Tag - narrativa storica

Ian Manook / Avventure e leggerezza
Mi viene da definire Il canto di Haïaganouch un romanzo di avventura. Mi ha ricordato Il conte di Montecristo, figuriamoci. Ed è strano, visto dove è ambientato e che cosa racconta: la storia di Agop, giovane armeno fuggito dal suo paese e rifugiato a Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1947 Stalin fa un appello agli armeni perché ritornino nella loro patria, finalmente libera e diventata una Repubblica, parte dell’Unione Sovietica. Il Partito Comunista Francese e alcune associazioni armene promuovono quest’operazione. Agop è deluso dalle mancate promesse del governo di Vichy, che non ha mantenuto l’impegno di dare la cittadinanza agli armeni che hanno aiutato i francesi durante l’occupazione tedesca. È stanco di vedere le scritte fuori gli stranieri sui muri intorno a dove abita. Nonostante le proteste della moglie turca e dei figli nati in Francia, Agop si imbarca sul piroscafo Rossia, con la speranza non solo di trovare il mondo migliore promesso dal comunismo, ma anche di ritrovare la sorella cieca della moglie, di cui non si hanno più notizie da molto tempo. Le illusioni non durano molto. Sulla nave ci sono 3500 persone invece delle 350 che erano state previste (e che sarebbe la capienza della nave) e, non appena escono dalle acque territoriali francesi, viene comunicato ai passeggeri che da quel momento saranno in vigore anche a bordo le leggi sovietiche. Il cibo finisce in fretta, e lo sbarco finale a Batumi è traumatico, sia perché la città è distrutta, squallida, abbandonata, sia perché a tutti vengono confiscati i documenti, il denaro e tutti i beni che avevano portato immaginando una nuova vita. Caricati su dei carri bestiame e portati a Erevon, la verità comincia a emergere: gli armeni non sono stati riportati in patria, ma deportati in Unione Sovietica, per poi essere smistati nei campi di lavoro sparsi per il paese. Campi di lavoro forzato per costruire ferrovie, scavare miniere, edificare città e contribuire a creare la grande Unione delle Repubbliche Sovietiche. Alla fame, al freddo, alle condizioni di lavoro disumane si aggiungono le purghe staliniane, le delazioni, il terrore. Miracolosamente Agop sopravvive a tutto questo, e abbastanza a lungo perché Stalin muoia e cominci un nuovo periodo. Altrettanto miracolosamente, e fortunosamente, riesce a tornare in Francia, aiutato dalle spie con cui aveva collaborato a Berlino durante la guerra. Miracolosamente anche la cognata cieca, la poetessa e pianista Haïganouch, a cui avevano ucciso il marito e sottratto il figlio, è riuscita a ricostruirsi una vita proprio grazie alla sua abilità di musicista. E il figlio è sano e salvo, e tutti insieme si ritrovano in un lieto fine tanto bizzarro quanto consolante. Si rivela così, attraverso le vicende di una famiglia, la natura disordinata, perfida ma inefficiente, crudele ma disorganizzata, della repressione sovietica e più in generale di qualsiasi forma di dittatura. Che più cerca di instillare capillarmente terrore e malfidenza, più fa moltiplicare gli episodi di solidarietà, di generosità, di aiuto anche a rischio della propria vita. Mostrando come noi umani, capaci di orrori indicibili e di spietatezze impensabili, siamo anche capaci di grande resistenza, e di accoglienza, gentilezza, bontà disinteressata. Si rivela anche il carattere del popolo armeno, che è sopravvissuto a un tragico genocidio e che è pronto a celebrare la vita con cibo, alcol e canti, pronto anche a vivere le differenze e integrarsi nel paese che lo ospita. E pronto a una certa leggerezza, perché la vita è qui e ora, ed è bene non disperdersi in lamenti e rimpianti ma godere dell’oggi che ci è dato. Rimane così, alla fine del romanzo, insieme al senso tragico di un periodo storico tra i peggiori che l’umanità abbia attraversato (e sì che di periodi tragici non ne sono mancati), anche il senso dell’avventura, della sfida, della volontà di resistere alla sopraffazione non solo perché è giusto ma anche per un “glielo faremo vedere noi, se riescono ad abbatterci”: una rivincita, un orgoglio che dà forza e coraggio. Agop è una figura in bilico tra il grottesco e l’eroico, ma proprio per questo siamo dalla sua parte e tifiamo per lui dall’inzio alla fine. E ci lasciamo trascinare in un mondo in parte vero e in parte inventato, in cui succedono cose vere e cose inventate: che è il bello della letteratura, e della lettura. L'articolo Ian Manook / Avventure e leggerezza proviene da Pulp Magazine.
