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Come resistere al sistema: la memoria e la politica. Un dibattito a Calenzano
“Come resistere al sistema”: La memoria e la politica. Possiamo ancora proporre umanità e prospettive di pace in questo tempo? Lorenzo Guadagnucci ha presentato il 19 Febbraio a Calenzano  il suo libro “Un’altra memoria” in una serata in cui  Donatella Della Porta e Micaela Frulli hanno dialogato con Cristiano Lucchi, che apre domandando come passare dall’analisi alla memoria dei fatti narrati. Lorenzo Guadagnucci sottolinea quanto il senso della memoria debba essere rapportato alle politiche della memoria; ricostruendo gli eventi di celebrazione di Sant’Anna si militarizza l’occasione del ricordo, ad esempio, si è scelto quindi di creare un cammino Monte Sole Marzabotto Sant’Anna che potesse restituire qualcosa di diverso, partendo dal posizionarsi davanti ad una installazione “Alla memoria dei fratelli morti nel mediterraneo”, rivolgendosi verso Gerusalemme, parlando di genocidio del Mediterraneo, associato ai fatti accaduti alla Vaccareccia; nel 2024, ci si è chiesti come fosse possibile celebrare Sant’Anna senza pensare a Gaza, dove avviene una partecipazione delle potenze mondiali, compresa l’Italia, che non sembrerebbe essere compatibile con le attuali politiche della memoria, come se ci fosse una “impressionante normalizzazione” rispetto a Gaza. Quali le vite che contano? Le vite dei palestinesi sembrano non contare. Come si raccontano i fatti, se liberati quattro ostaggi i quattrocento morti diventano un danno collaterale. A che cosa serve la memoria quindi, se poi esistono i fatti di Gaza? La memoria non sembra essere di reale ispirazione delle scelte politiche: sono binari che corrono separati. C’è invece bisogno di ricostruire, tocca alla società civile ed ai movimenti agire per cambiare; abbiamo abbandonato la storia di noi come carnefici; i movimenti hanno bisogno di una memoria che vada oltre le due guerre mondiali, che preservi un patrimonio anche di fatti recenti, che ricolleghi Genova e Torino; dobbiamo ricostruire una memoria, rielaborandola ed arricchendola di nuovi dati, perché la memoria deve essere politicizzata. Donatella Dell Porta parla di memoria “malleabile”, che si ricostruisce di volta in volta; i movimenti stanno producendo tanto, ma non archiviano; producono fatti simbolici, cercano di rileggere il cambiamento di significato, ad esempio del Sessantotto anche nelle ricorrenze di questo; è necessario parlare di “memoria dinamica”, per cui nei fatti ad esempio i figli dei migranti nei luoghi della memoria tendono a identificarsi nelle vittime, in un “ricordo combinato”; i custodi della memoria non deviano rispetto a quel percorso. Eppure in Italia la memoria della resistenza è da tempo utilizzata in maniera viva, ha un aspetto dinamico, come si scorge dentro le iniziative proposte da ANPI, riattualizzando e collegando la resistenza con le resistenze. I movimenti stessi del resto hanno prodotto una accelerazione, facendo proposte in cui portare l’attenzione sul genocidio attraverso azioni quali digiuno per Gaza, i sudari, i cortei diversi dentro cui si sono viste tante bandiere palestinesi. Micaela Frulli sottolinea l’importanza di attualizzare la memoria; la strada del diritto internazionale risente degli stessi problemi della memoria, mettendo a processo l’idea simbolica e pedagogica. Il doppio standard ha caratterizzato la giustizia internazionale fino alla corte penale internazionale. L’invasione dell’Ucraina e poi Gaza hanno fatto venire fuori tutti i nodi al pettine, hanno sottolineato l’urgenza di fare pressione sui nostri governi perché la stessa Unione Europea ha tradito, fare pressione forte coinvolgendo la gente, perché la gente è presente, ad esempio nell’Urlo per Gaza, nelle iniziative e nelle piazze, dobbiamo saper salvaguardare quello che abbiamo. Da Calenzano un appello alla coerenza dei posizionamenti, all’intelligenza delle idee e degli strumenti che abbiamo per interpretarle e metterle in prassi, per una memoria dinamica, viva, connessa. Emanuela Bavazzano
