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Cuba, assalto alla sede del Partito Comunista a Morón. Diaz Chanel: “Non ci sarà impunità per la violenza”
Un gruppo di manifestanti ha lanciato pietre contro la sede del comitato municipale del Partito Comunista Cubano. Sabato mattina presto, un gruppo di persone è sceso in piazza nella città di Morón, nel nord della provincia di Ciego de Ávila, per protestare contro la situazione energetica dell’isola e la difficoltà di accesso al cibo, come riporta il sito web Cubadebate. La manifestazione, iniziata pacificamente, è degenerata in atti di vandalismo contro la sede del comitato municipale del Partito Comunista Cubano. Un gruppo di manifestanti ha lanciato pietre contro la facciata dell’edificio e ha appiccato un incendio in strada. Anche altri edifici sono stati danneggiati. Secondo quanto riportato dai media, cinque persone sono state arrestate. A questo proposito, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha riconosciuto il “disagio” causato tra la popolazione cubana dai blackout, “conseguenza del blocco energetico statunitense , crudelmente intensificato negli ultimi mesi”. In tale contesto, ha sottolineato che “le lamentele e le richieste sono legittime, purché espresse con civiltà e rispetto dell’ordine pubblico”. “Ciò che non sarà mai comprensibile, giustificabile o accettabile è la violenza e il vandalismo che minacciano la pace pubblica e la sicurezza delle nostre istituzioni. Non ci sarà impunità per il vandalismo e la violenza”, ha scritto il presidente sul suo canale Telegram. Questa settimana, Díaz-Canel ha confermato l’esistenza di dialoghi tra L’Avana e Washington “volti a trovare soluzioni attraverso il dialogo ” alle divergenze bilaterali esistenti tra le due nazioni.   Fonte: https://actualidad.rt.com/actualidad/592959-vandalismo- violencia-impunidad-diaz-canel-hechos-moron Traduttore: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
March 17, 2026
Pressenza
No all’IMEC! – No al porto di Trieste base di Nato e Israele!
Il 17 marzo il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà a Trieste per suggellare la candidatura del nostro porto a principale collegamento tra l’Europa e il regime sionista attraverso il corridoio IMEC. Al convegno parteciperanno esponenti diplomatici e personalità politiche di tutti i paesi coinvolti, compresi Stati Uniti e Israele. Il piano prevede di legare il porto di Trieste con quello di Haifa, principale infrastruttura militare marittima di “Israele”, in aperta sfida agli interessi cinesi nel Mediterraneo. In questo modo, il nostro scalo verrebbe trasformato in un avamposto strategico della NATO.  Trasformare Trieste in un porto militare significa renderla un potenziale obiettivo di guerra, mettendo a repentaglio la sicurezza di tutti i cittadini. Queste scelte bellicose non rappresentano solo un pericolo concreto per la nostra incolumità, ma violano anche la neutralità e la demilitarizzazione stabilite dalla Risoluzione 16/1947 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dal Trattato di Pace di Parigi del 1947, attraverso l’istituzione del Territorio Libero di Trieste. Nessun futuro economico, solo crisi e militarizzazione A fronte di questi gravissimi rischi, cosa ci viene offerto? L’IMEC non prospetta alcuna reale crescita economica per Trieste, già in piena crisi e ridotta a un cimitero di fabbriche. Il progressivo assoggettamento del porto alla logica della NATO e il sistematico rifiuto della sua internazionalizzazione – prevista dal Trattato di Pace – stanno condannando il futuro economico della città. Il governo Meloni, in cambio della nostra trasformazione in base militare, ci offre solo una crisi industriale senza fine. Smantellamento del tessuto produttivo e trasformazione in avamposto bellico vanno di pari passo, entrambi rispondono a logiche estranee ai nostri interessi. Mobilitiamoci contro la terza guerra mondiale È il momento di mobilitarci per respingere la volontà del governo di trasformare il nostro porto e il nostro territorio in una base strategica al servizio dell’imperialismo USA, dei sionisti e delle potenze della NATO, cioè delle forze responsabili della deriva globale verso