Torniamo su Michel Foucault nel centenario della nascita
Per l’occasione del centenario (15 ottobre 1926) del grande filosofo francese
riprendiamo dalla rivista Machina un estratto del contributo di Mauro Bertani –
dal titolo Dopo «Sorvegliare e punire» – uno dei saggi fondamentali del
pensiero foucaultiano, a cinquant’anni dalla pubblicazione dell’edizione
italiana: “questo saggio – si scrive nell’apertura – torna a Foucault non per
celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società
disciplinare”.
In sostanza, una riflessione che dalla elaborazione della teoria panottica (dei
suoi dispositivi di sorveglianza e controllo della società, mutuati dai
meccanismi del sistema carcerario) alla governamentalità neoliberale giunge
«fino alla società del controllo descritta da Deleuze, il filo conduttore è il
rapporto tra verità, potere e produzione della soggettività. Ogni forma di
governo, mostra Foucault, implica infatti specifici saperi, tecnologie e regimi
di verità attraverso cui gli individui vengono conosciuti, guidati e sollecitati
a governare se stessi».
Orbene, secondo Bertani: «È da questa genealogia che il testo interroga il
presente: l’espansione del digitale e dell’intelligenza artificiale, anche nel
campo della salute mentale, segnala forse l’emergere di una nuova figura del
soggetto, dall’homo psychologicus all’homo digitalis. La questione diventa
allora eminentemente politica: quali nuove forme di assoggettamento stanno
prendendo corpo e quale etica critica può consentirci di resistervi?»[accì]
__________
[…] È a questo punto delle trasformazioni delle arti di governo contemporanee
che abbiamo visto sorgere quella che Deleuze ha chiamato la «società del
controllo». Una società che non ricorre più agli antichi dispositivi della
reclusione, ma funziona «per mezzo del controllo continuo e della comunicazione
istantanea», non servendosi più delle «macchine semplici» o «energetiche» come
facevano le vecchie società di sovranità o disciplinari.
A cambiare radicalmente il funzionamento della governamentalità contemporanea è
stata, secondo Deleuze, l’apparizione di «macchine informatiche e computer» che
hanno reso possibile una «modulazione universale» grazie a cui ogni individuo è
diventato localizzabile e identificabile in permanenza. E’ così apparsa una
nuova configurazione della soggettività, tanto singolare quanto collettiva,
decomposta, ridotta a dati numerici, a codici, a frammenti digitali che han
fatto sì che «gli individui siano diventati dei “dividuali”, e le masse dei
campioni statistici, dei dati, dei mercati, delle banche».
L’individuo imprenditore di se stesso, nel capitalismo neoliberale, è preso
all’interno di un dispositivo che si modifica in base ai contesti ed agli
ambienti in cui opera, integra – piuttosto che respingere ai margini – quel che
risulta dissonante o differente, ed anzi si innesta sull’eterogeneo alla ricerca
di nuove occasioni e opportunità di investimento.
Le stesse procedure di normalizzazione e regolazione, un tempo rigide e
imperative, cambiano di scala e di morfologia. La società disciplinare
integrava, assimilava, uniformava l’emergere della differenza e dell’eterogeneo,
senza lasciare molti margini di libertà e autonomia, salvo escludere ciò che vi
risultava irriducibile. La biopolitica della governamentalità neoliberale e la
società del controllo non stabiliscono più la norma generale e non tentano più
di farvi aderire, o almeno di riportare alla massima prossimità possibile
rispetto a quella norma, individui e società.
Il rischio e il pericolo sono ormai la materia prima grazie a cui le tecnologie
di governo possono agire e replicarsi incessantemente. Si tratta di gestire,
facendo entrare tutte le virtualità, comprese la malattia o la devianza, in
dispositivi che consentono di elaborare forme sempre più dettagliate e
approfondite di conoscenza e trattamento delle nostre anime e dei nostri corpi.
Il governo biopolitico e il controllo si limitano a suggerire, indurre, spingere
verso linee, sempre mutevoli e in divenire, di partecipazione e coinvolgimento
nelle forme di interazione attuali – come investitori, come imprenditori
responsabili delle proprie performances, come soggetti che devono valorizzare la
propria salute – facendo appello alla libertà, consumandola, diceva Foucault.