February 21, 2026
Pressenza
La rivoluzione di un’altra memoria
Giovedì 10 luglio 2025 presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze, si è tenuta la presentazione del saggio di Lorenzo Guadagnucci “Un’altra memoria”. Sono intervenuti insieme all’autore, Valentina Baroni, giornalista, vicedirettrice di Fuori Binario, autrice del libro sulla GKN “La fabbrica dei sogni“ e Dimitrij Palagi, consigliere comunale di Firenze, vicepresidente Commissione consiliare 7, pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali, immigrazione. Il libro è incentrato sulla riflessione che la memoria delle stragi nazifasciste (da Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto – Montesole, alle Fosse Ardeatine) è diventata in gran parte un rito sterile, autoreferenziale e complice dell’indifferenza verso i crimini del presente, quali ad esempio quello in corso a Gaza. Viene denunciata l’incoerenza del condannare le stragi del passato ma tollerando quelle di oggi e non considerando quelle che ci ha visto attori come italiani. Al contrario ci sarebbe la necessità di una memoria viva, politica, attiva, capace di denunciare gli orrori e le guerre di oggi, affermare il valore universale di ogni vita umana e difendere il Diritto Internazionale oggi screditato e sotto attacco. Dmitrij Palagi nella introduzione ha invitato a “non farci ingannare dal titolo del libro” ed ha evidenziato come in esso “si parte da una presenza anche fisica nei luoghi della memoria, a un rapporto con il camminare nei luoghi della memoria e interrogarsi su quello che attraversa tutto e tutti noi quando partecipiamo ai momenti istituzionali”. Ha ricordato ad esempio che la sindaca di Firenze Funaro non era mai stata contestata quanto durante l’ultima celebrazione del 2 giugno a Firenze, una contestazione che nasceva dalla domanda che fa nascere questo libro. In questo senso questo “non è un libro sul passato perché si interroga sul senso che hanno le istituzioni per come sono state costruite nel secondo dopoguerra mentre oggi sta venendo meno l’intero assetto su cui è costruita la legittimazione delle nostre democrazie occidentali”. Valentina Baroni ha sottolineato come viene trattata la memoria oggi e come Guadagnucci “lo fa attraverso riferimenti bibliografici attraverso una grandissima conoscenza di questo tema ma lo fa andando nei posti con il proprio corpo e questa è una particolarità perché è qualcosa che coinvolge il lettore”. “La parola chiave di tutta questa riflessione è una parola antica che non mi aspettavo, è la parola ‘rivoluzione’: il nostro approccio deve essere rivoluzionario, una parola antica ma Lorenzo la usa in una maniera nuova, perché nel mondo in cui ci troviamo oggi, in cui tutto sembra crollare,  in questa incertezza totale in cui ci troviamo,  questa parola non compare mai nel dibattito pubblico come salvifica e quindi già l’averla citata l’averla messa in fondo al libro dopo tutti questi stimoli che arrivavano per me è stata una cosa che ancora di più mi ha fatto pensare”. Lorenzo Guadagnucci ha ricordato come “questo libro nasce esattamente quasi un anno fa la mattina del 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema quando ci siamo ritrovati con un gruppo di camminatori che tutti gli anni fanno un percorso a piedi da Montesole a Sant’Anna, sui luoghi della memoria delle stragi nazifasciste. Da qualche anno in questo gruppo si è è sviluppata l’insoddisfazione per la ritualità della cerimonia ufficiale del 12 agosto e abbiamo aggiunto un piccolo rito che facciamo all’alba alla Baccareccia, una delle frazioni dove è stata attuata la strage e dove è morta Elena la mamma del mio papà”.  