Vendesi croce alla Trappa di Sordevolo
È passato già un mese dalla prima Local March for Gaza, l’iniziativa che ha
visto un gruppo di cittadini attraversare le aree interne lungo il cammino di
Oropa marciando per boschi, sentieri e piccoli paesi al fine di portare un
messaggio di pace, una richiesta di giustizia, una petizione.
Mentre la petizione è pronta a ripartire lungo altri otto percorsi, altre otto
Local March for Gaza lungo l’Italia, noi qui continuiamo a incontrarci, a tener
viva la fiamma di una resistenza che mette radici nel territorio. È così che un
sabato di metà agosto ci trova alla Trappa di Sordevolo, immersi fra le
montagne, con lo scrittore palestinese Muin Masri.
L’incontro, Parole per Gaza, inizia con una lettura itinerante, corale e
coreografica del libro Vendesi Croce di Muin Masri. Le parole, a tratti macigni
sul cuore, a tratti balsamo per le ferite, ci lasciano in silenzi densi che
spezziamo con i passi, ora salendo in cima a una collina, aprendoci alla vista
delle montagne, ora stringendoci nelle sale pietrose della Trappa. Ha un che di
rituale, di artistico, di umano, camminare e ascoltare così, insieme. Le
emozioni, solitamente tenute a bada per potersi occupare delle cose di tutti i
giorni, tornano a fluire. Mentre il velo che normalmente le copre si
assottiglia, per un attimo il mio pensiero va al libro Hospicing Modernity di
Vanessa Machado de Oliveira, che molto parla dell’importanza di ricostruire la
nostra capacità di stare a contatto con i problemi, di sostenere il dolore senza
dissociarci, scappare via, impazzire. Non è cosa da poco, mi dico, anzi, come
scrive l’antropologa Stefania Consigliere «Quando la struttura profonda di un
mondo costruito sulla violenza si mostra senza orpelli, c’è da restare
inebetite”. Di recente un uomo di grande intelligenza e sensibilità ci diceva
che, se all’improvviso tutti i cittadini del primo mondo avvertissero la
violenza, lo sfruttamento e la crudeltà che fondano e che rendono possibile il
nostro mondo, non potrebbero resistere all’impatto.»
Eppure la cornice artistica e lo stare assieme non solo ci consentono di
resistere all’impatto, ma anche di trarne significati e intenti comuni, di
rafforzare i legami.
Il giro ad anello, nel frattempo, ci ha riportati in una sala con un proiettore.
Ci sediamo e insieme guardiamo il video della Local March for Gaza.
«Ogni volta che lo vedo mi torna la pelle d’oca», dice Muin Masri, che ha
partecipato al cammino insieme alla sua famiglia. Qualcuno, nella tappa di
Magnano, gli aveva chiesto «Questa marcia servirà a qualcosa?», ci racconta, e
lui aveva risposto di sì. Se vi sentite in colpa voi siamo persi, aggiunge,
sottolineando l’importanza di celebrare ogni breccia di umanità che apriamo.
Inizia così il racconto del suo percorso, del suo arrivo in Italia negli anni 80
senza neppure salutare la madre.
«L’ho chiamata appena ho messo piede a Roma, per dirle che non tornavo a cena»,
ci dice. «Perché sapete, le madri tendono ad aspettare sempre che i figli
tornino a cena. Lei all’inizio pensava che scherzassi. Noi palestinesi
scherziamo molto, perché sappiamo che la vita potrebbe finire in qualsiasi
momento. Poi quando mi ha preso sul serio mi ha detto due cose. La prima è
stata: attento perché in Italia c’è la mafia. La seconda è stata: racconta
quello che hai visto e vissuto qui. Io ho risposto che non c’era niente da
raccontare lì, che non c’era niente. “Racconta di quello che non c’è, dell’acqua
che manca, della corrente interrotta, degli studenti che si mettono a studiare
sotto i lampioni della luce perché è l’unico spazio in cui poter leggere”, ha
risposto lei.»
Muin Masri, tenendo fede alla richiesta della madre, racconta, si fa testimone.
L’importanza dello studio come forma di resistenza è un elemento che ritorna a
più riprese nella sua storia, come anche la necessità di non lasciarsi mangiare
dall’odio, dal rancore, di agire per rendere il fardello delle future
generazioni via via più leggero.
«Mia figlia, quando facciamo la spesa, scannerizza sempre tutto», ha raccontato
Muin ad un certo punto sorridendo, e il discorso si è aperto ad interventi
sull’importanza delle iniziative che vanno a toccare dal vivo l’economia, dal
boicottaggio alla più recente iniziativa partita dall’appello della giornalista
Bisan Owda Global Strike for Gaza che chiede a partire dal 21 agosto, ogni
giovedì, di non fare acquisti di nessun tipo, fino al risparmio critico,
controllando se i propri risparmi sono in una banca armata e spostandoli in
banche etiche.
La serata si è conclusa con un pasto condiviso. «Con quanto sta succedendo non
ci siamo sentiti di proporre una vera e propria cena», ha spiegato Nazarena
Lanza, che ha proposto invece a chi si è voluto fermare una schiacciata con lo
zatar, formaggi locali, un’insalata di pomodori e cetrioli di CadalPum, e poi
pizza casereccia portata da due partecipanti, Cristina e Alberto. Sotto un cielo
che si faceva buio e annunciava tempesta, seduti ai tavoli, abbiamo continuato a
scambiare parole, esperienze, tornando più e più volte sulla necessità di
coltivare uno sguardo che non disumanizzi mai l’altro, chiunque esso sia.
di Cristina Diana Bargu
Redazione Piemonte Orientale