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Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Comune-info.net: Autonomia differenziata e controllo del territorio
DI RENATA PULEO SU COMUNE-INFO DEL 28 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Renata Puleo, pubblicato su Comune-info.net il 28 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle...continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)
La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi? La risposta, come sempre, è scomoda. In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare […] L'articolo Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano) su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Casalecchio. Parcheggi a pagamento davanti a Casa della Salute ma gratis ai centri commerciali
La logica del capitale continua a produrre assurdità come quella esposta nel titolo e le Giunte di Centro (ex Centro Sinistra) ci si infilano dentro che è un piacere! Anche a Casalecchio… La querelle è relativa alla scelta di rendere a pagamento il parcheggio antistante la Casa della Salute; infatti, […] L'articolo Casalecchio. Parcheggi a pagamento davanti a Casa della Salute ma gratis ai centri commerciali su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano
Fabbrica e territorio: due culture politiche
LA CENTRALITÀ CHE UN TEMPO RIVESTIVANO FABBRICHE, SALARI E RAPPORTI CON LO STATO, CHE SPAZIAVANO DALLO SCONTRO ALLA NEGOZIAZIONE, È DIVENTATA MOLTO MENO RILEVANTE NELLA VITA REALE DELLE PERSONE. UNA NUOVA CULTURA POLITICA, NATA INTORNO A CHI VIVE I TERRITORI, DOVE SONO PIÙ FEROCI LE NUOVE AGGRESSIONI DEL CAPITALISMO MA DOVE EMERGONO ANCHE INEDITE AZIONI COLLETTIVE INTORNO AI TEMI DELL’AUTONOMIA, HA COMINCIATO OVUNQUE A PRENDERE PIEDE NEGLI ULTIMI TRENT’ANNI. TUTTAVIA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, RESTA APERTA UNA QUESTIONE DIFFICILE DA RISOLVERE: COME RAPPORTARSI CON LA CULTURA POLITICA DEL LAVORO SALARIATO E DELLE FABBRICHE: SEMBRA NECESSARIO COSTRUIRE PONTI A proposito di inedite alleanze e territorio: un’assemblea (7 giugno 2026) a Firenze del Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn con le filiere contadine di produzione diretta e con chi lotta contro lo sfruttamento nelle campagne -------------------------------------------------------------------------------- Per gran parte del XX secolo, e anche per una porzione del secolo precedente, i capitalisti erano determinati ad acquisire lavoratori, in particolare lavoratori qualificati, al fine di sfruttarli e accrescere la propria ricchezza. Il fulcro della vita economica ruotava attorno al lavoro salariato. I lavoratori si costituirono in classe attraverso conflitti con i capitalisti e lo Stato, dando vita a sindacati e partiti politici per contrastarne il potere. Con la “rivoluzione mondiale del 1968” (Wallerstein), il capitale si sentì messo alle strette e iniziò a smantellare i tradizionali complessi industriali, delocalizzando le fabbriche in Cina e in Asia e automatizzando gli impianti di produzione, fino ad arrivare alla robotizzazione, eliminando così la problematica presenza dei lavoratori. Il nucleo dell’accumulazione si spostò dal capitale produttivo a quello speculativo. L’accumulazione per espropriazione o furto (Harvey) è diventata più importante della riproduzione su larga scala del capitale (Marx), che non è mai scomparsa, ma ha cessato di essere il nucleo dell’arricchimento capitalistico in Occidente. Parallelamente, ma come parte dello stesso processo, il capitale più concentrato ha monopolizzato il potere politico, impadronendosi degli Stati nazionali per trasformarli in scudi per i propri interessi. Le cosiddette libertà democratiche sono sempre più limitate, quando ancora esistono. Con questi cambiamenti, sorgono anche nuove sfide per i popoli oppressi e sfruttati del mondo. La più importante è che la cultura dell’azione collettiva del periodo dell’egemonia industriale (sempre in Occidente) non era più sufficiente né utile nel periodo dell’espropriazione. La centralità che un tempo rivestivano fabbriche, salari e rapporti con lo Stato (che spaziavano dallo scontro alla negoziazione) è diventata molto meno rilevante nella vita reale. Ma questo non valeva per la coscienza collettiva, quindi il mondo del lavoro ha continuato a funzionare sostanzialmente allo stesso modo. Si