È femmina però è bella. Le donne calabresi nelle ricerche di Renate Siebert-Zahar
(archivio disegni napolimonitor)
A partire dal secondo dopoguerra, le donne italiane sono state protagoniste di
numerosi e variegati processi. Non solo la loro voce è diventata sempre più
chiara e distinta, ma l’organizzazione, i tempi e le possibilità delle loro vite
sono radicalmente cambiate. Di fronte a queste trasformazioni, un gruppo di
storiche e sociologhe ha avviato un percorso di ricerca collettivo. Il Griff –
Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile – è nato a Milano nel
1973 e ha messo al centro la figura della donna nelle diverse sfere della vita
sociale, a varie latitudini del paese, indagando il grado di consapevolezza con
cui ognuna viveva le trasformazioni in atto sul piano dell’esperienza
soggettiva.
“Mia mamma mi ha fatto sposare piccola. Vedete una volta i genitori se la
vedevano loro, non c’era il contatto che c’è adesso. Erano sempre distaccati,
non avevamo confidenza, non potevamo parlare con i genitori […]. Ho preso un
uomo con pochissima mia volontà, ma con la volontà dei genitori. Allora mi su
sposata. Mi sono accorta dal secondo giorno che mi sono sposata che avevo
sposato un uomo con cui non potevo essere in unione insieme, e ho sofferto
sempre”.
Questa breve testimonianza proviene dalla storia di vita di Carla, nata in
Calabria nel 1921, e si trova nel saggio di Renate Siebert-Zahar “È femmina però
è bella”. Tre generazioni di donne al Sud. La ricerca, pubblicata nel 1991 da
Rosenberg and Sellier, raccoglie le storie di tre generazioni di donne
imparentate tra loro: Siebert è partita dalle figlie, iscritte all’Università
della Calabria (nate tra il 1961 e il 1966), per risalire alle madri (nate tra
il 1928 e il 1942), e poi alle nonne (nate tra il 1901 e il 1921). Il saggio
contiene le voci di quarantacinque donne, dalle quali emergono percorsi
emancipatori drammatici, in molti casi dolorosi e mai realizzati o ancora opachi
e incompiuti.
Da questo fitto raccontarsi, passando da una generazione all’altra, emerge
innanzitutto una graduale conquista da parte delle donne calabresi della
possibilità di scelta. Dalla situazione senza sbocchi di nonna Carla riportata
all’inizio, dove “la società era l’equivalente della famiglia e l’essere
individuo era equivalente ad assumersi il ruolo di figlia, moglie e madre;
percorsi per i quali la trama era già stata scritta altrove, nel e dal destino”,
si passa alle dure fratture vissute dalle madri, che continuano a vivere
principalmente la sfera della famiglia, alla quale però si affiancano altri
ambiti, sempre più significativi; fino alle figlie, le studentesse
universitarie, che vivono più mondi e che si trovano a scegliere tra diversi
modelli culturali.
Ma facciamo un passo indietro. È femmina però è bella si trova al centro della
biografia intellettuale di Renate Siebert-Zahar. Sociologa, allieva di Theodor
Adorno a Francoforte, Renate si dedica negli anni della formazione al pensiero
di Frantz Fanon. Alla morte di Adorno nel 1969, lascia la Germania e si
trasferisce a Milano, dove trascorre due anni insegnando presso la Scuola
Superiore di formazione in sociologia, diretta allora da Laura Balbo. Insieme a
Balbo, e con altre sociologhe e storiche, nel ’73 fondano il Griff, con
l’obiettivo di indagare il ruolo che la donna andava assumendo nell’Italia del
boom economico e di legare le analisi teoriche con i contesti territoriali e di
vita delle studiose. In un’intervista dirà che è stata l’esperienza del Griff a
segnare il suo modo di rapportarsi alla ricerca e al femminismo, indicando i
rapporti con Balbo e con Adorno ugualmente significativi nella sua crescita
intellettuale. Non a caso, È femmina però è bella si apre con una dedica a Laura
Balbo, una citazione di Adorno e una prefazione di Luisa Passerini.
