2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti tecnici
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Tag - didattica
2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti tecnici
La Riforma degli Istituti tecnici che entrerà in vigora a settembre, ci riguarda
da vicino. Abbiamo chiesto al prof. AkaCisco di commentarla per noi. Buona
lettura!
L'articolo 2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti
tecnici sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Intelligenza Artificiale nella didattica: dispositivi per la militarizzazione della scuola?
A ridosso delle vacanze pasquali, con nessun preavviso e tempi strettissimi di
scadenza, il Ministero dell’Istruzione e del merito fa uscire il PNRR relativo
al DM 219 – 2025 (Intelligenza Artificiale per la Scuola: competenze, didattica
e organizzazione digitale), costringendo i Collegi Docenti a discutere e
deliberare su una questione complessa e delicata, che potrebbe stravolgere i
fondamenti stessi della professione insegnante e del processo di apprendimento
delle nuove generazioni, senza aver prima fornito informazioni, tempi e spazi di
discussione adeguati per preparare i votanti a deliberare con sufficiente
chiarezza.
La maggior parte del personale docente e ATA non si preoccupa più di tanto,
distratta dai ritmi incalzanti della burocrazia digitale che, soprattutto dai
tempi del COVID, hanno reso molti aspetti della nostra professione un lavoro
impiegatizio, opaco e frustrante.
Molti Collegi Docenti si svolgono on-line, utilizzando le piattaforme
Google-Suite, sul cui uso mai nessuno ha interrogato il personale della scuola,
anche solo per capire se fosse d’accordo o ne conoscesse le possibili criticità
dal punto di vista della condivisione dei dati, della privacy, della sicurezza,
della reale efficacia nel raggiungimento di decisioni condivise democraticamente
e di molte altre questioni su cui la ricerca scientifica in ambito
neuro-linguistico e pedagogico-didattico si sta interrogando.
Ma c’è di più: una pervasiva campagna pubblicitaria, fatta di spot sui media e
circolari ministeriali sempre più insistenti, sembra suggerire a tutti i
protagonisti del mondo della scuola, famiglie, giovani, docenti, DS e ATA, che
questo ulteriore salto quantico nella direzione di una scuola digitale avanzata,
moderna ed efficiente sia non solo auspicabile ma orami irreversibile e
necessario.
E, inoltre, che non ci sia nulla di preoccupante, essendo la tecnologia, per
definizione di chi sposa il positivismo del progresso contemporaneo, uno
strumento neutrale, che ha solo bisogno di essere resa “antropocentrica” ed
“etica” per diventare un’ottima alleata del nostro mestiere.
A questo punto potremmo legittimamente domandarci: se i software denominati IA
sono arrivati a una sofisticazione tale per cui riescono a riprodurre il
ragionamento e il linguaggio umani, allora noi stessi/e, le nostre menti, i
nostri cervelli sono degli algoritmi? Noi pensiamo sotto forma di algoritmo?
Parliamo come delle macchine-robot e ci relazioniamo con le nostre classi come
potrebbe fare un PC? Quindi siamo perfettamente sostituibili da questi strumenti
digitali? La didattica e la psicopedagogia, pertanto, altro non sarebbero che
una forma molto complessa di cibernetica?
E, allora, perché tali strumenti sono stati progettati e resi così efficaci a
partire dall’ambito militare e trovato larga applicazione nel controllo dei
territori e delle popolazioni? Forse che anche la scuola sia un dispositivo di
guerra e noi insegnanti esercito addestrato di un potere violento?
Qui si aprono degli scenari apocalittici e intricati che, come Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università vorremmo analizzare
meglio con la dovuta calma e in collaborazione con la ricerca anche accademica,
se non vogliamo costruire dell’IA una narrazione magica.
Fortemente illusoria ci appare, infatti, dall’interno dei nostri istituti, nelle
discussioni di persona in sala insegnanti e nei corridoi, la sensazione di aver
avuto più tempo e migliore gestione del nostro lavoro da quando computer,
internet e LIM sono entrati nelle aule a gamba tesa, senza chiederci il
permesso.
Certo, ci vuole una IA etica e antropocentrica, questo appare scontato, ma
guardando al multiculturalismo delle classi ci chiediamo: “Quale etica usare tra
le tante? Quale concezione culturale? Quale linguaggio?”.
No, non era una questione da delegare al voto on line delle ultime sedute
dell’anno scolastico 2025/26. E probabilmente non era neppure da proporre una
tecnologia di questo tipo in un ambito, per sua natura, dedicato all’educazione
alla cittadinanza, alla pace, al rispetto dei diritti, alla sostenibilità
ambientale.
Per demistificare del tutto questa narrazione sui presunti poteri incredibili
dell’IA, bisognerebbe, infine, andare a verificarne gli effettivi miglioramenti
economici e di sviluppo nel mondo aziendale: anche qui, al di là degli squilli
di tromba della propaganda, non ci sembra di vedere niente di buono.
Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione: «condividiamo iniziative didattiche di Pace»
PREMESSA
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un
gruppo di scopo i cui obiettivi sono:
1. Monitorare e denunciare, attraverso specifiche segnalazioni, le attività
militari nelle scuole di ogni ordine e grado, spesso agite nel silenzio
complice e/o intimorito degli insegnanti e delle famiglie;
2. Mettere in luce la virata subita dalla ricerca universitaria verso le
esigenze economiche, finanziarie, di controllo sociale dei grandi complessi
dell’industria militare;
3. Aprire alla riflessione su temi attinenti il concetto di difesa della Patria
(art 52 della Costituzione Italiana) ricontestualizzandolo nell’attuale
situazione storica;
4. Offrire strumenti di lotta negli Organi Collegiali ai docenti e di
opposizione alla presenza militare ai genitori (si vedano sul sito il
manifesto, l’elenco dei valori di riferimento, il Vademecum).
5. Sensibilizzare sui contesti di guerra nel mondo e, in particolare, sul
genocidio che si sta consumando in Palestina.
L’Osservatorio, al fine di una maggiore efficacia anche di studio delle
situazioni segnalate, si è dotato di sottogruppi di lavoro che elaborano
proposte su campi specifici (università, leva, genitori, eventi, ecc.). Uno di
questi è dedicato alla raccolta, alla diffusione e allo studio di attività
scolastiche, di cui sul nostro sito esiste già un piccolo archivio denominato
“didattica”.
È però necessario che non si archivino iniziative episodiche, ma esperienze
capaci di capillarizzarsi fra docenti, famiglie, studenti, in grado di intaccare
i paradigmi stessi delle discipline insegnate. Pertanto, è fondamentale tenere
salda la barra politica che informa gli scopi dell’osservatorio.
Serve elaborare un chiaro orientamento che riesca a incidere sulle scelte
pedagogiche (quadro teorico relativo ai processi di educazione rivolti all’età
evolutiva), sulle forme assunte dall’ideologia propria dell’agenda politica del
Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), definibili come orto-pedagogia o
psico-istruzione. Per il MIM, attraverso indicazioni nazionali sui traguardi
formativi, protocolli con le forze armate, note e circolari, si tratta di
piegare abilità cognitive e affettivo relazionali (soft skills) al pensiero
convergente, accettante la logica della difesa totale, interna ed esterna,
l’obbedienza come postura etica, la negazione del dissenso.
La premessa ci indica la necessità di evitare la confusione fra mezzi e fini,
fra elementi valoriali e strumenti attraverso i quali si fa scuola. È altresì
necessario sdoganare il politico dalla politica come ideologia e tecnica di
governo, per ricondurlo al significato classico aristotelico: ciascuno di noi è
animale politico, per il quale la facoltà di parola si deve tradurre in attività
nella polis, attività capace di instaurare cambiamenti nel modello sociale in
cui viviamo e operiamo.
Una scelta di Vita activa, nella consapevolezza che l’azione è parola politica,
non solo opera e lavoro (Hannah Arendt). Occorre che la didattica venga
ridefinita come insieme degli strumenti, delle strategie, dei materiali di
lavoro direttamente derivante dagli scopi su richiamati.
L’EDUCAZIONE ALLA PACE, COME CAPACITÀ DI ELABORARE CONFLITTI FUORI DALLA LOGICA
AMICO-NEMICO, LO SVILUPPO DEL SENSO CRITICO E ANTAGONISTA VERSO IL MODELLO DI
SOCIETÀ CHE ALIMENTA I VENTI DI GUERRA, DEVE ESSERE CAPOSALDO DELLE INIZIATIVE
DIDATTICHE.
PROPOSTA
Il gruppo di lavoro dell’Osservatorio che si occupa di didattica si è proposto
di cominciare a raccogliere, archiviare, rendere fruibili proposte e progetti la
cui condivisione, studio, discussione tra insegnanti permetta di ricostruire una
riflessione pedagogica alternativa e di opposizione rispetto alla didattica del
sistema, finalizzata a rafforzare l’ordine neoliberista e il suo apparato
militare-industriale.
La didattica promossa dal sistema neoliberista è quella che abitua gli studenti
ai crediti, ai questionari e test a risposta chiusa, all’uso acritico della
tecnologia, alla finalizzazione dello studio al mondo del lavoro (o meglio del
lavoro sfruttato), alla burocrazia insensata, alla militarizzazione della
società. Un modello di scuola classista, militarista, sessista che ha come scopo
quello di produrre individui privi di senso critico, anestetizzati e incapaci di
immaginare mondi diversi e di agire per renderli possibili.
A partire da questa analisi, il gruppo didattica dell’Osservatorio ritiene
fondamentale entrare in relazione con chi quotidianamente porta dentro le aule
scolastiche, e non solo, pratiche e progetti che mettono al centro un’educazione
alla pace, alle differenze, allo sviluppo del pensiero critico e all’agire
collettivo e trasformativo di un esistente, sempre più cupo, violento e
asfittico. Nella consapevolezza che sono molti i gruppi e le realtà che si
occupano con una prospettiva simile di pedagogia e didattica, senza avere
pretese di esaustività o sussunzione, ci piacerebbe porre al centro di questo
lavoro il nesso tra didattica, resistenza e lotta contro la militarizzazione
della scuola e della società, promuovendo su questa tema dibattito e
condivisione tra insegnanti, anche attraverso lo scambio e la connessione con le
realtà che già da molto tempo lavorano in questa direzione.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita
docenti di ogni ordine e grado a inviare al GRUPPO DIDATTICA (clicca qui per
iscriverti e partecipare alle attività) esperienze che siano capaci di
costituire un esempio, un modello transdisciplinare pervasivo, critico verso
l’impianto epistemologico delle materie scolastiche, del taglio che manuali e
libri di testo a esse conferiscono. Esperienze lontane da suggerimenti di
diretta fonte ministeriale, da percorsi di formazione proni al modello calato
dall’alto, da proposte orientate da interessi privati.
