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Maya e palestinesi, due genocidi con un elemento in comune: Israele
Che cos’ha in comune il genocidio dei Maya degli anni Ottanta del secolo scorso con quello dei palestinesi? Maya e palestinesi, geograficamente quasi agli antipodi del globo, si somigliano per la relazione speciale che intrattengono con la loro terra. Non hanno bisogno di alcuna propaganda per sentirsi patrioti: semplicemente nascono con questo legame. Gli uni intrecciati alle radici degli ulivi, gli altri al respiro possente della montagna. È il luogo che sceglie; imporsi con la forza per dominarlo, per sfruttarne le risorse, è comportarsi da ladri e quella terra mai li accoglierà. Cercando in rete si trova molto materiale sul genocidio in Guatemala. Per chi è interessato ad approfondire suggerisco la video intervista fatta da Chris Hedges a Jennifer K. Harbury. A questo link si trova la trascrizione in italiano. La popolazione del Guatemala è per quasi il 75% costituita da indios (e fra questi l’etnia più corposa è riconducibile geneticamente e linguisticamente ai maya; un altro 25% viene definita ladino, ossia un misto di maya e colonizzatori europei e una parte infinitesima del totale è rappresentata dall’etnia caucasica. Verso la fine di quella che nelle pagine di storia è conosciuta come la guerra civile, dal 1960 al 1996, la popolazione indigena subì un genocidio che è sconosciuto ai più. Ne parliamo con Carlos, figlio di Carlos Ovalle (maya Qʼeqchiʼ), che a soli dieci anni si trovò catapultato da un giorno all’altro da Città del Guatemala a Long Beach, nel Sud della California. Raccontami la vostra storia Mio padre era un gran lavoratore e un uomo pacifico, ma c’erano due cose che non sopportava: la burocrazia e la corruzione. Era la fine degli anni Sessanta e nel Paese il clima era teso. Mio padre era un cartografo e aveva un buon lavoro in un’agenzia governativa; vedeva quotidianamente corruzione e abusi ai danni degli indigeni e non stava zitto. Denunciava pubblicamente i fatti di cui veniva a conoscenza. Iniziarono ad arrivare avvertimenti, ma lui tirò diritto per la sua strada, fin quando un giorno un suo superiore gli disse che doveva partire per fare un rilievo in una zona sperduta della foresta. Carlos Ovalle Mio padre si apprestò a preparare la sua solita squadra, ma gli fu comunicato che avrebbe dovuto lavorare con uomini nuovi. Si insospettì, ma partì lo stesso. Sul ciglio di un dirupo gli legarono mani e piedi, intenzionati a tagliargli la testa con un machete, ma riuscì a saltare all’indietro, nel vuoto e miracolosamente si salvò. La lama era però riuscita ad aprirgli mezza faccia. In qualche modo riuscì a risalire la valle, dove fu soccorso da un gruppo di taglialegna. Quando uscì dall’ospedale un amico americano che lavorava al consolato lo aiutò a scappare in California. Ero piccolo, ma ricordo bene che tutto accadde molto velocemente. Che cosa è successo in Guatemala prima e dopo la vostra fuga? Dopo decenni di terrore e governi dichiaratamente fascisti, nel 1954 fu democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che iniziò un programma di riforme socialiste, ridistribuzione della terra e nazionalizzazione di compagnie e infrastrutture. Finalmente per il popolo guatemalteco sembrava aprirsi un tempo di rinascita e giustizia sociale, ma i grandi investitori privati, come la United Fruit Company, che possedeva immensi latifondi, andarono su tutte le furie e costrinsero gli Stati Uniti a intervenire provocando una serie di colpi di Stato, assassinii, violenze e caos in tutto il Paese. Ma il popolo, soprattutto il 75% indios, non mollava, anzi si organizzò facendo dell’impervia montagna la propria sede e conducendo azioni di guerriglia. E così arriviamo alla fine degli anni Settanta, quando venne eletto presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che amava definirsi un’anima semplice, un devoto cristiano (era stato anche ordinato pastore), un amante della pace e un difensore dei diritti umani. Carter non voleva avere niente a che fare con il brutto affare del Guatemala e dunque qualcuno (Chi? La CIA? Qualche altra entità segreta?) decise di passare la palla al Mossad, il servizio segreto israeliano; di lì a poco la guerra civile entrò in una spirale di barbarie e violenze che causò 200.000 morti (di cui l’83% erano civili inermi), 620 villaggi maya completamente spazzati via, 15.000 scomparsi e un milione di sfollati. È chiamato il genocidio silenzioso, perché allora quasi nessuno sapeva che cosa stesse accadendo nel Paese centroamericano. Neanche voi lo sapevate? Nemmeno noi guatemaltechi all’estero riuscivamo