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Maria Luisa Bombal / Una scrittura indefettibile
Volendo fin da subito giocare con il titolo del libro, le Opere complete della scrittrice cilena María Luisa Bombal (1910-1980) – ora tradotte in italiano per l’esperta cura di Francesca Lazzarato – mirano a dissipare “L’ultima nebbia” che ancora avvolgeva una preziosa voce del Novecento latino-americano. Di questa nebbia aveva già fatto esperienza l’ispanista italiano Angelo Morino, che aveva raccontato delle sue difficoltose ricerche sulla vita e sull’opera di Bombal in un libro di Sellerio del 2009, dal significativo titolo Quando Internet non c’era. Il volume pubblicato da Sur colma adesso questa lacuna, almeno a livello di traduzione e diffusione editoriale italiana, offrendo in poco più di duecento pagine l’opera completa (o quasi, come spesso accade, ma per effetto dell’esclusione di episodi e testi comunque trascurabili) dell’autrice, accompagnata da uno scritto dell’epoca di Jorge Luis Borges. La firma di uno degli scrittori latinoamericani entrati di diritto nel cosiddetto “canone occidentale” non è una semplice autorizzazione, che avrebbe altrimenti un carattere indiscutibilmente paternalista, ma ha anche il pregio di sottolineare una volta di più le grandi qualità formali della scrittura di Bombal, peraltro condensate in pochi testi, disseminati nell’arco di tutta una vita. Come “Avvolta nel sudario” – romanzo breve incluso anche in questa edizione, e divorato da Borges “in un pomeriggio” al tempo della prima pubblicazione, nel 1938 – anche gli altri testi antologizzati di Bombal risultano “indefettibilmente in salvo dai vari e indefettibili rischi” che Borges temeva di riscontrare nella propria lettura. A risaltare è infatti una scrittura sempre appassionata e passionale – con occasionali punte melodrammatiche, dove l’intensità lirica della lingua finisce per eccedere rispetto al pathos, già alto, della narrazione – che prende frequente avvio da relazioni amorose più o meno convenzionali, ma intrecciandovi spesso una dimensione esistenziale più ampia (intenzionalmente indicata anche dalla scrittrice in vari passaggi, e non solo in modo consolatorio, come un orizzonte più vasto). Inoltre, sono vari gli accenti gotici e soprannaturali che costellano il testo, ma senza che questo possa giustificare il riferimento tradizionale, e tradizionalmente semplificante, alla letteratura latino-americana del boom e del cosiddetto “realismo magico”. In effetti, se la mescolanza, magari incontrollata, di elementi realistici e sovrannaturali era stata elencata da Borges tra i “vari e indefettibili rischi” che la scrittura di Bombal poteva correre, un episodio come il prolungamento antinaturalistico della narrazione dopo la morte biologica, in “Avvolta nel sudario”, rivela invece un magistrale controllo tecnico e si propone come possibile antesignano di una situazione narrativa a tratti analoga (mantenendo i dovuti distinguo di fondo) che si ritroverà nel successivo e più famoso Pedro Páramo (1955) di Juan Rulfo. I moventi profondi della scrittura sembrano tuttavia essere ancora altri. Come si legge a un certo punto, «Ah, se gli uomini sapessero quel che c’è sotto di loro, non troverebbero così semplice bere l’acqua delle sorgenti! Perché tutto dorme nella terra e tutto si risveglia dalla terra»: l’angoscia esistenziale della morte si risolve in una sorta di panismo, cui le soggettività femminili che costellano i vari testi risultano spesso più affini. Questo, tuttavia, non appare tanto come la riproposizione di un antico stereotipo riguardante la naturalità, spontaneità o anche istintività femminile, quando come capacità di esercitare una più profonda comprensione del rapporto degli esseri umani con la natura. Non potrebbe essere diversamente, del resto, per un’autrice che, dopo un periodo parigino spesso obbligatorio per l’intellettualità latino-americana del periodo, ha vissuto anche a Buenos Aires negli anni Trenta, incontrando non solo Borges, ma anche Norah Lange (autrice del prologo dell’edizione del 1938 di “Avvolta nel sudario”), Victoria Ocampo e altre importanti autrici del periodo. Lo sguardo che Bombal affinò attraverso queste relazioni non è forse “femminista” nei vari significati dati al termine a partire dal secondo Novecento – né la fugace presenza di un “uomo oggetto” nel primo romanzo breve dell’antologia, “L’ultima nebbia”, può davvero corroborare un’interpretazione del genere –, ma è sicuramente quello di un’autrice dalla scrittura solidissima, per quanto non prolifica, anzi appunto “indefettibile”, con una visione delle relazioni umane e del mondo che oggi resta dunque importante riscoprire.   L'articolo Maria Luisa Bombal / Una scrittura indefettibile proviene da Pulp Magazine.
