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Tre momenti di cesura per comprendere il tempo presente – di Daniele Curci
Durante le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle è in parte riemersa una narrazione che legge questo episodio come un evento: un avvenimento che segna l’irruzione di un fenomeno nella catena del tempo e che, pertanto, non ha nessun antecedente. L’11 settembre 2001, piuttosto, fu un evento periodizzante frutto di dinamiche [...]
October 25, 2026
Effimera
L’intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani, un’invenzione di The Guardian
La propaganda imperialista, dal 2001, è solita strumentalizzare i diritti delle donne come “giustificazione di guerra”. Questo l’abbiamo visto con la retorica de “l’esportazione della democrazia” in Afghanistan e con la retorica femonazionalista delle destre conservatrici, ma anche con episodi folkloristici che hanno inaugurato “guerre mediatiche” come le manifestazioni delle controrivoluzionarie conservatrici a Cuba e delle Manitas Blacas in Venezuela. In questi ultimi decenni, ci sono stati episodi simili ad uso e consumo occidentali anche nel contesto iraniano. In Occidente, questi eventi non hanno inciso fermamente in un’opposizione al governo degli ayatollah ma hanno piuttosto contribuito alla diffusione di un’iranofobia generalizzata, senza distinguo di alcun tipo, spesso accrescendo il già diffuso clima islamofobico. In un suo importante documentario, dal titolo Targer Iran, il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi già denunciava due fatti diventati ben presto virali sul mainstream occidentale: i casi del femminicidio di Neda Agha-Soltan e della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Neda Agha-Soltan (1983–2009) è stata una giovane studentessa iraniana di filosofia uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 durante la famosa “Rivoluzione Verde” (1), una serie di proteste a seguito delle elezioni presidenziali in Iran del 2009 durante le quali i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del premier Mahmoud Ahmadinejad dal suo incarico. Il caso ricevette un’eco mediatica a livello internazionale. Lo scrittore Paulo Coelho ha riconosciuto nel medico il suo miglior amico personale in Iran e ha contribuito alla diffusione del video pubblicandolo su Facebook, nella sua pagina personale, immediatamente seguito da migliaia di utenti. Neda significa “voce” o “chiamata” in lingua farsi e per questo la donna è stata definita come la “voce dell’Iran” e “un simbolo dei manifestanti per la democrazia che stanno attaccando il regime islamico”, nonostante l’obiettivo dei manifestanti fosse esclusivamente il riconoscimento della vittoria del loro leader Mir Hossein Mousavi e non la fine del regime in sé. Per molti giorni seguenti alla data del 20 giugno, la morte di Neda è diventata uno degli argomenti più popolari su Twitter. La vicenda non è stata riportata da media iraniani, ma ha trovato molto spazio sui media internazionali. La CNN ha mostrato il video più volte, con e senza la censura del sangue che usciva dalla bocca e dal naso della ragazza morente. A causa di questa tragedia la ragazza è stata considerata una martire della contestazione ed è diventata, per alcuni giorni, un’icona di Internet. Dopo la sua morte si verificò una confusione riguardo alla sua identità. Il nome di Agha-Soltan venne spesso riportato erroneamente come “Neda Soltani”, sebbene Neda Soltani fosse tuttavia un’altra persona, la cui fotografia del profilo Facebook fu pubblicata erroneamente da numerosi media come immagine della vittima delle proteste. Soltani tentò senza successo di far rimuovere la propria fotografia da internet. La vicenda generò diverse accuse contrapposte: il governo iraniano sostenne che fosse la stessa Agha-Soltan e che la morte fosse stata simulata, mentre altri sostennero che Soltani fosse una persona legata al governo iraniano incaricata di impersonare Agha-Soltan per danneggiarne la memoria. Due settimane dopo la diffusione della notizia, Neda Soltani lasciò l’Iran e ottenne asilo politico in Germania nel 2010. Caso differente fu invece per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Venerdì 6 agosto 2010, il giornalista Saeed Kamali Dehghan pubblica su The Guardian un articolo-intervista che diede risonanza internazionale al caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, una donna iraniana condannata per adulterio e coinvolta in un procedimento per omicidio. Il titolo, costruito in modo sensazionalistico e destinato a suscitare indignazione, recita: «Iraniana condannata alla lapidazione afferma: “È perché sono una donna”» (2). Presentato come un’intervista esclusiva, il pezzo attribuiva ad Ashtiani dichiarazioni in cui accusava le autorità iraniane di aver costruito le accuse contro di lei. Sakineh Mohammadi Ashtiani, nella misteriosa intervista, racconta il suo imminente e terrificante destino nelle mani delle autorità iraniane, lanciando un drammatico appello internazionale denunciando la falsità delle accuse mosse dal regime di Teheran. Il pezzo fu pubblicato in prima pagina sul quotidiano britannico e venne presentato come un’intervista esclusiva ottenuta tramite un intermediario anonimo. L’intervista scatenò un’enorme ondata di indignazione globale, mobilitando governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani per fermare l’esecuzione. Una classe politica occidentale mai così unita chiese a gran voce l’immediata liberazione della donna. L’Iran