ad avere notizie complete, era tutto frammentario e confuso. Cominciammo a capire che stava succedendo qualcosa di molto brutto quando qualcuno di noi iniziò ad andare sul posto e non fece più ritorno. Solo vent’anni dopo grazie alle Ong internazionali furono trovate le fosse comuni. Sei tra coloro che nel 2023 hanno iniziato la pratica di calare striscioni dai cavalcavia sulle autostrade per denunciare il genocidio dei palestinesi. Come ti sei sentito quando le notizie dei massacri dell’IDF sulla popolazione civile di Gaza hanno iniziato a circolare? Ho capito subito dove si stava andando; ho visto le stesse tecniche all’opera. I militari israeliani all’epoca del nostro genocidio arrivarono e istruirono l’esercito del Guatemala in modo nuovo, più efficiente e riuscirono anche a renderlo molto più feroce e senza scrupoli. I palestinesi per me sono fratelli e sorelle: ci accomuna la qualità della resilienza. I maya sono sempre riusciti a preservare la loro cultura attraverso dominazioni e tirannie esterne proprio per questo viscerale attaccamento alla propria terra. Siamo un popolo pacifico e molto paziente, come credo siano i palestinesi. Com’è la situazione oggi in Guatemala? In apparenza va abbastanza bene. Gli indigeni, almeno sulla carta, hanno ottenuto dei diritti, ma siamo ancora molto lontani da una loro reale rappresentanza politica. L’infinitesima minoranza bianca tiene ancora in mano le fila del Paese; il sistema si è ammorbidito, ma è sempre quello. Te ne accorgi se parli troppo: se sei un giornalista d’inchiesta e malauguratamente scrivi qualcosa di scomodo, puoi ancora sparire da un giorno all’altro, come tentarono di fare con mio padre. Gli indios di oggi però hanno imparato meglio le regole del gioco e cascano meno nei tranelli dell’uomo bianco, per esempio stanno nascendo le “corporazioni maya” che sanno dare filo da torcere ai colonialisti. Negli Stati Uniti, ormai da più di un anno, l’ICE perseguita i migranti. Mi sono commossa quando l’altra sera hai raccontato dei bambini deceduti in detenzione. Che cosa sai in proposito? Purtroppo poco, perché è molto difficile ottenere risposte chiare dall’agenzia federale; offrono sempre la stessa scusa di “patologie pregresse”. Erano nove bimbi di età compresa tra i nove e i quattordici anni, di cui sei indio guatemaltechi. Dietro quei muri può succedere di tutto, ma è facile che siano morti per incuria. Nella nostra zona è attiva la “Rapid Response”. Siamo un gruppo di volontari che aiuta famiglie in difficoltà a causa delle operazioni dell’ICE. In quest’ultimo anno, ho scoperto che le loro strutture sono delle miserabili prigioni: non hanno medici interni, ma solo un presidio infermieristico e per uscire da lì ci vuole una burocrazia infinita. Un nostro assistito ha avuto ben due infarti e non lo portano in ospedale. Sta male e siamo molto preoccupati per lui. Che cosa fa la Rapid Response? Al momento stiamo sostenendo e proteggendo quattro famiglie. Solo una è in una condizione drammatica e dobbiamo aiutarli in tutto. Le altre riescono parzialmente ad arrangiarsi, dunque gli offriamo un aiuto mirato. Per esempio a una coppia abbiamo procurato una macchina usata perché possano raggiungere i posti di lavoro evitando di usare i mezzi pubblici; per un’altra siamo riusciti a ottenere una tutela legale sui figli piccoli nati negli Stati Uniti, cosicché se dovesse accadere il peggio ai genitori verrebbero affidati a noi e non sequestrati dai federali. Inoltre usiamo le nostre residenze private come loro copertura. Mi piace terminare la nostra chiacchierata con un pensiero positivo, qualcosa che offra speranza. Nel periodo di grande turbolenza che stiamo attraversando noti qualcosa di nuovo? Sì. Da un po’ di tempo, quando dichiaro di essere socialista, spesso mi sento rispondere: “Anch’io”. Fino a qualche anno fa le persone si stupivano ed erano imbarazzate, oggi invece dimostrano molta più apertura. Credo che molti stiano capendo che un sistema socialista non gli toglierebbe la libertà, come credevano, e nemmeno li appiattirebbe come esseri umani, anzi dovrebbe favorire una rinascita umanista.     Marina Serina
March 15, 2026
Pressenza
Librerie contro: page against the machine
Nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud, la libreria indipendente di Chris Giaco aperta nel 2019 è divenuta punto d’incontro di attivisti. di Marina Serina (*) Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre
Long Beach, California, protesta contro la guerra all’Iran
