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2/ Il corpo come tela. Cosa sappiamo davvero sul rischio sanitario dei tatuaggi, cosa ci dicono le ricerche
Sei milioni e novecentomila italiani portano un tatuaggio sulla pelle: quasi uno su otto, con punte del 24% tra i 35 e i 44 anni. Non è un dettaglio da nota a piè di pagina. Da segno di appartenenza a sottoculture di nicchia, il tatuaggio è diventato negli ultimi trent’anni un linguaggio sociale del corpo diffuso e trasversale. Già negli anni Ottanta la sociologia statunitense aveva colto questo slittamento: come osservava Clinton Sanders, uno dei pionieri degli studi sul tatuaggio, la pratica «continua a essere un segno di allontanamento dal mainstream, ma possiede al tempo stesso un effetto d’appartenenza, che identifica chi la porta come membro di un gruppo selezionato». È proprio quando una pratica smette di essere marginale, in questo doppio senso, che le domande sulla sua sicurezza smettono a loro volta di esserlo. Negli ultimi due anni la scienza ha iniziato a rispondere, con una serie di studi di ampio respiro, svedesi, danesi, statunitensi, che hanno acceso i riflettori su un possibile legame tra tatuaggi e tumori del sangue, in particolare i linfomi. I titoli dei giornali hanno fatto il loro mestiere: «i tatuaggi aumentano il rischio di linfoma del 21%». Una frase che si ricorda, che genera clic, che semplifica. Dal punto di vista scientifico, però, è imprecisa: o meglio, incompleta in un modo che cambia tutto. COSA DICONO DAVVERO I NUMERI Lo studio più citato è quello del gruppo di Christel Nielsen, pubblicato nel 2024 su eClinicalMedicine: quasi tremila casi di linfoma diagnosticati in Svezia, analizzati con un disegno caso-controllo di popolazione. Nell’analisi più rigorosa, quella appaiata e pienamente aggiustata per i fattori confondenti, il rapporto tra tassi di incidenza (IRR) è 1,21, con un intervallo di confidenza al 95% che va da 0,99 a 1,48. Tradotto: l’intervallo attraversa il valore 1, comprendendo anche l’assenza di aumento di rischio. In termini statistici, il risultato non raggiunge la soglia di significatività: un segnale, non una prova, e la differenza non è un cavillo. Come ricordavano già trent’anni fa gli statistici Douglas Altman e Martin Bland, in una nota divenuta un classico dell’epidemiologia, «l’assenza di prova non è prova di assenza». Un risultato non significativo non dimostra che un effetto non esista: dimostra solo che lo studio non aveva la potenza per rilevarlo. Le cose si complicano con la presunta relazione dose-effetto, la prova più solida di un nesso causale: più esposizione, più rischio. Un criterio che risale alla classica formulazione di Austin Bradford Hill, che nel 1965 scriveva di cercare con la massima attenzione un gradiente biologico o una curva dose-risposta, portando a esempio il rischio di cancro al polmone, che cresce in modo pressoché lineare con il numero di sigarette fumate al giorno. Nel caso dei tatuaggi questa evidenza manca: lo studio svedese non ha trovato alcuna relazione dose-risposta. Anzi, il rischio più elevato è emerso nei tatuaggi più piccoli, non in quelli più estesi, un andamento che, lungi dal confermare l’ipotesi causale, la mette in discussione. Quando un fenomeno dovrebbe comportarsi in un certo modo e si comporta al contrario, la scienza onesta non forza l’interpretazione: segnala un’anomalia da approfondire. Non è un caso isolato di cautela. Una metanalisi più recente, pubblicata nel 2026 su Clinical and Translational Oncology su sette studi e oltre 140.000 partecipanti, non ha trovato alcuna associazione significativa né per le neoplasie ematologiche (rapporto di rischio 1,02) né per i tumori cutanei (0,92): un aumento compare solo eliminando