Il materiale inviato, che sarà pubblicato sulla pagina dedicata alla didattica
scolastica, dovrebbe caratterizzarsi come resoconto di un processo, non tanto di
un risultato finale, un prodotto, una performance. Pertanto, si chiede di
indicare ad ogni invio:
1. Gli scopi pedagogici
2. Il contesto in cui si opera (tipologia di istituto scolastico, discipline
coinvolte, situazione socioculturale del territorio)
3. Obiettivi a lungo e medio termine
4. Mezzi e strategie
5. Valutazione rispetto agli scopi e agli obiettivi: formativa con gli alunni
(valorizzazione del percorso complessivo e del lavoro per gruppi
cooperativi); sintetica/finale restitutiva verso i docenti (in
considerazione di errori, attesi imprevisti, provvisorietà strategica,
complessità di tutto il processo, effetti di rilancio, ecc.).
I MATERIALI ANDRANNO INVIATI A: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE!
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Gruppo
didattica
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Spunti didattici: primaria “G. Stancati” di Rende (CS) realizza Jina, cortometraggio su Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini
> Aggiornamento: la scorsa settimana il cortometraggio è stato finalista al
> concorso nazionale di CinemAmbiente Junior al Museo Nazionale del Cinema di
> Torino. Clicca qui per l’articolo.
Alla primaria “Giuseppe Stancati” di Rende (Cosenza), le insegnanti Serena
Criscuolo, Giulia Falcone e Alessandra Lanzillotti, partendo da un racconto
illustrato ispirato alla vita di Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini, hanno
accompagnato le loro classi nella realizzazione del cortometraggio Jina, una
fiaba che attraversa il Mediterraneo e che racconta l’incontro spirituale tra
due giovani curdo-iraniane.
La narrazione affronta temi come il viaggio, l’oppressione, la solitudine ma
anche la fiducia e la solidarietà. È pensata per parlare a tutti, anche ai più
piccoli, per ricordare l’importanza di credere in sé stessi e nella giustizia e
non stancarsi mai di difendere i diritti inviolabili.
Il cortometraggio è l’opera di due classi seconde e il percorso è parte di un
progetto più ampio che include un albo illustrato gigante (50/times 70 cm)
disegnato (inchiostro di china e 14 tavole ad acquerello) da Serena Criscuolo e
Pietro Barone e realizzato presso la “Stamperia artigiana senza pressa” di
Cosenza.
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
pubblichiamo con entusiamo il cortometraggio e i materiali ricevuti affinché
possano essere spunti su più livelli per chi ci legge. Vediamo infatti in questo
progetto un esempio di manifestazione artistica dell’essere insegnante. E non
solo per via della settima arte, ma per la capacità e l’emozione con cui
esperienze di migrazione, patriarcato e violazione dei diritti umani sono state
intrecciate e rese fruibili (e vincibili!) per bambine e bambini di 8 anni. Dopo
il video, potete scaricare la descrizione dell’unità didattica.
Ringraziando le colleghe per questa meraviglia, auspichiamo presto di ricevere
altre “segnalazioni” così. Perché quando ci affermiamo con una didattica
alternativa e creatrice di pace, ci troviamo a contrastare la militarizzazione
in un modo “indiretto” ma altrettanto efficace… Se non di più. Buona visione.
Descrizione dell’unità didattica:
Jina.dal.racconto.al.cortometraggioDownload
Fotografia del librone illustrato:
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Dalla Resistenza di ieri alle “resistenze” di oggi: Adelmo Cervi incontra le scuole a Torino
> Il collettivo studentesco dell’I.I.S. “Santorre di Santarosa” di Torino ha
> organizzato un assemblea d’istituto in cui ha invitato Adelmo Cervi, figlio di
> uno dei sette fratelli Cervi, contadini partigiani che vennero fucilati dai
> fascisti nel 1943. L’incontro s’è sviluppato lungo un unico filo dalla
> Resistenza partigiana alle “resistenze” di oggi. Pubblichiamo qui l’articolo
> di Fabio Sarni, studente portavoce del collettivo del “Santorre”, e Irene
> Carnazza, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
> delle università.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha
come suo scopo statutario il monitoraggio e la segnalazione di tutte quelle
situazioni in cui gli ambienti dedicati allo studio e alla libera costruzione
del senso critico vengono penetrati in modi più o meno evidenti sia dalla
propaganda militarista sia dagli interessi dell’industria bellica. Tuttavia una
parte importante del nostro lavoro è anche ragionare sui percorsi alternativi
che le/i docenti e le/gli studentesse/studenti mettono in atto anche con
l’obiettivo di porre un argine nei confronti di questo fenomeno che, per quanto
dilagante, può e deve essere contenuto da quante/i nella scuola vivono e
lavorano tutti i giorni.
In questo anno scolastico caratterizzato dall’attivismo delle/dei ragazze/i, che
si sono riversate/i nelle piazze a sostegno della Flotilla, oggi nuovamente
sotto attacco, o nella partecipazione agli imponenti scioperi autunnali, appare
particolarmente importante la crescita dei tanti collettivi studenteschi che si
sono sollevati contro il genocidio in Palestina e che nella giornata del 7
maggio sciopereranno contro il riarmo e la reintroduzione della leva.