divenne il nemico pubblico numero uno, giustificato dalla feroce applicazione della repressione e dell’oppressione di genere che attuerebbe. Slideshow articolo The Guardian 6 agosto 2010 – traduzione in Italiano   Sedici anni dopo, ad agosto 2026, l’ex giornalista di The Guardian Saeed Kamali Dehghan ha ammesso pubblicamente che la celebre intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani — la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità in omicidio — era completamente inventata. Dehghan ha confessato sui social network che quel colloquio non è mai avvenuto. Ha esplicitamente dichiarato di aver “falsificato l’intero pezzo” e di non aver mai parlato con Ashtiani, scatenando forti critiche sulla verifica delle fonti da parte dei media occidentali. «Quell’intervista non è mai esistita». È lo stesso Dehghan a confessarlo, ammettendo che quell’articolo, fin da subito destinato ad avere ripercussioni politiche di enorme portata, era stato interamente costruito: «Voglio chiarire la situazione riguardo a un articolo che ho scritto per il Guardian e che è stato pubblicato in prima pagina. È stato presentato come un’intervista esclusiva con Sakineh Ashtiani. Quell’intervista non è mai avvenuta. Ho fabbricato l’intero pezzo. Era una storia falsa – completamente falsa – e mi assumo la piena responsabilità».     Scuse di Dehghan su Instagram per intervista ad Ashtiani del 2010 – agosto 2026 A sostenere che la falsificazione fosse nota già allora è stata Mina Ahadi, dissidente iraniana in esilio e membro del comitato consultivo dell’Alleanza Internazionale degli Atei. Dopo la confessione di Dehghan, Ahadi ha affermato che il giornalista le aveva ammesso la falsità dell’intervista già il giorno della pubblicazione. Sedici anni dopo, la confessione di Dehghan assume un peso particolare. L’articolo apparve in un momento di forte pressione sull’Iran: nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la Risoluzione 1929 (3), introducendo una violentissima serie di sanzioni a Teheran. L’Occidente aveva bisogno di una storia carica di emozioni per giustificare il regime sanzionatorio. L’immagine di una donna condannata a morte per lapidazione era perfetta. La storia si è rapidamente diffusa nei media di tutto il mondo ed è diventata un argomento per coloro che spingevano per l’isolamento globale dell’Iran e per un’eventuale regime-change made in USA. Non è la prima volta che Saeed Kamali Dehghan ammette di aver partecipato a campagne di propaganda anti-Iran mentre lavorava per media occidentali. Nel 2020, ha smentito il suo coinvolgimento nel documentario For Neda di HBO, sulla morte di Neda Agha Soltan durante le proteste del 2009, affermando di essere stato “influenzato da narrazioni occidentali”. L’ex collaboratore ha descritto il film, un tempo considerato un documentario fondamentale sulla violenza dello Stato, come “propaganda anti-Iran”. Per quanto riguarda le falsità occidentali, l’ammissione di Dehghan è tutt’altro che la prima di questo tipo. Nell’ottobre del 1990, una ragazza kuwaitiana di 15 anni di nome Nayirah si è presentata davanti a un gruppo di lavoro del Congresso degli Stati Uniti. In lacrime, ha affermato che i soldati iracheni avevano fatto irruzione negli ospedali kuwaitiani, avevano prelevato i neonati dalle incubatrici e li avevano lasciati morire a terra. Il presidente George H.W. Bush ha ripetutamente citato il suo racconto. La storia è diventata uno degli argomenti utilizzati per ottenere sostegno per l’Operazione Desert Storm. Due anni dopo, è emerso che Nayirah era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti e che la sua apparizione era stata orchestrata dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, assunta dal governo kuwaitiano in una campagna multimilionaria. La famigerata storia delle incubatrici non è mai stata confermata. Una bambina è stata indotta a mentire per aiutare a giustificare una guerra. Nel 2003, il New York Times ha licenziato il giornalista Jayson Blair dopo che è emerso che aveva inventato fonti, fabbricato citazioni e interi articoli, comprese storie scritte senza mai lasciare il suo appartamento a New York. Di 73 articoli esaminati dal giornale, 36 contenevano prove di comportamenti scorretti da parte del giornalista. Anche il giornalista Stephen Glass di The New Republic ha inventato 27 dei 41 articoli che ha pubblicato tra il 1995 e il 1998, inventando personaggi e aziende e persino creando siti web falsi per ingannare i verificatori dei fatti. Per non parlare, naturalmente, della famigerata “provetta di antrace” mostrata all’ONU dal segretario di Stato USA Colin Powell come prova dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nell’Iraq di Saddam Hussein: inganno occidentale che venne svelato poi dal Rapporto Chilcot del 6 luglio 2016 in cui si denunciò come la storia dell’esistenza delle armi chimiche di Saddam fosse un’invenzione di Blair e Bush per giustificare la loro aggressione militare contro uno Stato sovrano. Nonostante l’intervista specifica a Sakineh fosse un falso, la condanna originaria della donna era reale. Sakineh Ashtiani era stata effettivamente condannata alla lapidazione, pena poi sospesa e commutata in reclusione a seguito delle fortissime pressioni internazionali. La donna confessò anche di essere stata complice nell’assassinio del marito e di aver avuto una relazione con il cugino del consorte. Sakineh venne infine rilasciata dalle carceri iraniane nel 2014 per buona condotta. L’elemento