Poco più di una settimana fa gli Stati Uniti con l’alleato Israele hanno attaccato pretestuosamente l’Iran e iniziato una guerra che non si sa quando finirà e che danni porterà all’intero pianeta. Non posso parlare a nome degli israeliani perché non sono sul posto e perché dalla cortina del regime filtrano poche informazioni, ma posso riferire che dal popolo americano si è alzato chiaro il messaggio: “Non vogliamo un’altra guerra!” Trump ha iniziato l’operazione militare con solo un 20% di sostegno popolare; buona parte del rimanente ottanta, in mille modi diversi, manifesta il proprio dissenso. Da quando sono arrivata in California ogni giorno ho l’imbarazzo della scelta a quale gruppo unirmi. C’è chi raccoglie firme, promuove petizioni e le perora nei Comuni; c’è chi s’impegna in raccolte fondi e concerti di solidarietà; ci sono gli amici dei banner drop (striscioni calati dai cavalcavia) sulle autostrade e altri che aprono banchetti sulle spiagge e altro ancora. Oggi ho scelto di partecipare all’iniziativa dei socialisti di Long Beach contro la guerra all’Iran. Il raduno è ai piedi di un maestoso albero secolare al Bixby Park; la giornata è tersa grazie anche a un vento gagliardo, e un poco infingardo, che da stanotte soffia potente dal deserto verso l’oceano. Nel grande spiazzo il capannello di persone non sembra molto numeroso, saremo poco più di una cinquantina, ma a volte per capire davvero la situazione bisogna saper guardare oltre le apparenze e in questo caso ascoltare. Gli interventi al microfono si alternano per un’oretta. Dopo una decina di minuti mi rendo conto che qualcosa m’infastidisce: è il continuo strombazzare dalla strada attigua al parco, che si chiama Ocean Boulevard perché appunto costeggia questo tratto del Pacifico. Mi volto curiosa e capisco al volo che cosa sta succedendo: alcuni attivisti si sono posizionati con bandiere e cartelli sul marciapiede e gli automobilisti manifestano la loro approvazione schiacciando allegramente il clacson. Un vero concerto che ha accompagnato l’evento per l’intera durata. Se invece di stare nelle macchine fossero scesi ed entrati nel parco l’avremmo riempito tutto. Ogni oratore ha parlato con passione e presentato i tanti conti che non tornano più nel Paese, economici innanzi tutto! Ogni parola pronunciata oggi meriterebbe di essere riportata, ma ovviamente non si può, dunque scelgo l’appello di due donne appartenenti al gruppo di familiari degli ex soldati, i “Veterans For Peace”, madre e sorella di veterani che non ci sono più. Rifiutano la guerra e non vogliono vedere i propri cari morire sul campo e nemmeno tornare a casa devastati fisicamente e psicologicamente. Esprimono il proprio disgusto verso le parole pronunciate dal presidente per i sei militari statunitensi morti.  In prima battuta Trump ha detto: “Eh, sono cose che capitano” e proprio oggi, probabilmente dopo aver cercato di rimediare alla gaffe andando a far visita ai caduti, mentre era in volo verso Mar a Lago in una delle solite stucchevoli conferenze sul jet ha dichiarato: “I genitori di questi ragazzi sono orgogliosi dei loro figli.” E continuava a ripetere la bugia. Quale genitore desidera vedere il proprio figlio ucciso per la miseria della guerra? Ma è un illuso se crede che ripetendo la sua ignobile frase la farà diventare vera; tutto ciò che ottiene è offendere sempre più gli americani che si sono spesi in buona fede per il loro Paese.       Marina Serina
March 8, 2026
Pressenza
“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
Paquita, profilo di una messicana in California
Pachita vive in una cittadina della California uguale a tante altre, dove distese di casette di legno si perdono a vista d’occhio; ognuna ha un cortile, di solito contornato da palme, fiori e alberi da frutta. Ci conosciamo da otto anni e ci siamo subito risultate simpatiche. Lavoriamo insieme in un progetto comunitario. Condividiamo l’interesse per il cibo sano; fu proprio il parlare di ricette che ci fece rompere il ghiaccio. La vedevo arrivare con dei beveroni verde smeraldo che proteggeva dalla calura mettendoli in frigorifero. Erano un miscuglio di insalate frullate con varie erbe e spezie piccanti, che assumeva come ricostituente. Scoprii tempo dopo che si stava separando dal marito e un’amica le aveva passato la ricetta. Non ci volle molto perché la comune passione per la cucina, combinata con la simpatia reciproca, ci portasse a fornirci informazioni culinarie. Una volta era una torta di mele scambiata con una ceviche, un’altra una lasagnetta con casalinghe tortillas; Paquita mi insegnò come impastarle a mano e mi procurò una pressa per schiacciarle a puntino. Da allora ogni tanto in casa si cena con le tapas alla Paquita. Un giorno la vidi molto triste. Non è comune vedere i messicani, soprattutto quelli come la mia amica che mantengono i tratti indio, piangere o disperarsi. In verità nemmeno si lamentano; appaiono sempre composti, sempre gentili e rispettosi. Tutt’al più, a volte, siccome sono orgogliosi, stanno sulle loro continuando a lavorare; sono tra i lavoratori più indefessi che abbia mai conosciuto. È imbarazzante la menzogna che li dipinge come un popolo di delinquenti, mascalzoni, banditi, scansafatiche ecc. Paquita era triste perché era morta sua nonna e lei non poteva andare al funerale. Più di vent’anni fa insieme con l’allora fidanzato, oggi ex marito, entrò in California con regolare visto e vi rimase.  