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A Pozzallo un sudario di memoria viva
Il 6 giugno a Pozzallo si è tenuto un Cammino di pace convocato dal Comitato Ibleo per la pace e il disarmo. Inaspettatamente circa 4-500 persone hanno camminato sul lungomare, a circa 2.000 km dalla Striscia di Gaza.  Al centro del cammino c’era un lunghissimo sudario: 70 metri di lenzuolo, decine e decine di persone a sorreggerlo, con scritti sopra a mano 18.300 nomi di bambini e bambine uccisi a Gaza. Il sudario è nato nell’aprile 2026, da una lezione sulla pace del professor Giovanni Susino all’Istituto Superiore Giorgio La Pira di Pozzallo: la lezione ha stimolato l’azione. Da lì è venuta l’intuizione di cercare e scrivere i nomi dei bambini palestinesi uccisi a Gaza, come atto di memoria e onore delle vittime innocenti del genocidio in corso, come azione che permettesse di fare qualcosa, qualsiasi cosa, fosse anche piccola e insignificante, di fronte all’indicibile tragedia cui stavamo assistendo ormai da quasi tre anni. Ne è venuto fuori un immenso monumento vivo! L’elenco con i nomi dei piccoli e delle piccole uccise viene recuperato dal sito dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, che lo aggiorna costantemente. Il progetto, con il consenso della dirigente, parte coinvolgendo 28 classi, per un totale di 560 studenti e studentesse, che si suddividono le decine di fogli di nomi; in ogni classe, a ognuno di loro vengono assegnati i nomi da scrivere. I rappresentanti d’istituto si fanno promotori di una raccolta fondi per acquistare 29 lenzuola matrimoniali (uno per ogni classe, più uno da lasciare bianco, come suggerito da uno studente, per ricordare tutti i bambini e le bambine morti in tutte le guerre, quelli di cui non ci è arrivato nemmeno il nome), qualche centinaio di pennarelli indelebili e 400 fischietti, perché “la pace deve fare rumore più della guerra”. La lunga azione che porterà al sudario ha inizio. L’opera ha richiesto svariate ore per essere portata a termine per la parte di scrittura: ore concentrate e intense in cui ragazzi e ragazze, accompagnate dai e dalle loro docenti, si sono dedicati ad essa. Hanno anche ascoltato le testimonianze sulle uccisioni di alcuni dei bambini di cui hanno scritto i nomi, riscattandoli dall’accusa israeliana di essere una minaccia, di essere  futuri terroristi degni solo di essere uccisi, così restituendo loro la dignità di piccoli esseri pieni di vita, di sogni, di futuro. Sapevano perfettamente cosa si stava consumando dall’altra parte del Mediterraneo, non lontano dalla costa sud della Sicilia. È stata poi coinvolta la signora Sabrina per cucire insieme tutte le lenzuola, tanto commossa dall’azione di memoria e onore verso le piccole vittime innocenti da lavorare gratis. Il 22 maggio il sudario ha sfilato a Pozzallo in un corteo inizialmente rumoroso grazie ai 400 fischietti, perché il silenzio in cui questa tragedia è stata sommersa è ormai insopportabile per chiunque. Poi ha risuonato il Silenzio, eseguito alla tromba da uno degli studenti, alla presenza di molti insegnanti e genitori, oltre a studenti e studentesse di tutte le scuole di Pozzallo, fino ad arrivare sulla scalinata della Chiesa madre, dove sono state lette riflessioni sulla pace e dove poi per una settimana il sudario è rimasto esposto. È un sudario prezioso, ma non può restare chiuso in una cassa per conservarsi meglio.  È bello che continui a sfilare ovunque qualcuno voglia tener viva la memoria del genocidio e della tragedia che continua senza sosta a Gaza e in Cisgiordania, dovunque qualcuno voglia fare rumore. Permette a ciascuno di dire che non dimenticheremo mai quei morti e gli innumerevoli altri, ciascuno prezioso e unico e che continueremo a sostenere chi resiste, a dare loro voce. In realtà scopriamo che sono quei morti che stanno dando a noi la forza per tenere accesa la luce dell’umanità nei nostri cuori e nelle nostre città. Il sudario girerà in Sicilia fra i gruppi sorti intorno alla Global Sumud Flotilla in tante città e paesi dell’isola ed è pronto a nuovi viaggi. La cosa eccezionale che stando vicino a questo sudario si avverte è che non è solo un lenzuolo scritto: è un’opera viva, preziosa, delicata e potente, resa tale dalla dedizione di centinaia di ragazzi e ragazze, partecipi ed inquieti, che l’hanno fatto nascere con le loro mani e la loro paziente scrittura, dedicandosi ad esso per tanti giorni, tenendosi davanti l’inenarrabile tragedia palestinese e ascoltando l’empatia sgorgare dal cuore. Sono ragazzi e ragazze che dalla loro impotenza hanno trovato il modo per muoversi e fare l’unica piccola cosa che potevano, per mettersi in ascolto e accanto a chi è nella disperazione e nella solitudine; nel farlo hanno compiuto un miracolo capace di parlare a tanti e tante, ma anche di toccare e di trasformare. È diventata un’opera potente, perché nasce da un’azione collettiva, così come continua a vivere collettivamente grazie a tutti quelli che la porteranno in giro, dandole sempre nuova vita.  