la terza guerra mondiale. Non vogliamo che la nostra città venga utilizzata come retroterra per il genocidio in Palestina, per il conflitto con la Russia e per le aggressioni statunitensi e sioniste, come oggi stiamo drammaticamente vedendo in Iran e in tutto il Medio Oriente. I nostri soldi siano spesi per la sanità, la scuola, per le pensioni e i salari, non per i profitti dei produttori di armamenti. DIAMO IL MALVENUTO A CHI VOREBBE TRASFORMARCI IN UN BASTIONE MILITARE- PRESIDIO IL 17/3 ALLE ORE 17:30 IN PIAZZA GRANDE/UNITA! COMITATO NO IMEC Coordinamento No Green Pass e Oltre Fronte della Primavera Triestina Partito Comunista Partito dei CARC Socialismo Italico Tavola per la pace FVG Redazione Friuli Venezia Giulia
March 12, 2026
Pressenza
Fuori la guerra dal porto franco e internazionale di trieste – Appello per il corteo del 15 settembre
Il 15 settembre del 1947 entra in vigore il Trattato di Pace di Parigi e con esso si costituisce il Territorio Libero di Trieste quale zona neutrale e demilitarizzata, dotata di un porto franco internazionale aperto – secondo il diritto internazionale – a tutti gli stati del mondo. Questo statuto giuridico avrebbe dovuto garantire che Trieste non fosse più merce di scambio e luogo di scontro tra Stati e potenze. Ma il traguardo rappresentato dall’istituzione giuridica del Territorio Libero di Trieste venne soffocato ancor prima di nascere compiutamente. La NATO non poteva permettere che Trieste, data la sua posizione strategica, restasse al di fuori della propria sfera d’influenza. In geopolitica, si sa, la carta, i trattati e il diritto contano ben poco: sono i rapporti di forza – e all’occorenza le armi – a tracciare i reali confini. In questa infuocata fase storica, la sistematica violazione del Trattato di Pace di Parigi per quanto riguarda Trieste si accinge a raggiungere l’apice e a manifestare le sue massime conseguenze. Le folli politiche di riarmo ed espansione della NATO e dell’UE non possono che voler dire una cosa: la guerra si avvicina, e sarà il popolo a pagarne il prezzo. I venti di guerra soffiano sempre più forti ed il porto franco ed internazionale di Trieste, situato in un’ambita posizione strategica, è in prima linea in questa nuova fase di scontro geopolitico. Trieste è infatti negli appetiti di NATO, UE ed Israele, che vogliono rendere il nostro scalo adriatico uno snodo logistico-militare inserito tanto nell’IMEC quanto nella Three Seas Initiative, ovvero programmi geostrategici con finalità militari. L’IMEC (o “Via del Cotone”), rotta che nel suo complesso partirebbe dall’India per arrivare proprio a Trieste, collegherebbe in ambito mediterraneo il nostro porto con quello israeliano di Haifa, mentre la Three Seas Intiative (o “Trimarium”) integrerebbe Trieste in un blocco geopolitico/militare nell’Europa centro-orientale in vista di uno scontro militare con la Russia. Due piani complementari per trasformare Trieste in una fortezza della NATO. E a noi cosa resta? Un territorio sempre più mal amministrato, laddove la crescita della militarizzazione è accompagnata dal collasso industriale e dalle difficoltà economiche. Ci resta il nostro porto, che invece di essere un fiorente punto d’incontro e di scambio, a vantaggio di tutti, diviene uno strumento utile alla proiezione di guerre e/o interessi imperialistici, sacrificato dallo Stato italiano (succube della NATO) che condanna così il porto e l’intero territorio alla definitiva violazione del Trattato di Pace di Parigi. Ma questo non sarà il nostro futuro, e noi a tutto questo diciamo no! Il 15 settembre alle 17:00 in Piazza Sant’Antonio, in occasione del 78esimo anniversario dell’entrata in vigore dello statuto giuridico del TLT, scenderemo in corteo per esigere la piena applicazione del Trattato di Pace di Parigi e rivendicare il nostro diritto di vivere in un Territorio Libero, neutrale e smilitarizzato. Per un futuro di pace, collaborazione e giustizia! FERMIAMO I PIANI DELLA NATO, DELL’UE E DI ISRAELE – FERMIAMO L’IMEC! Comitato 15 settembre: Fronte della Primavera Triestina, Coordinamento No Green Pass e Oltre, Insieme Liberi, Alister, Partito Comunista, Costituzione In Azione, Tavola per la Pace FVG, Multipopolare – OttolinaTV e Socialismo Italico – SOCIT. Redazione Friuli Venezia Giulia