sconvolgente è che vicenda di Sakineh Ashtiani riuscì ad manipolare l’opinione pubblica occidentale in modo dissonante dalla realtà: aveva portato all’attenzione internazionale il tema della pena di morte in Iran senza indurre a pensare criticamente sulla pena di morte, all’epoca presente, in molti stati degli Stati Uniti d’America o in Israele. Oggi, il caso dell’intervista inventata da The Guardian solleva interrogativi sul controllo delle fonti quando una storia ha un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale, in questo caso la repressione iraniana. L’ammissione di Dehghan solleva interrogativi sul controllo delle fonti anche da parte di una delle testate considerate tra le più autorevoli al mondo. Il caso è interessante per ciò che dice sulla stampa, ma anche per un problema più ampio. Nel linguaggio comune, quando si parla di propaganda o notizie false, il riferimento tende automaticamente a modelli politici estranei all’Occidente. Il problema non riguarda soltanto i regimi autoritari o i sistemi informativi sottoposti al controllo di uno Stato, ma riguarda anche i paesi occidentali e, in generale, il progressivo indebolimento della deontologia giornalistica. Una crisi che riguarda l’Italia, patria di un sistema mediatico nel quale il rapporto fra editoria, politica e potere è torbido da decenni, ma anche le grandi testate, che finiscono per piegarsi a narrazioni dominanti, a richieste editoriali già indirizzate cavalcando i propri desideri personalistici di fama ed autoreferenzialità.   (1) Dal 2013 molti membri del Movimento Verde hanno aderito alla coalizione del “Consiglio Nazionale Iraniano per le libere elezioni”, fondata dai sostenitori dello Scià di Persia in esilio del Partito Costituzionalista dell’Iran. (2) Iranian facing stoning speaks: ‘It’s because I’m a woman’ https://www.theguardian.com/world/2010/aug/06/sakineh-mohammadi-ashtiani-iran-interview  (L’articolo-intervista pubblicato il 6 agosto 2010, ad oggi, è ancora disponibile sul sito web di The Guardian senza alcuna nota o rettifica pertinente) (3) La Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata adottata il 9 giugno 2010 ed ha imposto il quarto e più duro pacchetto di sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica dell’Iran a causa del suo programma nucleare e balistico.   Caso di Neda Agha-Soltan e di Neda Soltani: https://www.bbc.com/news/magazine-20267989 https://www.theguardian.com/world/2012/oct/14/iran-neda-soltani-id-mix-up https://web.archive.org/web/20100209021606/http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iPD-wzCdHuXjid8AqB2gs2iqtn7Q https://www.latimes.com/world/la-fg-iran-neda23-2009jun23-story.html https://www.nytimes.com/2009/06/23/world/middleeast/23neda.html?ref=middleeast https://edition.cnn.com/2009/WORLD/meast/06/21/iran.woman.twitter/ https://archive.wikiwix.com/cache/index.html?t=20090624002432&url=http://www.nydailynews.com/news/us_world/2009/06/21/2009-06-21_neda_young_girl_killed_in_iraq.html https://web.archive.org/web/20090624013907/http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1906040,00.html http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8111352.stm https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/06/iran-neda-martire.shtml?uuid=051f2ddc-5e84-11de-abfb-f076f654929e&DocRulesView=Libero https://www.theguardian.com/world/2009/jun/22/iran-protests-revolutionary-guard Iranian Womans Martyrdom Told on Facebook Spreads Protests, in Digital Journal, Newstex LLC, 20 giugno 2009.   Caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani: https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Iran-rilasciata-Sakineh-condannata-per-adulterio-75cc41b3-9932-4699-a983-a1ce93c427bd.html https://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_09/sakineh-liberata_df9fff5c-03c1-11e0-8ee8-00144f02aabc.shtml https://www.latimes.com/archives/blogs/babylon-beyond/story/2010-07-12/iran-judiciary-official-says-woman-to-be-stoned-for-husbands-murder-not-just-adultery https://web.archive.org/web/20101206135728/http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio https://www.hrw.org/news/2010/07/07/iran-prevent-womans-execution-adultery https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/28/visualizza_new.html_1758574796.html https://www.repubblica.it/esteri/2010/11/03/news/sakineh_ancora_viva-8696046/?ref=HREC1-5 https://www.repubblica.it/esteri/2014/03/19/news/iran_sakineh_esce_dal_carcere-81395700/ > Torna libera Sakineh, l’iraniana condannata a morte per adulterio https://x.com/insideoverita/status/2092896377009267150 https://it.ncr-iran.org/notizie/iran-news/saeed-kamali-dehghan-e-la-guerra-dellinformazione-di-teheran-contro-la-resistenza-iraniana/ https://www.infopal.it/iran-diritti-delle-donne-islam-e-iranofobia-un-altro-sguardo-intervista-a-hanieh-tarkian/ https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE Lorenzo Poli
October 18, 2026
Pressenza
Come si costruisce una fake news: un caso di scuola nel Venezuela bolivariano oggi