Ci siamo trovati lì con la presenza del nostro corpo, ma la testa era altrove ed ho pensato che il mio contributo più onesto da dare a quella giornata fosse di non raccontare la storia che normalmente raccontavo di mia nonna …  perché mi sembrava improprio raccontare una storia, suscitare quindi commozione e attenzione su una vicenda di 80 anni fa, mentre eravamo in un luogo della memoria che stava dimostrando il suo fallimento, mentre erano in corso le stragi a Gaza con il contributo militare politico mediatico di tutte le democrazie occidentali compresa la nostra. A che serve la meria delle stragi di allore se poi “dimentichiamo”, facciamo finta di non vedere, non interveniamo sulle stragi di oggi. Continua Guadagnucci “c’è un bisogno di rigenerare questa memoria se vogliamo continuare a credere che abbia un valore, un senso, che possa essere un punto di riferimento per la comunità, un momento di unione, di ispirazione.  E quindi da lì è partito questo viaggio che è anche un viaggio fisico. Perché questa memoria è così inutile rispetto all’oggi? Perché non sa dire niente sulle vicende così gravi che accadono sulla striscia di Gaza ed io credo che questa vicenda sia una svolta storica ed abbia cambiato completamente il senso della nostra democrazia.  Io non credo che abbiamo nemmeno più il diritto di parlare di democrazia: è una svolta anche sotto il profilo istituzionale, buona parte della costruzione istituzionale fatta dopo il ‘45 sulla base dell’esperienza della Seconda guerra mondiale viene demolita giorno per giorno, voto in Parlamento per voto in Parlamento, le Nazioni Unite umiliate le corti internazionali irrise”. “Penso anche che l’antifascismo oggi sia in una crisi molto grave, perché non mi pare che abbia colto la gravità di questo passaggio, tant’è che i voti nei Parlamenti nazionali e europei sono univoci, gli antifascisti votano con i postfascisti su cose determinanti come le politiche delle armi”  “Non penso di dover abbandonare l’antifascismo, credo però che questo scarto che c’è stato tra il passato e il presente potrebbe avere a che fare con il fatto che abbiamo sviluppato una memoria storica prevalentemente vittimistica,  cioè una memoria nella quale i fatti che abbiamo incluso nel nostro calendario civile sia soprattutto sui fatti della guerra in cui gli italiani sono stati vittime, le strage di civili, che sembrano che siano state fatte solo contro gli italiani, quindi si parla di Montesole, di Marzabotto, delle fosse Ardeatine,…   ci concentriamo su noi italiani come vittime della guerra contro i civili, ma dimentichiamo tutta l’altra parte, cioè quella in cui gli italiani, perlomeno quelli con la divisa, sono stati autori di stragi altrettanto gravi e c’è una lunga sequenza di episodi storici ormai noti dalla Grecia all’Albania alla Jugoslavia per non parlare dell’Etiopia e quindi c’è sicuramente una memoria monca, una memoria parziale”. Dimitrij Palagi: un tema presente nel libro è che la memoria può essere terreno di scontro. “Chi ha ereditato la cultura della Repubblica Sociale Italiana e non l’ha mai rinnegata, ma magari l’ha nascosta, non ha nessun tipo di problema ad attaccare utilizzando la memoria, a scegliere il giorno in cui può vittimizzarsi. E’ una visione per cui il giorno del ricordo non è tanto il problema della Jugoslavia, è il problema che quelli erano slavi e quindi è vero che gli italiani erano fascisti, ma tutto sommato erano italiani e quindi perché noi dovremmo ricordare la nostra parte cattiva invece delle nostre vittime?  Questo è effettivamente il paradigma che ci viene proposto perché noi facciamo sempre più fatica il Giorno della Memoria o i giorni delle stragi a poter dire che si può anche fare conflitto sulla memoria e sulla storia, perché la memoria non corrisponde esattamente alla disciplina storica e alla ricerca delle fonti, ma l’uso e la memoria è fondativa dell’identità”. “Non  c’è rivoluzione senza movimento, cioè la rivoluzione è il passaggio in cui a un certo punto il movimento rompe, crea uno spazio vuoto e si ricomincia a ricostruire, nel ricostruire il rischio, come c’è scritto nel libro, è che si cada nella visione del potere che c’è dall’alto verso il basso, cioè l’idea è conquisto il potere, con il rischio di ricadere nelle stesse logiche e nelle stesse contraddizioni che tra l’altro hanno anche segnato il novecento: non a caso nella parte finale del  libro c’è scritto che deve essere una rivoluzione non violenta”. Lorenzo Guadagnucci ha poi ripreso il tema della Rivoluzione: “io effettivamente penso che è un concetto che dobbiamo recuperare, è stato accantonato, è stato considerato superato, è una parola praticamente impronunciabile, ti sorridono con sufficienza quelli che ti guardano mentre la dici, però io penso che sia una dimensione alla quale in realtà facciamo riferimento ogni volta che ci impegniamo nella società e cerchiamo di intervenire sulle questioni più grosse, le uniche di cui dovremmo occuparci: il cambiamento climatico, le guerre che si preparano.  