Tra i tanti gruppi disseminati in tutta Italia vogliamo qui raccontare come,
nelle giornate sempre intense a cavallo tra 25 aprile e 1° maggio, il piccolo ma
vivace collettivo dell’IIS “Santorre di Santarosa” di Torino abbia lavorato alla
costruzione di un’assemblea di istituto che ha mutuato dalla Resistenza di ieri
una vocazione sempre più decisa verso le tante “resistenze” di oggi. Non senza
difficoltà le/gli studentesse/i hanno convocato per il 27 aprile un’assemblea di
istituto alla quale è stato invitato Adelmo Cervi.
Ecco le parole con cui uno dei rappresentanti di istituto degli studenti, Fabio
Sarni, (che il nostro collaboratore dell’Osservatorio, Stefano Bertoldi, aveva
intervistato lo scorso autunno in una puntata di “Scuola Resistente”) ha
presentato alle/i compagne/i questo importante testimone delle lotte di ieri e
di quelle di oggi:
> «Sono onorato di annunciarvi l’ospite di questa assemblea, Adelmo Cervi, che è
> venuto a trovarci direttamente dall’Emilia. Adelmo è un combattente, un uomo
> che lotta da tutta una vita seguendo le orme di suo padre Aldo e della sua
> famiglia: oggi è qui con noi per raccontarci una storia, la storia dei suoi
> sette padri, come dice lui, e di tanti altri che hanno pagato con la vita la
> loro scelta di libertà, storia di uomini che hanno avuto paura ma davanti alla
> paura non si sono mai arresi, storia di uomini che volevano lottare per
> sconfiggere le ingiustizie, una lotta cominciata la prima volta che un essere
> umano ha detto no per ribellarsi ad un’imposizione, storia di uomini che
> avevano capito che era giunta l’ora di resistere, era giunta l’ora di essere
> uomini, di morire da uomini per vivere da uomini.
>
> Vi ringrazio per aver accettato il mio invito a questa assemblea, per
> ascoltare la testimonianza di una conquista, la conquista della libertà che
> come tutte le conquiste non è per sempre, c’è sempre qualcuno interessato a
> portarle via, per cui resistere ancora oggi è un dovere e una necessità di noi
> giovani ed è importante essere qui oggi.»
Adelmo Cervi ha dialogato con le/gli studentesse/i da pari a pari, con una
freschezza e una vivacità che hanno emozionato chi, tra noi docenti, ha avuto la
possibilità di partecipare all’incontro.
Nel teatro del Santorre campeggiava un enorme striscione che riportava le parole
di “Per i morti di Reggio Emilia”, scritta nel 1971 da un altro torinese, il
cantautore Fausto Amodei:
> > Sangue del nostro sangue
> >
> > nervi dei nostri nervi
> >
> > come fu quello dei fratelli Cervi.
Queste stesse parole sono state poste in esergo al libro di Adelmo Cervi, I miei
sette padri, che l’ospite ha presentato, intervallando il racconto con la
proiezione dell’omonimo documentario di Luciana Davì, uscito nel 2023. I miei
sette padri: titolo che evidentemente fa da contraltare al celeberrimo I miei
sette figli scritto nel 1955 da Alcide Cervi, che nelle foto che scorrono sullo
schermo tiene in braccio proprio un piccolissimo Adelmo.
Nel teatro della scuola ospitante abbiamo tutte/i provato la fortissima emozione
di essere, come ha osservato Fabio Sarni, “legate/i da uno stesso filo”, che
attraversa le generazioni, che scorre attraverso il tempo e che oggi si snoda
oltre i confini di Torino e dell’Italia, e arriva alla Palestina, al Venezuela,
all’Iran, al Libano, e nella sua forza delicata travolge i confini e le barriere
e i nazionalismi.
La testimonianza di Adelmo è stata importante per le classi perché non si è
limitato a raccontare la storia della propria famiglia, ma si è posto come
esempio vivente di come si può oggi stare nella lotta e fare resistenza, nel
mondo in cui il capitale e i signori della guerra ci vogliono invece resilienti
e passive/i.
A conclusione dell’incontro, ascoltando le note di “Canzone per Delmo” di
Filippo Andreani e di “La pianura dei sette fratelli” dei Modena City Ramblers
le/i ragazze/i hanno abbracciato Adelmo, hanno scattato fotografie insieme a lui
e hanno fatto la fila per farsi autografare il libro, che è anche stato donato
alla scuola.
Ecco le parole del comunicato finale dedicato a un bilancio dell’incontro, che
il rappresentante del Santorre ha scritto a quattro mani con un altro studente
torinese, Zeno Lazzari, rappresentante presso la Consulta Provinciale degli
Studenti del Liceo “Gobetti-Segrè” (il terzo istituto superiore di Torino che,
insieme al “Santorre” e al Liceo “Einstein”, ha ospitato Cervi):
> > > > «Ieri mattina, all’assemblea d’istituto, è venuto a trovare gli studenti
> > > > Adelmo Cervi, figlio di un uomo che diede la vita per il suo sogno di
> > > > libertà.
