L’ex-Ilva come specchio del fallimento delle politiche industriali italiane
Per comprendere la vertenza dell’ex-Ilva è importante inquadrare la situazione
dell’industria dell’acciaio in Europa. Come dice Matteo Gaddi nel libro Tornare
alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione, la mappa
globale della produzione siderurgica ha subito, negli ultimi vent’anni, un
ribaltamento epocale. La posizione di relativo equilibrio all’alba del nuovo
millennio si è trasformata in uno scenario di schiacciante predominio asiatico,
mentre il continente europeo ha visto contrarsi progressivamente la sua
importanza fino a diventare marginale.
LA DISTRIBUZIONE DELLA PRODUZIONE
I dati del 2023 dicono che i paesi dell’Unione Europea contribuiscono appena per
il 6,7% alla produzione mondiale di acciaio grezzo mentre gli altri stati
europei non superano complessivamente il 2,3%. Si tratta di una performance
radicalmente diversa rispetto al 2001, quando l’Europa deteneva ancora una quota
del 24,2%. A questo declino fa da contraltare l’inarrestabile ascesa dell’Asia.
La Cina, da sola, rappresenta oggi il 53,9% della produzione globale, avendo
triplicato la sua quota rispetto al 2001 (17,6%). Se a questa si sommano le
percentuali dell’India (4,9%), del Giappone (6,7%) e del resto dell’Asia (7,8%)
si arriva ad uno schiacciante 73,3% del totale mondiale. Tra il 2000 e il 2023
il volume complessivo di acciaio grezzo prodotto in Europa è diminuito di 58,4
milioni di tonnellate, passando da 185,4 a 127 milioni, con una contrazione del
31,5%. Il calo ha colpito quasi tutti i principali attori europei: il Regno
Unito ha subito la riduzione più marcata (-63%), Francia e Belgio hanno visto
dimezzarsi la propria produzione mentre Germania (-23,7%), Italia (-21,7%) e
Spagna (-28,3%) hanno registrato riduzioni comprese tra il 20% e il 30%. Fanno
eccezione solo Austria e Slovacchia, uniche nazioni ad aver aumentato i propri
volumi produttivi.
Eurostat
Questa riconfigurazione degli equilibri produttivi ha generato pesanti ricadute
occupazionali. Tra il 2000 e il 2022, in un paniere di sei paesi chiave
(Germania, Italia, Spagna, Francia, Belgio e Austria) si è verificata una
contrazione significativa. Il numero di dipendenti è diminuito del 14,73%
(-98.423 unità) e le ore lavorate sono calate del 21,95% (-244 milioni di ore).
Parallelamente si è assistito a un aumento significativo della profittabilità
aziendale. I costi del personale per ora lavorata sono cresciuti del 75,29% ma
il margine operativo lordo (MOL) per ora è aumentato in misura ben maggiore, del
158,61%, delineando un paradosso tra contrazione occupazionale e aumento della
redditività. A completare il quadro due ulteriori elementi risultano cruciali.
Il primo riguarda le importazioni europee di prodotti siderurgici. A fronte del
marcato declino produttivo interno il valore delle importazioni nell’UE è
cresciuto del 267% tra il 2000 e il 2023.
> Questo incremento nasconde però una radicale riconfigurazione geografica
> perché crollano le importazioni da Russia (in seguito al conflitto ucraino) e
> Stati Uniti mentre esplode la quota della Cina (passata dal 5,97% al 16,46%
> del totale), accompagnata da aumenti significativi da Turchia, India, Corea
> del Sud e Vietnam (la cui quota è passata dallo 0,05% al 2,4%).
Il secondo elemento concerne la redistribuzione geografica degli impianti
produttivi. Per quanto riguarda la capacità produttiva installata a livello
globale l’Asia-Pacifico domina incontrastata con il 55,92% della capacità di
acciaio grezzo, seguita dal Medio Oriente (18,42%). L’Europa occupa solo il
quarto posto con l’8,38%, superata dall’Africa. La situazione appare ancora più
critica per gli impianti DRI (ferro preridotto), tecnologia a minore impatto
ambientale, dove oltre il 64% della capacità mondiale è concentrato tra Asia e
Medio Oriente. Anche l’ultimo rapporto Syndex sull’industria europea classifica
come “sotto minaccia” il settore. La produzione europea di acciaio grezzo ha
subito ripetuti shock, con cali bruschi a ogni crisi economica.
