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Roma 1570: quando San Filippo Neri difese gli zingari dalla condanna alla galera
Roma, 1570. Papa Pio V deve allestire una flotta contro i Turchi. Si stava infatti preparando la Lega Santa che vincerà la battaglia navale di Lepanto contro l’impero Ottomano. Papa Pio V ha bisogno di rematori per le triremi dello Stato Pontificio. La soluzione è semplice: svuotare le prigioni e rastrellare vagabondi e nomadi. Per farlo, Pio V autorizza il nobile romano Paolo Giordano Orsini a rastrellare zingari nel suo feudo di Bomarzo e dintorni e rinchiuderli a Tor di Nona, il carcere di Roma, per mandarli a remare come schiavi nelle galere (forse non tutti sanno che “essere condannati alla galera” significava questo). Era prassi: la galera come pena sostitutiva per vagabondi e zingari. Non era una condanna penale, era un arruolamento forzato. I bandi papali contro gli zingari (popoli rom e sinti) iniziarono a essere emanati in modo sistematico a partire dal 1566, imponendo l’espulsione immediata dei nomadi dai territori dello Stato Pontificio. Nel XVI secolo, a seguito della Controriforma e del Concilio di Trento, la Chiesa cattolica e le autorità statali in Italia avviarono una dura politica di controllo sociale contro i gruppi marginali o non stanziali. I bandi imponevano ai nomadi di abbandonare lo Stato della Chiesa entro un lasso di tempo ridottissimo. Chi non rispettava l’ordine rischiava severe punizioni corporali, i lavori forzati in galera (come rematori sulle navi pontificie) o la forca. Gli zingari venivano descritti nei documenti dell’epoca come una “genia di gente vagante colma di ogni empietà”. Erano accumunati a girovaghi, attori teatrali e scommettitori, e venivano accusati di non vivere secondo i precetti cristiani, di praticare la divinazione e di vivere di espedienti. Questo era il contesto e il fatto specifico fu che otto zingari vennero prelevati da Tor di Nona “pro contravventione bannimentis” per aver violato uno di questi bandi. I Rom vennero quindi destinati alle triremi. È allora che un prete fiorentino che viveva a San Girolamo della Carità, famoso per far ridere i ragazzi e per visitare gli ammalati, si mise di traverso. Si chiamava Filippo Neri. Non fece un proclama, ma insieme al teologo Gerolamo Finucci (cappellano della flotta papale e consigliere di Pio V), ai domenicani Paolino Bernardino da Lucca e Alessandro Franceschi, scrisse al governatore di Roma invocando carità e compassione. La risposta di Pio V? Sospese a divinis Finucci e minacció di provvedimenti disciplinari anche Filippo Neri. Lo riporta l’enciclopedia Treccani: “per equipaggiare le navi da inviare contro il Turco, Pio V fece sequestrare un certo numero di zingari… Alcuni teologi criticarono l’atto abusivo: tra loro, oltre a Filippo Neri, Alessandro Franceschi e Paolino Bernardini”. Filippo Neri venne considerato un disfattista. Perché la ragion di Stato, disse Pio V, viene prima della coscienza. Amareggiato pare volesse persino andarsene da Roma, per raggiungere la Milano del Cardinal Carlo Borromeo, tanto era schifato dall’atteggiamento disumano del Papa. Negli “Annales Oratorii” c’è la sua frase esatta, resa al processo di canonizzazione da Antonio Gallonio: Filippo disse al Papa, “discretamente e sommessamente”, che “non li pareva si potessero mandare in galera senza legitima causa”. Quella frase di San Filippo Neri — “non si possono mandare in galera senza legitima causa” — è la prima obiezione di coscienza alla leva forzata che conosciamo a Roma. 455 anni dopo, la stessa logica è tornata in Ucraina e nella Federazione Russa. Non servono più rematori condannati alle galere, ma centri di reclutamento e di nuovo, come allora, ci sono persone che rischiano di persona per nasconderli. San Filippo Neri oggi li riconoscerebbe e li chiamerebbe, come chiamava tutti: “ancora e sempre uomini, da giudicare in base alle proprie azioni, e non per la loro condizione sociale”. Mauro Carlo Zanella
