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I lavoratori portuali non lavorano per la guerra: 30 ottobre seconda Giornata internazionale di azione. 100 porti, 17 Paesi e 4 continenti
Le adesioni alla seconda Giornata internazionale di azione dei lavoratori portuali, in programma il 30 ottobre, sono in aggiornamento: continuano ad arrivare manifestazioni di sostegno da parte dei sindacati di vari Paesi, portando il totale a oltre 100 porti in quattro continenti, una cifra impensabile fino a pochi mesi fa. Tra gli ultimi a unirsi all’iniziativa figurano la sezione locale 10 dell’ILWU nei porti di San Francisco e Oakland, negli Stati Uniti, l’Unión de Estibadores e Jornaleros nel porto di Veracruz, in Messico, e la sezione dei lavoratori portuali di Amburgo del sindacato ver.di, in Germania. Mercoledì, inoltre, abbiamo ricevuto l’importante notizia che il Consiglio europeo dei lavoratori portuali (EDC) ha deciso di partecipare all’azione. Al momento, gli scioperi interesseranno un tratto di costa che va dalla Francia sud-occidentale al Pireo, per un totale di quasi 1.100 miglia nautiche, mentre i sindacati coinvolti sin dall’inizio gestiscono il 40% di tutto il traffico di container nel Mediterraneo. Sono coinvolti alcuni dei più grandi hub di trasbordo, come Tangeri, Marsiglia, il Pireo, Gioia Tauro, Genova e Mersin, oltre ai principali porti del Nord Europa, del Messico e dell’India. Secondo un primo calcolo lo sciopero potrebbe bloccare 40.000 container per un giorno. Questa giornata di mobilitazione dimostra il potere della classe operaia organizzata nell’opporsi alla guerra. Condanniamo il genocidio del popolo palestinese, perpetrato dallo Stato di Israele con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO, dell’UE e dei governi che collaborano con esso, nonché il vergognoso blocco contro Cuba e le altre aggressioni imperialiste. Basta con la militarizzazione delle banchine e l’automazione che causa tagli occupazionali. In molti Paesi sono stati proclamati scioperi per il 30 ottobre, in Italia sarà uno sciopero generale contro guerra e carovita. I lavoratori portuali non lavorano per la guerra! Nessun lavoratore dovrebbe lavorare per la guerra! Lotta unitaria dei lavoratori di ogni Paese e settore contro la guerra e lo sfruttamento! La giornata internazionale è stata promossa da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e Orsa Porti (Italia) contro i traffici di armi nei porti. In Italia al momento le città portuali in cui si terrà la mobilitazione sono: Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro, ma ci aspettiamo ulteriori adesioni prima della giornata di sciopero. Ecco la mappa con tutte le mobilitazioni previste ad oggi. Unione Sindacale di Base
October 21, 2026
Pressenza
Il pubblico impiego contro l’economia di guerra. 30 ottobre sciopero generale
IL RIARMO HA UN COSTO, E IL CONTO LO STANNO PAGANDO I SERVIZI PUBBLICI, ASSIEME A CHI LI FA FUNZIONARE. Ogni miliardo speso per le armi esce dalla stessa cassa da cui dovrebbero uscire salari adeguati all’aumento dell’inflazione che a sua volta è alimentata dalle guerre. A fare le spese di questo circolo vizioso sono le scuole, gli ospedali, l’intero tessuto dello stato sociale. Le retribuzioni di chi lavora nel pubblico impiego, solo con gli ultimi due contratti, hanno perso circa il 12% del proprio valore per via del logoramento del potere d’acquisto. Le diseguaglianze si allargano, mentre il carovita ormai è la norma. L’Italia è ultima in Europa per retribuzioni nel pubblico impiego. Eppure, mentre lo stato sociale si svuota, ciò che ne resta viene piegato alle esigenze della macchina bellica. Non è una deriva. È un cambio di modello: meno cura, più caserme. Per rimettere in piedi uno stato sociale adeguato ai bisogni del Paese servirebbero un milione di assunzioni, come delineato da uno studio accademico e come dichiarato dallo stesso ministro Zangrillo. Il Governo Meloni ha fatto l’opposto: ha tagliato le piante organiche, rendendo strutturale la carenza di personale, e ha impoverito i salari con gli ultimi rinnovi. Il