PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE?
di LAVINIA MARCHETTI.
Ripubblichiamo questa analisi degli hate speechs contro Francesca Albanese
scritto da Lavinia Marchetti, pubblicato sul suo blog. Sullo stesso argomento
segnaliamo, su Effimera, Tutelare Francesca Albanese. Tutelate il movimento per
la Palestina, di Gennaro Avallone
Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio
immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome.
Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati,
rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un
secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato.
Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto
internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe
dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione
simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli
Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia
dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi
continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una
parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa.
Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio.
UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE
Prima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di
autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza,
della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che
svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e
si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa
di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come
se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni e embargo
sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista
“tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La
sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo
istituzionale dovrebbe dire. Chi ascolta vede una donna italiana, madre, (non
come quell’altra donna, madre, cristiana che flirta con gli uomini di potere)
con accento riconoscibile che non nasconde, e che, non si concede esitazioni nel
pronunciare giudizi giuridici gravissimi su Israele e sui complici occidentali.
In una cultura che tollera la donna esperta, purché addolcisca, limi, una voce
femminile che formula capi d’accusa destabilizza ruoli sedimentati. Quindi che
succede? Si attiva una dinamica antica che vede l’insofferenza verso la donna
che rifiuta la parte dell’anima consolatrice e rivendica quella di giudice. Non
a caso circolano certe etichette: fanatica, faziosa, estremista. Queste
etichette ricalcano il vecchio funzionamento maschilistico, lei è una “strega”
dopo tutto no? Le etichette funzionano come tentativi di ricondurla in un
registro emotivo, quasi isterico, per svuotare la sua competenza giuridica. Lo
stesso gesto, compiuto da un uomo anglosassone, appare spesso come severità
istituzionale; compiuto da una donna italiana diventa subito “esagerazione”. Un
escamotage vecchio come il mondo, anzi come il patriarcato.
LA FIGURA DEL TRADITORE INTERNO
Secondo strato: l’identità occidentale. Francesca Albanese viene da un paese
NATO, europeo, con una memoria pubblica ossessivamente centrata sulla Shoah e
sul sostegno a Israele come risarcimento storico. Nel momento in cui afferma che
a Gaza si configurano atti di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948,
sposta quell’apparato memoriale. Non contesta la centralità dell’Olocausto;
afferma che la categoria creata per leggere Auschwitz vale anche per altre
vittime oltre agli ebrei. Reato di lesa maestà della sofferenza storica. Ecco la
diatriba con Liliana Segre, la quale non vuol concedere statuti di sofferenza ad
altri popoli, non con l’intensità dell’olocausto. Va bene tutto, ma mai
genocidio. Ci mancherebbe. Chi è la vittima suprema, biblica, se non la
popolazione ebraica? Questo passaggio apre una ferita profonda nel narcisismo
europeo. L’Occidente, descritto da Enzo Traverso come spazio capace di
rovesciare gli aggressori in vittime, vede incrinarsi la rappresentazione di
Israele come puro soggetto di difesa legittima. Il dispositivo mentale che da
decenni presenta il conflitto come “democrazia assediata” contro “terrorismo”
riceve un colpo frontale da una voce interna al campo euro-atlantico, che
richiama alla lettera la Convenzione sul genocidio e la giurisprudenza
internazionale. Da quel momento Albanese non appare più solo come voce critica,
ma diventa, sul piano immaginario, figura di traditrice: una donna occidentale
che rifiuta il patto implicito secondo cui si può parlare della Palestina solo
entro certi confini linguistici. Invece di attenuare la responsabilità di
Israele, la mette al centro; in luogo della retorica sulla sicurezza, insiste
sui civili palestinesi sterminati; al posto della “complessità” genericamente
evocata, elenca crimini tipizzati, crimini, peraltro, davanti agli occhi di
tutti. Dice che il Re è nudo. In un paese come l’Italia, abituato a
identificarsi con il campo dei “buoni” nelle guerre statunitensi ed europee, la
figura dell’italiana che altrove, in sede ONU, incrimina il nostro alleato
strategico e parla di complicità in genocidio del suo paese, produce un senso di
vergogna rovesciata: invece di interrogare la complicità, si colpisce chi la
rende visibile.