> > > >
> > > > È stata una giornata di resistenza, in cui gli studenti hanno ricordato
> > > > sette fratelli che ebbero paura ma, davanti ad essa, non si arresero
> > > > mai: sette fratelli contadini che lavorarono per tutta la vita la terra
> > > > emiliana e che decisero di partecipare attivamente alla Resistenza
> > > > contro il nazifascismo.
> > > >
> > > > Nel novembre del 1943 qualcuno denunciò l’intera famiglia per le loro
> > > > attività antifasciste; la loro casa fu circondata da più di cento
> > > > fascisti e venne data alle fiamme. I fratelli e il loro padre, Alcide,
> > > > vennero arrestati e, il 28 dicembre, i sette fratelli furono fucilati a
> > > > Reggio Emilia. Alcide riuscì a fuggire di prigione pochi giorni dopo,
> > > > durante un bombardamento.
> > > >
> > > > È stata ricordata una conquista: la conquista della libertà ottenuta
> > > > grazie ai partigiani. Ma, come tutte le conquiste, non è per sempre: c’è
> > > > sempre qualcuno interessato a togliercela. Gli spazi di democrazia
> > > > dentro le scuole sono necessari per cogliere questo esempio e continuare
> > > > la lotta contro le barbarie di questo sistema, con l’obiettivo di una
> > > > scuola libera non dalla politica, ma dai soprusi di chi ci vorrebbe
> > > > passivi e senza libertà.
> > > >
> > > > II 7 maggio scioperiamo, spalla a spalla con i lavoratori, continuando a
> > > > lottare contro tutti coloro che vogliono la guerra per i loro sporchi
> > > > interessi e che vorrebbero piegare le scuole al profitto!»
La percezione che la memoria sia energia viva e che il ricordo non debba restare
un’operazione inerte ma vivere nelle lotte di oggi è evidente nelle ultime
parole del comunicato, in cui si rivendica una scuola in cui la politica non sia
censurata o ridotta a teatrino dalla logica del contraddittorio. Quanto questi
temi siano importanti per le studentesse e gli studenti emerge anche da una
piccola intervista che abbiamo proposto al rappresentante di istituto del
“Santorre”: si tratta di un piccolo esempio di come le/i docenti e le/gli
studentesse/studenti possano insieme lavorare su questioni che rappresentano il
cuore pulsante di un’autentica “educazione alla cittadinanza”.
Irene: Perché proprio nel corso di questo anno scolastico voi studenti avete
ritenuto importante tornare sul tema della Resistenza?
Fabio: Abbiamo iniziato scendendo in piazza in autunno con gli scioperi del
“blocchiamo tutto” per la Palestina, in quel momento abbiamo notato che la
repressione contro le varie forme di dissenso continuava ad aumentare, ogni
sciopero si concludeva con scontri con la polizia e nelle settimane successive
seguivano una serie di arresti soprattutto di studenti che impedivano loro di
frequentare la scuola. Questa situazione ci ha fatto pensare che fosse
necessario parlare agli studenti, dai più grandi ai più piccoli, di cosa è stata
la resistenza e come anche oggi bisogna continuare questa lotta. L’incontro con
Adelmo Cervi è stato fondamentale per ribadire questo concetto, lasciando lo
spazio agli studenti di esprimersi.
Vi siete posti il problema di come reagire a eventuali richieste di
contraddittorio?
Ci abbiamo pensato, perché Adelmo è una persona molto esposta politicamente,
però sarebbe stato assurdo se qualcuno avesse chiesto il contraddittorio quando
si parla di resistenza contro la pagina più oscura della storia del nostro paese
quale è stata il nazifascismo. Vedendo i tempi in cui viviamo il problema ce lo
siamo posti, ma fortunatamente almeno tra i banchi il fascismo è ancora
considerato come la morte di tutte le idee nonostante qualcuno stia cercando di
legittimarlo.
Che rapporto c’è tra la giornata con Adelmo e lo sciopero del 7 maggio?
Durante l’incontro, Adelmo ha parlato di come la sua famiglia, i suoi 7 padri
come dice lui, lottarono contro il nazifascismo ma anche contro le guerre nel
senso più ampio della parola, ha trasmesso un messaggio pacifista che noi stiamo
portando avanti da mesi, per questo torneremo in piazza giovedì 7 maggio per
ribadire il nostro dissenso nei confronti della campagna di militarizzazione che
sta portando avanti il nostro governo e il resto dell’Europa, ci opporremo alla
leva militare che sta tornando in molti paesi europei e coglieremo l’occasione
per ribadire la nostra ferma condanna alla riforma 4+2 per gli istituti tecnici.
In che senso le scuole possono essere dei presidi di libertà anche in
riferimento alla situazione di una città come Torino?
Credo che le scuole possano essere dei presidi di libertà lasciando agli
studenti la possibilità di prendere la parola perché gli studenti hanno molta
voglia di esprimere le loro idee e le loro opinioni. Spesso si dice che a scuola
non bisogna fare politica; io credo che questa affermazione sia completamente
sbagliata perché gli studenti proprio a scuola devono imparare a confrontarsi,
devono imparare a dibattere e ad interessarsi su ciò che gli accade attorno, non
si può pensare che la scuola si debba isolare da tutto ciò che ci circonda,
sarebbe profondamente sbagliato, verrebbe a meno la volontà degli studenti che
invece a scuola vogliono proprio fare politica, vogliono confrontarsi, vogliono
interessarsi e lo abbiamo visto quando centinaia di studenti si sono riversati
in corso Regina Margherita dopo lo sgombero dell’Askatasuna, sgombero che ha
tolto nuovamente un luogo di aggregazione per i ragazzi e non solo. I ragazzi
hanno voglia di fare, di interessarsi, bisogna solo dar loro la possibilità di
farlo.
