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Africa/Conrad: il mito del «Cuore di tenebra» fra…
… fra letteratura di viaggio e cinema. di Maurizio Fantoni Minnella.   Io l’ebbi vivo in quel momento, dinanzi a me: non meno vivo di quanto non lo fosse mai stato: ombra giammai sazia di splendide apparenze e di realtà spaventose; ombra più cupa che non le ombre della notte nobilmente ammantata nei paludamenti di una magnifica eloquenza. Joseph Conrad
Paternalismo e schiavitù nella Grecia antica
Il numero 69 di «Zapruder», dedicato al paternalismo, sarà in distribuzione fra pochi giorni. Nel numero questa categoria viene esplorata in un arco cronologico legato principalmente al novecento. Tuttavia, quella paternalista è una modalità molto antica, pur con tutte le differenze legate ai contesti. In questo articolo di lancio, abbiamo chiesto a Bianca Mazzinghi Gori una riflessione su paternalismo e schiavitù nella Grecia antica. L'articolo Paternalismo e schiavitù nella Grecia antica sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
6 marzo 1796: muore l’abbé Raynal
di Bruno Lai. Guillaume-Thomas François Raynal, noto come abbé Raynal,si schierò contro la schiavitù. Nel 1770 pubblica anonima l’Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes, Storia filosofica e politica dei possedimenti e del commercio degli Europei nelle due Indie, in cui denuncia il colonialismo e si pronuncia per il diritto all’insurrezione dei
USA: un vicepresidente nero per una presidente donna
Il 14 febbraio 1818 nasceva (forse) Frederick Douglass, lo schiavo che che fu candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Lo strano team candidato alle elezioni USA del 1872 L’accopiata fu effettivamente eccezionale, non solo per l’epoca: Victoria Woodhull,1 un’attivista femminista e antirazzista che designò come suo vice un nero ex schiavo, Frederick Douglass, appunto. In realtà la candidatura, con l’Equal
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà
Il nuovo corso siriano guidato da  Ahmed Hussein al-Sharaa – già conosciuto sotto il nome di Abu Mohammad al-Jolani dai tempi in cui era comandante del Fronte Al-Nusra,  legato ad Al-Qaeda  –  continua a impregnarsi di sangue. Il nuovo amico dell’Occidente, ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump e ricoperto di miliardi dall’UE, non riesce a celare la sua
January 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Mai più catene. La lotta per l’abolizione della schiavitù è un impegno collettivo
Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, secondo le ultime stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), il lavoro forzato e i matrimoni forzati sono aumentati notevolmente negli ultimi cinque anni. Nel 2021 c’erano 10 milioni di persone in più in condizioni di schiavitù moderna rispetto al 2016, per un totale di 50 milioni in tutto il mondo, con donne e bambini tra i più vulnerabili. La schiavitù è oggi presente in quasi tutti i Paesi del mondo e attraversa tutte le linee etniche, culturali e religiose. In netto contrasto con quanto potrebbe affermare il senso comune, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, più della metà (il 52%) di tutti i lavori forzati e un quarto di tutti i matrimoni forzati si verificano in Paesi a reddito medio-alto o alto. Alcuni dati che rendono conto della portata di questo flagello: Circa 50 milioni di persone sono soggette alla schiavitù moderna: circa 28 milioni al lavoro forzato e 22 milioni ai matrimoni forzati. Quasi una persona su otto sottoposta a lavoro forzato è un bambino o una bambina (3,3 milioni). Più della metà di loro è vittima di sfruttamento sessuale