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Il popolo dei presidi di pace e per la Palestina
“I miei genitori sono scappati dal Vietnam e sono venuti qui (in Veneto) negli anni Settanta. La guerra nel Vietnam non è finita perché qualcuno ha vinto o qualcuno ha perso ma è finita per le proteste contro la guerra e l’enorme pressione che hanno fatto sul governo americano”. A parlare è un giovane vietnamita che insieme a me sostiene lo striscione “contro la guerra” nel presidio settimanale “Cessate il fuoco” che dal febbraio del 2024 si tiene in questa cittadina nella provincia di Vicenza. Sì è vero, vi fu un grande movimento globale contro la guerra in Vietnam che prese l’avvio nel 1965 e proseguì per dieci anni fino alla caduta di Saigon il 30 aprile 1975. A detta di molti, il movimento contro la guerra ha contribuito ad accelerare il processo di uscita dalla guerra degli Stati Uniti. Le proteste hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica soprattutto negli Stati Uniti e hanno contribuito a ridurre il sostegno politico e popolare all’intervento. I momenti chiave sono stati: la storica marcia al Pentagono nell’ottobre 1967 con 100.000 persone e il grande sciopero studentesco nazionale nel maggio 1970. Ma le proteste non si limitarono al territorio nordamericano. In Francia nella primavera del 1968 le proteste studentesche erano anche contro il coinvolgimento USA. In Giappone a Tokyo circa 20.000 studenti hanno bloccato la stazione di Shinjuku e in Australia Canberra ci sono state manifestazioni per opporsi alla leva obbligatoria. Anche in Italia, un momento emblematico fu all’università di Bologna il 21 maggio 1967. L’internazionalismo solidale Il mio vicino di presidio, italiano di discendenza vietnamita, oggi è qui assieme alla moglie e alle due figlie piccoline, mi ha ricordato come, accanto alle proteste, anche l’internazionalismo sia sempre stato un aspetto fondamentale delle lotte. E’ un filo conduttore nella storia dei movimenti. Già durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, volontari da tutto il mondo, le cosiddette Brigate Internazionali, si unirono per combattere contro i fascismo. È una tradizione di solidarietà globale che si rinnova anche in tempi diversi e battaglie differenti. Pensiamo ai curdi con il loro progetto nel Rojava, hanno fatto proprio un approccio internazionalista richiamando persone da tutto il mondo. È un filo che unisce lotte per l’autodeterminazione e giustizia in diverse epoche e luoghi. Fondamentale è stato il sostegno dei movimenti internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che hanno organizzato le grandi campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché facessero pressioni presso i loro governi e il governo sudafricano. A partire dagli anni Novanta, un po’ ovunque, movimenti di solidarietà internazionale  si interfacciano con i movimenti di liberazione in America Latina come in Nicaragua, nel Chiapas ecc. Come dimenticare il contributo di Cuba? Ha avuto un ruolo molto importante nell’internazionalismo del secondo Novecento. Dopo la rivoluzione del ‘59 il governo cubano sostenne movimenti di liberazione specialmente in Africa e in America Latina. C’erano le missioni mediche e di alfabetizzazione in tanti paesi del sud del mondo, viste come “internazionalismo solidale”. Molte persone ricordano quei programmi come aiuti concreti e per diverse comunità sono stati fondamentali soprattutto dove mancava l’accesso a cure di base. Ma non si può parlare di internazionalismo senza citare Alexander Langer una delle figure più originali dell’internazionalismo europeo. Veniva dall’Alto Adige terra di confine, di convivenza tra lingue diverse e da lì ha sviluppato un’idea di internazionalismo molto concreta: costruire ponti piuttosto che proclamare slogan. Negli anni delle guerre dell’ex Jugoslavia si impegnò tantissimo per fermare le violenze organizzando convogli umanitari, promuovendo incontri tra comunità e spinse perché l’Europa si assumesse una responsabilità morale e politica per la pace. Non vedeva la pace come qualcosa di astratto per lui, pace, giustizia sociale ed ecologia erano tasselli della stessa