August 31, 2025
Pressenza
Solidarietà al Partito Comunista di Boemia e Moravia contro le persecuzioni anticomuniste in Europa per la libertà politica e la libertà di espressione
In perfetta linea con il vento d’estrema destra che tira in Europa, il governo di Praga si sta portando avanti una svolta antidemocratica gravissima in barba alle libertà politiche e alla libertà d’espressione, proponendo di mettere al bando l’opposizione politica comunista. Nel provvedimento si parla esplicitamente di carcere fino a dieci anni per chi milita in un partito legalmente costituito, in crescita, radicato nei territori e nei bisogni popolari. In Repubblica Ceca, la messa al bando del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSČM) – che viene criminalizzato con la scusa di essere “antisistema” – è il massimo exemplum dell’autoritarismo che si cela dietro quelle che continuano ad essere chiamate democrazia liberali che – con un atto di criminalizzazione del dissenso – stanno facendo di tutto per escludere dalla vita politica un partito proprio alla vigilia delle elezioni. È la reazione isterica di un sistema in piena crisi di legittimità che teme chi ne denuncia la natura profondamente ingiusta, classista e guerrafondaia. È la conferma che le istituzioni del dominio capitalistico, quando si sentono minacciate, gettano via la maschera democratica e passano alla repressione. Come accadeva durante il fascismo, anche oggi il comunismo viene trattato come un crimine, non per quello che fa, ma per quello che rappresenta: il mezzo di riscatto per i lavoratori, per i giovani, per chi non ha voce. Se si pensasse che tutto ciò non ci riguarda sarebbe un gravissimo errore. Questo non è solo un fatto che si sta verificando in Repubblica Ceca: è un campanello d’allarme per tutti i popoli europei. La storia ci ha insegnato che dove si mettono al bando i comunisti, presto si metteranno al bando i diritti e la libertà di parola. Chi vieta i comunisti prepara il terreno per portare popoli alla guerra. Un esempio, in Europa, è proprio l’Ucraina in cui, dopo il colpo di Stato di Euromaidan del 2014 e l’inizio delle rappresaglie dell’esercito ucraino in Donbass, le sue autorità avevano già cercato di vietare il Partito Comunista, accusandolo di finanziare i “separatisti filo-russi in Ucraina orientale”, ovvero le Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsch. Il servizio di sicurezza dell’Ucraina aveva sostenuto di aver fornito la prova di questo al Ministero della Giustizia, che poi ha presentato una mozione per bandire il partito nel luglio 2014. Il procedimento non ha mai avuto luogo perché il giudice designato ha tirato fuori il caso, all’inizio di quest’anno, citando pressioni da parte delle autorità che avevano perquisito il suo ufficio e confiscato i file relativi al caso. Il 16 dicembre 2015  – con una sentenza Tribunale amministrativo distrettuale di Kiev su richiesta del Ministero della Giustizia d’Ucraina – il governo di Poroschenko ha messo al bando il Partito Comunista d’Ucraina. Una delle prime conseguenze di questa decisione era stato impedire il suo funzionamento ufficiale, ma anche la sua partecipazione alle elezioni, il diritto di manifestare, di distribuire volantini etc. Tale divieto era derivato dai primi segni di attacco alla libertà di espressione, che sono stati registrati nel maggio 2015, quando il Presidente nazionalista d’estrema destra Petro Poroshenko aveva promulgato una serie di leggi adottate dalla Rada, il parlamento ucraino, che vietavano l’utilizzo di simboli comunisti, con azioni penali che potrebbe arrivare fino a 10 anni di carcere. Ai sensi di quattro nuove leggi adottate nel maggio 2015, conosciute collettivamente come “leggi di decomunistizzazione”, esporre i simboli comunisti o nazisti può portare a un procedimento penale e fino a dieci anni di reclusione. Sebbene l’uso del termine “comunista” è esplicitamente vietato da questa legislazione, il Partito Comunista d’Ucraina ha rifiutato di apportare modifiche al suo nome, logo o al suo statuto. https://contropiano.org/news/internazionale-news/2022/06/09/solidarieta-al-partito-comunista-dellucraina-messo-al-bando-dal-regime-di-kiev-0150069 