risultato si riscontra nei concorsi pubblici, dove le rinunce al contratto a tempo indeterminato si moltiplicano, soprattutto se la sede è fuori regione e il solo costo dell’affitto si mangia quasi la metà dello stipendio. Il lavoro pubblico è diventato un posto da cui si scappa, anche per un sistema di contrattazione antidemocratico, pensato per imporre la moderazione salariale. Per questo scioperiamo il 30 ottobre. Per rilanciare i servizi pubblici e restituire al Paese un welfare capace di assorbire almeno una parte dei danni che carovita e guerre stanno producendo. ABBASSATE LE ARMI, ALZATE I SALARI! NON È UNO SLOGAN, È CIÒ DI CUI L’ITALIA HA BISOGNO. CI VEDIAMO IN PIAZZA IL 30 OTTOBRE. Unione Sindacale di Base
October 20, 2026
Pressenza
La manifestazione necessaria ieri, oggi e domani
Ieri ho visto un amico che chiudeva la serranda per paura dei ragazzi in sciopero dalla scuola. Spari di petardi e giovani in rivolta fanno paura. Non importa dove sia successo. Sono in Toscana. Altrove le vetrine rotte consolidano la retorica securitaria del governo Meloni. Eppure la competenza dell’ordine pubblico spetta al governo che dovrebbe rispondere della sua incapacità totale su ogni fronte: dalla sanità pubblica alle scuole che cadono a pezzi, questo governo, come quelli che lo hanno preceduto, non è riuscito a fare quasi nulla. Sono nonviolento, e non sopporto le violenze… ma non sono solo quelle che vi fanno vedere i media e i social media. Ci sono molti modi di uccidere, scriveva Bertolt Brecht, ricordandoci che si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra e che solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato. Questa riflessione risuona oggi con una ferocia e un’attualità sconcertanti, traducendosi nella quotidianità di un sistema che consuma le esistenze con la precisione di un ingranaggio burocratico. Lo si vede nelle nostre aule scolastiche, dove i soffitti crollano e gli edifici cadono letteralmente a pezzi sulle teste degli studenti e del personale, riducendo i luoghi che dovrebbero formare il futuro a trappole strutturali a causa di decenni di tagli selvaggi alla spesa pubblica. Lo si sperimenta sulla pelle dei cittadini quando si scontrano con una sanità pubblica sistematicamente negata, dove le liste d’attesa infinite costringono chi non può permettersi le cliniche private a rinunciare alle cure, trasformando il diritto costituzionale alla salute in un lusso d’élite e la malattia in una condanna d’isolamento. A questo strangolamento sociale si aggiunge la morsa implacabile del caro vita, con salari stagnanti che evaporano di fronte all’impennata dei prezzi dei beni primari, degli affitti e delle bollette, costringendo milioni di persone a una lotta quotidiana per la sopravvivenza biologica che logora il corpo e lo spirito. Eppure, mentre le risorse per la scuola, la salute e il welfare vengono costantemente prosciugate con la scusa della scarsità di fondi, i rubinetti statali si aprono miracolosamente per finanziare le guerre globali e una spaventosa corsa al riarmo, convertendo la ricchezza collettiva in ordigni e strumenti di distruzione. L’apice drammatico di questa logica di annichilimento si consuma oggi nel genocidio del popolo palestinese, una tragedia umanitaria che non rappresenta soltanto il culmine della violenza coloniale, ma si configura anche come un vero e proprio laboratorio globale per il controllo totalitario del dissenso. Le tecnologie di sorveglianza di massa, gli algoritmi predittivi di eliminazione, la censura sistematica sui social media e la criminalizzazione della solidarietà internazionale, testate e perfezionate sulla popolazione di Gaza, vengono progressivamente importate nelle democrazie occidentali per silenziare le piazze, blindare i confini e reprimere preventivamente chiunque osi contestare lo status quo. In questo scenario oppressivo, la cecità istituzionale di fronte al collasso dei servizi civili e la contemporanea efficienza bellica dimostrano come i modi legali di uccidere denunciati da Brecht non siano anomalie del sistema, bensì i suoi pilastri fondamentali. E di fronte ad un sistema criminale, non ci resta altro che la resistenza civile nonviolenta. Prossimi scioperi generali: il 30 ottobre e il 20 novembre. Blocchiamo tutto. Riprendiamoci il futuro. Con amore e nonviolenza. Ray Man
