Missione possibile: salvare la Corte Penale Internazionale
di Triestino Mariniello e Sergei Vasiliev,
Il Manifesto, 15 ottobre 2026.
Un sostegno di facciata non impedirà alle banche di chiudere i conti della Corte
Penale Internazionale (CPI), agli assicuratori di revocare le coperture, alle
aziende di interrompere i propri servizi. La UE può impedire che gli Stati Uniti
demoliscano il tribunale: aumentandone il budget, adottando misure
anti-sanzioni, fornendo infrastrutture bancarie e digitali alternative.
La sede della Corte Penale Internazionale
Le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto alla Corte Penale Internazionale
rischiano di comprometterne la capacità di funzionamento, fino a condurla a una
lenta agonia istituzionale. La sua continua operatività come organizzazione
internazionale, per non parlare del suo ruolo di tribunale, diventerebbe
impossibile. La comunità internazionale ha finora risposto con deboli
dichiarazioni di condanna.
Gli stati-parte hanno avuto più di venti mesi di tempo dall’entrata in carica
del presidente statunitense Donald Trump per prepararsi a questa mossa. In
questo periodo si sarebbero dovuti compiere maggiori sforzi per rafforzare la
resilienza istituzionale della Corte. Tuttavia, non è troppo tardi per agire. Il
«periodo di grazia» offerto dagli Stati Uniti non dovrebbe essere utilizzato per
intraprendere negoziati infruttuosi, ma per adottare misure immediate a tutela
della Corte.
Le sanzioni bloccano i beni della CPI e altri interessi patrimoniali della
stessa negli Stati Uniti o in possesso o sotto il controllo di soggetti
statunitensi. Fatte salve le esenzioni e le licenze rilasciate dal Dipartimento
del Tesoro USA, a individui e società statunitensi è vietato fare affari con la
Corte.
Banche, compagnie assicurative, società informatiche e altre imprese
statunitensi non possono fornire beni o servizi alla CPI né ricevere pagamenti
da essa senza rischiare sanzioni. Molte aziende non statunitensi si adegueranno
in modo eccessivo (overcomply) e interromperanno i propri servizi alla Corte per
timore di essere sanzionate a loro volta. Isolare la Corte da fornitori e
prestatori di servizi potrebbe paralizzarne le attività investigative e
persecutorie in tutti i contesti operativo-giudiziari.
Le sanzioni, tuttavia, prevedono un «periodo di grazia» di 180 giorni per
consentire il mantenimento o la chiusura delle operazioni della CPI. Questo
copre i pagamenti degli stati-parte alla CPI, gli stipendi, l’assicurazione
sanitaria e i servizi medici per dipendenti o consulenti, oltre ai pagamenti per
affitti, utenze e servizi di routine. Licenze separate consentono la fornitura
di determinati servizi di telecomunicazione, cloud e software, la gestione dei
pagamenti pensionistici della CPI e i servizi necessari a beneficio di specifici
detenuti della Corte.
Washington ha presentato il «periodo di grazia» come un’opportunità per gli
stati-parte di «dimostrare progressi significativi su risoluzioni diplomatiche e
legali» che rispondano alle obiezioni statunitensi. Tuttavia, si tratta in
sostanza di uno strumento di aperta coercizione politica progettato per
costringere gli stati-parte a sottomettersi.
Dopo l’annuncio delle sanzioni, numerosi stati-parte hanno ribadito ancora una
volta il loro sostegno alla Corte e criticato gli Stati Uniti. A questo punto,
però, la CPI non può essere difesa solo a parole.
Il sostegno di facciata risulta vuoto se non accompagnato da una strategia
coerente e coordinata per contrastare la coercizione statunitense e proteggere
l’indipendenza della CPI. Le semplici dichiarazioni non impediranno alle banche
di chiudere i conti della CPI, agli assicuratori di revocare le coperture, alle
aziende tecnologiche di interrompere i propri servizi o ad altre imprese di
abbandonare la Corte per timore di ritorsioni statunitensi.
L’Unione Europea ha ripetutamente affermato che la CPI è una pietra angolare
della giustizia internazionale e che la sua indipendenza da pressioni esterne
deve essere protetta. Il 10 ottobre scorso, l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja
Kallas ha ribadito questa posizione, definendo «non accettabili» gli attacchi o
le minacce contro la Corte, i suoi funzionari e coloro che cooperano con essa.