IL BRUTALE LINGUAGGIO GIURIDICO, SENZA SMUSSAMENTI RETORICI
Terzo strato: lo stile. Francesca Albanese sceglie una lingua che rifiuta
eufemismi. Parla di “economia del genocidio”, descrive l’insieme di imprese che
traggono profitto dall’occupazione, indica per nome le responsabilità di stati e
aziende, chiede embargo sulle armi. Questo modo di parlare infrange la
convenzione che regola il linguaggio istituzionale occidentale sulla Palestina.
Da anni il discorso ufficiale usa formule da anestesia morale: “conflitto”,
“ciclo di violenza”, “uso sproporzionato della forza”, “misure di sicurezza”,
“diritto di Israele a difendersi”. Albanese sostituisce quelle formule con
categorie giuridiche ben precise, peraltro riscontrabili, da definizione! Lo fa
senza enfasi lirica, senza estetizzare il dolore, con un tono accusatorio, come
ci si aspetterebbe da una giurista, ma non da una giurista attaccata con le
unghie a una poltrona. Ecco l’anomalia. Per una parte significativa della classe
dirigente italiana e europea questo stile risulta intollerabile, si vede che lo
soffrono, vorrebbero stesse zitta, lo si percepisce. I politici
guerre-interventisti, soprattutto nel campo che ama definirsi progressista,
vivono da decenni in un equilibrio fragile in cui votano “missioni”, autorizzano
basi militari, firmano trattati, però continuano a raccontarsi come custodi dei
diritti umani. Una voce che arriva dall’interno dell’establishment
internazionale, e che mostra la distanza fra auto-immagine morale e pratiche
effettive, crea dissonanza cognitiva. La reazione istintiva consiste nel
delegittimare chi parla. Più la relatrice ripete che il diritto internazionale
vale per tutti, più i suoi detrattori la descrivono come ideologa. Invece di
misurare le accuse con i fatti, spostano il fuoco sul soggetto che le formula:
si scandagliano vecchi post, frasi uscite da conferenze di anni precedenti,
qualunque elemento utile a costruire una biografia deviata. In psicologia
sociale questo movimento ha un nome preciso: proiezione. L’aggressività
accumulata per riguardo alle atrocità a Gaza ricade su chi testimonia, perché
riconoscere il crimine significherebbe ammettere un tradimento dei propri valori
dichiarati.
IL CASO “LA STAMPA” E LA RICHIESTA DI ABIURA TOTALE
La recente polemica sulla sua presa di posizione dopo l’irruzione di alcuni
manifestanti nella sede de La Stampa rende visibile un ulteriore meccanismo.
Albanese esprime solidarietà al giornale, ribadisce che la resistenza alla
“cultura dell’abuso” richiede forme senza violenza, chiede giustizia per il
raid, e nello stesso tempo ricorda le responsabilità dei media nella costruzione
di uno sguardo distorto sulla Palestina, parla di “monito” e quindi viene giù il
mondo. Ovvio no? Questo doppio registro, condanna dell’aggressione e critica
dell’informazione dominante, infrange il rito che buona parte dell’editoria
pretende dai dissidenti: una solidarietà univoca, inginocchiata, quasi servile,
priva di appunti sulla propria condotta. “Libera stampa”, da quando? Abituato a
essere soggetto che giudica e al massimo ammette “errori” astratti, il sistema
mediatico italiano vive come lesa maestà qualunque richiamo concreto alle
omissioni, alle menzogne e al silenzio ventennale sul laboratorio Gaza. Da qui
l’operazione di travisamento: il passaggio in cui la relatrice richiama
all’etica dei mezzi, riafferma il carattere imprescindibile della non violenza e
della responsabilità individuale, viene quasi cancellato, sostituito dall’accusa
di “mancata solidarietà”. La scena del giornale assediato diventa occasione per
separare la giurista dal movimento di solidarietà con la Palestina, come se la
sua presenza in piazza fosse l’elemento più pericoloso da isolare, più dei
manganelli su studenti e attivisti.