a fine di lucro. La maggior parte dei casi di lavoro forzato (l’86%) si verifica nel settore privato. Quasi quattro persone su cinque sottoposte a sfruttamento sessuale a fine di lucro sono donne o bambine. Oltre a ciò, la schiavitù ha assunto oggi forme più sottili. Le dolorose catene di un tempo sono state sostituite da catene più sottili e meno visibili, ma quasi altrettanto opprimenti. L’appropriazione dell’intenzionalità della maggior parte degli esseri umani da parte delle minoranze è ancora presente e va denunciata in tutte le sue sfaccettature come una violenza inaccettabile. Se si considerano le restrizioni nelle scelte esistenziali a cui tutte le persone sono sottoposte da un sistema che non privilegia l’essere umano come valore centrale, si può affermare che è ora di lottare non solo per l’abolizione delle forme più terribili di schiavitù e servitù, ma anche per il superamento stesso di un sistema violento e, nella sua essenza, schiavizzante. Questo articolo fa parte della campagna “No más cadenas” (“Mai più catene”), lanciata da Pressenza con l’obiettivo di smuovere le coscienze e ottenere l’abolizione definitiva di ogni forma di schiavitù. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Anna Polo Javier Tolcachier
December 5, 2025
Pressenza
Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione
Nel 1791 il 23 agosto a Santo Domingo cominciò la rivolta che ha contrassegnato l’inizio delle lotte per l’abolizione della schiavitù e del traffico di esseri umani. La sua ricorrenza, celebrata per la prima volta ad Haiti nel 1998, poi nel 1999 in Senegal, sull’isola di Gorée, dal 1950 è una giornata internazionale del calendario UNESCO. “È tempo di abolire una volta per tutte lo sfruttamento umano e di riconoscere la dignità paritaria e incondizionata di ogni singolo individuo – rammenta il Direttore generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay – Oggi, ricordiamo le vittime e i combattenti per la libertà del passato, affinché possano ispirare le generazioni future a costruire società giuste.” La figura storica protagonista della rivolta degli schiavi avvenuta ad Haiti nel 1791 è François-Dominique Toussaint Louverture, detto Toussaint L’Ouverture, un ex-schiavo discendente di Ardra il Grande, sovrano del Regno di Dahomey fondato nel XVII secolo dall’etnia fon, attualmente numerosa in Benin e presente anche in Nigeria e Togo. Mentre in Francia divampava la rivoluzione anti-monarchica, anche nella più prosperosa colonia francese, l’isola caraibica che oggi è suddivisa in due Stati – Haiti e la Repubblica Dominicana – gli schiavi liberati comincarono a ribellarsi e il 23 agosto 1791 scoppiò la rivolta che si narra fosse cominciata nella notte mentre un gruppo di schiavi praticava dei riti vudù e che venne condotta da Toussaint L’Ouverture, che era nato nel 1743, figlio di schiavi e a sua volta schiavo, istruito, plausibilmente dai missionari gesuiti espulsi da Haiti 1763, e nel 1791 un uomo libero che aveva aderito al movimento dei Giacobini. Schierato con la Spagna contro i coloni francesi e, dopo che in Francia venne abolita la schiavitù, alleato con la repubblica francese, nel 1801 Toussaint L’Ouverture promulgò la costitituzione dell’isola caraibica, dove però l’anno seguente giunsero le truppe napoleoniche e lui venne fatto prigioniero. Morì in Francia nel 1803, ma la “sua” rivoluzione continuò e il 1º gennaio 1804 ad Haiti vennero dichiarata l’indipendenza e fu proclamata la repubblica. Poiché ad essa conseguì la formazione del primo Stato “nero” d’epoca moderna, cioè il primo in cui le popolazioni africane e afro-americane precedentemente sottomesse