Eurostat
Dopo ogni contrazione la capacità produttiva viene ridotta attraverso la
chiusura degli impianti meno competitivi, stabilizzandosi poi a livelli
inferiori rispetto al passato. Questo meccanismo di aggiustamento è più ampio
del calo della domanda e la quota persa viene sostituita da importazioni,
specialmente di prodotti laminati piani. La Cina mantiene un enorme eccesso di
capacità grazie a sussidi pubblici massicci, dieci volte superiori a quelli dei
paesi Ocse, che generano dumping, mentre gli Stati Uniti hanno chiuso il proprio
mercato con dazi protezionistici.
IL RUOLO IMPORTATORE DELL’EUROPA
L’Europa, al contrario, rimane un mercato aperto ed è diventata un importatore
netto di tutti i prodotti siderurgici. La decarbonizzazione, senza un intervento
pubblico deciso, potrebbe avvenire fuori dall’Europa tramite l’importazione di
DRI, minacciando la base industriale continentale. Il rapporto ci dice che il
panorama siderurgico europeo è frammentato. Accanto al gigante ArcelorMittal
operano sussidiarie di gruppi extraeuropei come Tata, player regionali come
Thyssenkrupp (con una produzione di 10 milioni di tonnellate annue) e acciaierie
familiari italiane specializzate nella produzione elettrica.
> Le strategie divergono tra questi gruppi. ArcelorMittal, che ha perso il
> primato mondiale a favore della cinese Baowu, ha privilegiato una logica
> finanziaria di distribuzione di dividendi, Thyssenkrupp è in una
> ristrutturazione aggressiva, con la vendita al gruppo indiano Jindal,
> Voestalpine, SSAB e Salzgitter mostrano un approccio più industriale, con
> piani di decarbonizzazione in corso (SSAB è considerata leader in questo
> campo).
Per rispondere a tutte queste sfide la Commissione Europea, nel marzo 2025, ha
presentato lo European Steel and Metals Action Plan, concepito come risposta
strategica per una transizione verde e per la resilienza del settore. Si
articola attorno a sei pilastri fondamentali: garantire energia pulita,
abbondante e a costi accessibili, prevenire il carbon leakage, tutelare e
potenziare la capacità produttiva europea, accelerare la transizione verso
l’economia circolare, difendere i posti di lavoro industriali di alta qualità e
ridurre i rischi attraverso lead markets e sostegno agli investimenti.
L’ITALIA E L’EX-ILVA: UNA CRISI DI CUI NON SI VEDE LA FINE
Tutto ciò fa da sfondo alla crisi del gruppo dell’ex-Ilva, oggi Acciaierie
d’Italia. Riprendendo riflessioni sindacali o di esperti come Fernando Liuzzi su
“Il diario del lavoro” possiamo dire che l’attuale situazione è il frutto
avvelenato di un decennio di gestioni fallimentari, visioni industriali miopi e
un clamoroso vuoto di strategia nazionale ed europea. Il rischio che corriamo è
il collasso di un pilastro dell’industria pesante italiana, perché l’acciaio
rappresenta un input di base la cui disponibilità, competitività e sostenibilità
condizionano intere filiere a valle, come automotive, edilizia ed energie
rinnovabili, la cui crisi rischia di minare la transizione ecologica.
> Martedì 11 novembre si è svolto un incontro tra il governo e i sindacati per
> discutere gli ultimi sviluppi della crisi del gruppo. Dall’incontro con il
> ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, l’unica chiarezza
> emersa, secondo i sindacati, era la volontà governativa di portare il numero
> dei lavoratori di Acciaierie d’Italia in cassa integrazione fino a 6.000
> unità, su un organico totale di circa 10.000 addetti.
Il governo non solo non è stato in grado di fornire rassicurazioni concrete
sull’arrivo di nuovi acquirenti per il gruppo ex-Ilva ma ha anche comunicato una
modifica sostanziale al piano di decarbonizzazione, aggiungendo l’imminente
fermata delle batterie di cokeria. Di fronte a questo scenario i sindacati
avevano preso la decisione di organizzare assemblee informative unitarie in
tutti gli stabilimenti per venerdì 14 e lunedì 17 novembre, con l’obiettivo di
rendere noti ai lavoratori questi sviluppi preoccupanti e decidere le successive
mosse.
Fb Cgil Genova
A questa iniziativa il governo aveva reagito proponendo una nuova convocazione
dei sindacati per il primo pomeriggio di martedì 18 novembre. In attesa di
questo nuovo confronto Fim, Fiom e Uilm avevano quindi sospeso le assemblee
indette, lasciando al governo uno spazio di riflessione per riconsiderare le sue
decisioni. Quando i sindacati sono tornati a Palazzo Chigi chiedendo
esplicitamente il ritiro del nuovo piano la risposta governativa è stata netta:
nessuna intenzione di tornare indietro. L’unico elemento nuovo, rispetto
all’incontro dell’11 novembre, è stata la proposta di avviare corsi di
formazione relativi alle nuove tecnologie green per una parte dei lavoratori che
sarebbero invece finiti in cassa integrazione. Davanti a questo netto rifiuto i
sindacati hanno fatto ricorso all’arma dello sciopero per tutto il gruppo di
Acciaierie d’Italia. La drastica riduzione della produzione a Taranto,
finalizzata a fare cassa, senza nessun investimento per la bonifica ambientale,
rischia di privare di materia prima gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e
altri siti del Nord Italia, condannandoli alla chiusura.
> Il cuore del contendere, tuttavia, risiede nella radicale divergenza sui piani
> industriali e di transizione ecologica.
Il piano di decarbonizzazione originario, elaborato dai Commissari straordinari,
prevedeva una serie di passaggi ineludibili da compiersi in un arco temporale di
otto anni: la costruzione di quattro nuovi forni elettrici (tre a Taranto e uno
a Genova), la realizzazione di quattro impianti per la produzione di DRI e le
relative infrastrutture energetiche, accompagnate dallo spegnimento progressivo
degli attuali altiforni. Il nuovo piano del governo comprime invece questo
complesso processo in soli quattro anni, un dimezzamento dei tempi che, secondo
i sindacati, non è stato in alcun modo argomentato in maniera comprensibile o
tecnicamente sostenibile.
A tutto ciò va aggiunta l’incognita della cassa integrazione in essere per
migliaia di lavoratori, la quale scade alla fine di febbraio, creando un
pericolosissimo vuoto. Gli scioperi hanno prodotto un decreto relativo
all’ex-Ilva che la Fiom definisce assolutamente inadeguato a risolvere la
vertenza ed è strumentale al conseguimento del piano di chiusura degli impianti.
Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom, in audizione al
Senato ha sottolineato come la mobilitazione dei lavoratori prosegua con
l’obiettivo preciso di far ritirare quel piano di chiusura e di riaprire a
Palazzo Chigi un confronto sul piano industriale originario presentato a luglio.
Il decreto in discussione, con i suoi 108 milioni di euro, viene giudicato
insufficiente a garantire la continuità industriale e una ripartenza effettiva.
> La Fiom ribadisce, da due anni, la propria proposta alternativa: abbandonare
> l’idea di una vendita a soggetti privati disinteressati alla continuità
> produttiva e costituire invece un’azienda pubblica partecipata, unica strada
> ritenuta percorribile.
Per quanto riguarda i 20 milioni aggiuntivi per ammortizzatori sociali e
formazione, si prende atto che l’accordo precedente viene superato da una
normativa di legge sull’importo della cassa integrazione, tema peraltro mai
discusso con i sindacati. La formazione, pur essendo una richiesta sindacale in
funzione della decarbonizzazione, non deve diventare un modo per aumentare il
numero di lavoratori lontani dagli stabilimenti. La Fiom rilancia quindi la
necessità di tornare a ragionare su un piano industriale concreto che preveda la
produzione di 6-8 milioni di tonnellate utilizzando forni elettrici e impianti
DRI, unica via per coniugare continuità produttiva, tutela occupazionale e
transizione ecologica.
Fb Cgil Genova
Dal fronte di Genova, dopo le mobilitazioni, sono arrivati invece segnali
parzialmente distensivi dopo l’incontro al ministero del Made in Italy con il
ministro Urso e il presidente della Regione Bucci. La sindaca Silvia Salis ha
riferito che, sul brevissimo termine, il commissario si è impegnato a far
ripartire la linea dello zincato, bilanciandola con quella della banda stagnata
e mantenendo i livelli occupazionali. Sul lungo periodo Salis ha colto
un’apertura del governo a intervenire per stabilizzare eventuali offerte private
insufficienti o instabili, pur rimanendo la preoccupazione per una operazione
complessa e delicata.
La chiusura, dunque, non è dichiarata scongiurata ma si chiederanno
rassicurazioni sempre più forti su un possibile intervento pubblico di sostegno.
I lavoratori genovesi hanno reagito con sollievo alla notizia della ripartenza
dello zincato, sciogliendo il presidio permanente di piazza Savio e sospendendo
lo sciopero, dopo cinque giorni di protesta. I problemi però non sono finiti. La
lotta continuerà, anche se si riprende l’attività a pieno regime con 585 persone
al lavoro, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione.
La ripartenza dello zincato, con un carico di lavoro che garantirà attività fino
al 28 febbraio, è un risultato importante ma lascia aperta la questione di
fondo: la necessità di un piano industriale di lungo respiro che assicuri un
futuro stabile all’ex-Ilva e ai suoi dipendenti, tema sul quale le posizioni dei
sindacati e del governo rimangono ancora molto distanti.
Foto di copertina via facebook CGIL Genova
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