March 13, 2026
Pulp Magazine
Emiliano Monge / La materia letteraria del caos
“Nessun inizio è semplice”, annuncia il personaggio della madre, la protagonista, in Un attimo prima della fine di Emiliano Monge, tradotto da Elisa Tramontin per La Nuova Frontiera: nessuna storia di vita può essere raccontata senza ricordare quelle attorno a essa e il modo in cui l’hanno sfiorata e plasmata, senza avere dinnanzi allo sguardo il resto del mondo e la sua corsa al progresso. Così questo testo a carica materna, come lo definisce il figlio intenzionato a dialogare con la donna che l’ha dato alla luce e metterne nero su bianco l’esistenza, diventa il ritratto di una famiglia tra le tante, segnata dallo spettro della pazzia. Al punto di vista della madre e del figlio, infatti, si aggiungono quelli di sorelle e fratelli, genitori e nonni: nessuno ha nome, la loro identità è stabilita dal loro ruolo nella ricostruzione dei due narratori principali. Per tenere insieme questa vastità di voci, Monge opta per una diegesi dalla struttura nitida: l’uso della seconda persona singolare e del futuro semplice, una ricorsività dal ritmo ben preciso, per esempio lo stesso attacco per ogni capitolo. Ciascuno di questi ultimi include un anno di eventi, sia legati alla trama sia alla Storia, tra tecnologia, politica e società, sulla falsariga de Gli anni di Annie Ernaux, dal 1947 al 2016. Quasi fosse un documentario, ogni versione rivela particolari nuovi oppure omissioni, aspetti cancellati dalla memoria, incongruenze. I fratelli e le sorelle della madre hanno interiorizzato in modi differenti la loro infanzia e giovinezza, alcuni si sono avvicinati e altri si sono allontanati; a legarli è il tentativo continuo di sopravvivere alla freddezza dei genitori e di combattere quel demone che sembra inseguire in ogni generazione i membri della famiglia, la perdita di sé. Ognuno di loro ha trovato una modalità tutta sua per superare i traumi, eppure hanno la stessa tendenza ad abbassare gli occhi di fronte al passato, quasi a non volerne vedere fino in fondo i contorni. Per la madre, da sempre convinta di essere diversa dai suoi cari, affermare la propria identità ha significato prendere le distanze dai genitori e trovare la propria strada, e combattere il caos per proteggere i suoi bambini dalla pazzia, già ormai dentro il nonno, i fratelli e, in altre forme, il padre e il compagno. Nel corso del romanzo, la donna abbandona quella memoria ipermetrope notata dal figlio negli zii e nelle zie, decide di guardare dritto verso il dolore. E proprio quel figlio, affetto da una malattia autoimmune e consapevole dell’oscurità strisciante appartenente anche a lui, la incalza a parlare del caos, si sorprende di fronte alle parole scelte da lei, un inedito vocabolario emotivo da scoprire. La madre, quindi, rimane il nucleo, il cuore pulsante da cui tutto comincia. Un nucleo capace però di suddividersi, fatto di tanti centri, impossibili da quantificare, quante sono infinite le possibilità di rinascere di un essere umano. Da ragazzina solitaria e trascurata, inizia un viaggio per liberarsi della prevaricazione maschile ed esprimere fino in fondo i suoi desideri, per dare ordine al caos. È un confronto onesto, non scevro di silenzi, quello con il figlio, entrambi trovano pace di fronte a una certezza conquistata a caro prezzo: “A volte credo che la pazzia sia come quei fulmini, che alcuni di noi abbiano dentro uno di quei fulmini, insomma. E che non li dobbiamo lasciar uscire quando non è ora, perché quello è impazzire, appiccare il fuoco al mondo. Ma, se riusciamo a controllarli, a tenerli dentro, possono anche aiutarci, illuminare altri spazi, altri luoghi, altri mondi che, altrimenti, rimarrebbero nella penombra”. Monge rivendica di rendere materia letteraria caos, diversità, follia e paura, servendosi del supporto di grandi autrici come Olga Tokarczuk, Alejandra Pizarnik e Naja Maria Aidt. Ci ricorda che la letteratura può ancora essere lo spazio in cui trovare la nostra verità, o perlomeno far pace con la sua assenza. L'articolo Emiliano Monge / La materia letteraria del caos proviene da Pulp Magazine.
July 3, 2025
Pulp Magazine