Lavorare per la pace e non per la guerra
Serve un cambio culturale: da lavorare per la guerra a lavorare per la pace. Non
concediamo una facile via di uscita a chi sostiene il militarismo imperante
In questi giorni abbiamo assistito a due fenomeni diversi che paiono avere punti
di contatto ma si distinguono nettamente. Da una parte le proteste di tanti
giovani e studenti che hanno messo in evidenza l’indisponibilità a credere nelle
guerre per il loro futuro. Mentre aumentano le spese militari a dismisura,
l’investimento per l’istruzione arranca ed è ad un misero e scarso 4% del PIL.
Dall’altra parte abbiamo assistito ad un vandalismo senza speranza e
prospettiva.
Io non mi sono stupito di queste due situazioni. La popolazione italiana è
convintamente contro le guerre. Quanto sta avvenendo, sia a livello interno che
internazionale, conferma tutte le buone ragioni per avere il desiderio di
manifestare per costruire una società migliore.
Paul Valéry scriveva: «La guerra è il massacro di persone che non si conoscono,
per conto di persone che si conoscono ma non si massacrano».
Dall’altra parte, alcune centinaia di ragazzini hanno seminato il caos
distruggendo vetrine. Sarebbe stato strano, sempre a parer mio, il contrario se,
dopo non aver fatto nulla sul piano educativo e sociale per dare loro una
prospettiva di vita, una frangia di ragazzi non fosse esplosa. Personalmente è
da tempo che sono preoccupato per il possibile verificarsi di un tale fenomeno.
Quando non si fa nulla per garantire una vita dignitosa a chi ne ha bisogno,
quando si nega la cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia (qualcuno
vuole mandarli a casa. Ma quale casa se hanno conosciuto solo l’Italia?), quando
si insiste a colpevolizzarli dei mali della società e si impone un decreto
d’urgenza sul tetto del 30% di stranieri in classe, con misure neanche
lontanamente attuabili, non si può pensare ad un risultato diverso.
E ancora, i vari messaggi di allerta disordini che hanno creato psicosi e paura
in diverse città italiane, uniti agli infiltrati che sono da sempre presenti,
fanno parte del tentativo di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico.
Se il Governo tentasse di blindare e militarizzare tutto il paese, non lo
permetteremmo e scenderemmo in piazza. Ma se si permette che violenza e caos
dilaghino per mano di alcune centinaia di persone, che altri minaccino
distruzioni con messaggi sui social, ecco che poco alla volta cittadini
impauriti inizieranno a chiudersi in casa, a non mandare i figli a scuola e poi
a chiedere ordine e sicurezza. Ecco che la violenza diventa l’alibi perfetto per
misure straordinarie e per impedire le manifestazioni e le proteste.
Ed allora la lotta nonviolenta diventa la strada utile, non solo sul piano
etico, ma anche sul piano dei risultati. La vera vittoria è riuscire a rendere
consapevole la popolazione della realtà nella quale viviamo, delle ingiustizie
nella quale siamo immersi, della necessità di avere “più scuole e meno armi”,
della solidarietà da dare ai palestinesi che è nello stesso tempo solidarietà a
tutti coloro che hanno bisogno.
Occorre rifiutare la logica emotiva che porta, anche nelle azioni di taluni che
manifestano, a comportarsi come dei tifosi violenti che distruggono tutto e
picchiano altri tifosi.
Il potere teme grandemente non la violenza di pochi, che anzi gli permette di
criminalizzare tutti coloro che manifestano, ma una popolazione consapevole e
determinata. Tutti oggi a condannare la violenza, ma quello che balza all’occhio
è che mentre sono solleciti a condannare i ragazzini, nulla dicono e fanno sulla
violenza contro i lavoratori licenziati, quelli che muoiono sul lavoro e contro
le guerre che stanno togliendo intere generazioni alle proprie famiglie, in
Ucraina come da tante altre parti.
Proprio oggi è stato rivelato che dal 2025 l’Italia è diventata la principale
importatrice di rottami ferrosi da Israele sostituendosi alla Turchia. Da
rilevare che Israele “saccheggia” questi materiali dalla striscia di Gaza.
Questo non è sostegno alla violenza perpetrata contro il popolo palestinese?
Gli studenti avrebbero bisogno di essere formati e preparati alla nonviolenza e
di utilizzare le proprie energie ideali per costruire una società migliore.
Contro la guerra globale permanente, il nazionalismo e il militarismo dilagante
si dovrebbe opporre non l’accettazione passiva, ma: la formazione alla
cittadinanza consapevole, l’obiezione di coscienza, le tecniche di difesa
nonviolenta, la resistenza civile, i metodi di de-escalation dei conflitti,
esempi di “pace con mezzi pacifici”.
Insomma ciò che serve è un cambio di modello culturale e interpretativo: dalla
preparazione della guerra alla preparazione della pace. La violenza va ripudiata
a tutti i livelli da quella interpersonale a quella dei conflitti
internazionali.
Redazione Italia