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L’espulsione di Callune finisce in Parlamento
Il 12 ottobre scorso la deputata di AVS Elisabetta Piccolotti ha presentato al Ministro dell’Interno un’interrogazione a risposta scritta per sapere se sia a conoscenza dei fatti e quali iniziative di competenza intenda assumere in relazione al provvedimento di allontanamento dall’Italia, per motivi di ordine pubblico, di una cittadina francese, cioè di uno Stato aderente all’Unione europea, affinché si pervenga al superamento della suddetta misura. Le 24enne Callune è un’attivista francese di Ultima Generazione che vive e lavora in Toscana e a causa delle azioni nonviolente a cui ha partecipato nel 2022, il 21 agosto scorso ha ricevuto un decreto di allontanamento dall’Italia per motivi di ordine pubblico firmato dal Prefetto di Roma, con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni Ultima Generazione ha fatto ricorso al TAR e lancia una raccolta fondi per lo scudo legale di chi protesta. LA STORIA DI CALLUNE Artigiana tessile e bracciante agricola, Callune ha visto arrivare la polizia una prima volta il 19 agosto, di prima mattina, per un “controllo” di cui nessuno le ha spiegato il motivo. Due giorni dopo gli agenti sono tornati, sempre molto presto la mattina, per notificarle il decreto. Il provvedimento le dava 30 giorni per lasciare il territorio italiano. Se tornasse in Italia prima che siano passati cinque anni, rischierebbe fino a un anno di reclusione e un nuovo allontanamento con accompagnamento immediato alla frontiera. Tra le azioni contestate c’è quella del febbraio 2022, quando Callune ha partecipato al lancio di vernice sulla facciata del Ministero della Transizione Ecologica per protestare contro l’inazione dell’allora Governo Draghi di fronte al disastro climatico. Una protesta nonviolenta, arrivata dopo che ogni tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni era caduto nel vuoto. Quattro anni e mezzo dopo, il decreto descrive Callune come “una minaccia concreta, effettiva e sufficientemente grave per la sicurezza pubblica” e afferma che la sua permanenza in Italia sarebbe “incompatibile con la civile e sicura convivenza”. Callune ha dichiarato: “Ho 24 anni, sono un’artigiana tessile e lavoro nei campi in Toscana. In quel foglio c’è scritto che sono una minaccia reale per la sicurezza pubblica, che il mio comportamento è incompatibile con la convivenza civile. Tremavo mentre mi dicevano che avevo trenta giorni per lasciare l’Italia, quando qui ci sono i miei amici, le persone a cui voglio bene, tutta la mia vita. Non sono mai stata condannata per le azioni fatte con Ultima Generazione: questa è una misura puramente politica per intimidirmi. Per questo ho deciso di fare ricorso e di non accettare una sanzione che mi è stata imposta in modo arbitrario.” UNA MISURA POLITICA Il decreto si fonda sul Decreto Legislativo 30/2007, la norma che recepisce la direttiva europea sulla libera circolazione dei cittadini dell’Unione. Proprio quella direttiva stabilisce che una misura di ordine pubblico deve basarsi su una minaccia attuale legata alla condotta personale, e che nemmeno una condanna penale basta da sola a giustificarla. Nel caso di Callune le condanne non ci sono, e i fatti risalgono a oltre quattro anni fa. Per questo Ultima Generazione ha presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. UNO SCUDO LEGALE PER CHI SI ESPONE Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE] Ultima Generazione
October 20, 2026
Pressenza
2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia frenata dalle fossili L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.   IL PERCORSO: UN PIANO 100% RINNOVABILE AL 2045 L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme: 1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva. 2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili. 3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali. 4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali. 5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato. Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere. UN ASSE STRATEGICO PER IL PAESE Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.  > In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero > confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere > posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per > le grandi aziende energetiche pubbliche.  Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.   UNA SCELTA CHE CONVIENE La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo. ____ FEDERICO MARIA BUTERA (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. 1/ ITALIA 100% RINNOVABILE ENTRO IL 2045, UN OBIETTIVO INDIFFERIBILE, ANCHE PER LE PRIMARIE. «IL CLIMA STA PRECIPITANDO»   Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione. UN TUNNEL GEOPOLITICO PERICOLOSO Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.   LE FONTI RINNOVABILI AMBASCIATRICI DI PACE Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile. LA LEZIONE DELLA GERMANIA Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere. ___________ (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI.   > 2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche > per le primarie. «Il clima sta precipitando» Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza