Caso Hannoun, la lunga mano di Israele sull’ordinanza del Tribunale di Genova
Il Caso Hannoun e le accuse a suo carico, e d altri attivisti, stanno mettendo
in scena uno spettacolo dell’assurdo. Persone che fino all’altro giorno sono
state punto di riferimento democratico in Italia delle associazioni palestinesi,
legalmente riconosciute, di punto in bianco sono state definite dalla
magistratura e dai media come “terroriste”, con tanto di teorema giudiziario sui
presunti finanziamenti ad Hamas (senza prove). Il tutto espresso con una
certezza disarmante, ma senza prove.
Ma di questo non dobbiamo troppo preoccuparci: Nelson Mandela fu sempre
considerato un pericoloso comunista dagli USA – che sostennero per decenni il
regime dell’apartheid bianca in Sudafrica insieme ad altri Paesi occidentali – e
fu arrestato nel 1960 grazie a una soffiata della CIA e soltanto il 1 luglio
2008 il presidente degli Stati Uniti George Bush firmò il provvedimento che lo
cancellava dalla lista nera dei “terroristi”. Avete letto bene: fino al 2008 –
18 anni dopo la liberazione dal carcere, anni dopo la fine della sua presidenza
sudafricana – fino all’età di 90 anni, gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto
il Premio Nobel per la Pace Mandela nell’elenco dei “terroristi”.
Questo episodio è emblematico di come le definizioni politiche di “terrorismo”
possano essere soggettive e influenzate dagli interessi geopolitici del momento,
trasformando un liberatore in un “terrorista” secondo la prospettiva di alcune
nazioni.
Ritornando a noi, è estremamente interessante notare che proprio l’Antimafia e
l’Antiterrorismo, dal 2023, abbiano attivato un’indagine (l’Operazione
“Dominio”) tale da fare così rumore. In meno di due anni, Antimafia e
Antiterrorismo sarebbero riusciti a risalire a tutti i collegamenti tentacolari
dei “finanziatori di Hamas”, quando le stesse hanno arrestato Matteo Messina
Denaro, ultimo boss stragista di Cosa Nostra, dopo 30 anni di latitanza. Ma dove
era Matteo Messina Denaro? Era latitante a casa sua, a Tre Fontane, frazione di
Campobello di Mazara: si trovava semplicemente nella zona balneare vicino a
Castelvetrano, sua città natale, ad 8 minuti di distanza da una caserma di
carabinieri. Farebbe ridere se non facesse piangere, o urlare dalla disperazione
in un Paese, come il nostro, le cui istituzioni sono attraversate dalla
Trattativa Stato-Mafia.
E proprio come sono attraversate dalla Trattativa Stato-Mafia in questi casi di
cronaca, sono attraversate da altre collaborazioni quando si parla di
repressione della militanza filopalestinese: Israele.
L’operazione “Domino”, avviata dopo il 7 ottobre 2023 su segnalazione della
Direzione Nazionale Antimafia, si fonda su intercettazioni, analisi finanziarie
e su una vasta cooperazione giudiziaria internazionale, in particolare con
Israele. Un Paese che però ha un interesse militare e politico chiaro, è oggetto
di un procedimento per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia e sui
cui capi politici pende l’accusa di crimini di guerra da parte della Corte
Penale Internazionale.
Negli ultimi anni, Israele ha bollato come “terroristiche” numerose
organizzazioni umanitarie, “colpevoli” soltanto di criticare e di opporsi
attivamente al genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese.
Basti pensare all’UNRWA, definita «un focolaio di terrorismo», e alla Global
Sumud Flotilla, più volte etichettata come “Hamas Sumud Flotilla”. Anche in
quest’ultimo caso, le accuse israeliane hanno fatto riferimento a presunti
finanziamenti di Hamas, basati su documenti che gli organizzatori e diverse
fonti indipendenti hanno definito infondati o manipolati.
Ma cosa hanno trovato di illegale gli inquirenti? Nulla e ce lo dice anche
l’ordinanza del GIP. E’ da 25 anni che l’ABSPP è soggetta ad indagini
consistite in intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche e sistemi di
videosorveglianza (cimici installate nelle case e nelle automobili), analisi
patrimoniali e finanziarie. Negli anni intercettazioni telematiche sugli
apparati informatici hanno consentito, attraverso attività “sotto copertura”,
l’estrazione di copia di dati accumulati dai vari computer utilizzati
dall’associazione ABSPP (quasi 4 TB). Conclusione: nelle 306 pagine
dell’ordinanza contro i 9 sospettati di aver costituito una cellula di Hamas in
Italia, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato
utilizzato per finanziare attività terroristiche.