https://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-europa/ucraina-il-regime-nazional-fascista-prepara-la-messa-al-bando-di-uno-storico-giornale-dei-lavoratori/ https://www.peacelink.it/conflitti/a/49114.html Anche Amnesty International attraverso John Dalhuisen, responsabile all’epoca per Europa e Asia Centrale, aveva condannato la politica del regime di Kiev sostenuto da USA e governi dell’Unione Europea, affermando: “Il divieto del Partito comunista in Ucraina è una flagrante violazione della libertà di espressione e di associazione e devono essere immediatamente revocato, ha dichiarato Amnesty International. L’Unione europea (UE) dovrebbe reagire a questo grave attacco alla libertà di espressione, di affiliazione e di associazione nei confronti di un partito democratico che ha sempre agito per il rispetto dell’integrità e della sovranità dell’Ucraina.(…) La messa al bando del partito comunista in Ucraina stabilisce un precedente molto pericoloso. Questa mossa sta spingendo l’Ucraina avanti non indietro nel suo percorso di riforme e maggiore rispetto dei diritti umani. (…) Le mosse da parte delle autorità ucraine per vietare il Partito comunista solo a causa del suo nome e dell’uso dei simboli dell’era sovietica viola i diritti alla libertà di espressione e di associazione e stabilisce un pericoloso precedente nella vita politica ucraina. “ Questa persecuzione neo-maccarthista in Ucraina ha portato ad un acuirsi della repressione non solo verso i comunisti, ma anche verso sindacalisti, militanti antifascisti, pacifisti (come Yuri Sheliazenko, del Movimento pacifista ucraino) e giornalisti ucraini ed europei (tra cui Marc Innaro, Andy Rocchelli, Giulietto Chiesa, Sara Reginella, Franco Fracassi) ed attivisti internazionali come Roger Waters, finiti nella lista di proscrizione governativa ucraina chiamata Myrotvoretz. Nel 2015 un’ondata di omicidi a sfondo politico rimangono irrisolti e giornalisti e media noti per aver criticato il governo sono stati oggetto di vessazioni. In Ucraina, Mikhail Kononovich, segretario dei Giovani Comunisti Ucraini, e suo fratello Aleksander Kononovich sono da anni accusati di essere spie russe e bielorusse, oltre ad essere stati imprigionati e seriamente minacciati di morte. Nel marzo 2022 il Presidente ucraino Zelensky ha messo fuori legge altri 11 partiti di sinistra. Stesse situazioni di persecuzione politiche degli attivisti di sinistra e di giornalisti, in questi ultimi vent’anni, si stanno verificando anche nei Paesi Baltici, specialmente in Lituania, Estonia e Lettonia, il cui Parlamento il 16 giugno 2022 ha approvato, con 61 voti a favore e 19 contrari, la legge “Sul divieto di esposizione e sullo smantellamento di oggetti che celebrano i regimi sovietico e nazista nel territorio della Repubblica di Lettonia”, fornendo così una base giuridica alla distruzione dei monumenti dell’epoca socialista, in particolare dei memoriali dedicati all’Armata Rossa che liberò il paese dall’invasore nazifascista. Sono gli stessi Paesi Baltici in cui – negli ultimi decenni – sono stati eretti monumenti agli “eroi” nazisti; in cui si sta diffondendo un grave clima di intolleranza, repressione e fascismo istituzionalizzati, oltre che ad un grave clima di elevata russofobia, fino a prendere in considerazione di definire la lingua russa come una “lingua straniera”. Non è nemmeno un caso che siano gli stessi Paesi che hanno dichiarato di voler lasciare la Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo in nome della “deterrenza”, in vista di una guerra tra NATO e Russia. L’Unione Europea (UE) dovrebbe reagire a questi gravi attacchi alla libertà di espressione, di affiliazione e di associazione nei confronti di partito democratici che hanno sempre agito per il rispetto dell’integrità e della sovranità dei loro Paesi. Il Partito della Sinistra Europea (EL) ha chiesto più volte che l’Unione Europea, che mantiene le relazioni con questi governi, condanni queste messe in discussione delle libertà. E’ intollerabile che l’Unione Europea rimanga silente di fronte a questa deriva antidemocratica.   Lorenzo Poli
June 16, 2025
Pressenza