Tag - punizione

Social Skinner Box: benvenuti nell’esperimento…
a cui avete dato il consenso di Bruno Lai Il 20 marzo 1904 nasce Burrhus Frederic Skinner.     B. F. Skinner è considerato forse il più influente esponente del comportamentismo, una corrente psicologica che ha dominato gran parte del Novecento. Per riassumere ironicamente la sua visione della psicologia in una frase, si potrebbe scrivere: “Non mi interessa cosa pensi
PretenDiamo legalità: concorso della Polizia di Stato per le scuole. Riflessioni su obbedienza/punizione VS educazione
Se non esistesse il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non potrebbe fare notizia la nona edizione dell’iniziativa che, in «considerazione del positivo riscontro delle passate edizioni», il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, sta avviando sull’intero territorio nazionale. Apprendiamo che  questo progetto – PretenDiamo legalità – ha  nove anni di vita, che si tratta di un ciclo di incontri per «agli alunni delle scuole primarie, secondarie di primo e di secondo grado» con in cattedra la Polizia di Stato. Così recita la nota della Questura, in questo caso di Bergamo, inviata all’Ufficio Scolastico Regionale (USR) (clicca qui per il concorso). In totale sprezzo della autonomia delle scuole, se ancora vogliamo confidare nella legge che la regola e nella funzione degli Organi Collegiali nel definire il Piano dell’Offerta Formativa (PTOF), le articolazioni del progetto sono decise dalle questure per fasce di età e ordini scolastici «di concerto con il Ministero dell’Istruzione». Le scuole saranno individuate su un elenco fornito dall’USR: di aderenti volontari? Di dirigenti già considerati fidati, confidenti nella bontà dei percorsi? Del resto, i selezionatori-questurini avranno a che fare con dei referenti della scuola indicati da non si capisce chi. La legislazione scolastica non rientra nella cultura della legalità. Partiamo dal titolo, crasi assai suggestiva di pretendere e dare. La pretesa è prepotente, è potenza in atto prima di ogni riflessione in merito; il dare è donativo, paternalistico, pastorale. I contenuti previsti nel progetto sono un misto fra addestramento a individuare le minacce che ci circondano in strada, ovunque, e buonismo parrocchiale. Nella primaria, tenendo conto della sua elementarità basica, senza pretese, figura il parlar bene, le competenze soft utili allo stare in gruppo. Ma, in questo caso, quello a cui da sempre bada una brava Maestra, nella nota si chiama “Hate Speek“. In che consista il giocare – soprattutto oggi che le creature sono affascinate dai dispositivi – lo insegnano i poliziotti. Nella secondaria, la ex media e le superiori, il gioco si fa duro: qui si tratta di contrastare il cyberbullismo, magari dopo aver fatto vedere come si traccia vita natural durante un sospettato, come si raccoglie una testimonianza di molestie presentata da una ragazza, come si procede a un interrogatorio (bullismo da questura?). Ma forse siamo troppo poco indulgenti con le buone intenzioni dei percorsi proposti, sarà perché a furia di sentire e leggere di parità, di inclusione, di accesso ai diritti per il cittadino (escluso il migrante, ovviamente, dalla categoria), avvertiamo l’abuso semantico e politico in cui sono precipitati questi concetti. Richiamare i Principi della Carta Costituzionale, da vivere ogni giorno come recita il testo, dà molto da pensare in un Paese dove vigono norme di sicurezza durissime e si ascoltano continui echi di guerra, nel drammatico disprezzo per le madri e i padri che li scrissero, dopo la devastazione sociale prodotta dal Ventennio e a ridosso di una carneficina che ha prodotto nel mondo circa 85 milioni di morti. Per ben concludere, la nota ricorda il concorsone finale, ormai il paese è tutto un festival, vinti e vincitori, qualcuno merita di più, qualcuno è in fondo lista. A ben pensarci è sempre una questione di confini, di occupazione di territori, di abilitarsi come leader. Al di là della metafora incalza la vita vera, a questi valori orientata. Spendiamo qualche riflessione