tratta di un fenomeno comune nella storia sociale, poiché la cultura in generale, e la cultura politica in particolare, si evolve molto più lentamente delle relazioni sociali. Sebbene le arti spesso anticipino il futuro e mantengano un atteggiamento critico, il potere creativo viene solitamente soffocato dall’implacabile ostilità dei media mainstream e dalla mercificazione dell’espressione artistica, cosicché la creatività finisce per essere assoggettata al mercato o relegata ai margini. A poco a poco, le comunità scoprirono che la trasformazione capitalistica aveva trasformato i loro territori in centri di accumulazione attraverso l’espropriazione. Gli anni ’90 furono un decennio cruciale, con l’avvento del neoliberismo che generò ondate sismiche in grado di riorganizzare completamente i settori industriali e il mondo del lavoro. In quegli stessi anni, si verificò un profondo cambiamento nel concetto stesso di territorio, che cessò di essere lo spazio in cui si instaura il monopolio della violenza legittima (Weber), per diventare invece un insieme eterogeneo di territori all’interno dello stesso Stato-nazione. La vera novità risiede nel ruolo dei popoli che abitano questi territori: principalmente comunità indigene, nere e contadine, sebbene anche le periferie urbane abbiano iniziato a svolgere un ruolo di primo piano. L’accumulazione per espropriazione implica lo spostamento delle popolazioni per riorganizzare i territori a beneficio del capitale (Subcomandante Marcos), il che in realtà rende visibili i soggetti collettivi che li abitano. Pur non volendo cadere in un determinismo semplicistico, credo che la trasformazione del capitalismo e dello Stato, e l’emergere di nuovi soggetti collettivi, siano alla base dell’ascesa di una nuova cultura politica che ha iniziato a prendere piede negli anni ’90. Questa nuova cultura dell’azione collettiva, che pone al centro i territori e le persone che li abitano, ruota attorno all’autogoverno territoriale e alla difesa dei propri spazi: modalità che definiamo autonomia. Non è un caso che le autonomie stiano prendendo piede nel continente proprio quando si intensificano gli espropri, perché per queste popolazioni è il modo migliore per difendere il proprio territorio e la propria vita. I nuovi problemi che stanno emergendo sono: come difenderci meglio dalla violenza militare, narco-paramilitare che converge per facilitare l’espropriazione; come e in che modo costruire qualcosa di nuovo nei nostri territori, che non sia una mera copia del vecchio. Questi sono dibattiti di primaria importanza. Una questione difficile da risolvere, sulla quale abbiamo fatto pochi progressi, è come rapportarsi a queste due culture politiche: quella del lavoro salariato e quella della terra, quella che guarda allo Stato e quella che costruisce l’autonomia. È possibile che una sola di queste due culture non sia sufficiente a fermare il capitalismo, quindi sembra necessario costruire ponti e, auspicabilmente, stringere alleanze. Sono convinto che l’autonomia sia il modo migliore per difendere la vita, ma comprendo anche che per le popolazioni urbane rappresenta una sfida talmente ardua da sembrare irraggiungibile. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fabbrica e territorio: due culture politiche proviene da Comune-info.
June 12, 2026
Comune-info
LETTERA APERTA A COLDIRETTI PIEMONTE, CONFAGRICOLTURA PIEMONTE, CIA PIEMONTE, COOPERATIVA LA MARUNA, CONSORZIO TUTELA VINI DOC VALSUSA
Riprendiamo questa lettera aperta e petizione di Movimento Terra – Collettivo di contandini della Valsusa Contadini Valsusini – oltre l’inganno pure la beffa! Siamo schiacciati tra alti costi di produzione […] The post LETTERA APERTA A COLDIRETTI PIEMONTE, CONFAGRICOLTURA PIEMONTE, CIA PIEMONTE, COOPERATIVA LA MARUNA, CONSORZIO TUTELA VINI DOC VALSUSA first appeared on notav.info.
May 19, 2026
notav.info
Villaggio delle Rose: cronaca di una resistenza urbana tra fango, burocrazia e identità – di Dijana Pavlovic e Paolo Cagna Ninchi
Milano, da un po' di tempo a questa parte, è usata spesso come esempio negativo della gentrificazione urbana, quasi fosse il "faro" della speculazione edilizia. Ma Milano, ovviamente, non è solo questo: è anche specchio di creazione, invenzione e resistenza della marginalità urbana. È questo il caso del Villaggio delle Rose, nella periferia Sud [...]