October 20, 2026
Pressenza
Il lavoro può opporsi alla guerra: società civile internazionale unita contro ogni oppressione, sfruttamento e genocidio
GLOBAL SUMUD FLOTILLA A SOSTEGNO DELLO SCIOPERO INTERNAZIONALE INDETTO DAI LAVORATORI PORTUALI PER IL 30 OTTOBRE. In una giornata di mobilitazioni diffuse di studenti e lavoratori in tutto il Sud Europa, lo scorso 15 ottobre al Centro Congressi Cavour di Roma si è tenuta la conferenza stampa ufficiale della rete internazionale Ports in Action, composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia) e Water Transport Workers Federation of India (India), per aggiornamenti sullo sciopero internazionale dei lavoratori portuali del 30 ottobre, per il quale si prevede una giornata di mobilitazione globale. Lanciata inizialmente nell’ambito della Dichiarazione di Istanbul, la protesta si è rapidamente trasformata in una mobilitazione a livello globale. Lo sciopero coinvolge ormai oltre 100 porti principali del Mediterraneo e d’Europa, con una rete di adesioni che si espande di giorno in giorno no a includere i principali hub logistici mondiali, da Oakland e San Francisco negli Stati Uniti a Tangeri, Mumbai e in tutta la Svezia. Nel frattempo, in Italia, lo sciopero dei portuali ha dato il via a uno sciopero generale a livello nazionale che coinvolge tutti i settori lavorativi. L’iniziativa ha ricevuto il sostegno diretto anche dal movimento sindacale palestinese, che rende omaggio al collettivo di sindacati dei paesi aderenti e invita a scioperi e proteste contro la guerra e il genocidio, sollecitando i lavoratori marittimi e i lavoratori del settore dei trasporti in tutto il mondo a unirsi e sostenere questa mobilitazione, rivendicando gli inalienabili diritti del popolo palestinese e continuando a esercitare pressione sui governi, sulle industrie e sulle istituzioni complici dell’occupazione illegale, dell’apartheid e del genocidio in Palestina. Il comunicato giunge in un momento di agitazione generale: l’Italia intera è attraversata da proteste che vedono in prima linea operai, trasportatori e studenti, agricoltori stremati dal caro-carburante che si abbatte sui costi delle produzioni e quindi su una quota fondamentale del settore alimentare; in Francia e in Albania le proteste studentesche dilagano malgrado le reazioni violente della forza pubblica; in Spagna la tensione sociale è altissima e vede la convergenza di tre gravi crisi sociali: caro-aftti, collasso della scuola pubblica e della sanità. La Global Sumud Flotilla sostiene ufficialmente l’iniziativa dei lavoratori portuali, dei sindacati e degli addetti ai porti di tutto il Sud Europa – e del mondo – in occasione di quella che sarà una Giornata Internazionale di mobilitazione, il 30 ottobre 2026. Mentre i lavoratori portuali si preparano a bloccare circa il 40% del traffico containeristico mediterraneo (2 miliardi di dollari di scambi commerciali giornalieri) rifiutandosi di prendere parte al commercio di armi, Global Sumud Flotilla aderisce a questo storico sciopero con un imperativo strategico: l’occupazione, l’apartheid, il genocidio in corso a Gaza, sono direttamente sostenuti dalle catene di produzione e approvvigionamento. Chi produce, chi trasporta, chi garantisce i servizi ha nelle proprie mani una responsabilità: può esercitare il rifiuto di cooperare con la macchina bellica, il blocco della produzione e dei transiti di armamenti. La società civile ha il dovere politico e morale di sostenere i lavoratori in una battaglia che coinvolge tutti e che ha ricadute sull’intero sistema sociale dei paesi implicati: dalla militarizzazione della scuola alla distruzione sistematica del welfare, dalla prospettiva della leva obbligatoria alla repressione del dissenso. OLTRE 100 PORTI COINVOLTI IN TUTTO IL MONDO. VERSO LA GIORNATA DI MOBILITAZIONE GLOBALE. “SE LA