I Tg ci hanno mostrato immagine di macchine conta-soldi e mazzette di contanti
che i sospettati trasportavano in valigette verso Egitto e Turchia per farli
arrivare a Gaza, però nelle carte dell’ordinanza si dice chiaramente che sono
tutti soldi regolarmente contabilizzati provenienti dalle elemosine delle
moschee e dichiarati alla frontiera. Le associazioni sotto accusa mantenevano
registri contabili molto precisi, è possibili ricostruire dove finivano questi
soldi: rispettivamente in adozioni a distanza di bambini orfani palestinesi, in
impianti di desalinizzazione per ospedali di Gaza, in sostegno di famiglia di
caduti in guerra.
Questo lo scrivono gli stessi inquirenti che, in 25 anni di indagini – con una
serie di indagini aperte e poi archiviate – cercano di mandare in galera chi fa
della beneficenza. Tutte indagini archiviate negli anni proprio perchè i PM
hanno sempre affermato che la beneficenza non può essere un reato. Ma qualcosa
ora è cambiato.
Mohammad Hannoun, 64 anni, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia
(API) e residente a Genova da oltre quarant’anni, è stato arrestato insieme ad
altre otto persone con l’accusa di “associazione a delinquere con finalità di
terrorismo internazionale”. Per la gip di Genova Silvia Carpanini, Hannoun
sarebbe «membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas» e al
vertice di una rete di associazioni attive in Europa che, sotto la copertura di
raccolte fondi umanitarie, avrebbero finanziato la lotta armata palestinese. E
le prove di tutto questo dove sono? La prova sta in quello che Israele ha
riferito all’autorità giudiziaria italiana in un lungo dossier, ovvero che le
associazioni destinatarie dei fondi sarebbero collegate a Hamas.
A pagina 10 dell’ordinanza si afferma che i “suddetti documenti”, che sarebbero
le prove per le indagini – a carico di Hannoun e della sua associazione – sono
per la maggior parte stati acquisiti dichiaratamente dall’esercito israeliano
(IDF) nel corso di operazioni militari “Defensive Shields” (3), realizzata
all’inizio degli anni 2000 e “Sword of Iron” (Operazione Spade di Ferro),
giustificata falsamente come risposta dopo i fatti del 7 ottobre 2023.
Oltretutto – sempre secondo l’ordinanza – Israele non ha fornito la
documentazione originale, ma solo delle sintesi: motivo per cui l’ordinanza
parla di misure cautelari e non di arresto vero e proprio, proprio perchè le
documentazioni rappresentano meno della metà del concetto di “parziale”.
Ma basta la parola viziata da Israele per rendere incontrovertibili le
fondamenta su cui si basa un teorema giudiziario? In termini platonici, si
parlerebbe di sofismi e falsi sillogismi, ovvero discorsi che non stanno in
piedi e che hanno la finalità di spacciare per base razionale ciò che razionale
non è.
Inoltre bisogna sottolineare che i documenti forniti da Israele sono atti
extraprocessuali, acquisiti da un’Autorità estera (Israele) nel corso di
operazioni militari e poi trasmessi all’Autorità giudiziaria italiana. Sempre
secondo l’ordinanza, l’acquisizione del materiale per queste indagine non
risulterebbe lecita. Come evidenziato dal PM Carpanini non esistono norme nel
nostro ordinamento che espressamente regolano l’acquisizione nel procedimento
penale di tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi
generali che regolano le prove, ed in particolare l’art. 234 c.p.p., per cui
possono essere acquisiti nel procedimento italiano, “sempre che non sussistano
ipotesi di inutilizzabilità per essere stati acquisiti in violazione di divieti
di legge a tutela di principi fondamentali del nostro ordinamento” – si legge.
Nonostante ciò, l’ordinanza cita la raccomandazione CM/Rec(2022) 8 del marzo
2022 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e il Memorandum 2020 del
Eurojust (Agenzia UE per la cooperazione giudiziaria) i quali, facendo
riferimento al “battlefield evidence” (4), giustificherebbero l’uso dei
materiali trasmessi dall’esercito israeliano. Si legge nell’ordinanza:
“analizzando il contenuto del server di ABSPP, gli operanti hanno rinvenuto
documenti da cui si ha conferma dell’autenticità di alcuni di quelli
autonomamente trasmessi dall’Autorità israeliana, il che consente di attribuire
generale attendibilità al complesso del materiale inviato”.