Sta girando, ampiamente ripresa anche da realtà e personalità storicamente vicine al Venezuela bolivariano e di insospettabile coerenza politica antimperialista, la notizia di un clamoroso intervento pubblico della Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, che avrebbe, nel contesto della celebrazione del Bicentenario del Congreso Anfictiónico di Panamá, tenuta presso il Teatro Teresa Carreño a Caracas, capitale del Venezuela, fatto un esplicito riferimento alla vicenda del sequestro del Presidente costituzionale, Nicolás Maduro, e della prima dama, la giurista e deputata Cilia Flores, da parte delle forze speciali statunitensi, lo scorso 3 gennaio, nonché, in particolare, al corso politico intrapreso dal Paese nei mesi successivi. Agenzie e siti di informazione hanno riportato la “notizia”, in base alla quale, alternando sapientemente virgolettati e non virgolettati, dunque espressioni direttamente attribuite alla presidente e altre considerazioni di fattura del redattore, la destituzione di Nicolás Maduro, avvenuta lo scorso gennaio in un’operazione della Delta Force statunitense, avrebbe messo il Paese “sulla strada giusta”.  Questo primo virgolettato, “sulla strada giusta” non è preceduto o seguito da analoghi, corrispondenti, virgolettati, lascia (correttamente) intendere che si tratti di parole di Delcy Rodríguez, ma, collegato in questa maniera alla frase precedente, porta (incongruamente) alla conclusione che la stessa Delcy Rodríguez intendesse riferirsi alla destituzione di Nicolás Maduro. Il lettore è dunque portato a credere che la Rodríguez abbia salutato, più o meno, come una benedizione l’aggressione statunitense e il sequestro del presidente costituzionale, del quale lei stessa era vicepresidente, perché proprio “grazie a” questo evento drammatico il Paese si sarebbe potuto, finalmente, incamminare “sulla strada giusta”.  Ancora con una sapiente opera di accurata selezione funzionale delle citazioni (un’operazione giornalistica, e non solo, nota tra gli addetti ai lavori come “cherry picking”, letteralmente “raccolta delle ciliegie”, un processo di costruzione narrativa volto a produrre una fallacia logica e cognitiva consistente nel selezionare solo le informazioni che confermano la propria tesi, ignorando deliberatamente tutte le altre informazioni che la smentiscono o potrebbero smentirla), agenzie e notizie portano, nel prosieguo del discorso, altri due passaggi: ancora miscelando sapientemente virgolettati e non virgolettati, Delcy Rodríguez avrebbe definito gli eventi del 3 gennaio “un punto di svolta” per la politica del Venezuela; e successivamente la citazione di un’affermazione della Rodríguez stessa: “Sono già trascorsi quasi sei mesi e sono convinta che questa sia stata la direzione giusta”. Che, se si va a leggere il discorso dal quale è stata estrapolata, è stata effettivamente pronunciata dalla presidente incaricata, ma senza alcuna relazione, come invece questa ricostruzione farebbe intendere, al fatto che questa “giusta direzione” sia stata intrapresa “grazie a” gli eventi del 3 gennaio.  La notizia data in questi termini è dunque tecnicamente una fake news: lascia intendere qualcosa che non esiste e non si è verificato. Come sono andate allora veramente le cose, e come fare per riconoscere questa e altre fake news? La regola d’oro è sempre la stessa: consultare la fonte. Non l’agenzia che riporta un discorso o un comunicato, tagliando pezzi, selezionando e ricombinando contenuti; ma proprio il testo del discorso o del comunato al quale si fa riferimento. Nel caso degli interventi istituzionali, il procedimento non è neanche particolarmente laborioso, esistono infatti i canali istituzionali che riportano questo genere di interventi. In storiografia si direbbe la “fonte primaria”, vale a dire il documento originale, che porta il contenuto originario, diretto e non filtrato o mediato da terzi, distinguendosi dalle fonti che analizzano o interpretano il contenuto. Nel caso in questione, la prima è il MIPPCI, il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione, vale a dire il Ministero della Comunicazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove apprendiamo che «Nel suo intervento, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha sottolineato: “Risolvere le controversie, appianare le divergenze esistenti, attraverso i canali diplomatici, e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela. Ci troviamo propriamente in un momento di svolta storica, caratterizzato da grandi difficoltà e grandi minacce. Come disse il nostro Padre Liberatore a proposito delle montagne d’oro, d’argento e delle ricchezze naturali che il nostro Paese possiede”».  Inoltre, a proposito dei sei mesi trascorsi dal 3 gennaio, il sito istituzionale riporta che «Dopo quasi sei mesi, il Venezuela si trova ad affrontare minacce significative a causa delle sue risorse naturali. Il governo nazionale ha ribadito l’importanza strategica di difendere la sovranità e il diritto allo sviluppo autonomo». Tutt’altro, in poche parole, rispetto a quanto lasciato intendere da alcune agenzie e siti di informazione.  Il secondo canale istituzionale è quello dell’Ufficio Stampa presidenziale. Qui, ancora più puntualmente, apprendiamo che «Durante la commemorazione del bicentenario del Congresso Anfizionico di Panama, tenutasi al Teatro Teresa Carreño di Caracas, la Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito l’importanza di risolvere qualsiasi controversia o divergenza attraverso i canali diplomatici. “Sono trascorsi quasi sei mesi e ritengo che il cammino che abbiamo intrapreso sia stata la strada giusta. Risolvere le controversie, appianare le divergenze attraverso i canali diplomatici e garantire la tranquillità, la pace, la sovranità e l’indipendenza del Venezuela”. Nel suo intervento, Delcy Rodríguez ha sottolineato come il pensiero bolivariano rimanga un asse fondamentale per l’integrazione regionale e la difesa dei principi di autodeterminazione dei popoli di fronte alle attuali sfide geopolitiche».  