Senza dubbio questo sudario ha un’anima: parla e costruisce azione intorno a sé. Prenderlo in mano e farlo camminare significa mettersi in contatto con tutti i morti innocenti, le loro famiglie, la Palestina intera, tutti i ragazzi e le ragazze che vi hanno lavorato, tutte le persone che man mano vengono raggiunte e chiamate in causa dalle onde di solidarietà e vicinanza: è una costante azione di resistenza ed empatia che possiamo propagare. Se toccandolo sentite sofferenza e inquietudine, non bloccatele: lasciatevi trapassare e trasformatele in maggiore consapevolezza. Facendolo sfilare e tenendolo in mano, provate quanto si resti smosse, commosse, colpite, risvegliate per continuare la resistenza e superare l’impotenza. Moltiplichiamo ovunque opere vitali che costruiscano pace: arte e dedizione consapevole intrecciano tempo e amore e realizzano miracoli. Chi fosse interessato al sudario può scrivere a vannisusino@hotmail.it Le foto sono state scattate durante il cammino di pace del 6 giugno a Pozzallo. Redazione Italia
June 11, 2026
Pressenza
A Vibo Valentia lettura dei nomi dei bimbi palestinesi uccisi
Il 29 novembre è la Giornata Mondiale della Solidarietà col popolo palestinese. Ci sarà ben stato un motivo, per l’ONU, di istituire una giornata in cui “costringersi” (e costringerci) a ricordare le condizioni di questo popolo e la protervia contro cui si sono arenati tutti i pur blandi tentativi compiuti dalla comunità internazionale in favore della sua autodeterminazione. Questa ragione non ha perso di attualità, anzi; perché, se la violenza, la spoliazione, la distruzione che Israele porta avanti da decenni sono state accompagnate e coperte dal silenzio complice dell’Occidente, negli ultimi due anni è cresciuta l’attenzione dell’opinione pubblica per la barbarie a cui abbiamo assistito, spinta fino a integrare la fattispecie del genocidio. Questo livello di attenzione sembra essersi attenuato dopo la cosiddetta tregua imposta dal presidente americano; una tregua che ancora oggi vede civili palestinesi uccisi dagli attacchi dell’IDF e divieti frapposti all’ingresso degli aiuti umanitari, per un popolo che sopravvive in un deserto di macerie, con l’inverno già arrivato, in tende senza acqua, senza luce, senza un’assistenza sanitaria e senza cibo. Il 29 novembre contiene in sé, oggi, un’urgenza che non è più possibile ignorare, ed è quindi una data che non può passare sotto silenzio, nemmeno a Vibo Valentia. Qui il Comitato Provinciale Pro Palestina, con la partecipazione di molte associazioni e di numerosi cittadini, ha organizzato una giornata di lettura dei nomi dei 19.000 bambini palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023; non si tratta della prima giornata a ciò destinata, ma di una “maratona” da svolgersi in più luoghi e in più date, in una staffetta che porti in più piazze possibile la verità su quanto è avvenuto e avviene in Palestina. Anche quella di oggi è stata una giornata aperta alla partecipazione di tutti, concepita intorno a principi di umanità e giustizia condivisi. Molte le persone che si sono alternate nella lettura, molte quelle che hanno portato un pensiero e una riflessione; pronunciare il nome delle vittime non soltanto restituisce dignità ad ognuna di loro, ma rappresenta al contempo una richiesta di giustizia per un popolo cui da oltre ottant’anni si nega la vita. Francesca Romano
November 29, 2025
Pressenza
Israele. Il grido muto dei bambini di Gaza: «Piloti, non sganciate più bombe»