Nel 1974 le viene offerto un incarico presso l’appena fondata Università della
Calabria. Siebert accetta e vi si trasferisce. D’ora in avanti, i suoi interessi
di ricerca si intrecciano con la questione della modernizzazione del
Mezzogiorno, un processo complesso e contraddittorio di cui fornisce continui
ritratti dedicandosi alla condizione femminile, all’organizzazione della
famiglia, al ruolo della mafia e al potere dello stato. È femmina però è
bella viene ultimato dopo quasi vent’anni di insegnamento e vita in Calabria.
La Calabria, in effetti, è un’altra protagonista del saggio. Attraverso le voci
delle generazioni che la abitano, si delinea un territorio in cui cambiano i
sistemi di credenza, le persone abbandonano l’animismo, il rapporto magico che
le legava al mondo, per approdare a una cosmologia basata sulla
razionalizzazione e sulle libertà e volontà individuali che però si affermerà
solo in parte. Fenomeni sociali “moderni” si mischiano quindi con le vecchie
strutture e istituzioni, in una convivenza senza precedenti che pone la Calabria
al di fuori delle teorie sullo sviluppo elaborate nelle società industriali e
porta a confrontarsi, a detta di Siebert, con un contesto imprevedibile in cui
“il vecchio si è disgregato, ma il nuovo stenta a farsi strada”.
Un importante tassello nella modernizzazione di quegli anni è proprio la
costruzione dell’Università della Calabria, voluta dal partito socialista e
dalla Democrazia cristiana e approvata nel 1968 dal governo Moro. La grande
opera, interamente pubblica, viene realizzata sul modello dei campus inglesi,
prevedendo alloggi per studenti, personale e docenti, sale cinema, teatri,
biblioteche. L’obiettivo è fornire ai giovani e alle giovani calabresi dei
percorsi di formazione che permettano loro di restare in Calabria, una proposta
contro l’emigrazione giovanile.
Tra gli anni Settanta e Ottanta le studiose del Griff investigano la condizione
giovanile femminile in più punti del paese, partendo proprio dalle studentesse
universitarie. Nel caso di Siebert la ricerca si trasforma anche in un’indagine
– una vera e propria inchiesta, commenta Passerini – sullo stato di salute di
questa nuova grande opera pubblica. Inoltre, Siebert aggiunge alla ricerca sulle
giovani studentesse l’approccio generazionale, risalendo alle madri e alle
nonne. E, dato che le studentesse vengono selezionate sulla base di diverse
provenienze, le interviste alle loro madri e nonne porta l’autrice a viaggiare
in tutta la regione. È femmina però è bella è quindi un viaggio in diversi
luoghi della Calabria e nella loro vita quotidiana nel corso dei decenni.
MADRI, FIGLIE, NONNE
Al centro di queste interviste si trovano i lavori svolti da uomini e donne, le
forme di socialità, i racconti dell’emigrazione di mariti e figli, i valori di
riferimento, l’organizzazione della vita quotidiana in seno alla famiglia. Ma
questi mondi emergono dalle storie delle singole donne. Si vede allora come esse
si sono orientate nel contesto sociale e secondo quali logiche hanno compiuto le
loro scelte, “il modo in cui ognuna si è data ragione dei grossi cambiamenti
avvenuti nel mondo in cui vivono”.
Il metodo è quello della narrazione di sé, della memoria autobiografica, in un
“lavoro a due voci” dove la soggettività di chi interroga non scompare, ma anzi
viene accentuata nel rapporto con chi narra. L’indagine relazionale, a diversi
livelli, è la chiave del testo e riguarda anche la costante dialettica che
Siebert rintraccia tra ciò che avviene nel sociale e quanto si trova rielaborato
sul piano della coscienza. Nelle interviste, infatti, emergono anche aspetti
molto intimi: il rapporto con gli uomini, con la propria madre o figlia, le
proprie aspirazioni. Siebert comincia dalle madri, quelle che in confronto alle
altre appaiono nella posizione più dolorosa, perché come riassume Passerini, “a
metà tra cambiamenti profondi a portata di mano, ma in realtà irraggiungibili, e
alcuni cambiamenti possibili più per le figlie che per sé stesse”.