SOCIETÀ SI OPPONE E IL LAVORO SI FERMA, SI FERMA ANCHE LA GUERRA” CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA E LE COMPLICITÀ In un tempo segnato da una guerra mondiale frammentata, dobbiamo spezzare la logica cinica dell’economia bellica. Le risorse pubbliche che dovrebbero finanziare la sanità, l’istruzione e il welfare vengono sistematicamente dirottate verso l’industria degli armamenti, trasformando il dolore dei popoli in prodotto finanziario. I risultati sono davanti ai nostri occhi: sistema scolastico e sanitario al collasso, crescita sconsiderata del costo dell’energia, compressione dei salari e lo spauracchio della guerra alle porte che viene continuamente presentata come una realtà ineludibile. Denunciamo le complicità politiche, industriali e finanziarie di chi, con il proprio silenzio o con il sostegno attivo, legittima la violazione del diritto internazionale, rende possibili i massacri di civili in diverse regioni del mondo e permette il genocidio dei Palestinesi. Non c’è neutralità di fronte agli interessi delle oligarchie finanziarie sostenute dai governi europei e, fra questi, dall’Italia. LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE Per invertire la rotta, l’unica via d’uscita è rilanciare una grande mobilitazione internazionale, che si fondi sulla solidarietà con i popoli oppressi e sull’opposizione alle istituzioni complici. Solo unendo i movimenti dei lavoratori, le reti civiche e le forze antimilitariste a livello globale potremo riprendere il cammino verso un futuro di giustizia e dignità per tutti i popoli. Esigere il rispetto della legge 185/90 significa affermare un principio sovrano: il lavoro italiano non può essere complice dei mercati di morte. Se lo Stato viola le sue stesse leggi per favorire l’economia di guerra, spetta ai lavoratori fermare la catena del massacro in nome della legalità e dei diritti umani. Questa norma dà sostanza all’articolo 11 della Costituzione. Pretenderne la piena applicazione, bloccando il transito di armi, significa difendere lo Stato di diritto contro gli interessi dell’industria bellica. Ci opponiamo all’ingresso delle forze armate e delle aziende della difesa nelle scuole di ogni ordine e grado (attraverso progetti didattici, alternanza scuola-lavoro o orientamento) ai diversi tentativi di normalizzare la cultura della guerra e del militarismo tra i giovani. Denunciamo la sinergia fra la ricerca scientifica e accademica e gli interessi dell’industria bellica. Fondi di ricerca vengono stanziati per tecnologie dual-use (civile e militare), orientando il sapere verso la progettazione di sistemi che alimentano i conflitti anziché risolvere le crisi. Contestiamo la stipula di accordi di cooperazione scientifica e di scambio tra le università italiane e gli istituti di ricerca o le aziende di Paesi coinvolti in teatri di guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani. IL NOSTRO APPELLO LA MACCHINA DI GUERRA FA AFFIDAMENTO SUL NOSTRO LAVORO PER CARICARE LE PROPRIE MERCI E SUL NOSTRO SILENZIO PER IMPORRE I PROPRI BLOCCHI. NON CONCEDEREMO LORO NÉ L’UNO NÉ L’ALTRO. I PORTI SI OPPORRANNO E LA SOCIETÀ CIVILE SI MOBILITERÀ PER BLOCCARE IL FLUSSO DELLA GUERRA OVUNQUE E RIVENDICARE DIGNITÀ, GIUSTIZIA, LA FINE DEL GENOCIDIO E DELL’OCCUPAZIONE PER UNA PALESTINA LIBERA – DAL FIUME AL MARE. GLOBAL SUMUD FLOTILLA INVITA TUTTE LE RETI TERRITORIALI, I MOVIMENTI, I SINDACATI E LA SOCIETÀ CIVILE INTERNAZIONALE A SOSTENERE LO SCIOPERO DEL 30 OTTOBRE, A PARTECIPARE ALLE MOBILITAZIONI E A COSTRUIRE PRESIDI DAVANTI AI PORTI E ALLE SEDI DELLE ISTITUZIONI COMPLICI. ACCANTO AI LAVORATORI A TERRA, GSF ATTUERÀ AZIONI COORDINATE IN MARE CHE SARANNO RESE NOTE IN PROSSIMITÀ DELLA DATA. IL LAVORO PUÒ OPPORSI ALLA GUERRA. LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE È L’UNICA ARMA CHE ABBIAMO. CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA, CONTRO IL GENOCIDIO. PER LA PALESTINA LIBERA – DAL FIUME AL MARE   Global Sumud Flotilla
October 20, 2026
Pressenza
I portuali di tutto il mondo proclamano uno sciopero globale contro il riarmo