July 21, 2026
Pulp Magazine
Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi
L’Ammiraglio, con la consonante iniziale maiuscola, è Cristoforo Colombo, l’uomo che effettuò la più straordinaria esplorazione di tutti i tempi e forse, più o meno consapevolmente, l’iniziatore del colonialismo e dei suoi crimini. Personaggio sottoposto a continue e laboriose revisioni, a difese ottuse quanto ad attacchi sacrosanti, che lo vogliono processare simbolicamente oggi per assalire gli eredi immeritevoli di quel potere che dalla Spagna si espanse in quasi un intero continente, snaturandolo e sbarcando avidità e violenza. Il punto di vista offerto al lettore è quello di chi si è ritrovato vicino a lui, sulle navi e poi in terra americana, e ha convissuto con quell’avventura dal lato opposto dell’Ammiraglio, senza viverne un desiderio che non fosse quello di tornare indietro. Colombo, invece, descritto come visionario, bugiardo e feroce nel suo esercizio di potere, non è né personaggio storico (seppure il romanzo si appoggi lungo tutta la sua lunghezza sui diari dell’Ammiraglio) né romanzesco, e sembra elevarsi sulla narrazione, quasi che le paure, le traversie, le angosce e le emozioni della ciurma non lo riguardino. «Spacciava la verità per l’inconsistenza delle sue estasi» è scritto nel romanzo. Se è ogni tipo di materialità a segnare la vita dell’umanità europea che sbarca in quell’equivoco geografico (dal cibo al sesso, alla violenza fino alle malattie), in Colombo sembra muoversi solo il mito delle città sconosciute e delle terre ricche traboccanti d’oro, come Cipango descritta ne Il milione di Marco Polo. Cipango era il Giappone, evocata per tutto il romanzo come fosse una delle “città invisibili” di Italo Calvino. Territori abitati e civili, ma intesi come a disposizione dell’occidentale, in cui è lecito imporre le proprie leggi e stabilire diritti di possesso, di vita e di morte, perché vuoti o abitati da esseri che si collocano poco più in alto degli animali selvaggi, forse solo animali più facilmente addomesticabili. È inutile sfuggire alla sensazione di disagio che si prova durante la lettura quando descrive l’interazione tra occidentali e nativi, è la stessa che il mondo vive oggi con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, una spacciata imposizione di sottomissione che solo una incommensurabile capacità di fare violenza può giustificare. Ed è proprio questo uno dei fattori che rende questo romanzo inquietante, la descrizione della violenza quando questa è esercitata in una sproporzione di mezzi. La narrazione è dedicata più all’esperienza dell’inizio della dominazione coloniale che al viaggio in mare e ai suoi squarci di erranza senza meta che ricordano l’Odissea, perché visti con gli occhi degli spaesati marinai, inconsapevoli della teoria geografica della rotondità della Terra. Colombo, almeno da quanto riporta Alexander von Humboldt, aveva usato calcoli e mappe di Paolo dal Pozzo Toscanelli, geografo, astronomo e matematico, con cui aveva avuto una corrispondenza, che però contenevano alcuni errori tanto da ritenere la traversata molto più breve che in realtà. Dunque, la messa a fuoco non è sul viaggio verso l’ignoto Ponente, ma su un’umanità ignota che però non è vissuta come mistero e come stupore. La curiosità è scarsa e la conoscenza ridotta a quei fattori minimi riconducibili alla cultura occidentale di allora. Sembra di rileggere in forma narrativa alcune pagine de La conquista dell’America. Il problema dell’altro di Tzvetan Todorov (Einaudi, 1984), quando si osserva che o i nativi americani sono identificati come diversi, ma inferiori e quindi destinati a essere sottomessi e sfruttati, oppure sono catalogati come uguali, e in tal caso devono essere assimilati alla cultura spagnola. Tertium non datur. E questo ci riporta ancora ai nostri tragici giorni di dissoluzione, non solo del pensiero critico, così chiaramente espresso da Edward Said in Orientalismo (Bollati Boringhieri, 1991), ma anche di quello illuminista. Dunque, è la realtà della sottomissione che mi ha maggiormente colpito leggendo il romanzo. Prima quella dei marinai, assoldati con la minaccia e il ricatto, poi quella dei nativi, incapaci di opporsi a una tecnica del potere così raffinata come quella sviluppata nei secoli della perenne guerra europea. La nuova terra, osserva il marinaio narratore, cessa di essere quell’oriente che sempre era esistito, con i suoi popoli e le sue merci, che venivano scambiate dai secoli nei porti genovesi e veneziani del Mediterraneo asiatico, per diventare un nuovo occidente, europeo e cristiano, in cui ogni identità è negata. La forza è quella di una civiltà basata sulla potenza