Da un certo punto di vista era un tornare nella patria degli avi. Fino al 1848 l’Alta California, anche conosciuta come Nueva, comprendeva l’attuale California statunitense, il Nevada, lo Utah, parti dell’Arizona, del Wyoming e persino del Colorado  faceva tutta parte del Messico. Oggi di messicana è rimasta solo la penisola della Baja (bassa) California. Ma torniamo a Paquita e a quel giorno di lutto che mi permise di scoprire che la mia amica era costretta a una vita di privazioni e di becere limitazioni dentro una società tra le più avanzate al mondo – alla quale peraltro contribuisce con il suo lavoro. La famiglia di Paquita è costituita da un ex compagno, una figlia, un figlio e tre cani; non hanno mai potuto permettersi una vacanza vera – neanche da immaginare di tornare in visita al loro Paese. Non si sono mai arrischiati a uscire dallo Stato, forse nemmeno dalla contea; non hanno mai visto i meravigliosi parchi naturali terra natale del loro popolo. Da sempre vivono e lavorano nell’ombra, silenziosamente e senza dar fastidio a nessuno. Finché i genitori erano abbastanza in gamba venivano loro a trovarli quasi ogni anno ed era una gran festa. Apparecchiavano la cena in cortile, accendevano le lanterne colorate appese come festoni e ballavano; mi mostrò la foto della figlia teenager mentre imparava a ballare con il nonno. Poi il papà è morto e la mamma anziana non se la sente più di muoversi da casa. La più grande paura di Paquita è di non rivederla più. Oggi c’è il governo Trump. Hanno dichiarato guerra a quelli come Paquita, li dipingono come criminali e vorrebbero deportarli tutti. Si stima che negli States vivano quattordici milioni di immigrati senza documenti. Immaginate che danno sarebbe per la società creare un buco demografico di tale dimensione. Dopo un anno di folle politica migratoria l’intento è stato raggiunto solo per circa il 4% e il deterioramento del tessuto socio-economico si fa già sentire. La tensione nella popolazione è palpabile e non promette nulla di buono. I sondaggi informano che il sostegno a Trump è colato a picco, dunque per chi stanno lavorando? Persino i loro elettori sono critici, se non quando proprio irati verso tali politiche. Torniamo a Paquita, che da un anno a questa parte è tornata a vivere come al tempo della pandemia da Covid19. Esce in macchina dal garage di casa, parcheggia dietro il cancello chiuso di un cortile, lavora, riprende la macchina e torna a casa. “La città di questi tempi è molto quieta. Nessuno esce più” mi dice. Sono tanti nelle sue condizioni. Poi aggiunge sorniona: “Sai che sto mettendo su casa in Messico?” Mi mostra immagini di una casa a due piani in costruzione. L’ha comprata insieme con i fratelli, un po’ in emergenza perché la mamma non riesce più a fare i gradini e lì vivrebbe al piano terra. Mentre mi illustra la scelta del bagno, dove ha messo piastrelle che simulano sassi colorati e le danno un che di esotico, mi si stringe il cuore. Ricordo quando mettevo su casa: com’era entusiasmante andarne a vedere i progressi, toccare i materiali nuovi, annusarne l’odore di fresco! Paquita la guarda con lo stesso amore da un telefonino, allargandone le immagini. Un velo di tristezza le attraversa la fronte. “Chissà se davvero riuscirò ad andarci?” Poi ridendo aggiunge: “Se no se la godranno Ana e Felipe” (i figli). Alla faccia di Trump e dei suoi scagnozzi, il buon umore di Pachita è inossidabile e la sua risata, come dei tanti che state maltrattando, vi seppellirà.     Marina Serina
February 12, 2026
Pressenza
Pena di morte: ancora Usa e Iran
Quattro articoli ripresi dal nuovo numero del Foglio di collegamento del «comitato Paul Rougeau». A seguire la presentazione e il sommario. Dinamica della pena di morte nel 2025 negli Stati Uniti Il rapporto annuale del Death Penalty Information Center rileva trend divergenti e contraddittori Il rapporto annuale del Death Penalty Information Center (DPIC) offre un’analisi completa sull’andamento della pena di
January 30, 2026
La Bottega del Barbieri