Nonostante la posizione difficile, nella vita delle madri ci sono almeno due
grandi fattori di novità rispetto alla generazione delle nonne. Anzitutto il
lavoro extradomestico e salariato. Non tutte l’hanno praticato, ma si tratta di
una possibilità che a tutte “incute coraggio”, per l’accesso a una autonomia
economica, ma anche per l’apertura a nuovi contesti relazionali. Un altro cambio
di passo è rappresentato dalla possibilità di inseguire “l’amore romantico” e di
sposarsi per volontà propria e non per scelta dei genitori. In realtà, a
posteriori, per molte di queste madri la scelta del matrimonio si rivela
affrettata, in quanto, scrive Siebert, “nell’ansia di liberarsi del ‘padre
padrone’ ci si è tuffate nel legame con un ‘marito padrone’”. Infine, per le
madri è nel rapporto con le figlie che “si gioca tutta la propria identità”.
Sono le figlie che hanno la possibilità di sviluppare percorsi emancipatori per
le madri solo accennati, ed è quindi alla generazione più giovane che quella
delle madri guarda con ammirazione e desiderio.
Le figlie, le studentesse, sono intente a mediare tra vecchi e nuovi valori,
mentre “si è alla ricerca di sé stesse”. Con le madri hanno spesso un rapporto
di cura, a loro volta materno, e più aperto rispetto alla generazione
precedente. Sono consapevoli di trovarsi in un percorso più libero, ma non sanno
con chiarezza cosa vogliono. Scrive Siebert: “Il processo di crescita
emancipatoria diventa doloroso, sofferto, attraversato da una tensione costante
tra un’ambizione sociale molto forte e vincoli familiari e culturali che
spingono nel senso opposto”. Nelle loro vite, la parentela e il vicinato – che
sono stati centrali per le madri e le nonne – vanno scomparendo, ma non vengono
sostituiti da universi relazionali e sociali altrettanto forti e strutturati in
cui le ragazze possano trovare nuove e diverse appartenenze.
Le nonne, infine, ereditano un mondo plasmato dalla migrazione transoceanica che
tra Ottocento e Novecento ha coinvolto la regione. Sono diventate mogli e madri
da giovanissime, per volere dei familiari, e hanno lavorato in casa per tutta la
vita. In generale, tutto delle loro vite è stato scritto altrove, in
particolare, scrive Siebert, “tempi sociali e soprattutto tempi maschili hanno
scandito la loro vita sessuale, riproduttiva e quotidiana”.
La forza del testo di Siebert sta nel mettere in connessione tre generazioni,
interrogandole sugli stessi temi, ponendo l’attenzione sui segni del
cambiamento, ma anche su ciò che permane. L’operazione genealogica mostra una
parabola abbastanza chiara: le donne calabresi ottengono, nel corso del
Novecento, spazi di autonomia, diventano protagoniste delle loro scelte e si
chiedono cosa sia più giusto per loro, distanziandosi dai dogmi familiari e dal
contesto di provenienza. Questo andamento è visibile anche nel rapporto con gli
uomini, per le nonne e madri figure centrali per le sorti della propria
esistenza, oltre che percepite come superiori; per le figlie, invece, figure
molto meno presenti, verso le quali non si nutre alcun senso di inferiorità.
UN LAVORO COMUNE
Alla fine Siebert si confronta in modo esplicito con le ricerche di un’altra
componente del Griff, Simonetta Piccone Stella, giungendo a conclusioni simili
riguardo alle svolte biografiche nella generazione delle ragazze. Come già aveva
notato Piccone Stella nella sua ricerca Ragazze del Sud, la possibilità di
frequentare l’Università rappresenta un particolare privilegio, “un tempo
prezioso”, “uno spazio per la riflessione” per donne che crescono in una realtà
come quella del Mezzogiorno, dove “luoghi e istituzioni preesistono alla
formazione del bisogno di autonomia della donna e lo ignorano”.