degli eserciti e sul profitto, ma soprattutto su un’etica cristiana che nei secoli ha giustificato qualunque aberrazione. I nativi “non mettevano insieme la causa con l’effetto” e con questa conclusione li si può escludere dal mondo della cultura ecclesiale e laica europea. In questo senso, il marinaio narratore, riflettendo sulla linea d’ombra che separa scoperti e scopritori, scrive che «in realtà erano stati loro a scoprirci, nella miseria delle nostre certezze, nell’ipocrisia delle croci piantate di spiaggia in spiaggia, nella vergogna delle armi e dei desideri, nella violenza delle nostre vite». E così si cambiano i nomi di quei luoghi e di quei popoli, anzi li si battezza, con quell’analogia a un’identità che si assume ben dopo essere nati e avere intrapreso l’esistenza; così è per i nativi accolti al livello più basso della piramide del potere europeo. L’intero romanzo di Giosuè Calaciura è una denuncia, e il diario di Colombo, quello scritto dal navigatore per documentare la sua impresa, richiama, ma per negarlo, un altro viaggio straordinario in nave lungo il continente americano: quello di Charles Darwin. Ma se per l’evoluzionista inglese la natura americana gli si pone davanti come enigma, grazie alla sua cultura di naturalista eversivo ottocentesco, per Colombo l’America è una banalità, una terra da occupare e i suoi nativi solo forza lavoro da rendere schiava e vendere in Spagna. E ancora, l’attualità dei nostri giorni ci consente di leggere e rileggere il passato e trovarne spunti. L’Ammiraglio «li provocava affinché reagissero con la violenza dei disperati per muovere una giusta guerra e poterli sepellire in cataste ordinate di merce nella stiva delle caravelle». Un’ultima riflessione sulla lingua, davvero eccezionale all’interno di una letteratura italiana fatta di principali terminate da un punto e vocabolari scarni e deprimenti, di ripetizioni desolanti. In questo senso L’Ammiraglio è un romanzo che cerca altre strade, che non intende soggiacere a standard di leggibilità umilianti e che dona, e questo è quasi un miracolo, una visione profonda degli eventi e della natura che li abbraccia, ma dagli occhi e dalla mente di un marinaio cialtrone e analfabeta. L'articolo Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi proviene da Pulp Magazine.
July 15, 2026
Pulp Magazine
Giovanni Dozzini / Quando il libro è un documento
Come afferma l’autore nella bibliografia essenziale a fine libro, «Maiorca è un testo letterario: un testo dalla difficile collocazione, in cui si intrecciano ricostruzione storica, vicende personali e riflessioni sul senso della scrittura e sulla sua valenza politica. Non è un romanzo, naturalmente, ma non è un saggio». È un “libro documento”, aggiungerei io, uno dei tanti che, per fortuna, indagano sulle guerre e sui soprusi del ventennio fascista, testimonianze che tengono viva la memoria che in parecchi, oggi, vorrebbe che svanisse. Tutto è politica, dalle scelte apparentemente insignificanti, come la scelta del supermercato in cui andiamo a fare la spesa, fino alle scelte esistenziali. Preferenze individuali a volte minime, ma che determinano, nell’insieme, la direzione che prenderà la società. Tornare a Barcellona per Dozzini, dove ha vissuto nei primi anni Duemila durante l’Erasmus, è sempre una festa: i ricordi si intrecciano con l’attualità e un giorno decide di indagare sulle enormi responsabilità dell’Italia fascista durante il colpo di stato di Franco. Nell’agosto del 1936 l’aviazione italiana sceglie come base Maiorca per bombardare Barcellona e fiaccare la resistenza dei Repubblicani. Attraverso i ritratti delle camicie nere partiti come volontari per combattere durante la rivoluzione franchista, uomini violenti che sfogano i loro istinti bestiali sulla popolazione inerme, contro i “rossi”, senza un minimo di pietà per rivendicare un potere che volevano illimitato, delinea la situazione dell’epoca. E l’aviazione fa la sua comparsa nelle guerre in maniera massiccia: senza dover dislocare truppe e armi nei territori nemici porta morte e distruzione con le bombe, un anticipo di quello che accadrà nell’imminente Seconda guerra mondiale. Nel 2024 lo scrittore gira per Barcellona e Maiorca con i ricordi della sua permanenza, descrivendo le nuove strutture architettoniche e con un occhio rivolto agli anni della guerra civile, un conflitto che, come sempre, viene usato dalle potenze per mantenere uno status quo che reitera le loro nefandezze. E i civili rimangono, come sempre, effetti collaterali sacrificabili e insignificanti. Come a Gaza e in qualsiasi altra parte del mondo.   L'articolo Giovanni Dozzini / Quando il libro è un documento proviene da Pulp Magazine.