al colonialismo e allo schiavismo hanno formato una nazione, la rivolta haitiana del 1791 è considerata l’inizio dell’emancipazione dalla schiavitù. La data in cui cominciò la ribellione, il 23 AGOSTO, è stata designata Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione per iniziativa promossa dall’UNESCO / Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura nel 1950, l’anno in cui all’ONU veniva siglata la Convenzione di New York / Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui promulgata nel 1949 e in vigore dal 25 luglio 1951 che dallo Stato italiano è stata ratificata con la Legge n° 1173 promulgata il 23 novembre 1966 e vigente dal 7 gennaio 1967.  L’abolizione della schiavitù viene commemorata anche nella Giornata internazionale in ricordo delle vittime delle schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi, dall’Assemblea Generale dell’ONU designata nel 2007 con la Risoluzione 62/122, e ricorre il 25 MARZO perché ricorrenza dell’Abolition of the Transatlantic Slave Trade Act e del Act Prohibiting Importation of Slaves rispettivamente promulgati dal Parlamento inglese e dal Congresso statunitense nel 1807. Nel calendario cattolico invece la data spartiacque è il 3 dicembre 1839. Quel giorno papa Gregorio XVI pubblicò e fece affiggere “alle porte della Basilica del Principe degli Apostoli e della Cancelleria Apostolica, nonché della Curia generale di Montecitorio e in vista nel Campo dei Fiori” la lettera breve in supremo apostolatus in cui, ricordando i Vangeli e i pronunciamenti di alcuni suoi predecessori e denunciando che “la tratta dei Negri, benché sia notevolmente diminuita in molte parti, tuttavia è ancora esercitata da numerosi cristiani”, proclamò: > A futura memoria… ammoniamo e scongiuriamo energicamente nel Signore tutti i > fedeli cristiani di ogni condizione a che nessuno, d’ora innanzi, ardisca usar > violenza o spogliare dei suoi beni o ridurre chicchessia in schiavitù, o > prestare aiuto o favore a coloro che commettono tali delitti o vogliono > esercitare quell’indegno commercio con il quale i Negri vengono ridotti in > schiavitù, quasi non fossero esseri umani, ma puri e semplici animali, senza > alcuna distinzione, contro tutti i diritti di giustizia e di umanità, > destinandoli talora a lavori durissimi. Inoltre, chi propone una speranza di > guadagno ai primi razziatori di Negri, provoca anche rivolte e perpetue guerre > nelle loro regioni. Le valenze di queste giornate oggi sono – purtroppo – molto rilevanti, come ricordano l’ONU e le organizzazioni e associazioni umanitarie fornendo i dati che misurano le dimensioni delle violazioni dei diritti umani: traffico di esuli e migranti; sfruttamento dei lavoratori e, in particolare, delle donne e dei minorenni; reclutamento forzato di giovani e bambini negli eserciti  belligeranti… * “Ci sono più persone in stato di schiavitù oggi che in qualsiasi altro momento della storia” – I nuovi schiavi d’oggi / ACTION AID * Nel mondo 1 persona su 4 in condizione di sfruttamento o schiavitù moderna è minorenne – dossier Piccoli Schiavi Invisibili di SAVE THE CHILDREN / PRESSENZA E la rilevanza di queste giornate internazionali è molto significativa anche in Italia, dove la schiavitù si cela in molte forme di assoggettamento. Infatti, sebbene la sociatà italiana ritenga di averlo abolito da secoli, lo schiavismo invece viene ancora praticato e che sia tuttora diffuso emerge ogni volta che nelle cronache spiccano notizie di incidenti sul lavoro e di violenze fisiche subite dalle vittime. Maddalena Brunasti
August 23, 2025
Pressenza
È tempo di giustizia riparativa per i crimini del colonialismo?