veloce su un tema che meriterebbe lo studio di interi trattati. La legalità rappresenta la corrispondenza fra un comportamento di qualsiasi tipo (verbale, fisico, singolare, collettivo) e una fonte di norme, e la legge. La legge nella sua anomia, erga omnes, nell’apparente equità, nell’indifferenza per la soggettività di coloro che esibiscono un comportamento, prevede obbedienza al suo mandato e punizione per il mancato rispetto. La legge segue una complessa via gerarchica di elaborazione. Nei Paesi che si definiscono democratici si incardina in complessi ordinamenti di cui le carte costituzionali sono la fonte primaria, segue protocolli di presentazione, discussione, approvazione, piuttosto complessi. Proprio per la macchinosità della sua vigenza e per l’impatto politico che produce, la legalità non sempre si conforma alla legittimità. Legale e legittimo nel nostro ordinamento giuridico non sono sinonimi. La legittimità, potremmo dire un po’ grossolanamente, è discussa, discutibile, oggetto di diatribe che portano in giudizio anche la legge dettata. Ma, né in questo né in altri progetti analoghi, si mette in campo un discorso che evidenzi queste delicate problematiche. Il Verbo è chiaro, non ammette chiaroscuri, ombre: da un lato chi conosce e amministra le procedure legali, dall’altro chi deve conformarsi, adattarsi. Naturalizzazione del comando, potremmo dire. Oggi il nostro Osservatorio riceve decine di segnalazioni quotidiane, spesso viene citato dai media, e questo forse dimostra che si è alzata la sensibilità  della società civile, del corpo docente, degli studenti  su questa invasione di divise nelle nostre scuole. Una presenza insinuante che contagia, che vampirizza saperi e conoscenze, facendo della legalità un meta-valore morale, categorico, ineludibile per il buon cittadino di oggi e di domani. Forse, se per alcuni anni, mentre maturava il clima giusto per ben nove tornate di incontri di questo tipo, ci siamo distratti, oggi dobbiamo stare sul pezzo, allertati, soprattutto come educatori, come adulti responsabili. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le carceri in Italia esplodono
Trovami Sono la poesia nascosta Come una scheggia di bellezza Nella carne del dolore (La poesia nascosta, Tzarina) Non parliamo mai abbastanza di carcere. E siamo circondati da discorsi sempre più repressivi, atti governativi che aumentano le pene e peggiorano la vita fuori e dentro le carceri. In carcere, infatti, si vive, per breve o lungo tempo, e si vive male: «Al 30 aprile 2025 i detenuti in Italia erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Ma considerando i posti non disponibili (oltre 4.000), il tasso reale di affollamento è del 133%, con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare. 58 carceri su 189 hanno un tasso di sovraffollamento superiore al 150%», leggiamo nell’ultimo report di Antigone. Bisogna, quindi, trovare le giuste parole per parlare della prigione. Ed è quello che sta provando a fare Eris Edizioni con due libri della collana Book Bloc Mai farsi arrestare di venerdì di Tzarina Caterina Casiccia e Aboliamo il carcere di Giulia De Rocco. Entrambi i libri sono uno sforzo di immaginazione e di creatività per raccontare una realtà di repressione, costrizione e violenza, cioè la vita in carcere. Entrambi i testi cercano di superare la classica saggista, il primo lo fa mischiando teoria, esperienza personale e poesia, il secondo utilizzando una narrazione dis/topica, una lettera dal futuro in cui il carcere è stato abolito, a suo modo anche molto poetica «È stata l’intimità a distruggere il carcere […], un’intimità creativa. Per poter far a meno della protezione dell’istituzione […] abbiamo dovuto inventare delle alternative» (p. 12). Una narrazione che nasce dall’«urgenza di alternative, di possibilità, di un altro mondo» (p. 7) come scrive l’autrice di Aboliamo il carcere.  > «Delle 189 carceri italiane quelle non sovraffollate sono ormai solo 36, > mentre quelle con un tasso di affollamento uguale o superiore al 150% sono > ormai 58. A fine marzo 2023 erano 39. A oggi gli istituti più affollati sono > Milano San Vittore (220%), Foggia (212%), Lucca (205%), Brescia Canton > Monbello (201%), Varese (196%), Potenza (193%), Lodi (191%), Taranto (190%), > Milano San Vittore femminile (189%), Como (188%), Busto Arsizio (187%), Roma > Regina Coeli (187%), Treviso (187%)».  Tzarina, poeta e artista della scena underground di Barcellona, viene arrestata nel corso di una manifestazione dopo il fermo di Pablo Hasel, un rapper accusato di apologia di terrorismo per una canzone contro il re di Spagna nel 2021. Tzarina viene inserita in un’inchiesta con gravissime accuse penali: «Il caso era esemplare […]. Poco importava che non fosse vero niente, avevano trovato il capro espiatorio perfetto» (p. 16). Leggendo, non si può non pensare all’ultimo processo ad Askatasuna in cui diversi attivisti e attiviste sono state accusate di associazione a delinquere, o al processo in corso contro Anan Kamal Afif a L’Aquila. O ai tanti processi ingiusti contro le azioni non violente del movimento ambientalista o in solidarietà alla Palestina che hanno il principale scopo di bloccare qualsiasi forma di resistenza. Il suo registro narrativo mescola storie delle detenute, poesie, l’esperienza personale della detenzione, e una riflessione teorica sul carcere.  Giulia Rocco, ricercatrice, attivista abolizionista, da anni lavora con laboratori di scrittura autobiografica dentro le carceri e scrive da un futuro in cui il carcere è stato abolito, e in questo modo ne evidenzia il suo paradosso: «lo Stato intendeva rispondere a quello che viene considerato sbagliato, ingiusto, chiudendo le persone in gabbie sorvegliate da altre persone armate. E così fare giustizia. Rispondevano al male, ma non lo risolvevano. Anzi, lo perpetravano, ancora e ancora» (p. 21). E ci mostra un percorso immaginifico quanto possibile verso l’abolizione che comincia con un passo semplice: «nel tempo, sempre più fuori entrava e sempre più dentro usciva» (p. 21).  > «L’emergenza morti in carcere non dànno segni di arresto. Anzi, continua a > peggiorare. Nel 2024 sono stati almeno 91 i casi di suicidi commessi da > persone private della libertà. Tra gennaio e maggio 2025, almeno 33. Il 2024 > passa così alla storia come l’anno con più suicidi in carcere di sempre […]. > Il 2024 passa alla storia anche come l’anno con più decessi in carcere in > generale. Sono state complessivamente 246 le persone che hanno perso la vita > nel corso della loro detenzione». Aumentano anche gli atti di autolesionismo > nelle celle. Il carcere è sottomissione del corpo, disciplinamento dei movimenti, con il supposto scopo della rieducazione: «È umiliante accettare la disciplina del corpo, sottomettersi alla sottrazione della libertà e della dignità, della privacy e dell’indipendenza. È umiliante e doloroso piegarsi, assumere l’impotenza, obbligarsi ad accettare il surrealismo dell’ingiustizia. È nauseante comportarsi bene e obbedire ed è spaventoso rendersi conto di avere paura» (p. 15). In carcere viene negata, prima di tutto, la possibilità di disporre del proprio tempo, del proprio spazio, e quindi del proprio corpo.  A Tzarina è vietato avere una penna durante il periodo di isolamento, per paura che la possa utilizzare per farsi del male, ma continuamente le vengono offerti antidepressivi o metadone. Oggi in carcere il 44,25% delle persone detenute fa uso di sedativi o ipnotici, il 20,4% utilizza stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, e questo numero è in aumento anche negli istituti penitenziari per minori. Ad Alfredo Cospito detenuto in regime di 41 bis viene continuamente negata la possibilità di avere alcune cose come libri, cd, e spesso non gli viene consegnata la corrispondenza. Poter leggere, scrivere, ricevere la corrispondenza significa reclamare di essere una persona: «il carcere è, in primo luogo, il posto dove mantenere la propria identità è una vera lotta quotidiana» (p. 24) scrive Tzarina. Gli fa eco Goliarda Sapienza, citata nel numero di DWF, appena uscito sul carcere, anche questo tassello fondamentale per una riflessione femminista sul carcere: «Il carcere regredisce all’infanzia, lo fa a tutte o solo a me?».  