In sostanza, dal contenuto dei server dell’associazioni di Hannoun si è potuto
confermare che “alcuni” documenti dell’Autorità israeliana sono autentici,
quindi tutti i documenti israeliani sono “generalmente” attendibili e quindi si
possono usare per le indagini, violando anche la legge italiana.
In queste pagine vi è tutto il fideismo della magistratura italiana nei
documenti racimolati dall’autorità israeliana, senza minimamente porre dubbi a
riguardo e senza minimamente tenere in conto l’uso strumentale che Israele fa
del termine “terrorismo” (uso fatto in decine e decine di casi).
Sul piano giuridico, emergono dunque diversi punti controversi: l’inchiesta si
sta basando su documenti raccolti dall’intelligence che non sono prove. Per
essere definito tale un “terrorista” serve dimostrare che svolga attività di
carattere terroristico concrete, mentre qui abbiamo una serie di destinatari di
somme di denaro con delle causali che sulla carta fanno ritenere si tratti di
beneficenza. Ad oggi non ci sono prove che siano state utilizzate per
un’attività terroristica, laddove il terrorismo ha delle caratteristiche ben
precise, cioè quello di “aggredire la popolazione per creare terrore”.
E in questo contesto che si inserisce il rinnovato interesse investigativo nei
confronti di Mohammad Mahmoud Ahmad considerato – secondo l’ordinanza -, “a
livello europeo, uno dei soggetti più rappresentativi per la raccolta dei fondi
pro-Palestina e già sospettato in passato di destinare le somme raccolte al
finanziamento del terrorismo”.
Hannoun ha sempre respinto le accuse, sostenendo: «Ho sempre destinato i soldi
raccolti in Italia a chi ne ha bisogno, a orfani e famiglie non a militari».
Nelle oltre 300 pagine di ordinanza, non viene indicata la destinazione finale
dei fondi: si parla di sostegno alle “istituzioni” di Gaza e al dipartimento dei
«martiri, feriti e prigionieri». Intanto la presidente del Consiglio Giorgia
Meloni ha espresso «apprezzamento e soddisfazione» per gli arresti.
Anzi, è la stessa ordinanza che a pagina 9, afferma chiaramente che Hannoun era
già stato indagato in passato “nel P.P. 20179/01/21 RGNR concluso con una
richiesta di archiviazione non essendo pervenuti dalle Autorità israeliane,
entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria
richiesti”. In seguito è stato autorizzata la riapertura delle indagini da parte
delle Autorità Israeliane degli atti richiesti, così determinando l’iscrizione
del procedimento 15003/03/21, concluso peraltro anch’esso con richiesta di
archiviazione accolta dal Gip per mancanza di prove. In data 26/10/2023 veniva
richiesta una ulteriore “autorizzazione alla riapertura delle indagini del
procedimento n. 15003.2003 R.G.N.R. autorizzata in data 30/10/2023 e cui ha
fatto seguito l’iscrizione del procedimento recante il numero di R.G. 13154/2023
RG.N.R”. In data 13/12/2023, le indagini venivano altresì co-delegate al Nucleo
Speciale di Polizia Valutaria di Roma.
Questo vuol dire che già in passato analoghi procedimenti erano stati aperti
contro Hannoun, che sono stati poi archiviati. La riapertura delle indagini è un
segnale di persecuzione politica per il suo attivismo per il diritto
all’autodeterminazione del popolo palestinese (1) e per essere punto di
riferimento della comunità palestinese in Italia.
Inoltre Hannoun ha dichiarato più volte la sua distanza da Hamas. Nell’agosto
2025, a margine della carovana per la Palestina organizzata a Milano, Hannoun
era stato inserito nella blacklist del Dipartimento del Tesoro statunitense con
l’accusa di essere un finanziatore del terrorismo e di promuovere manifestazioni
contro Israele. Le sue dichiarazioni furono chiarissime, nonostante vengano
strumentalizzate dai media:
“Io non appartengo a Hamas, questo lo dico ufficialmente, non faccio parte di
Hamas però faccio parte del popolo palestinese, rispetto ogni fazione
palestinese che rispetta i diritti del popolo palestinese, che lotta per
strappare questi diritti per l’autodeterminazione. (…) Io sono simpatizzante di
Hamas come sono simpatizzante di ogni fazione che lotta per i miei diritti. Per
cui questa frottola, questa accusa di far parte di Hamas, di essere un leader di
Hamas è una bugia, una bufala. Io non faccio parte di Hamas, io non sono leader
di Hamas, io sono un palestinese, io mi impegno, mi sono impegnato da decenni
nella lotta per i diritti del popolo palestinese”.
