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Decrescita e rifiuto del potere
In Metapolitica della decrescita (Eleuthera), Serge Latouche ragiona sulla relazione tra decrescita e concetti come bene comune, economia solidale, sobrietà, pluriversalismo, pedagogia delle catastrofi, ma il volume si apre con un capitolo coraggioso sulla democrazia. L’orizzonte di senso, in un tempo contraddistinto da populismi e regimi autoritari o dall’esaltazione per le primarie, è quello della democrazia diretta capace di battere sentieri inediti. Latouche, parlando di autorganizzazione in basso che non aspira a impadronirsi dello Stato, richiama, ad esempio, l’esperienza delle comunità zapatiste ma anche quelle aymara, che il mondo ha conosciuto vent’anni fa con la straordinaria lotta per l’acqua di Cochabamba, riconoscendo importanti affinità con la resistenza gandhiana del satyāgraha (disobbedienza passiva) e del swaraj (autogoverno). “Il rifiuto del potere – scrive – è il modo in cui si esprime la forza dei poveri”. Quanto è profondo il bisogno di cambiare la direzione del nostro sguardo. La «conversione» massiva del popolo alla decrescita – che resta l’obiettivo degli obiettori di crescita – rappresenta un punto di forza, ma in quanto «potere di» (auctoritas) e non in quanto «potere su» (potestas). I partiti politici pos­sono eventualmente appropriarsi, in tutto o in parte, del progetto e proporre un loro programma e calendario. Ma dal momento che l’esercizio del potere è di per sé un tra­dimento dell’utopia, si tratta innanzitutto di ottenere dai governanti in carica (quali che siano) il rispetto della volontà del popolo decrescente, non di prendere il suo posto. Non è lo Stato in sé che ci interessa, ma il potere e la dialettica del potere e del contropotere. Detto altrimenti, la decrescita non mira alla presa di potere, ma ad avere una presa sul potere. A nostro avviso, questa «rivoluzione nella rivoluzione» è stata tentata dal movimento zapatista in Chiapas. Già dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona, l’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) rigetta la presa del potere da parte dell’armata rivoluzionaria. Il che segna una prima rottura con la tradizione latinoamericana, rottura che sarà approfondita in seguito, come lo confermano le numerose dichiarazioni degli zapatisti. Questa nuova visione ha così tracciato la via per tutta una serie di cambiamenti in America Latina che potreb­bero segnare, nei decenni a venire, il destino dell’umanità. La si ritrova anche nei portavoce aymara che hanno portato avanti la guerra dell’acqua nell’aprile del 2000 a Cochabamba. Secondo Oscar Olivera: «L’esperienza di Cochabamba dimostra che possiamo cambiare il mondo in cui viviamo a partire dalla base, senza fondare un par­tito, senza vincere le elezioni e senza prendere il potere, solo recuperando la nostra ‘voce’ e superando le nostre ‘paure’». Il rifiuto del potere è il modo in cui si esprime la forza dei poveri con l’intento di farsi sentire senza correre il rischio di essere traditi. Ed era appunto questa la strategia gandhiana del satyāgraha e del swaraj – resistenza/disobbedienza passiva e autogoverno – che il Partito del Congresso non ha seguito e che Nehru si è affrettato ad abbandonare. Questo rifiuto del potere avvicina il progetto della decre­scita all’anarchia, ma qui, a differenza di quest’ultima, non si tratta del rifiuto, per principio, di qualsiasi potere, bensì del rifiuto di esercitarlo in nome del progetto utopico. Il che si ricollega tanto all’idea di Claude Lefort secondo cui il potere non è da prendere, ma da contestare, quanto a certe analisi del filosofo Giorgio Agamben (“La potenza destituente – dice Agamben in un’intervista al quotidiano tedesco Die Zeit del 2015 – deve inventare strategie alternative, la cui definizione sarà il compito della politica a venire. Un potere che sia rovesciato