Le proposte che vengono da tutti i gruppi, i movimenti di qualsiasi tipo che si impegnano su questo tema in realtà sono proposte rivoluzionarie nel senso che sono in totale contrasto rispetto al sistema oggi dominante, qualsiasi ripensamento sull’economia, sull’organizzazione sociale, sulla politica, sulle diplomazie, sui rapporti fra stati, in questo momento per avere senso deve avere un carattere rivoluzionario perché siamo di fronte a un tale degrado che il riformismo è inservibile per usare queste due categorie riformismo e rivoluzione”. “Siamo malati di moderatismo, c’è stata una dittatura, ci hanno veramente manipolato in questo, un sistema di pensiero, un sistema mediatico, politico che ha insistito su questo tema e ci ha fortemente condizionato. Io quindi credo che la dimensione della rivoluzione debba essere nel nostro presente e poi quello che mi porta anche a fare una distinzione tra antifascismo debole e antifascismo forte: l’antifascismo debole è l’antifascismo che contesta ai fascisti di essere fascisti, che fa presidio, che fa custodia della memoria. Tutto questo va bene e non credo che vada sprecato, ma mi sembra veramente insufficiente: lo chiamo antifascismo debole perché non è abbastanza rispetto a quello che è successo, non è abbastanza rispetto a tutte le sfide che abbiamo di fronte, noi di tutta la tradizione antifascista che è grandiosa, lo sappiamo, tutte le cose migliori che abbiamo nascono perché abbiamo avuto una resistenza, c’è stato un pensiero antifascista nei vent’anni del regime. La tensione rivoluzionaria dell’antifascismo, questa è l’unica vera cosa che ci interessa oggi, più di tutte le altre, loro pensavano e si preparavano a un cambiamento radicale, non stavano a cercare mediazioni”. Paolo Mazzinghi
July 11, 2025
Pressenza
Firenze: “Le Piagge Comunità Insorgente”
Firenze, una sera d’estate in cui il vento soffia e spazza via il tepore, forse anche il torpore, risvegliando le coscienze e la storia, la Comunità si racconta, aprendosi attraverso la presentazione di un libro, scritto da Francesca Manuelli, ed insieme le narrazioni di chi questo luogo lo abita, persone amiche, che hanno accompagnato e accompagnano ancora il cammino della comunità. Alessandro Santoro, introducendo, invita ad attraversare questo spazio, guardare le foto al Germinale ed i banchi collocati nella piazza, banchi in cui sono illustrate le attività che sono anima e significato di questa esperienza collettiva; Lorenzo Guadagnucci ha il compito di aiutare a mettere insieme tutte le voci, a partire da Francesca Manuelli, autrice del libro, che contiene voci di tante persone, che fanno parte di questa storia. Stefano Massini, leggendo e leggendosi attraverso il libro, ricorda di essere arrivato a Le Piagge che era il 1983, aveva sette anni; i suoi genitori non si potevano permettere una casa a Firenze e così avevano scelto Le Piagge, che in lui da subito furono narrate col senso de “Le Spiagge”, avendo così assunto un fascino particolare; ricorda quando venne a vedere il cantiere, un luogo “stranissimo”, luogo che ancora non esisteva, “marea di condomini uno accanto all’altro”; non c’era una piazza, tutto il quartiere si chiamava con i numeri, “sembrava l’inferno di Dante”, dove i numeri indicavano gradi diversi di pericolosità. “Il solo la cui famiglia aveva deciso di venire ad abitare qua” (non erano mandati a vivere qua); rievoca la presenza di un furgone, “con lamiere di ferro saldate”, si facevano lì dentro le pizze e tanta gente fuori in fila per comprarle; “sono cresciuto in queste Piagge, che colpivano perché c’erano i poveri, che negli Anni Ottanta li percepivi