L’assunto acritico per cui il legame con Hamas viene dato per presupposto, sulla
base di report militari israeliani, rischia di ribaltare l’onere della prova.
Ciò che è assurdo è che quello che si dovrebbe dimostrare, viene dato per
presupposto incontrovertibile. Molti hanno affermato in questi gironi “di avere
fiducia nella giustizia”, ma l’indagine stessa e i suoi documenti sono un
esempio di come la neutralità della magistratura o è un concetto valido non
applicato, o è un concetto ipocrita.
Altro punto interessante nell’ordinanza è la volontà categorica, da parte della
GIP Carpanini, di dimostrare che Hamas (2) non è un movimento di liberazione
nazionale della Palestina, ma un “movimento jihadista”, una minaccia globale che
vuole ribaltare ogni Stato che non si fonda su presupposti fondamentalisti, che
lo sosterrebbero con metodi violenti per sostituirlo con uno Stato di stampo
“islamista”.
Basta leggere le 306 pagine dell’Ordinanza di applicazione della misura
cautelare della custodia in carcere per Mohammad Hannoun e altri attivisti
palestinesi redatta dalla GIP del Tribunale di Genova, Silvia Carpanini, per
capire che non si tratta di un semplice documento di misura cautelare, ma un
tentativo palesemente ideologico di riscrivere la storia con innumerevoli
strafalcioni e imprecisioni, facendo della sociologia spiccia nelle prime 50
pagine. L’ordinanza è un lungo e radicale elogio del suprematismo occidentale –
nonchè una difesa implicita del sionismo – che parte dal presupposto che la
parola dell’Occidente e la sua visione siano sempre superiori rispetto ai
“barbari” che vivono fuori.
Carpanini scrive a pagina 9: “HAMAS ha nel suo stesso statuto la ratifica della
distruzione di Israele e presenta il jihad contro il sionismo come rispondente
alle parole che, secondo alcuni studiosi dell’lslam, sarebbero state proferite
dallo stesso Maometto “l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non
combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno…”. Alla luce di
tali principi e a fronte delle azioni realizzate nel tempo e culminate
nell’ultimo drammatico attacco del 7 ottobre poteva quindi ipotizzarsi HAMAS
come organizzazione terroristica”.
Partendo dal fatto che forse i magistrati in questione non hanno ben presente
cosa sia successo il 7 ottobre 2023 con la Direttiva Hannibal, nell’ordinanza si
“ipotizza” che Hamas sia un’organizzazione terroristica a partire da quello che
avrebbe detto Maometto. Se per dichiarare “terrorista” Hamas basta attingere
vagamente dai testi di riferimento dell’Islam, si potrebbe in egual modo
dichiarare il sionismo come “movimento terrorista” a partire dalla sua storia
(il ruolo dell’Irgun, del Laganah e della Banda Stern nella pulizia etnica della
Palestina fino alla Nakba del 1948) e dalle dichiarazioni dei suoi esponenti più
accaniti. Senza dover fare l’elenco delle bestialità espresse dai sionisti negli
ultimi 80 anni, a partire da Menachem Begin fino ad Itamar BenGvir e Bezael
Smotrich, basterebbe citare Netanyahu e la giustificazione biblica dell’attuale
genocidio a Gaza attraverso il libro del Deuteronomio (25,17): «Ricorda ciò che
ti hanno fatto gli Amaleciti» – aggiungendo – «Ricordiamo e combattiamo. (…) I
meravigliosi soldati ed eroi dello straordinario esercito israeliano
[…] bramano di ricompensare gli assassini per gli atti orribili che hanno
perpetrato sui nostri figli, sulle nostre donne, sui nostri genitori e sui
nostri amici […] [i nostri soldati] sono impegnati a sradicare questo male dal
mondo, per la nostra esistenza, e aggiungo, per il bene di Tutta l’umanità».
Inoltre non è vero che Hamas vuole la distruzione di Israele, ma anzi dal 2007
riconosce la soluzione binazionale per Palestina e Israele (soluzione per altro
impraticabile per un lungo elenco di motivi che non starò qui ad elencare).