Solo alcune delle studentesse prendono parte a gruppi politici mentre molte
avvertono – sia nel campus che fuori – una scarsità di luoghi e contesti adatti
alla socialità, allo sviluppo della vita pubblica, all’incontro fuori dalla
famiglia. Le forme di aggregazione giovanile non vengono valorizzate nelle
storie di vita, mentre ognuna riporta in modo diretto o indiretto “una
sostanziale assenza di riferimenti collettivi” in base alla quale si fatica a
proiettarsi nel futuro.
Se si immaginano nel futuro prevale il modello della “doppia presenza”
– combinazione di lavoro domestico ed extradomestico con una priorità del primo
sul secondo –, che le vede barcamenarsi tra “il lavoro familiare e la maternità
da una parte e una vita da professionista piena di prestigio e denaro
dall’altra”. Mentre le ragazze che sembrano avere uno sguardo più lucido e
consapevole sui propri progetti sono quelle che confessano di non avere un’idea
prestabilita né un modello di riferimento ma di avere invece l’obiettivo di
“conoscere meglio sé stesse, diventare più consapevoli”.
Possiamo dire che è su questa consapevolezza di sé che lavora l’intero saggio.
La forza della testimonianza iniziale di Carla sta in quel “essersi accorta” di
aver sposato un uomo con cui non poteva stare insieme. E quindi, dalla
consapevolezza all’azione, di aver lottato per tutta la vita affinché i figli
non soffrissero delle stesse limitazioni in cui era stato bloccato il suo agire.
Anche per questo, nonna Carla è stata una donna molto aperta ai cambiamenti che
riguardano le nuove generazioni. Tutto il lavoro di Siebert, in questo testo
come in altri, vuole muovere i fili della coscienza per scovare i processi di
consapevolezza, sondare le autoanalisi, incentivare la riflessione su sé stesse.
Ripercorrendo le vite di queste donne viene in mente Comizi d’amore, il
documentario girato nei primi anni Sessanta da Pasolini in tutta Italia, con una
raccolta di interviste a uomini e donne di diverse generazioni. L’elemento di
rottura di quel lavoro consisteva nell’introdurre il tema della sessualità nel
dibattito pubblico, ma serviva anche a costringere intervistati e spettatori a
interrogarsi sui propri valori. In quel caso, i segni del cambiamento nel
rapporto tra generazioni erano molto meno definiti, e spesso emergevano
posizioni conservatrici, giovani che rivendicavano il loro diritto ad agire come
se nulla stesse cambiando intorno a loro, ripercorrendo i passi e le scelte
della generazione precedente. Fatta eccezione per le ragazze, le uniche – lo
nota lo stesso Pasolini in una delle tante apparizioni da regista/intervistatore
– a non assumere il punto di vista delle generazioni precedenti, le uniche a
vedere con lucidità i cambiamenti che ormai le circondavano, a nominarli e
accoglierli di buon grado.
La voce fuori campo che chiude Comizi d’amore, accompagnando le immagini di un
matrimonio tra due giovani, sembra riassumere il sottotesto del lavoro di
Siebert, e forse dell’intero Griff: “Tonino e Graziella si sposano. Del loro
amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che
saranno figli… È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha
pietà. Due ragazzi italiani si sposano e in questo loro giorno tutto il male e
tutto il bene precedenti a essi sembrano annullarsi, come il ricordo della
tempesta nella pace. […] Tonino e Graziella si sposano. E chi sa, tace. Di
fronte alla loro grazia che non vuole sapere. E invece il silenzio è colpevole.
E l’augurio a Tonino e Graziella sia. Al vostro amore si aggiunga la coscienza
del vostro amore”.
Le giovani degli anni Ottanta di Siebert sono ormai non solo consapevoli delle
trasformazioni che le coinvolgono, ma anche impegnate a farci i conti. (barbara
russo)