da una violenza costituente tornerà facilmente sotto un’altra forma nell’incessante, desolata, chiusa dialettica tra potere costituente e potere costituito, violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva”). Il compito della società civile, secondo il movimento della decrescita, dovrebbe quindi consistere nel controllare il potere e nell’esercitare su di esso le pressioni necessarie per ottenere l’accoglimento delle rivendicazioni popolari. Di conseguenza, si tratta di ripensare l’organizzazione poli­tica costruendola a partire dalla società stessa. Come precisa Jérôme Baschet (in La scintilla zapatista), «L’idea di autonomia non esprime altro che questa logica di autonomizzazione e auto-organiz­zazione della società; il che non significa che quest’ultima s’impadronisca dello Stato, né che questo scompaia com­pletamente […] così si avrebbe, da un lato, un apparato statale che la società controlla dall’esterno, costringendolo a obbedirle; dall’altro, l’auto-organizzazione della società che costruisce da sé e dal basso nuove forme di potere». Nel progetto zapatista ritroviamo la preoccupazione – che condividiamo – di conciliare la concretezza della spe­cificità locale con la visione di un mondo al tempo stesso unico e plurale. In altre parole: «Costruire un mondo in cui molti mondi abbiano il loro posto» (subcomandante Marcos, 2009). Se a livello locale il funzionamento dell’autonomia è relativamente agevole, la sfida più ardua sarà sempre quella di impedire l’ingerenza abusiva delle istanze superiori che operano necessariamente più lontane dal controllo della base. Il funzionamento di tali istanze superiori, in questo contesto, fa riemergere la problematica secolare del «buon governo» nel senso tecnico del termine, ovvero la guida della nave che trasporta l’intera società nella direzione del bene comune. Comune-info
October 25, 2026
Pressenza
Dal Messico alla Sardegna: complici e solidali
Si è svolto a Cagliari un interessante incontro col Congreso Nacional Indigena e il Centro per i Diritti Umani Frayba.  – di Carlo Bellisai (da Pressenza) Raccontiamo l’incontro con la Gira Zapatista a Cagliari, di cui abbiamo segnalato l’appuntamento in Bottega, riprendendo un articolo di Carlo Bellisai su Pressenza e il comunicato delle associazioni organizzatrici Dal Messico alla Sardegna: complici
Dal Messico resistente all’Europa ribelle
Una delegazione del Congreso Nacional Indigena  e del  Centro Derechos Humanos Frayba racconta 30 anni di opposizione anticapitalista Dopo il levantamiento del 1° gennaio 1994  gli Zapatisti  e le  basi di appoggio non hanno mai interrotto l’attività volta, da un lato, a ridefinire ciclicamente l’organizzazione della vita delle Comunità nei territori gestiti in autonomia, dall’altro a intessere relazioni con l’Europa Insumisa (rinominata Slumil K’ajxemk’op in lingua maya) dopo lo sbarco simbolico di “controconquista” della delegazione Extèmporanea  durante la Gira por la Vida del 2021, che ha toccato anche la Sicilia. A Palermo abbiamo poi accolto le delegazioni di una prima Gira europea del CNI e del Fray Bartolomè de Las Casas nel 2024, e di una seconda Gira europea nei giorni scorsi: abbiamo ospitato dal 24 al 26 settembre  Abel (del Congreso Nacional Indigena) e Sandra (del Centro Derechos Humanos Frayba).  Cerchiamo brevemente di capire  cosa sono il CNI e il Frayba: il CNI (Congreso Nacional Indigena) è stato costituito 30 anni fa, il 12 ottobre 1996 (il 12 ottobre è data simbolica di resistenza alla “conquista” del 1492) dopo due grandi incontri organizzati dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) con l’obiettivo di lottare per ottenere il riconoscimento (con valenza costituzionale) dei popoli indigeni come soggetto di diritto con un posto degno nella bandiera messicana e di affermare  il diritto all’autodeterminazione dei popoli originari in esecuzione a quanto stabilito