Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti openUn’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di
affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di
articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025,
conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori
non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono
citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non
basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto
di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente
che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema
editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati
della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e
interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il
bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È
il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i
costi dell’opacità.
Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica
usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti
interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente
articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista,
l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese,
istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del
Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in
Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori:
mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni,
geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da
dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di
visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli
infallibili.
Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti
mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune
è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il
punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca.
Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano
molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della
copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni
di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025,
conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori
non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur
segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova
versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come
Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta,
ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati
da parte degli editori.
Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi
automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli
autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali
nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di
restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile,
la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma
abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei
metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno
studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori
rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano
lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto
diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco
anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”;
bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo
completo.
A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa.
Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte
della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che
i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è
possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i
metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di
depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi.
Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano,
non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla
i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi
disponibili in forma adeguata.
La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando
un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate,
OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione
nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo
presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso
un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei
metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in
cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita
affatto.
A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e
Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti
o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il
non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità
significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per
questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli
una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza
per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions,
segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste
dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di
OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In
entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza
sull’imperfezione.
Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema
della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database
commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco
contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture
aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente
prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del
2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza
parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore
completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di
informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento
contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare
valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e
trasformati.
Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è
che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a
beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al
pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti
aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che
la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il
controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità.
Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità
naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una
trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale.
Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il
merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare
“qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco
* Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati
delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili,
citabili e interoperabili