May 22, 2026
Pulp Magazine
Gabriele Cavallini / La pelle è ovunque
Gabriele Cavallini – classe 1995, nato a San Miniato in provincia di Pisa – ha lavorato nel comparto conciario prima di dedicarsi alla scrittura e ambienta il suo primo romanzo in Toscana, dove esiste un vero e proprio “Comprensorio del cuoio”. L’area è così chiamata per l’altissima concentrazione di aziende conciarie che ne caratterizzano il tessuto economico; la quasi totalità della produzione italiana di cuoio da suola proviene da questa zona. È proprio qui che vivono e lavorano i protagonisti di questa storia che ruota attorno all’io narrante Michelangelo Cavalcanti; l’uomo è un tecnico della Conceria Fucci Vanni dopo che la blasonata impresa di famiglia, la “Cavalcanti & Figli” fondata dal nonno paterno, è miseramente fallita cambiando la vita di tutti: il padre di Michelangelo ha lasciato il mondo del lavoro e, smarritosi in varie fantasticherie, si interessa solo di botanica; il fratello minore Emanuele si è chiuso in un ostinato mutismo ed esce a malapena dalla sua stanza trascorrendo la giornata con in mano il cellulare; la madre è scomparsa da un giorno all’altro e non si sa dove sia e mai nessuno, per un lungo periodo, ha pensato di cercarla. È un libro spietato questo di Cavallini e molto attuale dal momento che “Il Sole 24 ore” ha di recente presentato una collana “I grandi romanzi dell’industria italiana” con cui si vuole raccontare e recuperare un pezzo della nostra storia e della nostra identità e lo stesso intento mi pare potersi ravvisare in Cuoio. L’autore, infatti, riserva grande spazio alla rappresentazione del sistema industriale conciario italiano e al mondo del lavoro in generale con le sue caratteristiche e, in particolare, con le sue violenze. Tanti gli argomenti trattati, ma il cuore del romanzo si potrebbe ravvisare in una parabola discendente del rapporto tra le tre generazioni dei Cavalcanti e la ditta di famiglia. In chi ha fondato la conceria, traspare una sorta di ammirazione e rispetto per la pelle e per la conciatura quale atto fondamentale di sopravvivenza, uno fra i primi compiuto dall’uomo per proteggersi dal freddo e dalla pioggia. Conciare è considerato un modo per valicare il confine stabilito fra la vita e la morte, è una forma di conservazione della specie e il lavoro, anche se duro, nobilita ancora la vita dell’uomo e dà soddisfazione: salvare ogni pelle dalla naturale decomposizione è come giocare a fare Dio poiché la concia, in qualche modo, ferma il tempo, lo scorrere degli anni e rende persistente ed eterno qualcosa che per sua natura non lo è. «Una leggenda del Comprensorio racconta che alla scomparsa di una famiglia conciaiola si dissolvano le loro pelli. Perché per renderle immortali il vero conciaiolo lascia un minuscolo frammento di anima in ogni pelle. Fin quando l’anima non comincia a diventare instabile. Fin quando l’anima accartocciata del conciaiolo non si disgrega. Solo allora è possibile vederli, quei minuscoli frammenti chiusi nel cuore delle pelli, che fuggono e levitano con i resti dell’anima del conciaiolo. Per l ‘amore di precipitare insieme giù all’inferno». È la seconda generazione, quella del padre di Michelangelo, che non ride mai, a subire negativamente il lavoro: un’attività