Qual è la parte dell’ intervento di Adelmo che ti ha più emozionato?
Quando abbiamo ascoltato “Canzone per Delmo” di Filippo Andreani, io mi ero
seduto a fianco ad Adelmo che nel mentre fotografava lo striscione che avevamo
fatto per l’occasione e devo dire che quel momento mi ha davvero commosso. È
stato in quel momento che ho compreso che eravamo riusciti a fare ciò che ci
eravamo prefissati, avevamo creato uno spazio di democrazia all’interno delle
scuola, è stata una grande soddisfazione.
Nel fare il bilancio di questa esperienza, chi scrive ha avuto modo di
confrontarsi con le/i colleghi rispetto al ruolo della scuola nella trasmissione
della memoria e vorrei concludere queste considerazioni con le parole di una mia
collega, che scrive:
Abbiamo tramandato a questi ragazzi sensibili come noi quello che in passato ci
aveva toccato al punto di orientare il nostro percorso. Io direi che abbiamo
fatto un bel lavoro. L’unico che devono fare gli insegnanti…
Fabio Sarni, portavoce del collettivo studentesco dell’I.I.S. “Santorre di
Santarosa” di Torino
Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
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Genova: gli Alpini chiudono le scuole e le insegnanti si mobilitano per fare lezione nelle piazze
LEZIONE PUBBLICA COLLETTIVA, VENERDÌ 8 MAGGIO:
– ORE 10, PIAZZA DE FERRARI
– ORE 11, PIAZZA DELLE ERBE (SCUOLA DON GALLO/GARAVENTA)
– ORE 12, PIAZZA MERIDIANA (SCUOLA DANEO)
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
promuove l’iniziativa di insegnanti e attivisti di Ora in silenzio contro la
guerra e Arci Genova di costruire insieme una lezione pubblica collettiva nelle
piazze di Genova in orario scolastico la mattina dell’8 maggio. Se gli Alpini
chiudono le scuole,
> «Io faccio scuola lo stesso.»
Questo è il nome dato alla mobilitazione, che qui rilanciamo con le motivazioni
della protesta, ricordando che l’Associazione Nazionale Alpini è un’associazione
d’arma, che ha quindi come scopo statutario lo svolgimento di attività a favore
di militari e ex-militari. In tempi di genocidio, riarmo e ritorno della leva,
forse era meglio lasciare che le e gli studenti andassero a scuola, invece che
indirettamente invitarli a partecipare a tali attività.
> «Parata militare di alpini?
> In tempo di guerra?
> Con tutte le scuole e le attività educative chiuse?
>
> NO, GRAZIE
>
> Siamo in guerra.
>
> E lo dimostrano le inaccettabili e sempre crescenti spese per le armi, le
> proposte ricorrenti di ritorno alla leva, la presenza sempre più invasiva dei
> militari all’interno delle scuole.
>
> E nel mondo oltre 50 guerre fanno stragi, soprattutto di civili, mentre i
> profitti dell’industria militare e i compensi dei loro manager balzano verso
> l’alto.
>
> E sotto le macerie di Gaza giacciono 200.000 morti e il diritto
> internazionale.
>
> In questo quadro, siamo fermamente contrari e contrarie che la città diventi
> teatro di un’ennesima ed inutile parata militare, quella degli alpini, con
> tanto di “ammassamento” e di fanfare. Augurandoci di non dover assistere anche
> a Genova, come è avvenuto altrove in passato, ad episodi di molestia contro le
> donne, retaggio del tipico maschilismo militare.
>
> Dissentiamo dalla decisione di chiudere le scuole: una scelta che dimostra
> ancora una volta come la scuola sia considerata a tutti i livelli la
> “cenerentola” delle istituzioni. Ci è stato detto che altre città hanno chiuso
> le scuole per la parata degli alpini. Ci chiediamo allora perché non vengano
> chiuse le industrie armiere, o interrotti gli scali delle crociere.
>
> Per rendere visibile il nostro dissenso, invitiamo insegnanti ed alunni a
> costruire in piazza De Ferrari venerdì mattina una sorta di “scuola aperta”:
> insegnanti , volontari e volontarie parleranno di pace, di costituzione, di
> arte.
>
> Con gessetti e lavagne sui gradini del ducale e di fronte a due scuole chiuse,
> diremo agli alpini ed ai passanti: “E io faccio scuola lo stesso. Ed educo
> alla pace, non alla guerra”.
>
> Appuntamenti per venerdì 8 maggio:
>
> * Ore 10 piazza De Ferrari
> * Ore 11 piazza delle erbe ( scuola Don Gallo/Garaventa)
> * Ore 12 piazza Meridiana ( scuola Daneo)
>
> Vieni anche tu. Se vuoi, organizza la tua lezione.