uno studio particolarmente influente, un esercizio esplorativo, non una conferma. Anche la revisione sistematica di McConnell e colleghi, sempre su eClinicalMedicine, arriva alla stessa conclusione: le prove non bastano a dimostrare un aumento del rischio di linfoma legato ai tatuaggi. IL SEGNALE CHE MERITA ATTENZIONE: LA RIMOZIONE LASER Se un dato emerge con più insistenza degli altri, in questo mosaico di incertezze, riguarda non il tatuaggio ma la sua rimozione. Nello studio svedese chi si era sottoposto a rimozione laser mostrava un rischio di linfoma quasi triplicato rispetto ai non tatuati (fino a 2,99 nell’analisi più precisa). Un dato analogo, su numeri esigui, emerge dalla Danish Twin Tattoo Cohort, lo studio sui gemelli danesi: rischio più che raddoppiato per linfoma e tumori cutanei nei portatori di tatuaggi estesi. Il meccanismo ipotizzato ha una plausibilità biologica non banale: l’irradiazione laser può frammentare i pigmenti e, come mostrano alcuni esperimenti, generare ammine aromatiche primarie, sostanze cancerogene note, a partire dai composti azoici presenti in molti inchiostri, un’ipotesi che la tossicologia dovrebbe approfondire con studi mirati. Ma anche qui la cautela statistica resta d’obbligo: nell’analisi più conservativa, l’intervallo di confidenza per il rischio da rimozione laser andava da 0,96 a 7,18, un range amplissimo, costruito su pochissimi casi, che segnala un’ipotesi da indagare, non una prova acquisita. QUELLO CHE I TOPI POSSONO (E NON POSSONO) DIRCI Nel 2025 uno studio sulla prestigiosa PNAS ha aggiunto un tassello di meccanismo biologico: nei topi, l’inchiostro da tatuaggio raggiunge rapidamente il linfonodo di drenaggio, innesca un’infiammazione acuta che persiste nel tempo, uccide i macrofagi che lo hanno inglobato e altera la risposta immunitaria a due tipi di vaccino. Un risultato affascinante, perché costruisce un ponte plausibile tra l’esposizione cronica ai pigmenti e un’alterazione duratura del sistema immunitario locale, il tipo che, in teoria, potrebbe favorire un tumore linfatico. Ma «in teoria» è la parola chiave. Un modello murino dimostra un meccanismo possibile, non un esito clinico nell’uomo: la fisiologia immunitaria dei roditori differisce da quella umana in modi che non sempre permettono l’estrapolazione. Una lettera di replica, pubblicata pochi mesi dopo sulla stessa rivista, ha richiamato questi limiti. È la dialettica normale di una scienza che avanza per confutazioni successive, non per annunci definitivi. Come scriveva Karl Popper, «tutte le teorie restano essenzialmente provvisorie, congetturali o ipotetiche, anche quando non ci sentiamo più in grado di dubitare di esse»: anche il risultato più solido resta un’ipotesi in attesa della prossima verifica, non un punto d’arrivo. IL VERO RISCHIO È QUELLO MENO RACCONTATO Mentre il legame con i tumori resta un’ipotesi aperta, esistono rischi legati ai tatuaggi pienamente documentati e spesso trascurati. La migrazione dei pigmenti verso i linfonodi è un fatto assodato, non un’ipotesi: può causare linfoadenopatie che, alla tomografia a emissione di positroni (PET) o alla biopsia, arrivano a simulare un linfoma o una metastasi, con il relativo corollario di ansia, esami invasivi e costi. Un caso ben documentato racconta di una paziente con un linfonodo fortemente captante, sottoposta a biopsia: diagnosi finale, banale infiammazione da pigmento, non tumore. C’è poi un rischio concreto e sottovalutato: tatuare sopra un neo o una lesione pigmentata sospetta può ostacolare l’autoesame e la diagnosi dermatologica precoce, ritardando il riconoscimento di un vero melanoma. Non a caso la legge italiana approvata nel maggio 2026 sulla prevenzione del melanoma è intervenuta su