che lo costringe a tornare a casa tardi la sera senza avere la forza e la voglia di rivolgere la parola a nessuno, a fare telefonate nel cuore della notte a clienti lontani, senza neanche pensare di premurarsi di far piano, dimostrando così un totale disinteresse per la famiglia. In particolare, il trascurare la moglie porterà la donna a scaricare la sua insoddisfazione sui figli, i quali cresceranno in un ambiente anaffettivo e convinti che l’unica cosa giusta da fare nella vita per diventare migliori sia seguire il mestiere di famiglia. L’ultima generazione, quella di Michelangelo, invece, si trova a convivere con il declino di quello che sembrava un impero solidissimo. Ci si muove tra fabbricati che si assottigliano per numero e grandezza, e con l’intonaco sbriciolato che mostra lo scheletro nudo, i ferri arrugginiti del cemento armato e i tetti rotti e forati come se Dio in persona dovesse guardarci dentro. Alcune costruzioni, tra cui la gloriosa conceria dei Cavalcanti, sono messe così male che basterebbe un temporale a buttarle giù, ma è proprio lì, dove non entra più nessuno, che vivono gli scarnatori e i pressatori, manovalanza impegnata tutto il giorno in fabbrica tra il grasso, il cromo, la melma del fango tossico ma che, nonostante questo, non guadagna abbastanza da potersi permettere un tetto sopra la testa e vive accampata dentro gli stabilimenti ormai in rovina. Oltre alle parti che descrivono anche da un punto di vista materiale, il lavoro, la produzione e il funzionamento concreto di una conceria, largo spazio viene dato al racconto dei rapporti familiari. Siamo di fronte a una famiglia in crisi, segnata irreparabilmente dall’incapacità di comunicare e risolvere i conflitti, dall’assenza totale di empatia, dove nessuno pare essere in grado di condividere apertamente pensieri e sentimenti e dove solo il rifugiarsi nei pochi episodi felici dell’infanzia allontana il protagonista da un senso costante di malinconia e nostalgia per una tenerezza raramente conosciuta, ma di cui sente comunque la mancanza; a volte, Michelangelo si sente talmente solo d’aver paura di sparire e con suo fratello – inesorabilmente risucchiato dalla violenza più estrema del deep web – fatica a mantenere un rapporto che si esaurisce nell’accompagnarlo ai settimanali incontri con la psicologa. Tutto il romanzo è permeato da un senso di sconfitta del protagonista principale non solo per non aver più la ditta di famiglia che dava lustro e onore al cognome Cavalcanti, ma perché è un soggetto che vive nell’immobilismo, incapace di ricomporre i frammenti di una famiglia e di una stantia vita sentimentale che cerca goffamente di recuperare. È un interessante d’esordio questo di Cavallini che ha avuto la buona intuizione di esplorare il mondo del lavoro in un ambiente poco noto come quello della lavorazione della pelle e anche il coraggio di affrontare il tema dell’identità personale e della difficoltà di gestire i rapporti con gli altri e le emozioni in genere. Non solo, anche l’accenno al deep web è un tema drammaticamente attuale e un argomento che, probabilmente, andrebbe più diffusamente trattato e non solo dal giovane esordiente toscano.   L'articolo Gabriele Cavallini / La pelle è ovunque proviene da Pulp Magazine.