>
> Se ce l’hai, porta una lavagnetta, o l’occorrente per la tua lezione. »
>
> Ora in silenzio contro la guerra e ARCI Genova
>
> Con l’ordinanza sindacale n.134 del 17/04/2026 la sindaca di Genova, Silvia
> Salis, ha predisposto:
>
> * la chiusura di tutti i plessi sedi dei servizi educativi, delle scuole di
> ogni ordine e grado, pubbliche e private, dei Centri di Formazione
> Professionale e di tutte le attività didattiche dei Dipartimenti
> Universitari, ricadenti nel territorio del Comune di Genova, per le
> giornate di venerdì 8 e di sabato 9 maggio in concomitanza con
> l’eccezionale affluenza di persone sul territorio comunale ed il
> conseguente aumento del traffico urbano ed extraurbano;
> * la chiusura di tutti i giardini e parchi storici pubblici ricadenti nel
> territorio del Comune di Genova dalla sera del 7 maggio, per tutte le ore
> successive, sino all’apertura mattutina di lunedì 11 maggio per impedire
> iniziative e/o occupazioni anche occasionali delle aree scoperte e degli
> edifici presenti nei giardini e parchi storici pubblici. Si potrebbero
> verificare dirette conseguenze sulla conservazione degli stessi, sotto il
> profilo paesaggistico e ambientale con consumo e decadimento dei tappeti
> erbosi, danneggiamento di alberi e arbusti o di strutture architettoniche
> ed elementi decorativi, con conseguente impatto sulla fruibilità in
> sicurezza dei luoghi;
>
> Nella circolare è anche scritto che l’evento « è classificabile fra gli eventi
> che, seppure circoscritti al territorio comunale o di sue parti, possono
> comportare grave rischio per la pubblica e privata incolumità in ragione
> dell’eccezionale afflusso di persone ovvero della scarsità o insufficienza
> delle vie di fuga.» e che «l’organizzazione e la gestione della 97^ Adunata
> Nazionale Alpini è a carico della società “Adunata Alpini 2026 S.r.l.”.»
>
> Insomma si concede al corpo degli Alpini di scegliere una città e invaderla,
> con una massività spaventosa anche per gli stessi abitanti che sui social
> commentano il disagio che proveranno in questi tre giorni nei quali vivranno
> stipati in casa mentre le penne nere si impadroniranno dello spazio pubblico.
> Ne avevamo già parlato qui.
>
>
>
> Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Monteiasi (TA) lezioni con i carabinieri contro il bullismo nelle scuole: strategie didattiche educative o repressive?
Bullismo e autismo sono diventati gli ismi più discussi, più frequentemente
individuati come fenomeni sociali e patologici nelle scuole. Com’è noto il
suffisso modifica un vocabolo e ne fa un complesso di idee e aspetti, sia
acuendone il significato spregiativo, sia quello positivo, sempre comunque
indicandone la diffusione e la pervasività linguistica e sociale.
Allora, possiamo azzardare qualche analogia fra i due fenomeni, creare un corto
circuito utile a smontare la vulgata, provare a proporre un’indagine seria, un
indizio per una ricerca più sofisticata. Mi dice una ex collega che nel suo
istituto comprensivo, in un quartiere popolare di Roma, le diagnosi di autismo
aumentano ogni anno. Mi manda uno specchietto con i numeri: nelle future classi
prime di primaria, su 77 bambini di 6 anni, ci sono 12 segnalazioni ex L. 104,
di cui 8 con il codice di autismo.
Certo, un caso, non di rilevanza statisticamente certa, ma l’insistenza in rete
sulla diffusione della sindrome forse rivela un allarme diffuso (registrato e
provocato, come succede, dai social medesimi…). L’autismo ha cause molteplici,
fattori genetici ed educativi si sommano, meglio, si amplificano dando origine a
una qualità emergente che non essendo la semplice somma delle due parti del
problema, rende la sua analisi assai più complessa. Una ricerca condotta a Prato
sulla diffusione delle diagnosi di autismo nei bambini della comunità cinese, ha
smontato parte degli assunti medici, rilevando che la chiusura, la mancanza di
capacità relazionali, l’aggressività e la depressione di molte creature piccole
– anche di seconda, terza generazione – sono di ordine “etnoclinico”, una sorta
di impossibilità di tenere insieme la Lingua Italiana da apprendere e la Lingua
Materna come lessico famigliare. Una speciale nostalgia, unita al senso di
esclusione: l’oblio delle proprie origini (clicca qui per il testo).
Ma vengo all’argomento chiave della segnalazione, una delle tantissime di questo
tenore. Il bullo, ci dicono i dizionari, è parola proveniente dall’alto tedesco,
passata dal veneziano all’italiano per indicare un tipo – adulto, giovane, anche
giovanissimo – prepotente, violento, capace di esercitare comportamenti
aggressivi, spesso una leadership negativa su un gruppo o su un altro soggetto.
Solo al maschile? Il bullo non ha femminile? Pare di no, ma la questione non è
certa. Forse, forme dissonanti di emancipazionismo (altro ismo) nelle giovani
generazioni di donne ha prodotto anche la bulla (clicca qui per un
approfondimento).