Dunque, la presidente incaricata ha parlato di svolta storica, grandi difficoltà e grandi minacce, minacce significative a causa delle immense risorse naturali del Paese, difesa della sovranità, autodeterminazione e diritto allo sviluppo autonomo. Praticamente tutto il contrario di quello che una sapiente manipolazione e ricostruzione dei testi potrebbe indurre a far credere. Costruire fake news, in tempi di guerra mediatica e psicologica, è uno dei principali strumenti della narrazione dominante per disorientare e giustificare l’inammissibile.   Riferimenti: Ejecutivo Nacional reafirma su compromiso con la Diplomacia de Paz en el Bicentenario del Congreso Anfictiónico de Panamá: https://prensapresidencialvenezuela.gob.ve/index.php/2026/06/22/ejecutivo-nacional-reafirma-su-compromiso-con-la-diplomacia-de-paz-en-el-bicentenario-del-congreso-anfictionico-de-panama El camino correcto se basa en dirimir las controversias, las diferencias que las hay, que existen a través del espacio diplomático y garantizar la tranquilidad, la paz, la soberanía y la independencia de Venezuela,  aseguró Presidenta (E) Delcy Rodríguez: https://mippci.gob.ve/el-camino-correcto-se-basa-en-dirimir-las-controversias-las-diferencias-que-las-hay-que-existen-a-traves-del-espacio-diplomatico-y-garantizar-la-tranquilidad-la-paz-la-soberania-y-la-independencia  Immagine:  Gianmarco Pisa
June 23, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodriguez non è al soldo di Trump
I tentativi di guerra mediatica e di disinformazione contro il Venezuela stanno crollando sotto il loro stesso peso. Il caso più recente è quello del quotidiano britannico The Guardian, che ha pubblicato un articolo a gennaio 2026 intitolato “Delcy Rodríguez ha assicurato la cooperazione degli Stati Uniti dopo la cattura di Maduro”, smentito dallo stesso governo venezuelano attraverso l’account X Miraflores al Momento. A questo proposito, il giornalista internazionale Carlos Montero ha commentato un thread su X della politologa spagnola Irene Zugasti, la quale ha affermato che si tratta di una rielaborazione del Miami Herald. Zugasti ha sottolineato che il testo perde ogni rigore nella parte del racconto in cui si cerca di descrivere il presidente in carica. “Sarebbe rigoroso presentare qualcosa di più di una serie di congetture sotto forma di fughe di notizie e voci e trasformarlo in un’esclusiva”, ha sostenuto. Delcy Rodríguez ha dichiarato fin da subito, dopo gli avvenimenti del 3 gennaio 2026, di essere “stanca degli ordini di Washington”, riferendosi alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti dopo i raid aerei e la detenzione del presidente Nicolás Maduro. “Basta con gli ordini di Washington ai politici venezuelani”, ha detto Rodríguez in un discorso ai lavoratori del petrolio nello stato orientale di Anzoátegui. “Lasciate che la politica venezuelana risolva le nostre controversie e i nostri conflitti interni. Basta con le interferenze straniere”, ha aggiunto. “Non abbiamo paura, perché ciò che dovrebbe unirci come popolo è garantire la pace e la stabilità a questo Paese” – ha continuato Rodríguez, secondo il quotidiano cinese China Daily – aggiungendo che “il Venezuela non avrebbe mai immaginato che una capitale del Sud America sarebbe stata sottoposta a un attacco militare da parte di una potenza straniera”, riferendosi all’incidente del 3 gennaio, quando le forze statunitensi hanno preso d’assalto Caracas e hanno arrestato con la forza il presidente Nicolás Maduro e sua moglie. La presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito inoltre – fin da subito – l’autonomia del Paese durante la Consultazione Pubblica sulla Riforma della Legge sugli Idrocarburi, respingendo le dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. > Venezuela, Delcy Rodriguez: “Ley de Hidrocarburos consentirà l’attivazione > degli spazi petroliferi inutilizzati” Rodríguez ha sottolineato che il Venezuela non accetta ordini esterni e che il suo governo risponde esclusivamente al mandato del popolo, sottolineando l’importanza di relazioni diplomatiche basate sul rispetto reciproco. Di fronte a questa franchezza, non si può che ribadire la totale distorsione e manipolazione intenzionale nei sistemi mediatici occidentali. Trump e la narrazione occidentale hanno intenzionalmente distorto mediaticamente la propensione al dialogo del governo bolivariano, per spacciarlo come un “cedimento” ai suoi piedi per diffondere l’idea, ancor più grave, che il governo bolivariano di Delcy Rodriguez avesse tradito lo “spirito di Hugo Chavez” e del presidente costituzionale Maduro. Idea quest’ultima che ha influenzato anche alcuni ambienti della sinistra radicale, purtroppo. Trump ha fatto di tutto per trasmettere al mondo la falsa idea di “gestire la transizione democratica in Venezuela” , supportato dai media mainstream occidentali che veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano. Il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha avuto ed ha un solo fine da parte del establishment occidentale: indebolire, attraverso i media, la credibilità internazionale della Rivoluzione Bolivariana e dividere al suo interno il movimento internazionalista in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana stessa. Il tutto con una serie di fake news. Zugasti ha aggiunto che The Guardian “è la sentinella liberale del Regno Unito, che cattura il pubblico progressista con la retorica sociale e poi la allinea agli obiettivi di politica estera del Regno Unito e della NATO nei momenti critici”. Da parte sua, Montero aveva affermato a gennaio che “le fonti, se provengono dal Miami Herald, non hanno alcuna credibilità”. Oggi questo è ancor di più confermato dai fatti. Lorenzo Poli
