Il declino dei conti pubblici italianiCi sono due numeri (recentemente indicati dall’ISTAT) che in modo chiaro
mostrano come i conti pubblici italiani stiano peggiorando. Nel 2025 in
relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL) la pressione fiscale è salita al 43,1%
(nel 2024 era al 42,5% e nel 2023 al 41,5%) e il debito pubblico è arrivato al
137,1% (nel 2024 era al 134,7%). In sintesi, c’è stato un aumento sia delle
tasse sia del debito delle amministrazioni pubbliche.
A conferma che la situazione finanziaria italiana non è positiva è anche il dato
del 3,1% del rapporto deficit/PIL nel 2025. I patti dell’Unione Europea
prevedono che non venga superato il 3% e di conseguenza per l’Italia resta
aperta la procedura di infrazione delle regole europee.
Guardando all’anno in corso e al prossimo, le prospettive sembrano ancora
peggiori. Le previsioni segnalano un PIL in rallentamento o in calo. Non solo:
nel 2026 l’Europa chiuderà il rubinetto del PNRR (oltre 200 miliardi di euro),
che dalla pandemia ad oggi ha consentito un segno più davanti al dato del PIL.
Il rischio è che senza la spinta del PNRR i prossimi PIL riportino un segno
meno, che significherebbe recessione.
L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica di
Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico dei Paesi
dell’Euro in relazione al PIL. Il grafico è impietoso: l’Italia in percentuale
spende più di tutti gli altri Paesi. Facile comprendere perché il debito
pubblico sia aumentato.
Ci sono anche molte questioni di dettaglio che hanno contribuito a questo
evidente declino. Ad esempio: la recente riforma della Corte dei Conti che ha
limitato fortemente le risorse recuperabili del danno erariale per colpa grave,
il mancato adeguamento all’inflazione dei tetti degli scaglioni IRPEF che ha
aumentato le imposte a quattro milioni tra lavoratori e pensionati, la
diminuzione dell’aliquota IRPEF per i ceti più abbienti che di fatto ha
incrementato il debito pubblico di quasi 3 miliardi di euro, la flat tax per i
lavoratori autonomi fino a 85 mila euro che ha sottratto significative risorse
alle entrate, la mancata apertura alla concorrenza per gli stabilimenti balneari
che ha favorito i profitti degli operatori privati a scapito dell’interesse
pubblico.
È appena il caso di ricordare che nel programma di governo presentato al
Parlamento nel 2022 è stato indicato l’obiettivo di “ridurre la pressione
fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità”.
Mentre a proposito della riduzione del debito è stato scritto che “la strada
maestra, l’unica possibile, è la crescita economica, duratura e strutturale”.
Entro il prossimo 10 aprile il governo dovrà presentare al Parlamento il
Documento di Economia e Finanza (DEF). Sarà interessante verificare quali sono
le previsioni per il 2026 e per gli anni a venire. E soprattutto capire dove il
governo pensa di trovare le risorse per evitare ulteriori aumenti del
deficit/debito pubblico e della pressione fiscale.
Dato che al massimo la legislatura durerà ancora per un anno, c’è il rischio che
per ragioni elettorali si cerchi di minimizzare i risultati negativi dei conti
pubblici, facendo finta che tutto stia andando bene e che in qualche modo i
problemi verranno risolti. Nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa
sotto la sabbia. Sarebbe un comportamento irresponsabile.
Rocco Artifoni