come tali, mandati tutti qua”. Parlando di povertà e marginalità, puntualizza come in passato erano i poveri ad abitare al centro delle città, mentre i borghesi abitavano nei borghi intorno ed i nobili fuori nel verde; oggi in realtà accade l’opposto: sono le periferie ad essere “dormitori”, e questo processo iniziò negli Anni Ottanta. “Avevi tutto il mondo in classe, carico di complessità sociali”; ricorda un sacerdote venire all’ora di religione, con una grande mantella nera, e le persone che lo vedevano passare abbassavano la testa e lo chiamavano “signor priore”, e così un altro sacerdote; poi iniziò a spargersi voce che era arrivato “uno che iniziava a chiamarsi prete e che metteva bigliettini nelle cassette con scritto “io dico messa a Le Piagge” … aveva trenta anni e giocava a pallavolo: un modello differente di figura religiosa, rispetto ai sacerdoti con la mantella da salutare con reverenzialità. Al momento della nascita di questa esperienza, Stefano Massini ricorda che questo luogo è diventato “il luogo che dava il senso”; la piazza, che si veniva così ad aprire, dal greco “platea”, assumeva così il senso di luogo dove portare “lo sbando esistenziale, l’assenza di certezze, la voglia di aiutare gli altri a ritrovarsi e ritrovare così un significato”. Oggi i poveri sono “profondamente cambiati”: “hanno un lavoro, ma non sempre arrivano a fine mese, sono invisibili”, qui – in questa piazza – più visibili, anche se diversi da un tempo: “finti normali” sono quei poveri “costretti a venire a patti”, quindi costretti a dare meno nell’occhio. E, se oggi è difficile stare al passo, “questo luogo ha cercato di ascoltare e accogliere tutti: è un luogo verso cui avere gratitudine”. Questa piazza non è ancora asfaltata ed “è bella perché è incompiuta e ti accoglie nell’incompiutezza”; se partissimo dalla nostra incompiutezza, ci si potrebbe “abbracciare per completarci”, mentre l’essere risolti è l’atteggiamento dell’egoista, che non ha bisogno di altri”. Lorenzo Guadagnucci definisce il libro di Francesca Manuelli “notevole”: descrive e racconta la storia della comunità, da prima dell’arrivo di Alessandro Santoro; descrive la missione della comunità, che sta “dentro le cose più grandi”; Le Piagge sono “una delle poche perle della città, un luogo su cui appoggiarsi contro l’imbarbarimento della città”; ricorda che, rientrato a Firenze nel 2002, allora era il tempo del Forum Sociale Europeo: “una delle cose più alte e la comunità era tra i primi promotori”, esempio della rete Lilliput, protagonista del Movimento globale, che era già nella Genova del 2001. Racconta la propria storia personale connessa al G8 di Genova, dove “avevo avuto una brutta esperienza”, e si costituì allora il Comitato Verità e Giustizia per Genova”, con lo scopo di raccontare e informare su quello che era accaduto realmente a Genova, “una grave caduta di legalità costituzionale”, cercando di dare un senso a quello che era successo. A Le Piagge fu organizzato allora un incontro sul G8, che metteva a confronto le vittime degli abusi (come nell’esperienza personale vissuta della tortura, subìta alla Diaz) ed i rappresentanti delle forze di polizia. La Comunità può essere quindi definita anche come “comunità di lotta”, oltre che esperienza spirituale: “la comunità è fatta di credenti e non credenti, che riconosce la sacralità dell’essere umano, comunità resistente alla mercificazione, al sistema economico basato sul profitto: comunità con alto profilo politico, con profonde radici culturali, propensa all’azione”. “Quando la sinistra ha iniziato a diventare di destra”, con l’ordinanza contro i lavavetri, ricorda ci fu una mobilitazione ed un presidio sotto Palazzo Vecchio, con una staffetta di digiuno iniziata proprio da Alessandro Santoro, insieme con Tiziano Cardosi; dentro quella lotta ci fu uno scontro diretto, con lo stesso Alessandro e l’assessore Graziano Cioni, che l’ordinanza aveva firmato. Da quel tempo si torna all’oggi e si invita all’analisi critica. Padre Bernardo Gianni recupera il senso religioso – spirituale, citando Silvano Piovanelli, ed invitando a