La guerra comincia prima delle bombe
Riconoscere e contrastare la militarizzazione delle nostre vite
«E’ possibile sapere quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia
della guerra?» (Christa Wolf, Cassandra, 1983)
Il Nobel per la Pace 2026 assegnato a Navi Pillay, giurista sudafricana
protagonista della lotta contro l’apartheid, della giustizia internazionale per
il Ruanda e delle indagini ONU sui crimini commessi a Gaza, assume un
significato particolare in un tempo in cui la forza delle armi prevale sul
rispetto del diritto internazionale e sulla ricerca della giustizia.
La sua storia testimonia che la pace non può fondarsi sulla legge del più forte.
Senza giustizia, senza diritti, senza responsabilità per i crimini commessi, non
può esserci una pace duratura.
Ma la guerra non comincia soltanto quando cadono le prime bombe. Come ricorda
Christa Wolf, esiste una vigilia della guerra: il tempo in cui una società viene
progressivamente preparata ad accettare la guerra come inevitabile.
È ciò che accade quando il riarmo diventa sinonimo di sicurezza, la deterrenza
viene chiamata pace, la paura alimenta il consenso e opporsi alla logica
militare diventa segno di ingenuità o irresponsabilità.
La militarizzazione non riguarda soltanto gli arsenali e le spese militari.
Invade il linguaggio, la cultura, la scuola, l’immaginario collettivo, le
relazioni sociali. Cambia il nostro modo di pensare, fino a far considerare
normale ciò che dovrebbe essere inaccettabile.
È anche il volto di un potere patriarcale che esalta la forza, il comando, la
gerarchia, il dominio sull’altro; che
trasforma le differenze in contrapposizioni e la vulnerabilità umana in una
debolezza da nascondere.
Un femminismo che sia critica di questo potere non si limita a rivendicare un
posto per le donne nelle sue
strutture: ne mette in discussione la logica stessa. Navi Pillay ha ricordato
che le donne non sono soltanto vittime dei conflitti, ma titolari di diritti e
protagoniste indispensabili del cambiamento. È da questa consapevolezza che
nasce la nostra opposizione al militarismo.
Si avvicina il 4 novembre, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze
Armate. Ma che cosa significa oggi celebrare le Forze Armate, mentre si torna a
parlare di eserciti da rafforzare e popolazioni da preparare alla guerra?
Le celebrazioni pubbliche non sono semplici rituali: contribuiscono a formare
l’immaginario delle nuove generazioni e a legittimare le scelte del presente.
Esaltare le imprese militari e il sacrificio per la patria abitua a considerare
la guerra una prova di valore e il riarmo una necessità, un riarmo che si
traduce in scelte concrete: più risorse agli armamenti e all’industria bellica,
meno alla sanità, alla scuola, alle necessità della vita.
Le celebrazioni contribuiscono così a costruire consenso attorno a queste scelte
e a presentare la preparazione di nuovi conflitti come inevitabile.
È questa normalizzazione della guerra che dobbiamo mettere in discussione, anche
il 4 novembre.
Celebrare la forza militare, esaltarne i simboli e il linguaggio contribuisce a
far accettare la guerra come parte del nostro futuro. Opporsi significa
rifiutare che le nuove generazioni crescano nell’idea che combattere sia il loro
destino e prepararsi alla guerra il loro dovere.
Sabato 24 ottobre il Presidio sarà presente dalle ore 17.00 alle 19.00 in piazza
Verdi
UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI
Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità
dell’Arca –
Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’
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Redazione Palermo