L’Italia nell’abisso: il servilismo di Meloni tra i droni di Crosetto e i deliri imperiali di Trump
L’immagine che più di ogni altra restituisce la deriva internazionale in cui
l’Italia è precipitata in questi primi mesi del 2026 è il sorriso compiaciuto di
Donald Trump mentre definisce Giorgia Meloni “una grande leader che cerca sempre
di aiutare”. Nelle cancellerie europee quella frase non è passata come un
complimento di routine: è stata letta per quello che è, il segnale di un
rapporto politico sempre più sbilanciato. E il tempismo non è affatto casuale.
Il plauso del presidente statunitense arriva proprio mentre la tensione con
l’Iran cresce di giorno in giorno e mentre l’Italia rafforza la propria presenza
militare nel Mediterraneo e nelle aree circostanti.
Il governo continua a ripetere che l’Italia non è in guerra e che non intende
partecipare direttamente alle operazioni militari. Una formula rassicurante,
certo, ma che contrasta apertamente con ciò che sta accadendo: l’aumento degli
assetti navali italiani nel Mediterraneo orientale e nelle zone strategiche
limitrofe mostra chiaramente come Roma stia assumendo un ruolo sempre più
rilevante nello scenario di crisi che ruota attorno al conflitto tra Stati
Uniti, Israele e Iran. Tra le unità impiegate c’è anche la fregata ITS Federico
Martinengo, una delle più avanzate della Marina Militare, impegnata in missioni
di sorveglianza e sicurezza marittima.
Il punto politico non è stabilire se l’Italia stia partecipando o meno ad azioni
offensive — il governo continuerà a negarlo — ma riconoscere che il crescente
coinvolgimento logistico e strategico dell’apparato militare italiano colloca
inevitabilmente il Paese dentro l’architettura operativa dell’alleanza guidata
da Washington. E in uno scenario di escalation, questa collocazione rischia di
trasformare anche le infrastrutture militari presenti sul territorio italiano in
potenziali obiettivi.
Un ruolo decisivo in questa architettura è svolto dalle basi statunitensi e NATO
presenti in Italia. Il sistema satellitare MUOS di Niscemi è uno dei nodi
globali della rete di comunicazione del Pentagono; la base aeronavale di
Sigonella, invece, è diventata uno dei principali hub operativi per i velivoli
senza pilota e per le missioni di sorveglianza nel Mediterraneo e in Medio
Oriente. Il fatto che queste infrastrutture siano integrate nella rete militare
statunitense solleva da anni un enorme problema politico: l’Italia permette che
il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma strategica per
operazioni decise altrove.
Il cuore tecnologico del riarmo italiano è stato rivendicato apertamente dal
Ministro della Difesa Guido Crosetto durante il suo intervento parlamentare del
5 marzo 2026. Crosetto ha sostenuto la necessità di aggiornare i droni MQ‑9A
Predator B in dotazione all’Aeronautica Militare. Velivoli nati per la
ricognizione, certo, ma ormai predisposti anche per l’impiego armato e
pienamente integrabili nei sistemi operativi della NATO. Una scelta che segna un
passaggio politico evidente: l’Italia investe sempre più in strumenti militari
ad alta capacità offensiva, mentre la retorica ufficiale continua a parlare
esclusivamente di difesa e sicurezza.
Non siamo più nel campo del monitoraggio dei confini o della semplice
deterrenza: qui si parla di droni armati destinati a operare in scenari di
guerra a distanza. Se il governo intende rafforzare il sostegno militare ai
Paesi del Golfo e partecipare attivamente alle operazioni belliche a guida
statunitense, dovrebbe avere il coraggio di dirlo apertamente al Parlamento e ai
cittadini. Non si può continuare a parlare di “missioni di sicurezza” mentre si
finanziano strumenti di morte che servono solo a gettare benzina sul fuoco del
conflitto iraniano.