LA COLPA CHE TORNA: SHOAH, PALESTINA. L’USO DELLA MEMORIA SELETTIVA
Dietro le campagne contro Francesca Albanese si intravede poi la gestione
italiana della memoria della Shoah. Nei passaggi contestati le si rimprovera
soprattutto di avere evocato il ruolo della lobby filo-israeliana negli Stati
Uniti e il senso di colpa europeo rispetto all’Olocausto come fattori che
condizionano la politica estera. Si tratta di temi che la storiografia critica
discute da anni, in forme ben più radicali. Traverso, ad esempio, che ho citato
in precedenza, descrive la trasformazione della Shoah in mito fondativo
dell’Occidente, utilizzato per legittimare politiche di potenza e per zittire
chi denuncia crimini commessi da stati alleati. Quando una relatrice speciale
ONU riprende quel filo e lo collega al massacro di Gaza, l’intero edificio
simbolico vacilla. L’Italia ha costruito una figura di sé come paese redento:
patria delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, poi culla della
Resistenza, ponte morale fra Israele e Europa. In questo racconto i palestinesi
restano quasi sempre fuori campo. Entrano solo come sfondo. Il fatto che
un’italiana, figlia di quella storia, parli apertamente di “genocidio come
cancellazione coloniale” nella Striscia, incrina un equilibrio edificato su
autoassoluzione e rimozione. L’odio contro di lei svolge una funzione ben
precisa, quasi catartica perché permette a una parte del ceto politico e
mediatico di riaffermare la propria innocenza. Finché l’“eccessiva” resta lei,
il paese può continuare a guardarsi allo specchio come campione di civiltà,
perfino mentre sostiene sanzioni contro chi indaga il massacro in corso.
IL CORPO CHE PAGA IL PREZZO
Infine c’è la dimensione più cruda, fisica, di questa vicenda. Le sanzioni
personali, il bando di ingresso in Israele, gli attacchi alla reputazione, le
minacce, i tentativi di isolarla nei contesti istituzionali costituiscono una
forma di punizione esemplare. La figura della giurista serve da avvertimento ad
altri funzionari internazionali. Chi osa utilizzare fino in fondo gli strumenti
del diritto contro un alleato centrale dell’Occidente rischia ritorsioni
dirette. È un messaggio rivolto anche ai movimenti: se persino una relatrice ONU
viene colpita in questo modo, quanto può sentirsi al sicuro un attivista, un
docente, un medico, un operatore umanitario, un giornalista che parla di Gaza
senza filtri? Il paradosso sta qui. I governi che oggi puniscono la relatrice
speciale contribuiscono a distruggere la credibilità di quegli stessi organismi
che dicono di voler difendere. L’attacco a Francesca Albanese diventa attacco
alla possibilità stessa di avere spazi multilaterali in cui i diritti umani
valgano per molti, non soltanto per chi appartiene al blocco occidentale.
COSA DICE DI NOI L’ODIO CONTRO DI LEI
L’accanimento verso Francesca Albanese svela più di quanto i suoi detrattori
vorrebbero. Rivela la difficoltà, quasi l’incapacità, di una parte dell’Italia,
soprattutto quella più istituzionale, mediatica, ma anche intellettuale, di
sopportare la scomoda verità che esiste un genocidio in corso, commesso da uno
stato che si presenta come erede delle vittime del secolo scorso, con il
sostegno attivo o passivo dei governi europei, col nostro paese in prima linea.
Rivela una cultura politica che usa i diritti umani come ornamento, salvo
scaricare violenza simbolica su chi li prende sul serio. Rivela il fastidio
verso una donna che rifiuta il ruolo di mascotte progressista e sceglie quello
ben più ingrato di testimone giuridica. Rivela, infine, quanto poco margine
resti per il dissenso dentro un blocco di potere che si percepisce assediato da
Sud globali, movimenti, studenti, sindacati, tutti segnati in questi mesi da
bandiere palestinesi. L’odio che la investe misura il grado di malattia del
sistema che la attacca. La domanda per chi guarda da fuori, riguarda il modo in
cui sostenere chi regge questo urto senza ridurla a icona. Prendere sul serio
ciò che dice, studiare i documenti e usare quelle analisi per lavorare sulla
coscienza collettiva. Senza aspettarsi che siano sempre e solo le donne come lei
a pagare il costo del nostro risveglio.
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