Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA
PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN
PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI
LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI
PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE
COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO
NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO
Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze
--------------------------------------------------------------------------------
Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro
fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei
restituirne qualcosa.
L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai
compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di
resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e
pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila
euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza.
Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste.
Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un
difficile, esile cammino, ma è un cammino…
Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato
nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare
l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale,
etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono.
Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori.
La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”.
“Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È
necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non
più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che
lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa:
spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su
obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E
quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere,
affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto
nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre,
contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo
di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche
forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è
stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto
anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato
a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici,
utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente
connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal
1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo.
Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è:
“Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha
un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a
individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della
vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione
dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far
ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva,
non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca
di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un
‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione
di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci.
La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile,
consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci,
riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni
evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve
sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza
filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole
hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di
vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come
tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre
particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza
del Mondo.
“GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo
modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in
lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la
convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto –
pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da
costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai.
E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola
come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo
bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo:
“responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia,
della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni,
trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire.
In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a
disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni
operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma
nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi
articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della
trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema
nell’indifferenza per il genocidio di Gaza.
Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa
rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta
e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni,
incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol
dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno
cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non
delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo
pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il
prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto
produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per
trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con
un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per
quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del
genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio.
Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza
la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna
partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò
significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni
essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente,
separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”.
Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione
pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima
maggioranza v’è coincidenza.
Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque
anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con
il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai,
con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità
di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio
dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di
letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita.
Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra
le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad
esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio,
“letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i
limiti tradizionali delle lotte operaie.
Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre
la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno
schermo socialdemocratico. Questa è la situazione.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da
Comune-info.