Occorre ricordare che Hamas viene classificata come “organizzazione
terroristica” da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e altri Stati, mentre
altri Paesi la considerano una legittima organizzazione di resistenza, quale per
altro è. Hamas è stata dichiarata “organizzazione terroristica” inizialmente
solo da Israele e dagli USA, tant’è vero che l’UE ne ratifica la vittoria nelle
elezioni del 2006: anno in cui Hamas si presenta come legittimo partito
politico. In seguito, su pressione USA, si è adeguata anche l’UE insieme al
Regno Unito. In totale si tratta di 32 Paesi che considerano Hamas
un’organizzazione terrorista, mentre il resto del mondo (162 paesi), con una
mozione approvata all’ONU, dichiara Hamas un “legittimo partito del popolo
palestinese”.
Anche il Presidente brasiliano Lula ha dichiarato: “Hamas terrorista? No, per
noi e per l’ONU non è affatto terrorista. È un legittimo partito politico
palestinese.” Russia, Cina, India, Giappone, America Centrale e del Sud, e la
vasta maggioranza del mondo non la pensa come Europa e Stati Uniti. Questo
dimostra che a prevalere è una visione eurocentrica dei fatti, che si discosta
da tutto il resto del mondo. Vogliamo forse credere che tutto il resto del
mondo, escluso il “paradisiaco” Occidente, sostiene il terrorismo? Che piaccia o
no al mondo occidentale, Hamas come movimento politico ha avuto – alle ultime
elezioni – più del 70% dei voti del popolo palestinese in Cisgiordania e nella
Striscia di Gaza e come tale deve essere un interlocutore.
Dal 2017, nei suoi Statuti, Hamas rifiuta ufficialmente ogni tipo di violenza
fuori dai Territori Occupati Palestinesi e ammette la resistenza all’entità
occupante sionista all’interno della Palestina. Non vi è alcuna ambizione
espansionistica di Hamas fuori dalla Palestina, a differenza di quello sostenuto
dall’ordinanza del GIP Carpanini.
L’ordinanza del tribunale in una nota afferma che “From the River to the
Sea” sarebbe “lo slogan di HAMAS che, spesso inconsapevolmente rispetto alle
origini dello stesso, viene utilizzato nelle manifestazioni di supporto al
popolo palestinese tenute anche in Italia e nel resto d’Europa”.
Forse i consulenti storici che hanno redatto l’ordinanza non sanno che lo slogan
“From the River to the Sea” è usato dai movimenti in solidarietà con il popolo
palestinese e dal popolo palestinese fin dagli anni Sessanta, ovvero più di
vent’anni prima della nascita di Hamas. Che poi sia sopravvissuto nei decenni e
compaia nel 2017 nel manifesto programmatico di Hamas vuol dire solo una cosa:
che riflette il desiderio di tutto il popolo palestinese di tornare nelle terre
abitate prima del 1947 e che si estendevano dal fiume Giordano al Mar
Mediterraneo.
Interessante sarebbe ricordare, ai presunti consulenti storici (se mai ci sono
stati), che c’è un movimento politico che ha sempre pensato di espandersi in
tutto il Medioriente buttando fuori da quelle terre le popolazioni arabe. Quel
movimento si chiama sionismo, ovvero il fondamento politico dell’entità
sionista, ovvero Israele.
Non è un caso che in questi decenni Israele abbia avverato quello che è il sogno
biblico della “Grande Israele” (5), espressione usata in ambito sionista per
riferirsi ai confini auspicati di Israele: dal fiume Nilo all’Eufrate,
costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran
parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto.
Considerando la sequenza degli eventi anche fuori dai confini della Palestina –
l’occupazione israeliana della Cisgiordania, le alture del Golan siriano,
l’ accerchiamento di Gaza e il suo assedio, le ripetute invasione e attacchi
militari del Libano, il bombardamento dell’Iraq, gli attacchi aerei in Siria e i
tentativi di contenere le capacità nucleari dell’Iran – sembrerebbe che la
“Grande Israele” sia stia sempre più realizzando e che il sionismo, insieme
all’Entità sionista, siano una “minaccia globale” per la stabilità del
Medioriente.
Con il senno di poi, alla luce della crescente balcanizzazione del suo vicinato,
possiamo affermare che Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi
successi ciò che furono gli obiettivi del Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon
Yinon nel 1982), che prevedeva una “grande Israele” creato un giorno dalla
distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il
piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle
sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che
avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar
Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato
come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo
necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza
ostacoli con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti
neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani.