April 10, 2026
Pressenza
La bufala delle “esplosioni all’Avana” dopo la caduta dell’energia elettrica
Il 21 marzo alle ore 18:32 il sistema elettrico nazionale di Cuba ha avuto una caduta improvvisa e tutta l’isola è stata privata dell’energia elettrica, piombando nell’oscurità. I black-out purtroppo sono frequenti a Cuba a causa del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti e aggravato dall’ultimo provvedimento di Donald Trump del 29 gennaio scorso, che ha di fatto bloccato qualunque importazione di carburanti sull’isola. Il sistema energetico cubano si basa sul mix di energia prodotta da centrali termoelettriche e da rinnovabili, principalmente solare; il blocco delle importazioni di petrolio non permette alle vecchie centrali di produrre la corrente necessaria per l’isola e le interruzioni nella somministrazione elettrica sono una costante nella vita dei cubani. Per coloro che vivono diffondendo menzogne su Cuba con il chiaro scopo di infondere nella popolazioni ulteriori preoccupazioni la caduta improvvisa del servizio elettrico è stata come una ciliegina sulla torta. Pochi minuti dopo il black-out generale, due immagini notturne di presunti incendi in lontananza a L’Avana hanno iniziato a circolare sui social network. Non c’era un contesto chiaro, nessuna posizione precisa, nessuna conferma ufficiale, ma è bastato per mettere la popolazione in allarme. Il messaggio avvisava di due grandi esplosioni e del rumore di alcuni elicotteri. La formulazione era prudente, ma sufficiente per mettere in allarme gli utenti della rete che non hanno pensato minimamente di verificare la veridicità di questa notizia. Infatti alle 18:51, solamente 19 minuti dopo la disconnessione del sistema elettrico, Cubadebate pubblicava sui suoi canali Telegram e Whatsapp la notizia della sua caduta. Bastava poco per smascherare immediatamente la falsa notizia, ma spesso si preferisce credere a utenti ignoti che ai canali ufficiali. La notizia era diventata virale. Alle 2 del mattino, l’operatore di Atlas Network, Agustín Antonetti, ha twittato da Miami le due immagini che sarebbero associate a questa bufala. Antonetti ha assicurato che le immagini provenivano da “una persona di alta fiducia a Cuba”. Alle 2:48 del 22 marzo, un post dell’operatore politico Magdiel Jorge Castro, dalla Spagna, ha introdotto una versione più elaborata: allarmi attivati, presenza di “berretti neri”, ai vicini è stato impedito di uscire ed elicotteri che sorvolano. Quel post – trasmesso da Madrid e senza prove verificabili – è diventato uno dei nuclei iniziali della conversazione, riferisce Cubadebate. Meno di un’ora dopo, il contenuto è diventato virale a livello internazionale. Alle 3:33 del mattino, alcuni media di lingua inglese hanno amplificato la storia, citando quelle stesse fonti e consolidando una versione che non parlava più di indizi, ma di uno scenario in via di sviluppo. Un’analisi della frequenza delle menzioni all’ora sulla piattaforma X effettuata dall’Osservatorio dei media di Cubadebate consente di identificare una curva di diffusione chiaramente definita. La circolazione inizia timidamente la notte del 21 marzo e cresce durante l’alba, ma è tra le 06:00 e le 08:00 del 22 marzo che la voce raggiunge il suo apice: circa 70 menzioni all’ora nel corpus analizzato. Questo è il momento in cui la bufala cessa di essere una voce marginale e diventa una tendenza. E lo fa senza nuove prove, senza immagini aggiuntive e senza conferma istituzionale. Solo per ripetizione. A questo punto conviene fermarsi e osservare il meccanismo. La fake news non circola come una narrazione unica, ma come un insieme di cornici narrative che si sovrappongono: 1. Ci sono incidenti violenti Vengono riferite esplosioni e incendi all’Avana. È il nucleo iniziale, supportato da immagini ambigue. 2. Militarizzazione. Vengono introdotti elicotteri, forze speciali e “berretti neri”. La scena passa da un incidente confuso a una possibile operazione di sicurezza. 3. Opacità informativa Si sostiene che, a causa del black-out e dell’interruzione di Internet, non è possibile verificare cosa sta succedendo. La mancanza di informazioni si presenta come prova indiretta. 4. Geopolitica. L’episodio è proiettato verso scenari più grandi: intervento esterno, “Venezuela 2.0” o crollo del sistema politico. 5. Correzioni minoritarie. Alcune voci indicano spiegazioni tecniche: sostengono che il rumore che si sente non sono elicotteri, ma generatori elettrici e che le fotografie non sono attuali. Queste versioni appaiono presto, ma non riescono a rallentare la diffusione iniziale. La notizia è stata confezionata senza alcun riscontro visivo, non vengono citati testimoni, persone che abbiano visto quanto affermato, le immagini sono anonime e prive di contesto geografico e temporale, ma nonostante tutto questo la notizia diventa virale perché diffusa da utenti che non hanno assolutamente verificato quanto si affermava stesse avvenendo. Nelle immagini divulgate come “prova” delle esplosioni all’Avana il luogo non è identificato. Non ci sono video coerenti. Non ci sono sequenze verificabili. Tuttavia, queste immagini sono state sufficienti per stimolare l’immaginazione. In alcuni casi, sono state addirittura