Si muovono all’unisono: un organismo compatto formato da una cinquantina di individui. Giunti sul ciglio della strada che conduce al cancello di Tel Nof si dispongono ordinati, uno accanto all’altro. Insieme, con un’unica, repentina, rotazione delle braccia, sollevano le gigantografie che hanno portato senza proferire una parola. I corpi si trasformano in altrettanti pannelli espositivi per i volti di Ahlan, Maron, Firas, Jowan e alcuni dei circa 2mila bimbi di Gaza – secondo le stime del locale Ministero della Sanità – uccisi dalla fine dell’ultimo cessate il fuoco, lo scorso 18 marzo. Nel silenzio in cui si svolge la dimostrazione, sono gli occhi di questi piccoli a denunciare, a gridare, a interpellare. A domandare perché. Perché donne e uomini hanno sganciato la bomba da cui sono stati dilaniati. Non lo chiedono – con la loro presenza muta – al governo israeliano, al comando militare, all’esercito, alla leadership di Hamas in Qatar o nella Striscia. Interrogano le persone incaricate di premere il pulsante da cui è dipesa la loro morte: i piloti della base a pochi passi, la Airforce 8, la più antica del Paese, situata a cinque chilometri a sud di Rehovot e a una ventina da Tel Aviv. È la prima volta che l’iniziativa, volutamente senza nome, riprende dalla “Guerra dei dodici giorni” con l’Iran. «Speriamo sia un ritorno di breve durata», racconta Yali Marom, tra le promotrici. Una nuova tregua si profila finalmente all’orizzonte. Per tantissimi bambini della Striscia arriverà, comunque, troppo tardi. «Per quale ragione non smettere già ora di premere il pulsante letale?», prosegue l’attivista che, da ventuno mesi, dall’appartamento di Rehovot, sente il rombo sinistro degli aerei sulla sua testa. «Ad ogni passaggio, le pareti di casa tremano La ripresa dell’offensiva israeliana , dopo la prima tregua di 4 mesi fa, mi ha fatto capire che dovevo smettere di gridare al cielo “basta” e fare qualcosa. Ho parlato con alcuni amici. Siamo consapevoli dell’impossibilità di convincere Benjamin Netanyahu per il quale la sopravvivenza politica conta più della vita degli ostaggi, dei militari, dei palestinesi. Abbiamo, però, fiducia nell’umanità dei nostri connazionali di Tel Nof che possono decidere di fare la cosa giusta». Più che una protesta, quello che da oltre tre mesi, una volta alla settimana, davanti alle installazioni dell’aeronautica di Rehovot o Hatzor o Palmachim – è un dialogo silenzioso. Intavolato da pacifisti storici come da cittadini mai scesi in piazza prima d’ora. Non si tratta di una vera e proprio organizzazione. È un sentire comune che si fa azione grazie al passaparola. Ad Ayala l’ha suggerito l’amica Moria. A quest’ultima ne ha parlato il compagno. Iris è venuta una prima volta senza sapere bene che cosa aspettarsi. Ed è tornata. Lo stesso ha fatto Michal nonostante i suoi 77 anni. I pionieri fissano ora, giorno – tutte le volte diverso – e punto di ritrovo su Signal per questioni di sicurezza. Dimostrare all’esterno dei compound militari non è illegale. Nel clima di tensione bellica, però, la cautela è d’obbligo. Per questo, la mobilitazione è preceduta da un briefing in cui si ripassano le regole di “ingaggio”: stare uniti, non cedere a eventuali provocazioni, non ribattere, prepararsi a “scenari sfavorevoli” ovvero l’arresto o un pestaggio da parte di qualche fanatico. Stavolta si incontrano in un luogo neutro della Road 40: l’incrocio tra Bilu e Gedera, nel tardo pomeriggio. Da là guidano in corteo, per una decina di minuti, fino a Tel Nof. Per molti militari, quell’orario coincide con la fine del turno. Le loro auto rallentano mentre costeggiano la sequenza di foto rette raccolte pazientemente, a partire dal 7 ottobre, insieme ai nomi e a frammenti di storie, dall’artista e attivista Adi Argovi con il progetto “Forcibly involved”, “coinvolti per forza”. Qualcuno getta un’occhiata fugace, fa un video con il telefono, mormora un’imprecazione, scaglia un insulto o uno sputo. «Siete una vergogna, state devastando il Paese. Il massacro del 7 ottobre è tutta colpa vostra», urlano tre giovani soldatesse. Nessuno si scompone: Sapir si avvicina per parlare, con tono pacato, alle ragazze. «Non ce l’abbiamo con i militari, né li giudichiamo. La presa di coscienza richiede tempo. Spieghiamo e aspettiamo: stavolta molti hanno preso i nostri volantini. Magari li leggeranno. Magari troveranno il coraggio di compiere un atto di autentico eroismo e si fermeranno», afferma. Un pilota, nel frattempo, si arrampica sul tettuccio di una vettura e sventola senza sosta una bandiera israeliana. Trascorrono 35 minuti prima dell’arrivo di due pattuglie della polizia. «In teoria non possono fare niente. In pratica… L’ultima volta ci hanno multati per aver attraversato la carreggiata fuori dalle strisce pedonali», dice, non senza ironia Ayala. Stavolta va bene: la dimostrazione procede per quasi un’ora. Quando la tensione inizia a salire e i miliziani dell’ultradestra ad avvicinarci minacciosi, la catena umana si scioglie e il gruppo si disperde in fretta. Torneranno. Fino a quando qualcuno non cesserà il fuoco». Ripubblicazione autorizzata dall’autrice Redazione Italia
July 6, 2025
Pressenza