Al di là di queste dichiarazioni, tuttavia, l’UE è rimasta passiva,
apparentemente per il timore di contrariare ulteriormente Trump e innescare dazi
statunitensi.
È preoccupante che alcuni stati-parte e l’UE abbiano accolto con favore
l’umiliante «periodo di grazia» ritenendo che crei «spazio per il dialogo» e
«margine per la diplomazia» con Washington. Quale compromesso significativo è
possibile quando l’obiettivo degli Stati Uniti, dichiarato in termini
inequivocabili, è distruggere la Corte?
Negli ultimi venti mesi, gli Stati Uniti hanno costantemente intrapreso
un’escalation nella loro guerra contro la CPI. Aspettarsi un risultato diverso
ora, da parte degli stati membri e dell’UE, è un esercizio di autoinganno che
tradisce, in egual misura, una servile deferenza verso Washington e una mancanza
di rispetto per se stessi. Accondiscendere ai prepotenti serve solo a renderli
più arditi.
Il dialogo in tali condizioni coercitive apre la strada a pressioni sulla CPI
affinché arretri dal suo mandato in Palestina in cambio dell’alleggerimento
delle sanzioni. Accettare le richieste statunitensi, in particolare sacrificando
l’inchiesta sulla Palestina per compiacere il regime canaglia di Washington,
distruggerebbe la Corte come istituzione indipendente e imparziale. Ciò
rafforzerebbe la percezione che la giustizia internazionale operi in modo
selettivo, a seconda del potere politico di chi rientra nella sua giurisdizione.
Tradire il mandato della CPI e la ricerca di giustizia delle vittime
comporterebbe una perdita intollerabile di legittimità per la Corte e
screditerebbe l’idea stessa che nessuno è al di sopra della legge.
Un’azione incisiva è da tempo necessaria, ma non è ancora troppo tardi. Gli
stati-parte devono ora compiere una scelta di principio e mantenerla. Devono
difendere la CPI e garantirne la capacità di funzionare, non perseguire un
dialogo infruttuoso con uno stato ostile non parte dello Statuto di Roma,
elemosinare la sua clemenza e offrire concessioni che né loro né la Corte
possono permettersi.
Devono impegnarsi pubblicamente ad aumentare il budget della CPI e fornirle le
risorse e le strutture necessarie per resistere alle pressioni politiche ed
economiche. Devono adottare misure legali efficaci, come «norme di blocco»
(blocking legislation) e tutele contro il de-risking finanziario per proteggere
la Corte, i suoi funzionari e coloro che collaborano con essa dagli effetti
extraterritoriali delle sanzioni statunitensi. Tali protezioni devono estendersi
in egual misura alle organizzazioni della società civile palestinese, colpite
per aver sostenuto le indagini della Corte.
L’UE dovrebbe attivare immediatamente il proprio Regolamento di Blocco (Blocking
Statute) per vietare agli operatori dell’UE di conformarsi alle sanzioni
statunitensi. Sebbene non sia una soluzione ottimale, questa misura
contribuirebbe in parte a schermare la CPI. Un numero crescente di stati membri
e di eurodeputati ha chiesto alla Commissione Europea di estendere questa
legislazione alle sanzioni anti-CPI e di garantire che le tutele siano operative
in caso di sanzioni a livello generale contro la Corte.
Questo passo non può più essere rinviato. In parallelo, gli stati-parte devono
definire con urgenza accordi per un’infrastruttura bancaria, di pagamento e
digitale alternativa, per garantire alla Corte un accesso ininterrotto ai
servizi essenziali. Le misure devono costituire una risposta strutturale e
coordinata, che vada oltre le dichiarazioni di solidarietà e i rimedi
temporanei.
Se la comunità internazionale resterà a guardare mentre gli Stati Uniti
smantellano la CPI, la capacità di qualsiasi tribunale internazionale – o
persino di qualsiasi tribunale nazionale – di operare in modo imparziale e senza
timori diventerà impossibile.
Pubblicato in originale su Al Jazeera
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