visione. Donne in Nero Molti presidi hanno preso l’avvio dai gruppi ancora esistenti sul nostro territorio delle “Donne in nero” che fin dagli anni Novanta protestano contro la guerra e il militarismo in modo pacifico e silenzioso. Questo movimento è nato nel 1988 a Gerusalemme durante la prima entifada con donne israeliane, a cui poi si sono aggiunte le palestinesi, che ogni settimana si riunivano in silenzio vestite di nero per denunciare l’occupazione e la violenza. Da allora il modello si diffonde, nella vicina Jugoslavia, sono note le Donne in nero di Belgrado che durante le guerre dell’ex Jugoslavia si opposero pubblicamente al nazionalismo e alle violenze suscitando grande scalpore e opposizione-ma non è una novità che i pacifisti vengono presi di mira, durante e prima, le guerre. Ho incontrato diverse donne in Veneto che mi hanno raccontato le loro esperienze, sia in Palestina che a Belgrado, quando si sono unite alle donne di quei posti. In quegli stessi anni iniziavano i gruppi organizzati dall’allora europarlamentare Luisa Morgantini nei territori occupati e a Gaza. Il suo percorso incarna proprio quella idea di internazionalismo delle lotte, le reti di solidarietà oltre i confini. Morgantini è stata tra quelle che hanno cercato di unire pacifismo, presenza nei luoghi dei conflitti, collaborazione con associazioni italiane e internazionali, e un lavoro di collegamento con i movimenti palestinesi e israeliani. Da questo punto di vista è molto vicina ad Alexander Langer, come lei eurodeputato, nel tentativo di costruire delle alternative facendo da cerniera tra protesta e proposta. A Palermo l’esperienza delle Donne in Nero dà vita alla protesta silenziosa nelle piazze dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio a cui si unisce la popolazione scossa ma decisa a reagire. In varie città italiane nascono piccoli gruppi autonomi che organizzano presidi silenziosi nelle piazze, producono campagne, seminari e collaborano con le reti pacifiste e femministe. E’ questa rete lo zoccolo duro dei tanti presidi per la pace che dopo l’invasione della Russia in Ucraina e ancor più dopo il 7 ottobre 2023 si sono attivati in tante piazze italiane, grandi o piccole che siano. Questo è vero anche per la rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che è nata nella primavera del 2025, su iniziativa del presidio per la pace delle donne di Palermo, di Caltanissetta e del Pinerolo (TO). La rete è costituita da più di un’ottantina di gruppi e associazioni dalla Sicilia, alla Sardegna al Trentino. Donna Reporter
August 4, 2026
Pressenza
Il volto invisibile del riarmo
In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente. Eppure c’è una fonte di emissioni di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: Chi paga davvero il costo delle guerre? Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra. Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni. Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso. I NUMERI 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Ucraina 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Gaza 5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Iran (prime due settimane) Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima. Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi. Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano. Rachel Carson lo aveva intuito già nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso.» Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato.» Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero inseparabili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale Tessere la pace, promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace. Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani. Venerdì 24 luglio dalle 18 alle 20 Presidio Donne per la Pace in piazza Verdi a Palermo. UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rd https://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/ Redazione Palermo
July 16, 2026
Pressenza
Un’arte per un mondo disarmato: Miriam Cahn e Hito Steyerl al MACRO
