Cinema e Società: Nolan o la Cassandra di questa civiltà
Il filo rosso (come il fuoco e come il tramonto) che unisce gli ultimi due film
del regista inglese.
Potrebbe risultare un articolo già anacronistico, in quanto “Odissea” di
Christopher Nolan sta uscendo dalla programmazione nelle sale italiane. Ma per
il tipo di focus che si evince anche dal titolo, vogliamo inserire
retrospettivamente questa ultima opera del regista inglese in un “continuum”
ideale con il suo film precedente, “Oppenheimer”: entrambe le pellicole (perché
di pellicole vere e proprie trattasi) sembrano portare Nolan verso un nuovo
filone, in cui sembra voler avvertire i suoi contemporanei, e in particolar modo
credo i giovani, delle insidie, dei pericoli e delle prospettive future per
l’umanità. A mò di moderna Cassandra (e scrivendo di “Odissea” il paragone è più
che calzante), insinua inquietudini e allarmi che forse, così come accadde alla
sua mitica predecessora, non verranno ascoltati.
E’ certo che di un singolo film e dell’opera di un regista così famoso e
influente, a volte “pretenzioso”, sicuramente molto ambizioso, si possono far
risaltare e giudicare diversi aspetti, a volte contrastanti e contraddittori,
che vivono nelle stessa singola opera. Sicuramente sia Oppenheimer e forse ancor
di più Odissea non sfuggono a questo ragionamento, ma mi ha così colpito
l’assonanza tra questi due film in un aspetto per me importante, che mi
concentrerò esclusivamente su questo.
Già tre anni fa, uscendo da un multisala (ero in quel momento a Buenos Aires)
provai la netta sensazione che “Oppenheimer” fosse destinato ai giovani, per
gli “avvertimenti” che esso dava e che sopratutto a loro potevano essere utili.
Odissea (gustata in una più raccolta ma altrettanto dignitosa sala a
Vitorchiano, vicino Viterbo, che non ha scandalosamente sale cinematografiche
attive) mi ha confermato questo sentimento di “urgenza” che nell’altra pellicola
già appariva a me evidente.
Urgenza di cosa? Parrebbe che lo sguardo di Nolan, dopo aver investigato le
questioni della memoria, dell’illusione nella percezione, del sogno, del tempo e
dello spazio, abbia rivolto uno sguardo disincantato e dolente, ma anche
sottilmente compassionevole, sul destino dell’umanità e del precario crinale che
divide il trionfo dalla catastrofe dell’avventura umana. Tutto pare concentrato,
sintetizzato in figure paradigmatiche di questa dualità dell’essere umano,
capace di slanci di valore e di grandi meschinità nello stesso tempo. Non solo,
pare che proprio ogni singolo atto, sopratutto di chi osa slanciarsi oltre la
soglia dell’ignoto per “prendere d’assalto i cieli”, sia destinato a contenere
in grembo l’embrione biunivoco del trionfo e della dissoluzione; l’urgenza è
quindi quella di “vegliare” sul corso di questa civiltà pericolosamente in
bilico sull’abisso come un equilibrista su una cordicella e i personaggi che
sono paradigmatici di questo passaggio “vertiginoso” sono “l’inventore” della
bomba atomica Oppenheimer e l’Ulisse dell’epopea omerica.
Nella penultima pellicola di Nolan ci sono vari momenti in cui lo spettatore può
percepire quasi “cinestesicamente”, grazie ad alcune trovate geniali del
regista, la “voragine” di distruzione e di “morte collettiva” che sembra
avanzare inesorabilmente sui corpi che vivono il presente (quello del film e
quello dello spettatore), dopo che Oppenheimer diede il suo genio al servizio
dell’esplosione delle prime bombe atomiche nella storia umana.
Nell’ultima fatica “omerica”, il regista prende molta distanza dal passato
recente e dall’attualità, ma da quella prospettiva, dai contenuti mitici ancora
forti per questa epoca, pare cogliere lui e far cogliere allo spettatore ancora
meglio l’inesorabilità delle conseguenze delle azioni umane, conseguenze che
potrebbero inquinare il fiume della storia per innumerevoli epoche.