considerare le Piagge come “periferia della grazia”, “meravigliosa Mesopotamia”; ricorda che Alessandro fu mandato per costruire rapporti veri, per lottare contro il degrado del quartiere; così le persone furono chiamate a condividere, ad uscire dalla stasi, alcune condividendo la fede, altre “fermandosi al sussulto etico – politico, in una prospettiva preziosa di paradosso di forme – non-forme, qui e altrove, credenti e non credenti, praticanti e non praticanti, eccedendo l’ambigua opposizione del sacro e del profondo”. Anticipa (quando poi Alessandro commenterà) che non era necessario avere un edificio (per essere luogo di pratica e credenza religiosa); parallelamente, accenna allo sgombero (vergognoso) militarizzato di Vicofaro, per “sloggiare” così le persone dall’effettiva partecipazione (religiosa e non). Citando Antonietta Potente, invita a “leggere il rovescio della trama”: “da qui può arrivare una parola di futuro per creare un tessuto nuovo”. Alessandro Santoro, rispondendo alle sollecitazioni di Lorenzo Guadagnucci, sulla sua prospettiva (ecclesiale) e sul senso dell’anarchia, tende a precisare di non voler accentrare su se stesso le risposte bensì restituirle in dimensione collettiva: “il mio pensiero è legato a quello che ho vissuto e imparato con le persone che abitano qua, la Comunità” ed, in visione di futuro, anticipa che la comunità dovrà continuare a “girare intorno alle persone che vivono nel quartiere”. Ricorda che “questa storia era nata un po’ da una follia personale: era necessario unire la mia esperienza di adesione alla vita così come insegnata da Gesù ad un modo corrispondente a quello che è per me, scegliendo di non stare nei privilegi che la chiesa si costruisce per sé”: “eresia del Vangelo, non mi ritrovo nella Chiesa”. Ed è quindi su questo concetto che si innesta anche l’anarchia, trovando in Gesù “una non piegatura alla mediazione”: “l’anarchia è una profezia, il sogno di una cosa, di tirare fuori la bellezza dentro cui si è nati; l’anarchia è aprire una porta perché ciò che è bello possa esprimersi”; poi naturalmente crea un ponte con l’anarchia politica, che “accompagna la mia storia, nel disagio nello stare dentro tutto ciò che è istituito”; ed ancora: “l’anarchia è fantasia, è nel camminando che si apre il cammino”. Ricorda l’importanza assunta da amici come Alex Zanotelli e la teologia della liberazione, la necessità di espoliazione, dentro un “sentirmi inquieto e provvisorio”: “mi riconosco come essere umano”. Infine, invita la comunità a continuare nel cammino, per “poter costruire un’altra storia”, in maniera nuova, “vivendo da persone che guardano il mondo con una fantasia diversa”; questa comunità può essere definita “a bassa identità e ad alta intensità”: come dice Alex, alla domanda “te chi sei?”, risponderebbe “io sono tutte le persone che ho incontrato”, “che non ci sia più alcun crocefisso attaccato alla chiesa, nessun muro a separare la piazza dal luogo chiuso: “a bassa identità è la piazza che celebra la vita, senza che tu perda niente della tua identità”; “ad alta intensità è nell’alta libertà, che non si fa assecondare, ma è disposta a gridare per generare altra vita dalla propria vita, collettivamente”. Infine, in una miscellanea di pensieri propri e ripresi da Alex Langer, Alessandro invita a non avere fretta, “custodire il fragile, essere piccoli per scegliere”; “la profondità è rivoluzionaria”, bisogna avere “il coraggio della sobrietà; “la pace è tessitura quotidiana di legami”; “la nonviolenza è la più alta forma di forza, costruire ponti, rifiutare il riarmo”; invita infine a “stare dalla parte della vita che cresce lenta”, avendo cura di tutto ciò che cresce piano. Firenze, una sera d’estate in cui il vento soffia e spazza via il torpore, la Comunità invita a restare dentro il racconto, in una cena di condivisione e di prosecuzione del cammino, che è e sarà a partire da questo luogo verso tutti gli altrove in cui le parole possano risuonare e sospingere i passi. Foto di Paolo Mazzinghi Emanuela Bavazzano – Redazione Toscana Pressenza Redazione Toscana
July 9, 2025
Pressenza