trasformate: sono stati aggiunti testi, iconografie di elicotteri, insegne “last minute” e presunte prove della NASA. L’analisi consente di identificare un modello chiaro: la voce non emerge nei grandi account, ma raggiunge una scala virale non appena la incorporano nel loro flusso di pubblicazioni. Si tratta di profili collegati a media ad alto impatto, aggregatori di notizie e attori chiave dell’amplificazione. Non hanno verificato le informazioni prima di diffonderle; le hanno riconfezionate, condensate in formule che ne facilitavano la circolazione rapida, o semplicemente le hanno ridistribuite a un pubblico molto più ampio. In quel transito, le voci si sono stabilizzate. La notizia ha smesso di presentarsi come un dubbio e ha continuato a circolare come un fatto assunto. Perché questa notizia è diventata virale nonostante sia stata scarsamente provata? La spiegazione ha varie cause che assieme hanno creato il terreno ideale per la sua diffusione. In primo luogo, il contesto ha favorito la confusione. Un black-out nazionale non è solo un guasto tecnico: altera la vita quotidiana, genera preoccupazione e rende difficile sapere cosa sta realmente accadendo. Quando l’elettricità scompare, si riducono anche le comunicazioni, l’accesso a Internet e la possibilità di confrontare le versioni. In una situazione del genere, cresce il bisogno di spiegazioni immediate e con esso la vulnerabilità di fronte alle illazioni. In secondo luogo, quella notizia non è apparsa nel vuoto. Per anni, una parte dell’ecosistema mediatico e politico ha interpretato quasi ogni episodio accaduto a Cuba come un segno di crollo, caos interno o imminenza di un esito più grande. Quel quadro interpretativo era già disponibile. Ecco perché, quando immagini confuse e strani suoni sono apparsi nel mezzo del black-out, una parte del pubblico era predisposto a leggerli non come fatti incerti o isolati, ma come prova di una crisi più profonda. In terzo luogo, i social media sono progettati per premiare la velocità, l’emotività e l’impatto. Un messaggio allarmante, diffuso nel momento di massima incertezza, circola meglio di una spiegazione prudente o di una verifica che richiede più tempo per essere trovata. In pratica, ciò significa che molti account preferiscono pubblicare immediatamente ciò che “sembra accadere” piuttosto che aspettare di verificarlo. L’incentivo non è quello di colpire, ma arrivare per primi e attirare l’attenzione. Inoltre, questo tipo di bufala di solito non si presenta all’improvviso come una grande bugia evidente. Si costruisce passo dopo passo. Prima appare un bagliore lontano. Poi qualcuno lo chiama incendio. Più tardi si parla di esplosione. Poi si aggiungono elicotteri, forze speciali o movimenti strani. Infine, tutto questo viene riordinato come se fosse parte della stessa scena di crisi. Ogni passo, fatto separatamente, può sembrare credibile; il problema è che la somma delle congetture finisce per presentarsi come se fosse un fatto confermato, analizza il sito Cubadebate. Analisi completamente condivisibile, ma non bisogna dimenticare che, come detto, la verità era a disposizione degli utenti 19 minuti dopo la disconnessione del sistema, quindi era facilmente verificabile che si trattava di una colossale bufala. L’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica non dipendeva da nessuna esplosione, da nessun intervento militare, ma dalla disconnessione dal sistema elettrico nazionale della centrale di Nuevitas. Pensare che la notizia sia stata creata e amplificata nella sua diffusione da account riconducibili ai soliti controrivoluzionari che operano sull’isola non è certamente fantasia. So benissimo che quando la corrente se ne va le comunicazioni sono difficili e Internet funziona a singhiozzo, ma se stai su X e  diffondi notizie non verificabili la tua connessione funziona benissimo. Se non diffondi la verità che Cubadebate prontamente ha pubblicato allora c’è del dolo e non solamente la necessità di trovare una giustificazione a quanto sta accadendo. Diffondere false notizie per aumentare le preoccupazioni della popolazione cubana, chiamata anche guerra cognitiva,  è una precisa strategia di destabilizzazione dell’ordine sociale dell’isola condotta da tempo da quelli che della controrivoluzione vivono, sia negli Stati Uniti che a Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso
L’Iran ha ucciso leader israeliani? “Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le […] L'articolo L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Venti minuti per ingannare l'IA: ChatGPT e Gemini preda della disinformazione più ovvia
Con l'avvento degli LLM, molti si sono convinti che questi siano degli oracoli assolutamente imparziali e onniscienti cui chiedere conferma della veridicità di pressoché ogni informazione. In realtà, come dimostra l'esperimento condotto da un giornalista della BBC, ingannare i chatbot (o, per lo meno, alcuni di essi) spingendoli a credere alle bufale non è poi troppo complicato. In particolare ChatGPT e Gemini, pur essendo sistemi progettati per filtrare contenuti falsi o dannosi, possano essere indotti a generare informazioni errate con sorprendente rapidità. Il giornalista in questione, Thomas Germain, non aveva l'obiettivo di violare sistemi informatici o sfruttare vulnerabilità tecniche profonde, ma puntava soltanto dimostrare come un intervento minimo e apparentemente innocuo potesse alterare il comportamento di chatbot come ChatGPT e Google Gemini. L'intero processo di creazione dell'inganno ha richiesto appena venti minuti, serviti a Germain per creare una semplice pagina web sul proprio sito personale. Il contenuto di questa pagina era volutamente banale e costruito ad arte: un articolo che lo definiva «il miglior giornalista tecnologico al mondo nel mangiare hot dog». Non si trattava di un'informazione reale né plausibile, ma era formulata in modo tale da sembrare una dichiarazione di fatto. Leggi l'articolo