Chiaramente mi soffermerò più su questa ultima opera, anche perché se nel film
sullo scienziato americano pare abbastanza chiaro un ammonimento sui tempi
recenti e futuri, in Odissea probabilmente è più “nascosto” anche se secondo me
va operando nel trasfondo psichico dello spettatore. Mi piacerebbe quindi far
“emergere” al mio cosciente ed eventualmente al lettore, alcuni elementi che ho
percepito attraverso la “patinatura hollywoodiana” dell’opera.
Entriamo piano piano, girando intorno al film, circolarmente, per arrivare poi
al “cuore” della questione.
La dea Atena è la “protrettrice” o “custode” della nascente civiltà greca
cantata da Omero. Molti l’hanno interpretata, nel trattamento di Nolan, come la
“coscienza” di Ulisse… interessante, ma a me viene in mente sopratutto la scena
in cui il protagonista fa riemergere dall’oblio della sua coscienza in cui si è
rinchiuso nell’isola di Calipso, i ricordi della strage di Troia, dove come uno
spettatore tra gli spettatori, assiste alla decapitazione di una giovane troiana
da parte dei suoi commilitoni, volto che si trasforma poco prima di veder calare
la spada su di lei nel viso di una Atena atterrita, che sembra rivolgersi
allarmata allo spettatore/Ulisse. Questa espressione la si ritrova in qualche
modo nel volto di Oppenheimer nel momento in cui, da un palco cerca con forzata
convinzione di esaltare l’esito del “progetto Manhattan”, ma davanti a se/noi,
tutte le persone che stanno assistendo festanti davanti a lui sembrano
trasformarsi in “morti viventi”.
Altro elemento: la visita nell’Ade lo mette di fronte ad un rabbioso Sinone, da
Ulisse praticamente condannato a morte certa per mano dei troiani per
assicurarsi la riuscita della trappola del Cavallo da lui ordita ed eseguita.
Lui e gli altri “fantasmi” della guerra di Troia si affollano chiedendo vendetta
e Sinone rimprovera Ulisse di non averlo seppellito. Non è quindi possibile né
la vendetta (verso chi?) e non ci può essere oblio (che Ulisse vorrebbe tanto)…
Perché alla fine della scena Nolan fa rincorrere selvaggiamente Ulisse e
compagni da questa orda di anime inquiete? Ulisse e i suoi che fuggono verso le
navi sembrano come aver “tradito”: chi e cosa? Lasciamo la domanda in sospeso…
Saltiamo direttamente alla scena della mattanza dei Proci. Non si sta lì in
realtà, in quella atmosfera che si è caricata all’interno del film, in presenza
di una “resa dei conti” interna, una specie di “guerra civile”?
E ancora: risuona fino a Itaca, in attesa di un insperato ritorno di Ulisse, la
minaccia di ignoti ma feroci “popoli del mare” che starebbero mettendo a
repentaglio città e villaggi, regni e popolazioni da parte di gente avida e
sconsiderata. Verso la fine del film attraverso i racconti di un Ulisse
camuffato da mendicante, tornato a Itaca “morto a sé stesso” e agli altri, è la
stessa Penelope che sbigottita domanda a Ulisse: ma allora siamo noi “i popoli
del mare”? Intendendo noi, la nostra civiltà, quella che si riteneva in quel
momento la civiltà più avanzata ed evoluta, che sembra rivolgersi contro sé
stessa.