Il movimento per le riparazioni legate alla schiavitù perpetrata dagli imperi coloniali europei sta crescendo e acquistando visibilità. A guidare questa spinta sono soprattutto gli sforzi dei Paesi dei Caraibi, che trovano risonanza anche negli appelli del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Il 30 maggio 2025 António Gutierres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha reiterato l’invito agli Stati Membri a lavorare per la giustizia e le riparazioni per gli africani e la diaspora affermando che: “L’Africa è un continente di energia e possibilità illimitate. Ma per troppo tempo, le colossali ingiustizie inflitte dalla schiavitù, dalla tratta transatlantica degli schiavi e dal colonialismo sono state non riconosciute e affrontate”. Le Nazioni Unite hanno condannato la schiavitù e il commercio transatlantico come crimini contro l’umanità in diverse occasioni e Gutierres ha più volte incitato ad agire per riparare questi delitti. Il Segretario Generale ha precisato come la decolonizzazione, pur avendo segnato la fine formale del dominio coloniale, non è stata sufficiente a liberare i paesi africani e le persone afrodiscendenti dai pregiudizi e dalle strutture razziste che hanno reso questi crimini possibili. Al momento della fondazione delle Nazioni Unite, diversi Paesi africani erano ancora sotto il controllo coloniale e per questo hanno ereditato un sistema internazionale pensato per gli scopi e con i principi di altre regioni del mondo, ancora una volta esclusi dai processi decisionali globali. Pertanto si fa sempre più urgente assegnare ad uno dei Paesi africani un seggio nel Consiglio di Sicurezza. Il tema delle riparazioni o compensazioni per le popolazioni e i Paesi vittime della schiavitù degli imperi coloniali europei non è nuovo, ma negli ultimi anni sta assumendo sempre più visibilità e forza. Già nel 2013, in occasione del World Social Forum di Tunisi, era emersa la proposta di istituire la Giornata Internazionale delle Riparazioni per la colonizzazione, accolta da diverse parti. La data prevista, il 12 ottobre, giorno in cui Cristoforo Colombo approdò nel continente americano, ha il valore simbolico di capovolgere la narrazione eurocentrica legata a quella ricorrenza, trasformandola in un’occasione per restituire la voce alle vittime del colonialismo, rendendo visibili le iniziative in favore della giustizia riparativa.   Africa Rivista
July 1, 2025
Pressenza
Vecchie e nuove schiavitù: il caso Rio de Janeiro
Riceviamo e pubblichiamo dalla agenzia stampa www.interris.it “Gli schiavi esistono ancora oggi- denuncia ActionAid-. Le loro vite, senza nessuno che li aiuti, sono condannate a svolgersi in condizioni disumane” “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”, eppure, nonostante quanto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, la schiavitù è ben lontana dall’essere debellata. Ha solo cambiato pelle. Tanto che si parla di schiavitù moderna. ActionAid è un’organizzazione non governativa internazionale indipendente impegnata nella lotta alle cause della povertà. “La schiavitù non è qualcosa che riguarda solo il passato. È una pratica che ha radici profonde- riferiscono i volontari-. Esiste ancora oggi in molte forme diverse: traffico di esseri umani, sfruttamento del lavoro per debiti, sfruttamento dei bambini, sfruttamento sessuale e lavori domestici forzati sono solo alcune. Una più grave e disumana dell’altra”. Ci sono più persone in stato di schiavitù oggi che in qualsiasi altro momento della storia. Le persone vittime della schiavitù moderna, in tutto il mondo, sono più di 40 milioni di persone. Di questi, 25 milioni sono costretti a lavoro forzato e 15 milioni a matrimoni forzati. La schiavitù moderna riguarda tutti i Paesi del mondo. Prosegue ActionAid: “Ce lo dicono i numeri sull’incidenza della schiavitù moderna nelle grandi macroregioni in cui è diviso il mondo. 