February 26, 2026
Pillole di info digitale
Venezuela, governo bolivariano smentisce fake news sulla presunta spedizione di petrolio venezuelano in Israele
Martedì 10 febbraio il governo bolivariano ha smentito una notizia falsa diffusa dall’élite mediatica contro il Venezuela. Il vicepresidente per la Comunicazione e la Cultura, Miguel Ángel Pérez Pirela, ha chiarito che la notizia pubblicata da Bloomberg, che indica una presunta spedizione di petrolio dal Venezuela a Israele, è falsa. Miguel Pérez Pirela , vicepresidente venezuelano per la Comunicazione e la Cultura, ha smentito una nuova fake news pubblicata dall’agenzia statunitense Bloomberg martedì 10 febbraio. Attraverso il suo canale Telegram, il funzionario ha etichettato come “fake news ” il rapporto che denunciava una presunta spedizione di petrolio greggio venezuelano in Israele , un’affermazione priva di fonti ufficiali e di qualsiasi prova verificabile. La smentita è stata effettuata pubblicando uno screenshot dell’articolo con un timbro rosso “FALSO”, evidenziando la falsità del rapporto. In questo modo, il governo bolivariano continua a frenare la diffusione di notizie infondate volte a destabilizzare il Paese . Il titolo di Bloomberg, citato nella pubblicazione, affermava: ” Il Venezuela invia la sua prima spedizione di petrolio greggio a Israele dopo anni dalla cattura di Maduro “. L’articolo affermava che la spedizione sarebbe stata elaborata dalla raffineria del Gruppo Bazan , presentando una narrazione progettata per minare la stabilità, la sovranità e la pace della nazione sudamericana. La fake news di Bloomberg ha basato le sue informazioni su “persone a conoscenza dell’accordo, che hanno chiesto di non essere identificate”, una pratica che teleSUR respinge per la sua mancanza di rigore . L’agenzia ha anche affermato falsamente che “all’inizio dell’anno, le forze statunitensi hanno catturato Maduro e l’amministrazione Trump ha dichiarato che avrebbe preso il controllo delle vendite di petrolio venezuelano”, un elemento centrale della disinformazione. Bloomberg ha tentato di giustificare la mancanza di prove dirette affermando che “Israele non rivela da dove ottiene il suo petrolio greggio” e che “le petroliere sono scomparse dai sistemi di tracciamento digitale una volta avvicinate ai porti del Paese”. L’agenzia ha anche fatto riferimento a una precedente spedizione di 470.000 barili nel 2020, secondo i dati di Kpler, per contestualizzare la sua affermazione. Secondo la stessa fonte, Bazan Group e il Ministero dell’Energia israeliano “hanno rifiutato di commentare”. Drammatico è che questa fake news, lanciata dalla statunitense Bloomberg, sia stata copiata da centinaia di siti e che nessuno di questi siti si sia preoccupato di pubblicare l’immediata smentita del governo venezuelano, attuando il perfetto stile del giornalismo genuflesso ai voleri di Washington.   Il governo venezuelano rimane fermamente impegnato a garantire la verità e a difendere la propria sovranità contro le campagne di disinformazione. Questo tipo di “fake news” mira a minare l’immagine internazionale del Paese e a generare incertezza sulla sua governance . La rapida risposta delle autorità venezuelane sottolinea l’importanza di contrastare la diffusione di notizie infondate che compromettono la stabilità regionale e l’indipendenza delle nazioni del Sud del mondo. Il Venezuela ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009 , durante la presidenza di Hugo Chávez, come forma di protesta contro l’Operazione Piombo Fuso, condotta dal regime sionista a Gaza (2008-2009). Tuttavia, fin dal suo inizio, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto una posizione di severa critica nei confronti delle politiche genocide ed espansionistiche israeliane . In questo contesto, il Paese caraibico si è schierato fermamente a sostegno della causa palestinese e ha denunciato negli ultimi due anni il genocidio perpetrato dal governo di Benjamin Netanyahu ai danni della popolazione della Striscia di Gaza . La fake news in questione indica che il petrolio greggio verrebbe lavorato dalla raffineria del Gruppo Bazan. Il “giornalismo” spazzatura ancora all’attacco del Venezuela Bolivariano usando fake news. Il fine è evidente: screditare il governo chavista, farlo passare come traditore e fargli perdere consenso tra i milioni di sostenitori nel mondo, primo tra tutti il movimento che difende i palestinesi dal gen0cidio.   Fonte: https://www.telesurtv.net/venezuela-desmiente-fake-news-israel-petroleo/  > “Falso”: Il Venezuela smentisce la notizia di Bloomberg su una spedizione di > petrolio verso Israele > Petrolio venezuelano: il caso delle presunte esportazioni imposte da USA verso > Israele. Ma ministro Pérez smentisce: “Fake news” (I. Smirnova) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/02/14/la-vendita-di-petrolio-del-venezuela-a-israele-e-una-fake-news-0191932   LEGGI ANCHE: Jorge Rodríguez conferma che il Venezuela esercita il pieno controllo sulla propria sovranità Lorenzo Poli
February 15, 2026
Pressenza