Nel 2017, Ted Becker, ex professore di diritto Walter Meyer alla New York
University e Brian Polkinghorn, illustre professore di analisi dei
conflitti e risoluzione delle controversie alla Salisbury University , hanno
argomentato come il Piano Yinon fu adottato e perfezionato in un documento
politico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the
Realm (Rapporto Clean Break), scritto da un gruppo di ricerca guidato da Richard
Perle e Paul Wolfowitz presso l’Institute for Advanced Strategic and Political
Studies, affiliato a Israele, a Washington. Sionisti neoconservatori
statunitensi come Richard Perle e Paul Wolfowitz si aggrapparono a questo piano
di Oded Yinon, lo infilarono silenziosamente nei think tank di destra ben
finanziati di Washington (ad esempio, l’American Enterprise Institute). Alcuni
anni dopo, Richard Perle divenne una delle figure chiave nella formulazione
della strategia di guerra in Iraq adottata durante l’amministrazione di George
W. Bush nel 2003. Il Rapporto Clean Break divenne famoso per aver sostenuto una
nuova politica aggressiva, tra cui la rimozione di Saddam Hussein dal potere
in Iraq e il contenimento della Siria attraverso l’impegno in una guerra per
procura e sottolineando il suo possesso di “armi di distruzione di massa” (mai
esistite realmente).
Sembrerebbe che il Likud, partito d’estrema destra di Netanyahu, stia attuando
entrambi i piani.
Nell’agosto 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato
di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” e che sente un legame
con la visione della “Grande Israele”. Nello stesso mese ha espresso, nel
contesto del genocidio a Gaza, l’intenzione di occupare Gaza per smantellare
Hamas e l’anno precedente il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva
affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo militare della
Striscia di Gaza anche dopo la guerra. Sempre nell’agosto 2025, il governo
israeliano ha approvato la costruzione di 3.000 nuovi insediamenti illegali in
Cisgiordania, dichiarando che l’obiettivo è quello di compromettere
definitivamente la possibilità di nascita di uno Stato palestinese.
Ma nonostante ciò, un Paese come l’Italia preferisce perseguire legalmente,
senza prove, attivisti palestinesi e filopalestinesi e le loro associazioni, con
l’aiuto del loro carnefice.
(1) Con la Risoluzione n. 3236/1974, l’Assemblea generale dell’Onu ha
riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese
https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2016/05/ARES3236XXIX.pdf
(2) “Harakat al-Mugawama al-Islamiyya” (tr. “Movimento Islamico di Resistenza”),
meglio noto con acronimo HAMAS.
(3) L’operazione Scudo Difensivo è stata una grande operazione militare condotta
dalle forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda Intifada. È
stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la Guerra dei
Sei Giorni del 1967.
(4) battlefield evidence (BE) è la possibilità per gli Stati di usare nei
processi penali nazionali le informazioni raccolte in zone di conflitto – in
modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani – con la peculiarità che,
in tali contesti, le potenziali prove vengano raccolte da militari, servizi
segreti o altri soggetti che comunque “non agiscono in qualità di forze
dell’ordine” né con lo specifico fine di raccogliere prove per tribunali, il che
peraltro non toglie che tali prove siano comunque estremamente utili e gli Stati
devono quindi attivarsi perché possano essere acquisite nei procedimenti, purché
raccolte nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Ma chi
ha le prove i documenti forniti dall’IDF siano stati raccolti nel rispetto dei
diritti umani e delle libertà fondamentali? Come si può non dubitare della
raccolta rispettosa dello Stato di Diritto da parte di un esercito che viola
sistematicamente i diritti umani e commette crimini di guerra?
(5) “Grande Israele” è occasionalmente riferito alla Terra Promessa (definita
nel libro della Genesi 15:18-21) od alla Terra di Israele ed è anche chiamato
“Completa Terra d’Israele” o “Tutta la Terra d’Israele” (in ebraico: ארץ ישראל
השלמה, Eretz Yisrael Hashlemah).
Ulteriori informazioni:
https://badil.org/phocadownload/Badil_docs/publications/IT-Rifugiati-Palestinesi-e-il-diritto-al-Ritorno.pdf
Becker, Ted; Polkinghorn, Brian (2017). A New Pathway to World Peace: From
American Empire to First Global Nation, Resouce Pubblications, Eugene, Oregon.
Lorenzo Poli