Non impongono un movimento unilineare e delle direzioni univoche agli individui
e ai loro comportamenti, col rischio di suscitare reazioni di rigetto o
resistenza.
E operano secondo una velocità infinita e un movimento incessante di
deterritorializzazione e riterritorializzazione, limitandosi ad un governo
indiretto e a distanza delle virtualità – comportamentali, operative, produttive
– sulla base di un controllo mobile, aperto e per nulla orientato verso una
norma rigida prestabilita, ma sufficientemente plastica, duttile, adattabile a
tutte le trasformazioni in atto.
La società disciplinare era quella in cui tutte le strutture sociali erano più o
meno informate dal modello carcerario, che oggi si sta esaurendo. L’esercito non
occupa più un territorio ma mira a destabilizzare innanzitutto la vita delle
popolazioni; la formazione non mira più a normalizzare ma a rendere
l’apprendimento permanente e inconcluso.
Il controllo è diventato «amorfo», è stato detto. E tra le modalità più amorfe
ma forse anche più tenaci di controllo e governo delle anime e delle condotte, e
destinate ad un futuro glorioso, vi sono le tecnologie digitali e di AI per
l’assistenza psicologica: l’homo psychologicus si sta trasformando, via l’homo
neuronalis, in quello che viene chiamato homo digitalis.
Da quando Deleuze e Foucault avevano iniziato a delineare le rispettive
analitiche molte cose sono cambiate, e in modo radicale. In particolare a
partire dal momento in cui il digitale e l’AI hanno iniziato a penetrare e
colonizzare l’organizzazione e il funzionamento complessivi delle nostre
società, i processi produttive, l’organizzazione del lavoro, l’invenzione di
merci che diventano dati, l’estrazione di plusvalore sempre più dall’esperienza
complessiva degli uomini.
In molti hanno sostenuto che l’espansione del digitale e le applicazioni dell’AI
alla produzione di valore starebbero provocando una trasformazione radicale non
solo del capitalismo, fordista e postfordista, ma delle stesse «forme di vita».
La pianificazione algoritmica e i sistemi automatizzati dei processi produttivi,
le piattaforme digitali che hanno trasformato in infrastruttura computazionale
lo stesso mercato, l’organizzazione e la precarizzazione del lavoro, il consumo
sfrenato di risorse energetiche e lo sfruttamento di materie prime, la crescente
diffusione di un sistema monetario sempre più «astratto» e volatile, stanno
infatti provocando anche l’aumento della sofferenza, se non di franche
patologie, che suscitano incertezze e preoccupazioni a proposito dei rischi e
problemi dell’AI generativa.
Ma con l’apparizione del machine learning, del deep learning e delle reti
neurali artificiali, sono anche nati dispositivi digitali per la salute mentale,
che non sono affatto semplici strumenti per più approfondite conoscenze, più
efficaci tecniche diagnostiche e migliori strategie terapeutiche nel campo della
salute mentale.
Contribuiscono, piuttosto, al perfezionamento di macchine (digitali) che curano
in quanto tali, prendendo così parte ad una integrale ridefinizione di che cosa
significhi essere un soggetto un tempo appartenente a regimi di verità, a
relazioni di potere, a modi di costituzione di sé, che stanno dissolvendosi. Con
la diffusione delle nuove tecnologie digitali in psichiatria, psicologia e
psicoterapia, stiamo assistendo alla fine del lungo, faticoso, doloroso lavoro
di trasformazione di sé che era stato proprio delle etiche dell’antichità.
In molti cominciano a sostenere che «di fronte alla digitalizzazione e alle
tecnologie dell’AI» avremmo bisogno di una «nuova etica». Vero. Basta però che
non si riduca alla normatività propria della sola deontologia, ma diventi anche
«politica», ovvero sia capace di mettere in discussione criticamente le nuove
forme della governamentalità, dei poteri e dei saperi che ci assoggettano.
Che sia una genealogia e una analisi critica dei nuovi regimi di verità in cui
siamo intrappolati, poiché «la questione della filosofia è la questione del
presente che noi stessi siamo. E’ per questo che oggi la filosofia è interamente
politica e interamente storica. E’ la politica immanente alla storia, è la
storia indispensabile alla politica». Come già Sorvegliare e punire, a modo suo,
dimostrava.
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