRESE QUELLE SITUAZIONI IN CUI SI ESPRIMONO PARTICOLARI
SOFFERENZE E BISOGNI, IN CHIAVE ESCLUSIVAMENTE SECURITARIA DIMOSTRA LA COMPLETA
INCAPACITÀ E LA PATENTE INADEGUATEZZA DI APPARATI ISTITUZIONALI EVIDENTEMENTE
CONVINTI CHE L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE SIANO MANETTE E MANGANELLI. COME IL
COLLETTIVO, SIAMO ANCHE NOI CONVINT3 CHE «UN VERO CAMBIAMENTO NON PUÒ PASSARE
CHE DALLA CONSAPEVOLEZZA DIFFUSA DELLA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA
DISPONIBILITÀ ALLA CURA, QUELLA VERA, FATTA DI ASCOLTO, CAPACITÀ DI RELAZIONE,
VICINANZA».
NO, DECISAMENTE QUESTA NON PUÒ ESSERE LA NUOVA NORMALITÀ.
COMUNICATO STAMPA
È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso
Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante
un fermo.
Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta
di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva
manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla
migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i
documenti in regola.
La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più. Sembra
che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se
non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.
Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a
Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo
avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì. Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.
Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere
all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo
turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a
terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.
Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo
Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa)
si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le
persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso
Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e
camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce
Rossa.
Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri.
Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento
della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011.
Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in
provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre
era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a
terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio
2014.
Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato
durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di
psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino.
Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo
mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati
da un cordino di plastica.
Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11
e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari
nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e
potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di
Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da
due vigili urbani il 3 novembre 2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze
dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il
TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che
impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della
forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni
giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li
subisce.
Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una
sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto.
Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova
in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e
accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e
sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come
conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza.
Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà
sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel
nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè
pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso
per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una
soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in
psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le
parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di
psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto
perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla
mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali,
ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro
compito primario: controllare, contenere e reprimere.
Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità
collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di
rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo.
Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre:
previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in
atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate
matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno
o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi
è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata
orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo
abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che
forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata
perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un
ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto
soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il
quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui
stesso fosse la causa del suo omicidio.
La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già
mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro
operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro
ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo”
introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si
presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in
adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli
accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello
ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e
ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di
polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta
della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un
doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei
propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e
accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione
effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che
famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono
costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una
successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte
delle persone a loro più care.
Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita
di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e
rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di
reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non
rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della
necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di
ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che,
inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.
Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova
normalità.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
3357002669
--------------------------------------------------------------------------------
Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo
donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui:
FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM
Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo!
Fai una donazione
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona mensilmente
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona annualmente