Ci sono mostre che si visitano. E ci sono mostre che, invece, sembrano attendere chi entra con una domanda già aperta dentro di sé. La retrospettiva dedicata a Miriam Cahn e la videoinstallazione Mechanical Kurds di Hito Steyerl, entrambe ospitate al MACRO di Roma, appartengono a questa seconda categoria. Le ho viste il giorno della manifestazione nazionale di 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace, “Tessere il futuro – custodire la pace”, convocata per diffondere la Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Entrando nelle sale del MACRO, mi è apparso subito evidente il legame tra la manifestazione appena conclusa e le due mostre. La manifestazione in piazza e le immagini incontrate nelle sale del museo sembravano appartenere allo stesso discorso politico ed etico. Da una parte, donne che prendono pubblicamente parola contro la guerra, il riarmo e ogni forma di violenza sistemica, dall’altra, due artiste che da decenni interrogano, ciascuna con il proprio linguaggio, le strutture profonde della violenza contemporanea. Non si tratta di arte “sulla guerra”. Tanto Cahn quanto Steyerl mostrano piuttosto come la guerra sia ormai un dispositivo permanente che attraversa i corpi, il lavoro, le tecnologie, le migrazioni, l’informazione e perfino l’immaginario. La grande retrospettiva dedicata a Miriam Cahn rende evidente la straordinaria coerenza di una ricerca sviluppata nell’arco di oltre quarant’anni. Fin dagli esordi, la sua pratica nasce dall’intreccio tra esperienza femminista, rifiuto delle convenzioni artistiche dominanti e necessità di affidare al corpo stesso il gesto creativo.  Questa origine è la chiave di lettura dell’intera ricerca di Cahn. Il segno nasce dal corpo e il corpo, lungi dall’essere un tema iconografico, diventa il luogo in cui la storia si iscrive, lasciando le tracce delle sue ferite.  La mostra costruisce un itinerario in cui catastrofi nucleari e distruzione ambientale (fig.1), violenza sulle donne (fig.2), guerre (fig.3), migrazioni e razzismo (fig. 4) non compaiono come eventi separati, ma come manifestazioni di un’unica logica di dominio. Le grandi esplosioni atomiche dipinte tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta sono forse uno dei nuclei più potenti dell’esposizione. Le campiture di colore esercitano un fascino immediato, solo il titolo costringe lo sguardo a riconoscere che ciò che appare come una forma organica o floreale è invece il fungo atomico. L’immagine mette così in crisi il nostro stesso modo di guardare, rivelando quanto la cultura visuale abbia imparato a estetizzare la distruzione. Oggi, in un’epoca in cui il linguaggio della deterrenza nucleare è tornato nel lessico politico internazionale, queste opere sembrano dipinte ieri. L’intera retrospettiva è attraversata da una domanda insistente: cosa produce la guerra sui corpi? Le figure di Cahn sono vulnerabili, esposte, spesso nude. Non rappresentano vittime passive ma presenze che continuano ostinatamente a guardarci. Il loro sguardo ci restituisce una responsabilità: non è possibile osservare questi corpi mantenendo una distanza rassicurante. Particolarmente intensa è la sezione dedicata ai conflitti contemporanei. Le immagini nate durante l’assedio di Sarajevo dialogano con quelle realizzate dopo l’invasione russa dell’Ucraina, mentre il ciclo dedicato al Mediterraneo affronta il naufragio delle persone migranti senza mai trasformarle in semplice oggetto di compassione. Il mare non è paesaggio: è confine politico, spazio di morte prodotto dalle scelte dell’Europa. Ciò che colpisce è l’assenza di retorica. Cahn non denuncia attraverso slogan. Affida alla pittura il compito più difficile: rendere visibile ciò che la normalizzazione della violenza tende continuamente a cancellare. Se Cahn mostra ciò che la guerra produce sui corpi, Hito Steyerl rivolge invece lo sguardo verso le infrastrutture invisibili attraverso cui la guerra contemporanea si organizza. Mechanical Kurds (Figg. 5,6,7) affronta uno dei grandi equivoci del nostro tempo: l’idea che l’intelligenza artificiale sia realmente autonoma. Entrando nell’installazione si viene immersi in uno spazio che ricorda contemporaneamente un ambiente industriale, un laboratorio e una piattaforma digitale. Il