Le storie delle sue compagne di detenzione sono storie di povertà, marginalità, migrazione, violenza e maltrattamenti subiti. In carcere finiscono le persone più povere, marginalizzate, con problemi di dipendenze, e senza fissa dimora. Alla fine del 2024, 1.373 persone sono finite in carcere per pene di meno di un anno «Si tratta perlopiù di soggetti particolarmente fragili, spesso privi di difesa tecnica e plurirecidivi. Tossicodipendenti che commettono piccoli reati per i quali nessun’altro entrerebbe in carcere», leggiamo sempre nel report di Antigone. Così come chi non ha una residenza fissa non può godere delle misure alternative al carcere, soprattutto della custodia cautelare, e quindi arriva in carcere prima ed esce dopo.  Il carcere «è utile per allontanare dallo sguardo l’evidenza degli effetti della povertà […] per ribadire le subalternità coloniali, per disciplinare corpi, esperienze e abitudini» (p. 24), ma come si può pensare una società senza carcere? E cosa facciamo con chi agisce violenza e provoca profonde sofferenze personali e sociali?  De Rocco non ha paura di nominare i nodi spinosi del progetto abolizionista «certamente le emozioni di vendetta sono comprensibili ed è importante trovino spazio per essere dette: si parli di paura, di rabbia, del desiderio che chi ha commesso violenza stia male. Però le istituzioni, se devono esistere, hanno il compito di agire una mediazione rispetto a tali emozioni» (p. 27). Il carcere, infatti, ci garantisce semplicemente che la persona non commetta reati nella società mentre è dentro, ma non sappiamo se continuerà a usare violenza tra le mura del carcere o di nuovo quando uscirà. Ed è così anche per i reati connessi alla violenza di genere, il carcere reprime il comportamento individuale per un certo periodo, ma non risolve le radici dell’oppressione e non è una misura preventiva.  Nelle carceri italiane quasi non esistono la mediazione culturale, gli e le educatrici sono pochissimi, i progetti lavorativi e sociali anche. Se chi è in carcere riuscirà a rifarsi una vita nel mondo «se trasformerà la sua visione del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, non dipenderà dall’operato del sistema carcerario o dal numero di anni della condanna inflitta, ma dalla forza che troverà dentro se stessa» (p. 76) leggiamo in Mai farsi arrestare di venerdì.  > Abolire il carcere deve cominciare abolendo l’idea della punizione nella > società tutta, a partire dalle nostre pratiche politiche e linguaggi > quotidiani. Dobbiamo ripensare le pratiche educative, la valutazione, le > relazioni con le persone più piccole. Per immaginare un futuro senza prigioni > il conflitto deve trovare «spazio come modello generativo, come occasione per > divergere e comprendere, per esprimere e per far affrontare tensioni latenti» > (p.40).  De Rocco sottolinea come in alcune comunità politiche «esiste un atteggiamento moralizzante [verso] il conflitto che rende alcuni contesti (parlo anche delle comunità scelte, queer, riflessive) molto faticosi. Le indispensabili pratiche di autodifesa e di protezione degli spazi possono non avvalersi dell’esclusione, del call out, della stigmatizzazione» (p.41). Questo significa elaborare il conflitto, prendere del tempo, abbandonare la perfomance, accogliere le vulnerabilità e non abbandonarci alle nostre “attivazioni punitive”.  Ciò di cui ci dobbiamo liberarci profondamente è l’idea che la giustizia abbia a che fare con la punizione. E aprirci a un’idea di giustizia che abbia a che fare con la trasformazione, con l’empatia, con la riparazione. Invece che con la gogna, la vergogna, la sofferenza e la prigionia.  Tutte le illustrazioni sono di Cyril Delacour “Prison et vie carcérale à la Maison d’Arrêt de Privas” via Flickr Tutti i dati nell’articolo sono del Report XXI di Antigone “Senza Respiro” SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le carceri in Italia esplodono proviene da DINAMOpress.
July 2, 2025
DINAMOpress