Michel Houellebecq / Una interpretazione del mondo
Michel Houellebecq, il re delle metamorfosi che riguardano la specie umana, dal
lato mentale, proprio e comune (si potrebbe dire) – al netto di un’antipatia che
forse sconvolge il problema critico quando si affronta la lettura delle sue
poesie oggi riunite in un grosso volume e comprendente anche una raccolta
inedita dal titolo emblematico: Si perde sempre. A proposito di Houellebecq
dovremmo rivolgersi sempre alla tensione superiore dei suoi romanzi che non
invocano certo frivolezza, ma una diversa specie di serietà morale verso cui non
può mancare la nostra discordia. È quel che l’autore vuole. Mostrarsi come
l’indignato che si consuma dentro le proprie disfunzioni estetiche, accompagnate
al carattere non meno disturbante riguardo a certe posizioni politiche. Non
ritenendosi profeta, poiché autori di fantascienza lo hanno ampiamente superato
nel presagire l’attuale presente sia scientifico sia governativo, Houellebecq si
prende il potere di perdersi completamente nella dissoluzione – dunque l’impegno
letterario sprofonda in uno spazio buio e sottomesso alla realtà. Le catastrofi,
grandi e piccole, sono mondiali e personali, non necessariamente in
quest’ordine, e ormai nemmeno più i sogni riescono ad abbassare il tono delle
influenze storiche.
Le poesie qui raccolte sono il regno della solitudine, nella foresta notturna e
brutale che preme da ogni parte gli uomini. Il governo della metrica non è
granché dissimile da quello presente nei romanzi. Lo sa chiunque abbia volto in
italiano il testo francese (tutti poeti e traduttori di grande esperienza) di
questi versi, schietti e didascalici, che raccolta dopo raccolta presentano il
conto. In fondo, sono l’avventura dei corpi terrestri in una interpretazione del
mondo.
Anche nel pellegrinaggio poetico viene consentito di comprendere come nessuno
possa scampare alla fine propria e di una civiltà, dall’intreccio delle famiglie
alle faglie belliche indirizzate ad arrostire il pianeta ex-azzurro. L’uomo
Michel Thomas, nato nel 1956 a Saint-Pierre, ha iniziato col suo pseudonimo ad
avvertirci già al termine del ’900 con Le particelle elementari (1998), avendo
ben presente come la modernità di Baudelaire sia stata distrutta dalla
concupiscenza finanziaria e digitale. Annientamento che nell’attuale viene
stabilito e ornato da un involucro tutto avvolgente tramite l’alta velocità –
febbrile – denominata IA.
Lo spirito del tempo si è fuso, e proprio la poesia risale l’origine della
sofferenza dispiegata in un mondo adattato ad accoglierla. Profondamento umano,
profondamente pericoloso. Questo si coglie, come immagine, innominabile ma
visibile, del protagonista mondiale inventore di farsa e poi tragedia.
Shakespeare l’ha sempre saputo. Ma il racconto aveva bisogno di altre
originalità per fare il salto. La vita secolare è tenace nell’aspettare le
occasioni. La poesia di Houellebecq non si disgiunge dagli apparati letterari,
li abita angusta come angusti sono il “territorio e la carta”. La prospettiva è
schietta, sfida il lettore di narrativa a cimentarsi col verso alessandrino che
l’autore ha preferito fin dagli esordi, non certo per campare ma per trovare un
grimaldello a misura di quella serratura risolutiva chiamata estinzione.
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