April 9, 2026
Effimera
Un territorio già provato
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Primo numero (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è qualcosa di profondamente ingannevole nelle piogge e nelle nevicate di questi giorni. Sembrano eccezionali, quasi imprevedibili, e invece non lo sono. A renderle tali è prima di tutto il contesto in cui arrivano: un inverno lungo e arido, segnato da una siccità ostinata e inquietante. Montagne senza neve, fiumi ridotti a cicatrici asciutte, campagne esauste, animali in sofferenza. Un territorio già provato, già fragile. E così, quando finalmente l’acqua arriva, non è una benedizione. È una minaccia. Quell’acqua non cade su una terra viva, capace di accoglierla. Cade su un suolo che abbiamo reso morto: asfaltato, cementificato, impermeabilizzato. Un suolo che non assorbe, non trattiene, non restituisce. L’acqua allora scivola, accelera, si accumula. Non ricarica le falde, non nutre i campi. Travolge. È qui che il disastro naturale smette di essere “naturale”. I fiumi esondano perché sono stati trasformati. Argini cementificati, letti artificialmente “rettificati”, corsi d’acqua costretti in geometrie che non appartengono loro. E attorno a questi fiumi si è costruito ancora, e ancora, e ancora. Come se l’acqua non avesse memoria. Come se non tornasse mai a reclamare il proprio spazio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio maltrattato, piegato a una logica estrattiva che non conosce limiti. Abbiamo strappato risorse, occupato spazi, piegato acqua, vento e sole a un uso immediato, senza misura. Un rituale senza misticismo, senza restituzione. Solo consumo. Solo accumulo. Solo macerie, alla fine. Il crollo del ponte sul Trigno, lungo la Statale 16 “Adriatica”, a Montenero di Bisaccia (Campobasso), non è un incidente. È una metafora potente, dolorosa. È la rappresentazione concreta di una frattura più profonda: quella tra ciò che diciamo – “va tutto bene, è sotto controllo” – e ciò che accade davvero. Una bocca aperta sul pericolo che smentisce l’equilibrio rassicurante delle narrazioni ufficiali. E allora le domande diventano inevitabili. Cosa è stato fatto, in questi vent’anni, per mettere in sicurezza il fiume Biferno, dalla diga del Liscione (tirata su un invaso artificiale formato negli anni sessanta) fino al mare? Cosa è stato fatto per il Trigno? Cosa per le strade che costeggiano questi corsi d’acqua? La risposta principale, guardando ciò che accade oggi, è brutale nella sua: poco o nulla. O peggio, interventi inutili. Eppure le risorse c’erano. La testata locale Primonumero lo ricorda con precisione: dopo l’alluvione del 2003 furono stanziati circa 15 milioni di euro per la messa in sicurezza del tratto terminale del Biferno. Fondi rimasti sostanzialmente inutilizzati. Non è una dimenticanza. È una scelta politica. Già allora, nel 2003, si diceva con chiarezza: non è una fatalità, manca una politica di prevenzione del territorio. E mentre si denunciava l’assenza di interventi, la legge finanziaria tagliava proprio lì dove sarebbe servito investire: difesa del suolo, protezione civile, tutela ambientale. L’ambiente ridotto a “cenerentola” della spesa pubblica, appena lo 0,4 per cento del bilancio. Nel frattempo, si finanziavano grandi opere, si inseguivano promesse di sviluppo rapido, si prosciugavano le risorse per la manutenzione e la cura. Il risultato è quello che vediamo oggi: un territorio esposto, vulnerabile, incapace di reggere eventi che, per quanto intensi, non sono più eccezioni ma parte di una nuova normalità climatica. Il lago di Guardialfiera (o del Liscione) incombe ancora come una minaccia. Una massa d’acqua che, quando il “troppo pieno” viene aperto, scarica a valle una quantità che il fiume non è più in grado di contenere in sicurezza. Qui la questione non è tecnica, è politica: dimensionare il letto del fiume, prevedere, prevenire. Fare i conti con la realtà. Ma quei conti non sono mai stati fatti davvero. E allora torniamo al punto di partenza: non è la pioggia il problema. È il modo in cui abbiamo trasformato il territorio. È l’assenza di una visione. È la scelta sistematica di rimandare, di non intervenire, di preferire l’emergenza alla prevenzione. In questo quadro, c’è qualcosa di ancora più stridente. Mentre territori come il Molise crollano sotto il peso del dissesto idrogeologico, si continuano a spendere risorse immense altrove: nella guerra, nella distruzione, nella produzione di insicurezza globale. Eppure l’urgenza vera è qui, sotto i nostri piedi. È nella cura di un mondo già ferito, già compromesso. Non è più tempo di dichiarare emergenze. Non è più tempo di promesse. È tempo di scegliere. Scegliere se continuare a inseguire uno sviluppo che consuma e distrugge, o se finalmente investire nella salvaguardia del territorio, nella sua manutenzione, nella sua rigenerazione. Perché senza territorio non c’è comunità, non c’è alcun tipo di economia, non c’è futuro. Ogni alluvione che continuiamo a chiamare “eccezionale” è, in realtà, una responsabilità collettiva che torna a galla. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un territorio già provato proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info