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Il pubblico impiego contro l’economia di guerra. 30 ottobre sciopero generale
IL RIARMO HA UN COSTO, E IL CONTO LO STANNO PAGANDO I SERVIZI PUBBLICI, ASSIEME A CHI LI FA FUNZIONARE. Ogni miliardo speso per le armi esce dalla stessa cassa da cui dovrebbero uscire salari adeguati all’aumento dell’inflazione che a sua volta è alimentata dalle guerre. A fare le spese di questo circolo vizioso sono le scuole, gli ospedali, l’intero tessuto dello stato sociale. Le retribuzioni di chi lavora nel pubblico impiego, solo con gli ultimi due contratti, hanno perso circa il 12% del proprio valore per via del logoramento del potere d’acquisto. Le diseguaglianze si allargano, mentre il carovita ormai è la norma. L’Italia è ultima in Europa per retribuzioni nel pubblico impiego. Eppure, mentre lo stato sociale si svuota, ciò che ne resta viene piegato alle esigenze della macchina bellica. Non è una deriva. È un cambio di modello: meno cura, più caserme. Per rimettere in piedi uno stato sociale adeguato ai bisogni del Paese servirebbero un milione di assunzioni, come delineato da uno studio accademico e come dichiarato dallo stesso ministro Zangrillo. Il Governo Meloni ha fatto l’opposto: ha tagliato le piante organiche, rendendo strutturale la carenza di personale, e ha impoverito i salari con gli ultimi rinnovi. Il risultato si riscontra nei concorsi pubblici, dove le rinunce al contratto a tempo indeterminato si moltiplicano, soprattutto se la sede è fuori regione e il solo costo dell’affitto si mangia quasi la metà dello stipendio. Il lavoro pubblico è diventato un posto da cui si scappa, anche per un sistema di contrattazione antidemocratico, pensato per imporre la moderazione salariale. Per questo scioperiamo il 30 ottobre. Per rilanciare i servizi pubblici e restituire al Paese un welfare capace di assorbire almeno una parte dei danni che carovita e guerre stanno producendo. ABBASSATE LE ARMI, ALZATE I SALARI! NON È UNO SLOGAN, È CIÒ DI CUI L’ITALIA HA BISOGNO. CI VEDIAMO IN PIAZZA IL 30 OTTOBRE. Unione Sindacale di Base
October 20, 2026
Pressenza
Uccisi al lavoro. Ancora una volta
-------------------------------------------------------------------------------- Ieri Carlo Spiga, 61 anni, è morto al Porto Canale di Cagliari, schiacciato da un carico di tubi metallici. Abourabil Ayoub, 31 anni, è morto nel cantiere della stazione Foster dell’alta velocità a Firenze, colpito da una trave. Andrea Di Risio, 21 anni, studente universitario che lavorava come operaio stagionale in una cantina sociale a Scerni, in provincia di Chieti, è morto anche lui mentre lavorava. Alle loro famiglie, alle persone che gli volevano bene e a chi lavorava con loro va tutta la nostra vicinanza. Continuano a chiamarli incidenti sul lavoro, ma non possiamo continuare a raccontare queste morti come fatalità, come se fossero eventi inevitabili, scollegati dal modo in cui è organizzato il lavoro in questo Paese. Da anni denunciamo un sistema che mette il profitto davanti alla vita, in cui la sicurezza diventa una voce di spesa da tagliare, mentre lavoratrici e lavoratori sono costretti a fare i conti con precarietà, salari da fame, ritmi insostenibili e ricatti occupazionali. Tre persone uccise sul posto di lavoro, tre morti che ci ricordano, ancora una volta, quanto sia urgente rompere con un modello economico e produttivo che subordina i diritti delle persone alla ricerca del massimo profitto. Pretendiamo investimenti reali nella prevenzione, formazione adeguata, controlli rigorosi, attrezzature idonee e responsabilità accertate per chi viola le norme. Non accettiamo che si debba rischiare la vita per portare a casa uno stipendio. Non accettiamo che la precarietà e il bisogno diventino strumenti di ricatto. Non accettiamo che il profitto venga prima delle nostre vite. Per questo, il 30 ottobre scenderemo in piazza insieme a USB, che ha proclamato uno sciopero generale contro il carovita, contro la guerra e il riarmo, contro lo sfruttamento, contro la precarietà e contro un sistema che mette il profitto sopra le nostre vite. Riempiamo le piazze e trasformiamo la rabbia in organizzazione, conflitto e lotta collettiva. Perché nessuna lavoratrice e nessun lavoratore debba essere costretto a scegliere tra la propria vita e il proprio salario. PERCHÉ DI LAVORO NON SI PUÒ E NON SI DEVE MORIRE.   Redazione Sardigna
October 16, 2026
Pressenza