film alterna documentazione, immagini sintetiche e costruzione narrativa, seguendo il lavoro dei cosiddetti click workers nei campi profughi del Kurdistan iracheno. Sono loro a classificare milioni di immagini che serviranno ad addestrare gli algoritmi delle grandi piattaforme tecnologiche. Dietro ogni presunta automazione esistono dunque migliaia di gesti umani invisibili, ripetitivi, sottopagati. Steyerl riprende la metafora del celebre “Turco meccanico”, il falso automa del Settecento che sembrava giocare a scacchi autonomamente mentre nascondeva al proprio interno un essere umano. L’analogia con le piattaforme digitali contemporanee è evidente: anche l’intelligenza artificiale, prima di apparire autonoma, dipende da un enorme lavoro umano accuratamente occultato. Ma il film va oltre. I lavoratori curdi che addestrano sistemi di riconoscimento delle immagini appartengono allo stesso popolo che diventa bersaglio dei droni alimentati da quelle medesime tecnologie. La catena dello sfruttamento si chiude in un cortocircuito terribile: gli stessi corpi che rendono possibile l’automazione finiscono per alimentare gli strumenti della propria sorveglianza e della propria vulnerabilità. La guerra, qui, non appare come eccezione ma come modello economico. E anche il lavoro digitale diventa parte delle infrastrutture del conflitto.  È forse questo il punto di contatto più sorprendente tra Steyerl e Cahn: entrambe rifiutano la rappresentazione spettacolare della guerra, entrambe cercano ciò che normalmente resta fuori campo. Per Cahn sono i corpi feriti, le memorie, le migrazioni, la violenza maschile sulle donne come grammatica permanente dei conflitti. Per Steyerl sono le reti invisibili del capitalismo digitale, il lavoro nascosto, gli algoritmi, l’estrazione di dati e di vite che sostiene le tecnologie militari e l’economia globale. Guardate insieme, le due mostre finiscono per costruire un’unica cartografia della violenza contemporanea. Ed è proprio qui che il dialogo con la manifestazione delle donne per la pace diventa evidente. La Carta dell’impegno per un mondo disarmato non propone semplicemente il rifiuto della guerra. Invita a riconoscere come la guerra attraversi l’organizzazione stessa delle nostre società: nell’economia, nei confini, nelle tecnologie, nella cultura politica, nella costruzione del nemico, nella progressiva militarizzazione dell’immaginario.  Le opere di Cahn e Steyerl sembrano sviluppare questa stessa intuizione attraverso il linguaggio dell’arte. Entrambe chiedono di imparare a vedere: i corpi che la propaganda cancella; il lavoro che l’intelligenza artificiale rende invisibile; la continuità tra patriarcato, capitalismo estrattivo, colonialismo e militarizzazione. Entrambe chiedono di vedere che la pace non coincide con l’assenza temporanea delle bombe, ma con la trasformazione delle strutture che rendono la guerra continuamente possibile. In un momento storico in cui il riarmo viene presentato come inevitabile, la cultura sembra spesso oscillare tra spettacolarizzazione della violenza e anestesia dello sguardo. Queste due mostre compiono il gesto opposto. Restituiscono complessità, rallentano la percezione, impediscono la neutralità. Uscendo dal Macro, il rumore della manifestazione tornava alla mente con una forza diversa. Le piazze e il museo avevano parlato la stessa lingua: quella di un’arte che non consola, ma rende più difficile distogliere lo sguardo. E forse è proprio questo uno dei compiti più necessari dell’arte oggi: non rappresentare la pace come un’utopia astratta, ma insegnarci a riconoscere, nelle forme visibili e invisibili della guerra, tutto ciò che occorre ancora disarmare. La mostra di Miriam Cahn, “Ciò che mi guarda”a cura di Cristiana Perrella, si visita fino all’11 novembre 2026, fino al 30 agosto 2026 Mechanical Kurds di Hito Steyerl, a cura di Alice Labor. figura 2 figura 3 figura 4 figura 5 figura 6 figura 7 Fig. 1 Miriam Cahn, in alto: L’amore classico – stato di guerra, 10.1983; sx:  Bomba Atomica, 07.09.1991; dx: Bomba Atomica, 09.10.1991 (in copertina) Fig. 2 Miriam Cahn, in alto a sx: potreiessereio, 25.02.2022; a dx: dover baciare, 2019 + 10.01.2020; sotto: sulla spiaggia, 08.05.2015   Fig. 3 Miriam Cahn, Primavera 2022, 05.12.2022 Fig. 4 Miriam Cahn, sx:  Mostra!, 2017 + 25.12.2018; centro: potreiessereio, 2023 e Mare Nostrum, 23.10 + 11.11.2021;  dx: Guardare indietro, 2019 + 10.07.2020  Figg. 5,6,7 Hito Steyerl, Mechanical Kurds, stills da video, 2025 Redazione Palermo