October 3, 2026
Pressenza
Rom: Memoria che brucia, memoria che libera
Viorica Bunduc per la «Giornata Internazionale dei Rom» a Terni (*) L’8 aprile è la Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti. Una data che la maggior parte dei calendari ignora. Una data che io stessa, per vent’anni di lavoro sociologico e clinico, ho ignorato. Non per negligenza. Per qualcosa di più difficile da ammettere: per distanza. Una distanza costruita
Terni: per la Giornata internazionale di rom e sinti
OLTRE IL SILENZIO: mercoledì 8 aprile appuntamento alla «Casa delle donne». Qui sotto l’intervento di Rita Sorina Sein. Con una poesia di Magda Bordea. In coda alcuni link utili.     Oltre il Silenzio Storia, memoria e resistenza delle minoranze Rom, Sinti, Kale e Romanichal Un momento di incontro e riflessione per conoscere, ascoltare e costruire insieme uno sguardo più
Diritti? Solo in Modica quantità…
…altrimenti è abuso, punibile per legge! “tutti vantano, più o meno a ragione, diritti: i migranti, i delinquenti, gli zingari, gli animali”, la frase, a quanto riportano diversi organi di stampa, fra cui l’ANSA, è “scappata” di bocca al presidente del TAR del Friuli Venezia Giulia Carlo Modica de Mohac di Grisì, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario
A scuola di nonviolenza dallo “zingaro” Fuad
Ieri sera sono andato a piazza Cicetti, una grande sindacalista comunista, a fumarmi in pace il mio toscanello. Ma dopo dieci minuti la mia tranquillità è stata interrotta dalle urla volgari, sessiste e razziste che un uomo rivolgeva a due ragazzine romrì. Non riporto le sue parole ma mi metto di mezzo, riconosco l’uomo, un povero cristo che, pur avendo una casa, passa le sue giornate quasi sempre ubriaco e facendo ascoltare a tutta via del Trullo, con una mega cassa, le sue canzoni preferite. Una volta non ho resistito e gli ho detto “Ti fa male bere così tanto” e lui, invece di mandarmi a quel Paese, mi si è messo a piangere come un bambino “Lo so, ma io sono solo”. Insomma questo povero cristo ce l’aveva con queste due giovanissime Romrì, peraltro con la bellezza caratteristica di questo “popolo del vento”. “Perché dici queste cose così brutte a due ragazzine? Non ti vergogni?”. “Sono zingare, devono andare via da qui”. “Mi spieghi che cosa ti hanno fatto per urlare in questo modo?” “Mi hanno rubato la cassa dell’amplificazione” “Scusa, na ce l’hai ancora lì accanto a te” “Non dico questa, ma un’altra più grande a Ponte Marconi, me l’hanno rubata gli zingari dieci anni fa”. “Scusami ma se dormivi come fai a dire che sono stati gli zingari e poi ammesso e non concesso, loro dieci anni fa avevano si e no quattro o cinque anni” “Devono andarsene ora chiamo la polizia. Al ladro! Aiuto!!!”. Le due ragazzine peraltro sono due tipette che non se ne stanno certo zitte a prendersi insulti: “Vattene a casa scemo ubriacone, la piazza non è tua. Io sono minorenne e se arriva la polizia si porta via te”. Fortunatamente arriva un giovane uomo, che sta portando tre dei suoi figli che sfrecciano in monopattino, a fare una passeggiata, dai tratti del volto immagino che sia anche lui un rom khorakhanè di origine bosniaca, infatti si rivolge con molta pacatezza alle ragazzine ormai inviperite a farsi una passeggiata. Anche il povero cristo si allontana minacciando di chiamare la Polizia. Allora inizio