July 31, 2025
Pulp Magazine
Livio Galla / L’industria e i suoi innovatori: la storia della Lanerossi di Schio
Con la modalità tutta italiana di disprezzarsi e ritenersi sempre peggio degli altri, quasi compiacendosi dei propri limiti e difetti, l’Italia ci è sempre apparsa, nel racconto che ci arriva dai romanzi oltre che dal mondo circostante, come il paese dell’industrializzazione mancata. O di un’industrializzazione tardiva e monca e guidata dall’esterno, da altri paesi e altri capitali. Che da un certo punto di vista è anche vero, per carità. Ma che sembra dimenticare il valore, il contributo e anche l’originalità per cui si sono distinte tante industrie medio-piccole, di cui molte sono ancora oggi esistenti. Alcune hanno anche conservato il nome del fondatore, come la Lanerossi, di cui Livio Galla racconta la storia nel bel romanzo Il canto dei telai. Un racconto che rientra nella recente fioritura di romanzi storici che, partendo dalla famiglia dei fondatori, ricostruiscono un progetto, un’idea di sviluppo, un’azienda e il mondo che le ruota attorno. Si tratta in genere di imprese familiari, in cui si tramanda non solo la proprietà ma anche uno stile di business e di management, si direbbe oggi. L’insieme di questi romanzi riesce, quasi involontariamente, a dare conto finalmente di un’industrializzazione originale, peculiare, forse ancora da studiare dal punto di vista economico. Il canto dei telai è la storia del lanificio Lanerossi di Schio. Ed è anche la storia del figlio del fondatore, Alessandro Rossi, vera anima dell’azienda, imprenditore lungimirante, innovatore nella tecnica ma soprattutto nel rapporto con gli operai e con la comunità di Schio, il paese vicino a Vicenza dove tuttora si trova l’azienda. Il lascito di Lanerossi, oltre ai prodotti di grande cura e qualità, è duraturo, attento e curato, e non assomiglia per niente al lascito dei giganti come l’Italsider, durata lo spazio di un mattino ma il cui inquinamento resterà per sempre. Il canto dei telai è ambientato nella metà dell’Ottocento, il Lombardo Veneto è ancora sotto gli Asburgo e sopporta sempre meno la dominazione austriaca, e uno dei protagonisti, Lorenzo Sella, è in tribunale, accusato di omicidio. È un giovane operaio della Lanerossi, bravo ma impulsivo, paladino della giustizia e della libertà, e il gesto che ha compiuto era senza dubbio involontario. Ma la condanna alla forca non lo risparmierebbe, se non intervenisse Alessandro Rossi, il figlio del padrone della fabbrica, che tra lo scandalo generale del paese e degli imprenditori locali, prende le difese di Lorenzo, sottolineando la durezza della condizione operaia e la necessità di cambiarla. Da qui si diparte il percorso del giovane Rossi, mandato in punizione dal padre in una sorta di “gran tour” alla rovescia, cioè a visitare clienti e concorrenti nelle fabbriche tessili del nord Europa, da cui mutuerà non solo innovazioni tecniche ma anche rapporti diversi, più adulti e complessi, tra padroni e operai. Nel frattempo, in Italia i moti indipendentisti si fanno sempre più forti e decisi, e anche Rossi farà la sua parte, barcamenandosi tra la tutela dell’azienda e dei posti di lavoro e la lealtà ai combattenti per l’unità d’Italia. Intorno all’azienda e ad Alessandro Rossi, un mondo di contadini diventati operai, di giovani donne in cerca di indipendenza, di intellettuali che dibattono e si battono per un’Italia finalmente unita e libera. Le innovazioni proposte da Alessandro Rossi non riguardano solo le macchine e la fabbrica, ma anche il benessere degli operai, la loro alfabetizzazione, il renderli partecipi delle scelte produttive. È una visione molto interessante, di cui a Schio restano molte tracce: il giardino intitolato all’inventore dei telai meccanici, Joseph-Marie Jacquard; il grande edificio ora abbandonato, chiamato “fabbrica alta”, la prima fabbrica in Italia ad essere costruita in altezza, per sfruttare il fatto che il vapore sale verso l’alto e può essere usato per il riscaldamento, dotata di grandi finestre e bagni per tutti gli operai; il teatro, sempre intitolato a Jacquard; il quartiere di casette colorate, ognuna con il suo orto perché i contadini diventati operai potessero continuare a vivere a contatto con la terra. Il romanzo è stato presentato a Schio, e prima della presentazione noi blogger e giornalisti abbiamo potuto ammirare i giardini, guardare da fuori la bellezza architettonica della fabbrica alta, e poi sentire dalla viva voce di Livio Galla, che è di Schio, come è nata l’idea di raccontare questa storia, e come Lanerossi sia tutt’oggi parte integrante del paese e della sua comunità. E se è bellissimo costruire con la propria immaginazione il mondo che emerge dalle pagine di un libro, è altrettanto bellissimo vedere di persona la ricchezza della storia industriale del nostro paese.             L'articolo Livio Galla / L’industria e i suoi innovatori: la storia della Lanerossi di Schio proviene da Pulp Magazine.
July 5, 2025
Pulp Magazine