July 6, 2026
Pressenza
Niscemi: Riprendiamoci la nostra Madre Terra
DONNE NO MUOS IN PIAZZA A NISCEMI: 10 100 1000 PIAZZW PER LA PACE Come donne del Movimento No MUOS, sentiamo oggi l’urgenza e l’importanza di scendere in piazza a Niscemi, uno dei luoghi da cui parte la guerra. La nostra lotta non si ferma al MUOS: denunciamo la militarizzazione che ruba il futuro della nostra vita e crea disgregazione e disparità sociali nella comunità siciliana. Vogliamo riprenderci la nostra Madre Terra! Appuntamento Domenica 21 giugno dalle 17:00 alle 21:00 in Piazza Vittorio Emanuele a Niscemi (CL) Condividiamo il progetto nazionale “10, 100, 1000 piazze contro la guerra” in contemporanea con la manifestazione nazionale a Roma. Il presidio di Niscemi è un tassello fondamentale di questa mobilitazione, indetta nel segno della cultura delle donne, della politica e della pace.  UNA LOTTA CREATIVA CON MANI E VOCI Esprimeremo la nostra opposizione alla violenza della guerra, al sessismo patriarcale, all’imperialismo e al nazismo attraverso l’arte e la creatività. Esporremo nastri colorati, lenzuola e arazzi.  Invitiamo tutte e tutti a portare un fiocco, un disegno o un ricamo per colorare la piazza!  IL PROGRAMMA: * Apertura: 3 interventi iniziali per spiegare le ragioni della mobilitazione, la lotta e il significato di essere a Niscemi. * A seguire: Interventi diversificati di donne e uomini sia sulle questioni che affliggono il nostro territorio (come il problema della frana), sia sulla grave fase guerrafondaia globale che stiamo attraversando. Unitevi a noi per una giornata di lotta contro la violenza e le armi, all’insegna della creatività e della condivisione! Vi aspettiamo in piazza Vittorio Emanuele “Le donne di Niscemi ce lo hanno insegnato: No alla guerra, alla Nato e al Patriarcato” #NoMuos #DonnePerLaPace #Niscemi #10100100PiazzeControLaGuerra #LottaCreativa #MadreTerra #Pace #NoGuerra Redazione Sicilia
June 21, 2026
Pressenza
Tessere la pace, instancabilmente
Alla vigilia dell’appuntamento del 24 che, come ogni mese a Palermo, vede le donne del Presidio per la pace sollecitare la cittadinanza a una riflessione nonviolenta sulla geopolitica e il militarismo, e che precederà domani il corteo e i canti del 25 aprile, proponiamo un video appena diffuso da Viola Glorioso sull’evento del 28 marzo scorso: “10 100 1000 piazze per la pace” realizzato nella nostra città. Il prossimo appuntamento è a maggio, come di consueto; poi tutte le piazze di donne per la pace porteranno i propri lavori il 21 giugno a Roma. qui il video: 28 marzo 2026 Redazione Palermo
April 23, 2026
Pressenza
Sit-in a sostegno della campagna per il disarmo e la difesa civile
Sabato 4 aprile il gruppo “Donne in Nero” di Rovereto è sceso in piazza nel primo sit-in del mese volantinando i testi condivisi in occasione dell’iniziativa “Tessitura di Pace” tenuta sabato 28 marzo. La campagna nazionale è promossa a livello locale dal Movimento Nonviolento e dal Centro Pace ecologia e diritti che aderiscono al Forum trentino per la Pace. Nel volantino viene rilanciato l’invito ad aderire alla campagna “Un’altra difesa è possibile” – una raccolta di firme per presentare la proposta di legge per la difesa civile, non armata e nonviolenta – depositata presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, da finanziare attraverso l’opzione fiscale del 6‰ Irpef per un apposito Fondo. Servono 50 mila firme! Info su www.difesacivilenonviolenta.org Di fronte alla drammatica crisi globale, con un mondo e un’Italia sempre più armati e venti di guerra alimentati da una fase di aumento enorme della spesa militare, l’intenzione dei promotori di questa azione (CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) è quella di compiere un “passo in avanti” promuovendo congiuntamente una Campagna per il disarmo e la difesa