dagli Accordi di San Andrès firmati nel febbraio 1996  a seguito dei colloqui di pacificazione tra la Comandancia dell’EZLN e il Governo messicano e mai attuati. E’ utile a questo punto ricordare gli antefatti che portarono al levantamiento del 1994: nel 1992 il Presidente Salinas De Gortari aveva cancellato dalla Costituzione l’art.27 che sanciva l’inalienabilità, l’insequestrabilità e l’imprescrittibilità (insomma il divieto totale di espropriazione) degli ejidos – le terre concesse con carattere vitalizio alle Comunità secondo quanto previsto dalla Costituzione del 1917 -, aprendo di fatto le porte del Messico alle speculazioni finanziarie di USA e Canada con l’Accordo di libero scambio (NAFTA) entrato in vigore il 1°gennaio del ’94, data che non a caso fu scelta dall’EZLN per il levantamiento che portò avanti la lotta armata per 12 giorni prima di intraprendere, per decisione assembleare dei popoli indigeni e su richiesta della società civile messicana, i colloqui di pacificazione che portarono agli Accordi di san Andrès che non hanno mai avuto attuazione legale. La  lotta zapatista e dell’organo rappresentante i popoli indigeni, il CNI, si è  organizzata  per realizzare “con i fatti” l’autodeterminazione dopo che nel 2001  il Governo messicano, con una nuova legge sui diritti dei Popoli Indigeni e Afroamericani, ha di fatto tradito gli Accordi accogliendo invece interessi e pressioni  del capitalismo internazionale, dando continuità alle politiche neoliberiste dei governi precedenti, politiche seguite ancora oggi dall’attuale Governo della Presidenta Sheinbaum, del Movimento MORENA, che si autodefinisce  progressista. L’autodeterminazione “di fatto” dei Popoli Indigeni, esercitata fino a qualche anno fa con il sistema delle Giunte di Buon Governo, dei Caracoles e dei Municipi Autonomi seguendo il principio del mandar obedeciendo (comandare obbedendo), oggi è esercitata tramite strutture assembleari che cercano di evitare i pericoli dell’organizzazione “piramidale” dei sistemi tradizionali di governo, in favore di un sistema “orizzontale” e partecipato. Di tutto questo ha parlato Abel, nell’incontro organizzato la mattina del 25 settembre con la collaborazione di Giovanna Minardi (docente di le letterature latinoamericane) presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, e nell’incontro tenutosi nel pomeriggio dello stesso giorno presso la Casa della Cooperazione/CISS con la partecipazione di ARCI Palermo, Comitato No MUOS Palermo, Laboratorio Andrea Ballarò Palermo. Preziosa la collaborazione di di Stefania Salerno (compa – sta per compagna – di Petralia che ha vissuto 20 anni in Chiapas insieme a Pierpaolo Occorso, medico molto conosciuto dalle Comunità del Chiapas che ha assistito appunto per 20 anni) e di Lillo Messina (compa di Agrigento che insieme a Stefania, Pierpaolo e Antonio, a fine anni Novanta è partito dalla Sicilia per il Chiapas per osservare e sostenere l’organizzazione dell’autodeterminazione zapatista). E in Chiapas li ho incontrati nel 1998 prima di essere espulsa insieme ad altri osservatori internazionali (avevamo raggiunto nella Selva, a Taniperlas, con al seguito un gruppo di giornalisti  stranieri, le donne di una Comunità minacciata dall’esercito e dai paramilitari che avevano arrestato tutti gli uomini). Il racconto di Abel si è anche soffermato sul CIG (Consiglio Indigeno di Governo), l’organismo di governo autonomo espresso dal CNI e dall’EZLN nel 2016 per dare voce e rappresentanza ai Popoli Indigeni, ma ha dettagliatamente descritto la “guerra” in essere contro il Messico de abajo, il Messico resistente, da parte del Governo messicano e del capitalismo che depreda territori e risorse, inscenando false assemblee che formalmente approvano grandi opere (megaproyectos) che provocano desplazados (sfollati) cacciati via dalle loro terre : si impoverisce il territorio per costruire infrastrutture