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Ann Cathrine Bomann / Cosa vedi, quando mi guardi?
Un’esperienza universalmente nota, trovandoci di fronte a un animale, è il desiderio di comprenderlo: capire cosa sta cercando di comunicarci, cosa sta condividendo con un suo simile, cosa desidererebbe, cosa non sopporta. L’uomo è dotato di una voce, che a sua volta è in grado di articolare parole e di esprimere ciò che prova; tuttavia, come accade alla protagonista del romanzo, Vigga, talvolta esprimere ciò che proviamo e pensiamo davvero è immensamente faticoso. Vigga, infatti, spesso sceglie volontariamente di stare in silenzio, dando voce alla sensazione dentro di lei che la fa sentire sempre fuori luogo. Così conosce Rosa, il polpo dell’acquario: condividendo il potere invisibile del silenzio. Vigga è la voce narrante del romanzo La stagione dell’acquario della scrittrice danese Ann Cathrine Bomann, pubblicato quest’estate da Iperborea con una traduzione di Eva Valvo. Bomann ci pone un grande interrogativo: quanto possiamo sentirci compresi dal mondo animale? Quante similitudini possono esserci tra un polpo che vive in un acquario e una ragazza che non si sente a casa in nessun luogo? L’Octopus vulgaris, comunemente chiamato polpo, è un animale intelligente. Non possiede uno scheletro, risultando estremamente flessibile; ha otto tentacoli che riescono a cambiare colore, dove risiede la maggior parte dei neuroni, riuscendo a “pensare con le braccia”, e fotorecettori nell’epidermide, riuscendo forse a vedere con la pelle. Essendo flessibile, scrive Vigga, “il polpo è potenzialità”. Vigga, invece, si sente racchiusa nella “sensazione che al mondo manchi qualcosa che manca dentro di [lei]”: non si sente a suo agio quasi in nessun luogo e con nessuno, ad eccezione della sua migliore amica Maiken. Maiken, però, abbraccia le potenzialità della vita e di quella che lei stessa è in grado di creare: quando rimane incinta, per Vigga sembra aprirsi una strada ancor più solitaria. Passando da un lavoro all’altro quasi apaticamente, un giorno Vigga viene assegnata all’acquario della sua città. Il suo compito è semplice, deve tagliare e pesare il cibo da dare agli animali. Così un giorno si imbatte in Rosa, il polpo dell’acquario, e tra le due nasce una sinfonia fatta di lente carezze e silenzi condivisi – fino a quando, come per Maiken, anche Rosa segue il suo potenziale biologico. Quando non ci si riesce a comprendere né esprimere, il silenzio diventa avvolgente e necessario, solidificando un legame che cresce giorno dopo giorno. Vigga vede in Rosa la sua stessa solitudine e Rosa comprende, forse, il bisogno di Vigga di sentirsi parte di qualcosa, più di quanto sia riuscita a farlo Maiken. Così nasce un’amicizia, un legame che esula dalla mera espressione verbale. Quanto possiamo, quindi, sentirci compresi dal mondo animale? Talvolta più di quanto potrebbero farlo i nostri simili. Con La stagione dell’acquario Bomann scrive un romanzo pieno di empatia e fragilità, mostrandoci come il buio che navighiamo, a volte, appaia sconfinato e solitario, pronto ad accendersi al solo tocco di un’anima che condivide i nostri stessi timori – insegnandoci a non avere più paura. L'articolo Ann Cathrine Bomann / Cosa vedi, quando mi guardi? proviene da Pulp Magazine.
July 28, 2026
Pulp Magazine
Knud Rasmussen / La grande isola “inuit”
Che Trump rivendichi per sé e per i suoi onnipotenti USA la Groenlandia fa ridere, o piangere, e comunque è una boutade che fa scalpore e il giro del mondo, attirando biasimo e sberleffi in egual misura. Eppure, per quanto sia incredibile, non è una novità: lo status di quella che è l’isola più grande del mondo è rimasto a lungo indeterminato, incerto, e in epoca coloniale, prima che la Danimarca affermasse definitivamente (?) la propria sovranità su quelle terre scabre e affascinanti, gli Stati Uniti avevano già avanzato le loro pretese, fondandole su una scoperta che si sarebbe poi rivelata una clamorosa bufala storico-geografica: nel 1892 l’americano Robert Peary, figura discussa di esploratore artico (nel 1909 millantò di aver raggiunto per primo il Polo Nord, impresa messa in dubbio già dai suoi contemporanei e della quale non furono mai fornite le prove), si spinse nel nord della Groenlandia in una delle sue numerose spedizioni cartografiche e battezzò con il nome di “Independence Bay” un fiordo da lui scoperto (con tempismo perfino sospetto: disse che ciò era avvenuto il 4 luglio, il giorno dell’“Independence Day”) e che ancora porta quel nome. Ma Peary compì un errore, o forse fu un arbitrio deliberato: riferì che quel fiordo in realtà tagliava in due la costa settentrionale della Groenlandia, separandola di fatto in due isole, la seconda delle quali, quella che puntava verso l’Artico, ancora inesplorata e soggetta alle rivendicazioni territoriali di chi avesse piantato su di essa la propria bandiera. Rivendicazioni che non mancarono, da parte degli Stati Uniti: e fu proprio per mettere un argine a ogni possibile disputa che la Danimarca si mosse, organizzando una serie di spedizioni volte a dimostrare la fondatezza o meno delle rilevazioni di Peary. La storia racconta di numerose imprese che si succedettero all’inizio del Novecento, molte delle quali tragiche, tutte avventurose: l’introduzione di Bruno Berni a questo volume, di cui è anche l’ottimo traduttore, ne offre un sintetico ma appassionante compendio: basterà qui dire che fu solo nel 1912 che si arrivò a stabilire la verità, e grazie alla spedizione di Knud Rasmussen, della quale A nord di Thule è il dettagliato, quotidiano resoconto: il cosiddetto Canale di Peary non esisteva, il fiordo scoperto dall’esploratore americano si interrompeva dopo un centinaio di chilometri dalla sua imboccatura sull’Oceano Glaciale Artico e la Groenlandia era un’unica isola ininterrotta. Ma se la vicenda è appassionante fin dalle sue premesse, è il diario di Rasmussen, figura leggendaria di esploratore e naturalista danese, a rappresentare un vero gioiello: perché la sua cronaca non è affatto ancella delle motivazioni politiche che spingevano la Danimarca a sostenere e finanziare le spedizioni groenlandesi, mascherando di nobili intenti scientifici le proprie mire egemoniche, ma riferisce con vivida spontaneità la quotidianità di un’impresa condotta ai limiti della sopravvivenza, senza mai smarrire, tuttavia, la bussola dell’entusiasmo e la lucidità dello sguardo dello scienziato e dell’etnografo. La testimonianza di Rasmussen, in effetti, è esemplare e preziosa non soltanto per i dati di carattere geografico e naturalistico che offre, ma soprattutto per le notazioni di carattere etnografico, per la nitida raffigurazione delle popolazioni che abitavano quelle terre remote, coloro che lo stesso Rasmussen e gli imperialisti europei chiamarono a lungo “eschimesi” e che Berni correttamente traduce con inuit, adeguando in modo non arbitrario la loro oggi finalmente riconosciuta dignità alla lingua corrente, in un modo che lo stesso Rasmussen avrebbe certamente condiviso e apprezzato, lui che discendeva in parte da loro (se ne vedono i tratti sfocati nelle fotografie che ci sono tramandate di lui, alcune delle quali presenti in questo volume: giovane e bellissimo, o uomo un po’ più maturo, prima della morte che lo colse prematuramente a cinquantuno anni nel 1933). Un libro che vive, che vibra, che sa di frontiera e che, anche là dove il suo narratore sembra mancare di fiato, sopraffatto dalle distese desolate di una natura grandiosa e ostile, non dimentica mai di guardare all’umano.     L'articolo Knud Rasmussen / La grande isola “inuit” proviene da Pulp Magazine.
June 18, 2025
Pulp Magazine