civile. L’obiettivo è quello della costituzione di Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile con le proprie autonomie e modalità di lavoro delle varie componenti oggi esistenti fra cui il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile oltre ad un ipotizzato Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 con una struttura di Difesa civile alternativa a quella prettamente militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi. Cosa si vuole costruire: Un Dipartimento per la Pace – i Corpi Civili di Pace (dopo la sperimentazione già in corso) ed un Istituto di Ricerca sulla Pace e sul Disarmo troveranno la loro casa. Una nuova prospettiva – finalmente gli articoli 11 e 52 della Costituzione potranno trovare compimento e fornire all’Italia strumenti più efficaci di intervento nei conflitti. L’opzione fiscale – a tutti i cittadini, tramite una semplice scelta in sede di dichiarazione dei redditi, sarà data l’opportunità di sostenere una forma di difesa non armata e nonviolenta. Una volta completata la raccolta delle firme sarà portata la proposta in una delle due Camere e con la forza del sostegno acquisito durante a fase di raccolta firme premere per una discussione positiva. Redazione Italia
April 4, 2026
Pressenza
Insieme ricuciamo la pace
Sabato 28 marzo saranno 10, 100, 1000 le piazze in cui donne diverse per età storie e appartenenza lavoreranno insieme per tessere e cucire insieme i fili della pace. Tessere la pace contro la guerra è il titolo ed il fine dell’iniziativa promossa dalla Rete nazionale 10 100 1000 piazze di donne per la pace. Migliaia di donne in tutta Italia stanno preparando striscioni e bandiere cucite, lavorate a uncinetto, incollate realizzando opere che verranno continuate anche durante la manifestazione di sabato.   Le piazze al momento sono più di 150, altre se ne aggiungono via via in un lavoro corale di partecipazione e collaborazione, tutte insieme, non per chiedere ma per costruire una pace sicura e duratura nel tempo. Come fare? Partendo proprio dalla specificità delle donne: “noi scegliamo di opporre alla logica delle armi l’etica della cura, la sete di giustizia e la pratica del conflitto relazionale. Non accettiamo la normalizzazione della ferocia: né quella delle tante guerre dimenticate, né quella che oggi devasta il Medio Oriente minacciando di trascinare il pianeta in un conflitto globale. Dove il potere internazionale sembra in mano a uomini senza scrupoli, la nostra rete risponde trasformando la rabbia in azione politica, affinché la paura si trasformi in partecipazione collettiva e in una voce che non può più essere ignorata”. L’affermazione è di Doranna Lupi portavoce di Donne contro ogni guerra – gruppo del pinerolese, tra le promotrici dell’esperienza della Rete fin dalla sua origine.   E’ proprio Doranna a raccontare che tutto nacque da un libro e da un incontro avvenuto quasi precisamente un anno fa a Pinerolo. Il libro s’intitola Corpi e parole di donne per la pace – L’esperienza del Presidio di Palermo – volume curato da Mariella Pasinati e con Daniela Dioguardi, presente alla presentazione e coautrice. Il volume raccoglie i contributi nati in occasione del presidio permanente organizzato dall’associazione “Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UdiPalermo” a seguito dell’invasione della Russia in Ucraina. Durante l’incontro, avvenuto durante la presentazione e approfondito nella cena che ne è seguita, alle donne presenti venne in mente di poter riunire i tanti gruppi interessati alla pace. Ne nacque una call to action che ebbe luogo il 17 aprile. Parteciparono tantissimi gruppi, alcuni storici, altri di più recente formazione arrivando a più di 200 donne tra presenti e online. Insieme organizzarono l’iniziativa del 26 giugno 2025 “Fuori la guerra dalla storia”. All’epoca parteciparono una cinquantina di piazze in Italia. Questo sabato le donne animeranno con attività e colori tantissime piazze in tutta Italia, un bel cammino da quell’incontro tra donne siciliane arrivate un pomeriggio nella provincia piemontese.   