Lì fuori, in quel minuscolo mondo simbolo di una civiltà, che si sentiva
minacciato fuori e dentro le sue mura, ci si rende conto che quel “trionfo” su
Troia ha segnato “l’inizio della fine”, inizia il declino di una civiltà, del
tradimento del patto intangibile che la teneva legata e che Ulisse ha
contribuito a lacerare… ci si rende conto che si è arrivati ad un tutti contro
tutti e ad un “si salvi chi può”, si disvela la natura feroce e avida che si
teneva “contenuta” in leggi e precetti che erano più superficiali di quanto si
credesse. Nella scena già citata con Ulisse/mendicante che racconta a Penelope,
il protagonista esegue una specie di catarsi e di pulizia interna, sfrega con
dolore sulla “pelle della mostruosità”, in un tentativo estremo di
riconciliazione (è questo che quindi reclamava per Ulisse il fantasma di
Sinone?); ed ecco che Atena, che si era materializzata accanto a lui durante il
penoso racconto, svanisce per non riapparire più. E qui il cerchio si chiude…
Nella verità che si dischiude Atena svanisce, svanisce l’ennesima illusione…
Prima dei titoli di coda Ulisse e Penelope lasceranno Itaca al figlio Antinoo,
viaggiando in mare in direzione del “sole che fugge”, non prima che Ulisse,
ancora in cerca di redenzione, rammenterà alla ritrovata sposa il valore
dell’esperienza vissuta come memoria futura, come testamento di una civiltà,
conscio che anche ciò che sarà scritto, un giorno le civiltà future “non
sapranno leggerlo”. Quindi con questa scena c’è un lungo passaggio di testimone
spazio-temporale che arriva fino alle coste di quella che è stata chiamata
America e verso il declino della cosiddetta civiltà “occidentale” che si è
voluta sentire “globale” e che si sente erede di quell’epica e di quella civiltà
che ha pensato di saper “leggere”. Nolan “riscrive” Omero e lo rivive come
guardando il “sole al tramonto”, quando le pagine di Omero sembrano abbagliate
del sole del trionfante mezzogiorno. Da quella prospettiva declinante, l’inganno
di Ulisse, il tradimento della “legge di Zeus” e la distruzione di Troia sono il
simbolo del dualismo dell’atto che segna il trionfo ma è intriso del seme della
disintegrazione, cosi come in Opphenaimer il trionfo dell’uomo sulla natura e il
trionfo del “mondo libero” sui nemici sono segnati dal peggior crimine, ovvero
l’annientamento della vita in senso più “cosmico” possibile, mediante l’atomica.
Tutto è possibile per chi è “destinato a vincere” e il rispetto delle regole che
si esige dagli altri non vale per sé. Ma Oppenheimer e Ulisse sono i
protagonisti e le vittime del trionfo/declino delle loro civiltà, e il loro
“fallimento” è il fallimento di tutta la civiltà, e monito per le future.
Al mio occhio anche la scelta contestata delle figure di Elena e di Clitennestra
impersonate dalla stessa attrice, l’afroamericana Lupita Nyong’o, sono un
interessante allegoria del “colonialismo” antico e presente, mi sembrano
rappresentare il “bottino di guerra” ciò che è depredabile “naturalmente” perché
la civiltà prosperi, che in questa era è stata principalmente l’Africa, a
partire dalla tratta degli schiavi in poi. Elena, fiera ma deturpata nel volto,
è spietata nel ricordare i crimini che l’hanno soggiogata ed anche annunciatrice
della sollevazione dei popoli oppressi, simboleggiata dalla vendetta della
sorella Clitennestra su Agamennone, reo di aver sacrificato la loro figlia a
Zeus per propiziarsi la vittoria in battaglia. Cosa siamo disposti ancora a
sacrificare per continuarci a sentire “padroni del mondo”?
Nella scena finale di Oppenheimer, un vecchio Einstein avverte il protagonista
che “toccherà a lui gestire le conseguenze delle sue conquiste”… ma a chi si
rivolgeva veramente Nolan? Credo e spero alle nuove generazioni, che forse, come
Antinoo che viene lasciato con lo scettro di Itaca dai suoi genitori, potranno
insegnare alle generazioni adulte in una nuova atmosfera di comprensione,
tentando di solcare una nuova “variante della Storia”.
Fulvio Faro