che sotto il generico termine di “progresso” portano avanti solo gli interessi del capitalismo internazionale. Obiettivo primario del Governo è ovviamente destabilizzare e colpire soprattutto  le Comunità zapatiste che si trovano ormai sotto assedio permanente : la resistenza del CNI dura ormai da 30 anni, e di questa resistenza ci porta la voce questa Gira che nel cartel (locandina), diffuso tra le realtà europee ospitanti, recita : “Denuncia dello stato di guerra in Messico: la pace sospesa, 30 anni di resistenza anticapitalista”. Queste le cifre della repressione: 135.000 persone sparite (ma si tratta di una cifra indicativa), 42 omicidi al giorno. Il CNI conta 45 “desaparecidos/as, 214 assassinati/e, 107 arrestati/e, e tra questi Jesus Placido Galindo, il compa responsabile del CNI nello Stato del Guerrero arrestato nel luglio scorso con false gravissime accuse, detenuto in un carcere di massima sicurezza. Jesus era uno dei  tre compas che abbiamo ospitato nel corso della “Gira” del 2024: un maestro di scuola, un uomo colto e gentile che abbiamo avuto il piacere di conoscere e ascoltare; si sono fatti tanti appelli per la sua liberazione, in Messico e in Europa, ma senza alcun esito.  Anche il racconto di Sandra si concentra sulla forte repressione in atto in tutto il territorio messicano contro chi si oppone alle dinamiche capitaliste di cui sono parte attiva anche le bande di narcos operative ormai in tutto il Messico e che agiscono spesso in combutta con le istituzioni. Sandra fa parte del centro Derechos Humanos Fray Bartolomè de Las Casas, fondato nel 1989 da Don Samuel Ruìz Garcìa, Arcivescovo di San Cristobal che durante la sua vita fu sempre vicino ai popoli indigeni e che ha dato impulso, dopo il levantamiento ai colloqui di pace tra EZLN e Governo (interrotti dopo il tentato arresto della Comandancia da parte del Governo nel  febbraio del ’95). “La pace è sospesa – dice Sandra – , la violenza continua in tutto il territorio messicano causando gravissime violazioni dei diritti umani: detenzioni arbitrarie, torture, oltre 24.000 persone cacciate via dalle loro terre, intimidazioni e minacce contro i difensori dei diritti umani”. Aggiunge che megaproyectos come il Corridoio interoceanico nell’istmo di Tehuantepec (che servirà a collegare l’Oceano Pacifico al Golfo del Messico), il Tren Maya, la Ruta de las Culturas Mayas,  distruggeranno un patrimonio ambientale, specie forestale e boschivo, di grande rilevanza creando nello stesso tempo più facilità di movimento al traffico di droga e armi e portando avanti la violazione dei diritti dei popoli originari in nome degli interessi delle multinazionali e dei narcos. Ricorda infine Sandra il caso di Antonio Gonzales Mendez (base di appoggio dell’EZLN scomparso nel 1999): nonostante la storica sentenza della Corte Interamericana dei diritti umani abbia riconosciuto nel 2024 la responsabilità dello Stato messicano per il sequestro di Antonio (ma anche per le politiche di contro-insurrezione portate avanti in Chiapas) i vari livelli dello Stato messicano non hanno fatto indagini sulla sua scomparsa. Contro tutte queste gravi situazioni di repressione e di violazione dei diritti umani, il 9 agosto scorso è stato lanciato un appello per una grande marcia e una grande manifestazione per fine anno a Città del Messico, che vedrà presenti innanzitutto las Madres Buscadoras che cercano i familiari scomparsi: sono invitati a partecipare a questa seconda tappa della Gira por la Vida (dopo quella in Europa del 2021) collettivi messicani, europei e del mondo intero che potranno dare appoggio come Osservatori all’iniziativa.  Uno sarà il grido: “Unire tutte le lotte in una domanda comune, VERITA’ e GIUSTIZIA per le sparizioni”. Appuntamento per tutti quindi a fine anno, a Città del Messico.  Redazione Palermo
September 29, 2026
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