Sempre Doranna racconta: “il lavoro è proseguito online, tessendo legami tra territori lontani, unendo saperi e pratiche di insubordinazione alla violenza della guerra. Il cuore della protesta è restituire forza alla parola delle donne sulla pace e sulla guerra”. Un lavoro che ha portato anche alla stesura della Carta dell’Impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, custodire il futuro, un documento politico che unisce le donne della Rete. Sempre Doranna spiega che “non è solo una dichiarazione di intenti, ma una bussola nata dal confronto tra donne di realtà diverse per denunciare le complicità tra patriarcato, guerra, potere e profitto”. Guerra, potere e conflitto, tre parole chiave di espressione del patriarcato e cui la Rete si oppone. Intanto la guerra non è un destino, non è qualcosa d’inevitabile ma è l’espressione di un sistema, quello patriarcale appunto. La pace è invece un modo diverso di stare al mondo fatta di cura e di gestione del conflitto: la vita è un atto politico centrale in cui è necessario mediare e ascoltare e non cancellare l’altro e le sue esigenze. La Carta vuole avere uno sguardo internazionale citando esplicitamente il dolore di Gaza, dell’Ucraina e i massacri dimenticati in Africa (Sudan, Congo, Somalia), ribadendo che nessuna vita conta meno di altre. La Carta è stata presentata per la prima volta alla Marcia Perugia-Assisi del 2025 e successivamente a Roma (UDI nazionale, 4 febbraio). Attualmente, le aderenti alla Rete la stanno promuovendo nelle città che ospitano un presidio locale, organizzando una maratona di eventi e chiedendo ai comuni l’adesione formale come segno pubblico di impegno per la pace, contro la militarizzazione, l’economia di guerra e le narrazioni che legittimano la violenza. E poi? La Rete marcia spedita. Il prossimo passo, come detto, sarà la manifestazione nazionale di Roma del 20 giugno che, Doranna ci dice “un enorme trama di pace per rompere il silenzio, dove tutti i manufatti realizzati nelle piazze d’Italia verranno uniti in un’unica, enorme trama di pace. Il nostro obiettivo è chiaro: far risuonare un NO alla guerra così potente da diventare un coro unanime in ogni piazza. Vogliamo che questo fragore di coscienza collettiva arrivi ai palazzi del potere e costringa il governo ad assumere una posizione netta: stop al riarmo e rifiuto totale della guerra. Perché noi, che la vita la reggiamo quotidianamente, non permetteremo che il futuro venga azzerato nel silenzio”. Il 28 pomeriggio chiunque senta proprio questo desiderio di pace può cercare la piazza più vicina e unirsi: si cucirà, si leggeranno poesie, si farà silenzio, insieme. La 10 100 1000 piazze arriva solo tre giorni dopo la Barefoot walk: mothers’ call for Peace di Roma guidata da Reem Al-Hajajreh, palestinese, e Yael Admi, israeliana. Chiedono “che si ponga fine a questo spargimento di sangue in Medio Oriente, affinché le prossime generazioni vivano in sicurezza, libertà e dialogo e che le donne vengano ammesse nei negoziati per la pace”. Sara Panarella
March 27, 2026
Pressenza
Piazza del Plebiscito ai militari? La pace non si ferma: il 28 marzo a Napoli “10, 100, 1000 Donne per la Pace” in piazza Municipio
Il 28 marzo Napoli parteciperà alla mobilitazione nazionale “10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace”, una rete di iniziative diffuse nata per opporsi alla guerra, al riarmo e alla crescente militarizzazione della società. L’appuntamento napoletano, promosso da donne attive nei movimenti per la pace, il disarmo, la giustizia sociale e ambientale, sarà un momento di incontro, scambio, letture, voci e parole condivise. La giornata napoletana si inserisce in un percorso più ampio che attraversa molte città italiane. “10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace” nasce infatti dall’iniziativa di donne impegnate in territori diversi, unite dalla volontà di costruire uno spazio politico autonomo e femminista, capace di mettere al centro la cura, la giustizia, il rifiuto della violenza bellica e delle sue conseguenze sui corpi, sulle vite, sui territori. Il 28 marzo molte piazze saranno attraversate anche dalla pratica condivisa della “Tessitura di pace”, proposta come gesto simbolico e collettivo contro la guerra. Nel loro sguardo la guerra non è mai lontana. È nella devastazione della Palestina, nell’orrore che attraversa Gaza, nei conflitti che segnano Ucraina, Sudan, Congo, Yemen, Siria, Myanmar e molte altre aree del mondo. Ma è anche dentro le nostre città, nei linguaggi pubblici sempre più intrisi di retorica militare, nella normalizzazione del riarmo, nell’occupazione simbolica e materiale degli spazi comuni da parte di apparati armati. In questo quadro si colloca anche un elemento che accompagna la giornata napoletana e che assume un significato evidente: la manifestazione, inizialmente prevista in piazza del Plebiscito, si terrà invece in piazza Municipio, dopo che lo spazio è stato destinato a un’iniziativa dell’Aeronautica militare. Un fatto che le promotrici leggono non come un semplice cambio logistico, ma come un segnale del clima che si respira: mentre una piazza di donne per la pace viene spostata, la presenza militare continua a guadagnare visibilità e centralità nello spazio pubblico. Eppure il punto non cambia. Anzi, si rafforza. Essere in piazza il 28 marzo significherà proprio questo: affermare che la pace non può essere confinata ai margini, che esiste un’altra idea di città e di futuro, che alla cultura della guerra si possono opporre pensieri, pratiche e relazioni capaci di riaprire lo spazio della parola, dell’ascolto e del dissenso. Napoli sarà dunque una delle piazze di questa mobilitazione diffusa, con un appuntamento che parla alla città ma anche oltre la città: perché oggi tessere pace significa costruire legami, sottrarre consenso alla militarizzazione e restituire senso pubblico a parole come convivenza, giustizia e disarmo. L’appuntamento è per venerdì 28 marzo, dalle 10.30 alle 14, in piazza Municipio, a Napoli. Donne per la pace, contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione: ci saremo. Lucia Montanaro
March 25, 2026
Pressenza
10, 100, 1000 piazze: una tessitura per la pace
In questi giorni, le donne israeliane di Women Wage Peace e le palestinesi di Women of the Sun portano a Roma la loro marcia scalza, un appello radicale per la pace. Non è un gesto simbolico, ma la dimostrazione che esiste una politica capace di attraversare il conflitto senza negarlo, di nominare il dolore senza trasformarlo in vendetta, di cercare giustizia senza alimentare altra guerra. Questa capacità di tenere insieme ciò che la guerra separa affonda le radici in una genealogia femminile precisa. Già nel secolo scorso Bertha von Suttner denunciava l’illusione di una civiltà che si proclama avanzata mentre prepara la guerra e Jane Addams indicava nella responsabilità condivisa e nelle relazioni concrete l’unica alternativa reale alla distruzione. Tenere insieme i legami quando tutto spinge alla rottura è un gesto politico di tessitura. Tessere non è una metafora: è opporsi allo strappo non con un’altra forza che divide ma con un’azione che ricuce. Oggi lo strappo ha il volto del sito iraniano di Natanz: i bombardamenti non hanno eliminato il pericolo atomico, lo hanno solo reso invisibile e fuori controllo. Colpire il sito ha sottratto l’uranio a ogni verifica, trasformando l’incertezza nella minaccia più spaventosa. Di fronte allo sfoggio di sicurezze incrollabili, dominio e superbia che Trump e Netanyahu impongono all’Iran e all’intero pianeta, non possiamo accettare che il mondo venga raccontato e governato solo dalla forza armata. La guerra colpisce i corpi e la vita stessa: territori devastati, acque contaminate, ecosistemi distrutti. Per questo continuiamo a tenere aperto uno spazio in cui la forza non sia l’unico linguaggio possibile. Le donne israeliane e palestinesi che sfilano a Roma offrono il segno visibile di una pratica che non si consegna alla violenza, ma rigenera trame di solidarietà umana. È in questa apertura che ci riconosciamo ed è da qui che continuiamo a prendere parola. Sabato 28 Marzo saremo in piazza Ruggero Settimo a Palermo dalle 16.00 alle 20.00. UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne – ANPI – Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace https://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/ Redazione Palermo
March 23, 2026
Pressenza