La gravità della situazione è confermata dalle parole pesantissime arrivate da
Teheran nelle ultime ore. Il Vice Ministro degli Esteri iraniano, Majid
Takht-Ravanchi, è stato chiarissimo: i Paesi coinvolti militarmente al fianco di
Stati Uniti e Israele diventeranno obiettivi legittimi di rappresaglia. È un
avvertimento che l’Italia non può permettersi di ignorare. Eppure, la risposta
di Palazzo Chigi è stata quella di accelerare ulteriormente. Invece di
promuovere una de-escalation o una mediazione europea indipendente, il Ministero
della Difesa risponde promettendo “più sostegno” ai Paesi del Golfo, legandoci a
doppio filo a una coalizione che punta al cambio di regime in Iran, incurante
del prezzo di sangue che questo comporterà per l’intera regione.
Questa “politica muscolare” sta portando l’Italia verso un baratro diplomatico.
La protezione degli interessi energetici, spesso usata come scusa per
giustificare le missioni nel Golfo, è una menzogna che i fatti smentiscono
quotidianamente. Ogni bomba che cade in Medio Oriente, ogni drone che si alza in
volo, si traducono in un rincaro dei prezzi energetici che svuota le tasche
delle famiglie italiane. Meloni non sta difendendo l’interesse nazionale: sta
garantendo la logistica per una strategia che produce solo macerie, giurando
fedeltà assoluta ai desiderata di una Casa Bianca sempre più aggressiva.
In tutto questo colpisce il silenzio della Presidente del Consiglio. Giorgia
Meloni non ha ancora affrontato un vero confronto parlamentare sull’evoluzione
della crisi e sul ruolo che l’Italia intende svolgere. Delegare la gestione di
una crisi internazionale di questa portata al Ministero della Difesa o a quello
degli Esteri significa svuotare il ruolo delle Camere e ridurre la politica
estera a un rapporto diretto tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
Il paradosso emerge con forza anche sul piano economico. Per i programmi
militari contenuti nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa i fondi
si trovano sempre; quando invece si parla di emergenze sociali, la risposta è
invariabilmente la stessa: non ci sono risorse. È il segno di una trasformazione
profonda dell’economia italiana, sempre più orientata verso il riarmo mentre
sanità, scuola e welfare continuano a subire tagli.
In questo quadro torna inevitabilmente al centro la questione costituzionale.
L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di
risoluzione delle controversie internazionali. Consentire che il nostro
territorio e le nostre infrastrutture militari siano integrate stabilmente nelle
strategie di proiezione delle grandi potenze significa svuotare progressivamente
quel principio.
Il plauso di Donald Trump alla premier italiana non è una medaglia da appuntarsi
al petto. È il simbolo di una politica estera sempre più subordinata alle
logiche geopolitiche delle grandi potenze. Se l’Italia vuole tornare ad avere un
ruolo credibile nel mondo, la strada non può essere quella della
militarizzazione e dell’allineamento automatico alle strategie di guerra, ma
quella del rilancio della diplomazia, della cooperazione internazionale e della
difesa rigorosa dei principi costituzionali di pace.
Eppure, nonostante la retorica bellicista che domina il dibattito istituzionale,
nel Paese reale prevale un sentimento diverso. L’opinione pubblica italiana
rimane in larga parte contraria al coinvolgimento in nuovi conflitti e guarda
con crescente preoccupazione all’escalation militare in Medio Oriente. Non è un
caso che il prossimo 28 marzo associazioni pacifiste, movimenti sociali,
sindacati e forze della sinistra scenderanno in piazza a Roma in una
manifestazione anche per chiedere che l’Italia non venga trascinata in una nuova
guerra e che torni a rispettare fino in fondo lo spirito dell’articolo 11. In
quelle piazze si esprimerà un’Italia diversa da quella raccontata dal governo:
un’Italia che rifiuta la logica dei blocchi militari, che non accetta di
diventare piattaforma logistica di guerre altrui e che rivendica un ruolo attivo
di pace, cooperazione e diplomazia internazionale.
Giovanni Barbera