una lunghissima chiacchierata con lui: “Lo conosco, non è cattivo è buono ma quando beve troppo non ragiona e poi alcuni ragazzini del quartiere lo prendono di mira e lui si incattivisce.” Il mio nuovo amico si definisce subito zingaro che anche io spesso utilizzo perché in sé e per sé è la parola italiana con cui sono chiamati Rom, Sinti, Camminanti e Khalè. Se uno dice: “Un grande violinista zingaro” non è certo un termine offensivo. Di cosa parliamo? Della guerra, l’attacco degli Stati Uniti all’ Iran, il genocidio a Gaza, le basi statunitensi in Italia. Condividiamo questa grande preoccupazione. Mi chiede chi sarebbe richiamato se l’Italia entrasse in guerra. Lui no certamente perché ha nove figli e il più grande ha 14 anni. Mi racconta la sua vita che riassumo in poche frasi. I suoi genitori, che vivevano in un villaggio in Bosnia, sono scappati da là ai tempi della guerra che ha distrutto lo stato plurinazionale di Jugoslavia, dove i Rom erano riconosciuti come popolo della Federazione Socialista. Alcuni anziani che avevo conosciuto mi parlavano con ammirazione del maresciallo Tito che li aveva salvati dallo sterminio attuato dagli Ustascia Croati alleati di fascisti e nazisti. Molti Rom scapparono dalla guerra e dal riemergere del razzismo rifugiandosi in Italia dove avevano già parenti. Lui a diciotto anni ha preso la cittadinanza italiana e i suoi figli a cui ovviamente ha trasmesso la cittadinanza frequentano regolarmente la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e la scuola media. Prima abitava in un campo e ne parla con un velo di nostalgia perché “stavo insieme ai miei parenti e ogni scusa era buona per festeggiare insieme. Anche un centinaio di persone.” “Pecora allo spiedo ma niente maiale” gli dico. “Come fai a saperlo?” “Sono un maestro e più volte sono stato invitato, una volta sono andato a capodanno e alla fine ho dormito in una roulotte”. “Niente maiale, certamente, siamo musulmani”. “Ma tanta birra però” gli dico e lui si mette a ridere. Arrivano i suoi figli più grandicelli in monopattino e mi salutano con cortese gentilezza, del resto lui è così. Gli chiedo come è stato avere una casa ma trovarsi a vivere tra I gagè. “I gagè non sono tutti uguali, la maggior parte di voi se uno si comporta bene, si comportano con rispetto. Però ci sono anche quelli veramente razzisti, che insultavano non solo me, ma i miei bambini e mia moglie. All’inizio ci ho litigato. Poi mi sono detto: dove vado a finire su questa strada? Va a finire che ammazzo qualcuno. Allora ho cambiato radicalmente atteggiamento. Ho iniziato a salutare tutti con gentilezza, anche se mi rispondevano male. Poi mi ignoravano e adesso con alcuni ci parlo come buoni vicini di casa. “Non ti ho detto ancora il mio nome-gli dico-sono Mauro”. Ci stringiamo la mano. “Io mi chiamo Fuad, guarda che ti ho detto il mio vero nome”. “Allora mi stai facendo un grande onore – gli dico – vuol dire che mi consideri un vero amico”. Rientrando a casa trovo due giovani poliziotti, con un chiaro accento del Sud. Li ha chiamati il povero cristo che vuole denunciare le due ragazzine che gli hanno rubato la cassa dell’amplificazione quando ancora non erano nate. I due poliziotti con infinita pazienza gli dicono di non offendere le ragazzine, di non urlare in mezzo alla strada e di rientrare a casa sua. Sono infinitamente pazienti e si preoccupano che effettivamente ritorni a casa. Scambiamo due frasi, vogliono sapere se effettivamente a una casa dove andare a dormire. “Insomma – dico loro – vi tocca fare da assistenti sociali” sorridono e hanno uno splendido giovane sorriso, altro che ACAB. Mauro Carlo Zanella
June 23, 2025
Pressenza