Lo scrittore e giornalista Martín Caparrós mantiene in rapporto il bullismo e il
maschilismo, in Sudamerica, nella cultura argentina nello specifico, in quella
spagnola: insomma, se è uno stereotipo, sembra reggere la crasi fra i due
fenomeni, anche raffinando l’analisi (M. Caparrós, Ñamérica, Penguin Random
House, Barcelona, 2021). Seguendo questo filo di ragionamento si arriva al punto
nodale: il bullo come il macho ha bisogno della complicità più o meno esplicita
della sua vittima, spesso del contesto sociale in cui opera. Infatti, gli
insegnanti che sanno fare il loro mestiere – prima o contemporaneamente alla
richiesta di pareri esperti – individuano la vittima, osservano le dinamiche del
gruppo classe, cercano di accrescere l’autostima del bullizzato, vedono anche
nel bullo un soggetto fragile che ha bisogno dell’autorevolezza adulta per
affrontare le insidie dell’età evolutiva.
Nel breve filmato che ci arriva da Monteiasi, piccolo comune in provincia di
Taranto, anche l’oratore di turno a scuola, un Capitano dei Carabinieri, mette
in luce questo aspetto di simmetria. Ma, come accade sempre, le segnalazioni
sono tratte da articoli di stampa, da servizi televisivi e di radio locali che
senza troppi distinguo lodano gli interventi. Ci mancano registrazioni complete
di queste lezioni. Sarebbe interessante ascoltarle interamente, vedere come si
mescolano le argomentazioni (bullismo cyber con altri argomenti scottanti: la
violenza, il genere, le droghe, le dipendenze, e via individuando i pericoli in
agguato fra i giovani), il filo delle decisioni prese nei collegi docenti che
dovrebbero autorizzare la stesura dei protocolli di intesa, che dovrebbero
intercettare le necessità locali, le emergenze, le motivazioni che sostengono le
iniziative (clicca qui per la segnalazione).
Sarebbe interessante sapere come vengono preparati gli alunni a questi ascolti,
cosa succede nelle interazioni (la fonte ci dice veri dialoghi, discussioni,
domande e risposte…), cosa bambini e ragazzi portano con sé come segno ricevuto
da ciò che hanno ascoltato (mai semplici informazioni, data la sostanza
sensibile dei contenuti). Gli amministratori locali che ascoltiamo nel video
sottolineano che il bullismo è una piaga dei piccoli centri, chissà se si
interrogano sul retroterra culturale che lo alimenta, se ragionano sulla
decadenza di certe forme di vita provinciale, sull’emergere di frustrazione, di
disagio, di mancanza di orizzonte come conseguenze dei cambiamenti strutturali
ed economici.
La repressione, come risposta a ogni comportamento giovanile considerato
deviante, è all’ordine del giorno e fa il paio con il paternalismo tipico della
dissuasione bonaria. E non è un caso che siano i corpi di polizia,
dell’esercito, nelle strade e nelle scuole, a farsene carico. Si tratta di
abituare bambini e giovani a famigliarizzare con le divise, ad accettare il
bastone e la carota. In fondo, quando uno Stato mette in campo queste misure,
quando si allea con le famiglie e con gli educatori nel formulare una
orto-pedagogia correttiva, è il corpo sociale stesso che contrae una malattia
autoimmune, attacca i suoi organi sani, i tessuti sensibili, giovani.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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Il Fatto Quotidiano: Eurofighter in classe, l’Osservatorio contro l’iniziativa di una scuola di Grosseto: “Cosa c’è di didattico in una base aerea?”
DI ALEX CORLAZZOLI SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 5 MARZO 2026
Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Alex
Corlazzoli, pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 5 marzo 2026 in cui viene
ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire
un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della
formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in
particolare in relazione all’episodio di Grosseto.
“Gli studenti hanno avuto anche la possibilità di sedere alla guida di uno degli
Eurofighter”. A provare l’ebrezza di salire su un aeromobile militare
multiruolo di quarta generazione avanzata, bimotore, con ruolo primario di
caccia intercettore, sono stati i ragazzi delle classi 2A, 2E, 4AMM e 4AIA del
Polo tecnologico “Manetti-Porciatti” di Grosseto. A denunciare l’iniziativa è
l’Osservatorio sulla militarizzazione della scuola, ma a darne notizia è il
portale dello stesso istituto. “Per tutta la mattina – cita il comunicato – i
militari addetti alle varie sezioni dell’aeroporto hanno illustrato ai ragazzi
gli ambienti e le molte attività svolte a difesa e tutela dello spazio aereo
nazionale e delle zone Nato…continua a leggere su www.ilfattoquotidiano.it.
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Educazione Vs obbedienza: riflessioni didattiche e critiche sulla pedagogia nera
Invitiamo le nostre lettrici e i nostri lettori a prendere visione di questo
contributo realizzato dal Polo Europeo della Conoscenza, Rete Nazionale di
istituzioni educative ed Ente accreditato per la formazione docente, in cui si
cita l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e
la sua attività per una scuola del pensiero libero e critico contro una scuola
di obbedienza e controllo.
La presenza di militari nelle scuole italiane in qualità di educatori/docenti è
una tendenza in forte contrasto con lo spirito democratico e pluralista della
scuola pubblica sancito nella nostra Costituzione.
Condizionare le bambine e i bambini all’obbedienza cieca rischia di spegnere
l’empatia, qualità umana alla base della convivenza civile e democratica.
Clicca sull’immagine per il video.
Pedagogia nera
Clicca in basso per le slide dell’argomento in pdf.
pedagogia nera bianca e militareDownload
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