7,6‰ in Africa; 6,1‰ in Asia Meridionale e Asia Pacifica; 3,9‰ in Europa, Medio Oriente e Russia; 3,3‰ negli Stati della penisola araba; 1,9‰ in America settentrionale, centrale e meridionale“. La maggior parte dei moderni schiavi lavora in settori come agricoltura, pesca, artigianato, estrazione mineraria, servizi e lavori domestici: si tratta di circa 16 milioni di persone. Le vittime dei matrimoni precoci sono solo poco di meno: 15 milioni e 400mila, quasi tutte giovani donne, ragazze se non addirittura bambine. Le vittime dello sfruttamento sessuale sono quattro milioni e 800mila. Senza dimenticare i tanti, troppi bambini soldato. “La schiavitù moderna è un enorme business – evidenziano i volontari-. Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la schiavitù moderna genera profitti annuali per oltre 150 miliardi di dollari americani. Quanto i profitti combinati delle quattro aziende più redditizie del mondo“. I profitti derivanti dalla schiavitù moderna sono molto più alti nei Paesi industrializzati che in ogni altra parte del mondo. 51 miliardi e 800 milioni di dollari americani all’anno in Asia e nei Paesi del Pacifico, e quasi 47 miliardi di dollari americani all’anno nei cosiddetti Paesi industrializzati. Prosegue ActionAid: “La schiavitù moderna ha delle conseguenze per tutti. Non solo per coloro che ne sono direttamente coinvolti. Le conseguenze dello sfruttamento del lavoro comprendono abbassamento dei salari, riduzione del gettito fiscale, impiego di risorse economiche per sostenere le ingenti spese legali per perseguire le moderne forme di schiavitù“. Una delle moderne forme di schiavitù è il lavoro minorile, come abbiamo visto. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, i bambini e i giovani che sono vittime del lavoro minorile sono 152 milioni. Circa la metà di loro è impegnata in lavori pericolosi, che mettono seriamente a repentaglio la loro salute. Un discorso a parte è quello fatto da ActionAid per i bambini che vivono nelle zone di guerra. Secondo i dati dell’Unicef, sono circa 250mila i bambini attivamente coinvolti nei conflitti che dilaniano 42 Paesi in tutto il mondo. Questi bambini operano come soldati, facchini, spie, messaggeri. Rio de Janeiro Scoperto casualmente nel 1996, un sito storico nel centro di Rio de Janeiro si è rivelato essere il Cimitero dei Giovani Neri, che servì tra il 1774 e il 1830 come luogo di sepoltura per gli schiavi che venivano portati in Brasile per lavorare, e dove si stima siano state sepolte 40mila persone. In tutto furono oltre 4milioni, secondo i calcoli dell’Istituto brasiliano di Geografia e statistica, gli africani che furono portati in catene nel Paese sudamericano tra il Sedicesimo e la metà del Diciannovesimo secolo, pari a oltre un terzo della tratta mondiale degli schiavi: il numero più alto in assoluto. A tenere accesa la memoria storica è ora anche una trilogia pubblicata dall’Istituto Pretos Novos, a cura del ricercatore Joao Carlos Nara Jr, per volontà di Merced Guimares, la proprietaria della casa in cui affiorarono i resti durante i lavori di ristrutturazione e ora trasformata in museo. I tre volumi, “A morte no Valongo”, “O Cais e o Cemiterio”, “Silencios que gritam”, sono testimonianze forti della schiavitù africana a Rio de Janeiro, dove nel Cais del Valongo, nella zona portuale, venivano sbarcati adolescenti tra i 15 ed i 20 anni in arrivo soprattutto da Angola e Congo e altri Paesi dell’Africa centro-occidentale. La parrocchia responsabile per quella zona era la Chiesa di Santa Rita, gioiello dell’architettura Rococò in America Latina, che non avendo spazio disponibile dove interrare le spoglie, affittò un terreno, dove gli schiavi venivano sepolti a strati, tanto che molte ossa sono risultate essere coperte solo da poche manciate di terra, come riferì nel 1814 un naturalista tedesco, Georg Wilhelm Freyreiss, che nel suo resoconto parla di “inumazioni a fior di terra, insufficienti a garantire l’igiene dei luoghi”. In un lavoro di ricostruzione erculeo, Nara ha digitalizzato i due libri della chiesa, conservati dalla curia di Rio de Janeiro, in cui erano riportate le informazioni dei morti (1812-1818 e 1824-1830), da cui oltre alle età, al sesso e alla provenienza, si possono ricavare anche le cause della morte, nella maggior parte dei casi per malattia. Resti senza nome, identificati nei libri solo dal marchio a fuoco sulla loro pelle. Redazione Italia
June 16, 2025
Pressenza