I portuali hanno deciso di unire nuovamente le forze e scioperare contro riarmo, economia di guerra e genocidio in Palestina. Dall’Italia alla Spagna, passando per Grecia, Marocco, Turchia e Francia: più di 40 porti si mobiliteranno il prossimo 30 ottobre, dando continuità alla manifestazione di febbraio. Lo sciopero internazionale dei portuali è organizzato in Italia dall’Unione Sindacale di Base (USB), cui si è aggiunta ORSA. I lavoratori incroceranno le braccia in un periodo già segnato da forti rivendicazioni in tutta Europa, che hanno riproposto con forza nell’agenda politica temi per anni sacrificati: casa, salari, istruzione. A tenere insieme il loro sottofinanziamento è oggi la corsa al riarmo, a cui i portuali si oppongono, sostenendo che «le risorse pubbliche devono essere destinate ai bisogni delle persone e non al finanziamento della guerra». Ad affiancare le sigle italiane nella giornata internazionale di mobilitazione saranno CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), ODT (Marocco) e Liman-İş (Turchia). Proprio a Istanbul si erano dati appuntamento i delegati sindacali a tre mesi dallo sciopero di febbraio, che ha mobilitato più di 20 scali portuali contro il riarmo. In Turchia è stato deciso di dare seguito a quella protesta, ampliandola. I numeri sono così raddoppiati. Il prossimo 30 ottobre sono attese manifestazioni e blocchi in almeno 40 porti sparsi tra il Mar Cantabrico e il Mar Mediterraneo, come quello di Genova o di Gioia Tauro. A Istanbul i sindacati hanno adottato anche una Dichiarazione, che rappresenta di fatto il manifesto programmatico della loro lotta transfrontaliera. Come primo punto, i portuali rivendicano «l’immediata fine del genocidio del popolo palestinese e il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente riconosciuto dalla comunità internazionale entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est capitale». Una posizione coerente con la postura adottata dai portuali negli ultimi tre anni, che li ha visti in prima fila nelle manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese, partecipando anche all’ultima Flotilla diretta a Gaza e assaltata illegalmente da Israele in acque internazionali. Legato a doppio filo al genocidio palestinese è l’interesse dell’economia bellica, che ne trae profitto, come denunciato dalla Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese. Non a caso, i portuali rivendicano il «no all’economia di guerra, ai piani di riarmo dei governi e alla militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche». Piuttosto, si chiede che le risorse pubbliche vengano «destinate ai bisogni delle persone» e che i contratti collettivi garantiscano «veri aumenti salariali, occupazione stabile, riduzione dell’orario di lavoro e un sistema pensionistico dignitoso». La mobilitazione nei porti si lega così allo sciopero generale indetto proprio per il 30 ottobre da USB, rivolgendo un appello a tutti i lavoratori del pubblico e del privato per realizzare una diffusa giornata di protesta. «In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti, che pesa fortemente sui magri salari di milioni di lavoratori e lavoratrici che ormai non recuperano neanche più l’inflazione; di contro, l’inconsistenza dei provvedimenti assunti dal governo Meloni, schierato apertamente dalla parte delle compagnie petrolifere e delle banche». Nel Sud Italia, da giorni, agricoltori e autotrasportatori hanno unito le forze contro il caro carburante, che sta mandando in crisi migliaia di lavoratori e aziende. Sull’orizzonte occupazionale pesa poi la chiusura dell’Ex Ilva e l’assenza di piani di ricollocazione, che ha fatto scattare la protesta a oltranza a Genova e Taranto. Nelle scuole si moltiplicano le occupazioni, con gli studenti che denunciano affitti insostenibili e carenze nel diritto allo studio, unendosi al filone di lotta spagnolo e francese. Il filo conduttore è la contestazione alle priorità del decisore politico, appiattitesi sui tagli alla spesa pubblica, fatta eccezione per quella bellica.   L'Indipendente
October 15, 2026
Pressenza