Il dialogo impossibile crea l’inferno sociale
Nella società contemporanea la morale ha smesso di essere un ponte verso
l’alterità per trasformarsi nell’ennesimo palcoscenico dell’Io. Quello che il
filosofo Byung-Chul Han definisce come l’autentico dramma del nostro tempo non è
la mancanza di valori, ma l’ipertrofia di una moralità performativa, dove
l’individuo non cerca il bene comune, ma la continua auto-celebrazione della
propria presunta purezza.
Questo narcisismo morale si traduce nell’espulsione sistematica dell’Altro,
ridotto a mero specchio in cui riflettere la propria superiorità etica. Quando
la convinzione dei propri valori diventa uno strumento di branding personale e
di auto-ottimizzazione neoliberista, il dialogo cessa di esistere, sostituito da
un monologo collettivo in cui ognuno parla a se stesso lodando la propria
rettitudine.
Questa cecità di fronte all’alterità trova una sponda chiarificatrice nella
letteratura del Novecento, in particolare nella visione di Luigi Pirandello. Per
Pirandello, l’essere umano è intrappolato in una forma, una maschera che la
società gli impone o che egli stesso si costruisce per darsi una coerenza. Il
dramma pirandelliano è proprio l’impossibilità di comunicare davvero: noi
crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai, perché nelle parole che
pronunciamo mettiamo il senso delle cose come è soltanto dentro di noi, mentre
l’altro le accoglie col senso che vi dà lui, secondo il suo mondo interiore. Se
a questa intrinseca frammentazione dell’identità si somma il moralismo digitale
odierno, la maschera pirandelliana diventa rigida, inflessibile e aggressiva.
Il narcisista morale si barrica dietro la propria maschera di virtù e rifiuta a
priori la prospettiva altrui, considerandola non come un punto di vista
differente, ma come un errore morale da sradicare.
L’ecosistema comunicativo attuale, dominato dai social network e dalla logica
dell’Uguale analizzata da Han, esaspera questa dinamica. Non esiste più uno
spazio pubblico per il confronto dialettico, ma solo arene in cui esibire
indignazione e ricevere conferme dalla propria bolla ideologica.
L’ascolto profondo richiede il coraggio della vulnerabilità, la capacità di
farsi ferire e trasformare dalla voce dell’altro. Il narcisista morale, al
contrario, cerca solo la gratificazione dell’approvazione o la catarsi della
condanna del diverso. In questo scenario, le parole perdono il loro potere
generativo e diventano pietre, barriere che rendono i soggetti atomi isolati,
incapaci di un autentico incontro.
La crisi del dialogo moderno è dunque una crisi della relazione, in cui
l’ossessione per il proprio Io morale ha tragicamente cancellato il volto di chi
ci sta di fronte.
Per ogni piccola o grande tribù gli altri sono percepiti come nemici. Quindi
ogni dialogo diventa impossibile, perché il presupposto del dialogo dovrebbe
essere la capacità di non credere fino in fondo alla propria verità morale. Se
non sai di non sapere, non sei più in grado di dialogare.
La civiltà si affermò con il dialogo socratico e sta morendo senza dialogo nei
battibecchi infiniti e autoreferenziali. Pensare di non aver ragione, coltivare
dubbi, questi sono i presupposti perduti per dialogare e non fare monologhi.
Apriamoci agli altri con amore per accettare ogni diversità. L’inferno non sono
gli altri, ma è l’idea che non siamo più in grado di tollerare.
Ray Man