questo fronte, imponendo il consenso informato scritto per l’esecuzione dei tatuaggi. VIVERE CON L’INCERTEZZA, SENZA ALLARMISMO NÉ RASSICURAZIONE FACILE Il punto non è se i tatuaggi «facciano bene» o «facciano male». È che la scienza onesta lascia spazio all’incertezza, e la comunicazione pubblica ha il dovere di rispettarla invece di risolverla in un titolo. Dire «non c’è prova di causalità» non equivale a dire «è sicuro». Dire «c’è un segnale» non equivale a dire «è provato che faccia venire il cancro». Due errori speculari, ed entrambi hanno un costo: il primo genera indifferenza verso rischi reali, il secondo un allarmismo che logora la fiducia nella scienza quando i titoli minacciosi non trovano conferma. Tra questi due estremi c’è lo spazio, più stretto ma più vero, della prevenzione ragionevole: scegliere studi autorizzati, verificare l’etichettatura «REACH» degli inchiostri, evitare di coprire lesioni pigmentate sospette, riferire sempre al dermatologo, al radiologo o all’oncologo la propria storia di tatuaggi e rimozioni, specialmente davanti a linfonodi ingrossati o a un esame PET. E, a livello di sistema, servirebbe ciò che oggi manca quasi del tutto: sorveglianza epidemiologica di lungo periodo, coorti che seguano le persone tatuate per vent’anni o più, dati italiani aggiornati (l’ultima fotografia nazionale risale al 2015) e tracciabilità reale della filiera degli inchiostri, dalla produzione all’ago. C’è, in tutto questo, anche una lezione più ampia su come la società dovrebbe trattare le pratiche di massa che toccano il corpo. Il rischio non è mai solo una proprietà chimica: è il prodotto di come una sostanza viene regolata, controllata, comunicata, e di quanto equamente si accede a informazioni e servizi sicuri per gestirla. Chi si tatua in uno studio non autorizzato, chi non riceve informazioni chiare, chi vive lontano da un ambulatorio dermatologico per il follow-up non corre lo stesso rischio di chi ha pieno accesso a prevenzione e cura: una disuguaglianza silenziosa, che nessuna metanalisi può catturare da sola, ma che la comunicazione pubblica ha il compito di rendere visibile. Non è la risposta più facile da titolare. È probabilmente l’unica onesta, e l’unica davvero utile a chi un tatuaggio ce l’ha già, o sta pensando di farsene uno. > 1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché > oggi lo fanno anche i nostri idoli   Aurelio Angelini
September 28, 2026
Pressenza
1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché oggi lo fanno anche i nostri idoli
Che cosa spinge a fare della propria pelle una tela, fino a ricoprirla quasi per intero di immagini permanenti? E che cosa succede quando quella tela diventa un palcoscenico, esibito ogni weekend sotto i riflettori dello sport? Ragionare e riflettere su una pratica che si è allargata a macchia d’olio può essere un esercizio utile per entrare nelle relazioni complesse tra individuo e società, tra vicende personali e messaggio sociale, tra pulsione soggettiva e conformismo. Ed altro ancora. Nella prima parte di questa analisi sociologica Aurelio Angelini si sofferma sulle spinte motivazionali del tatuaggio. Esso «non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale  su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico»[i.l.] ______________ Perché una persona trasforma la propria pelle in una superficie narrativa, fino a coprirla quasi interamente di segni indelebili? La sociologia del corpo insegue questa domanda da decenni, senza trovare un’unica causa. Costruzione dell’identità, bisogno di appartenenza, memoria biografica, controllo di sé: fattori che si intrecciano e pesano diversamente da persona a persona. Ridurre il tatuaggio a una moda o a un sintomo di disagio significa perdere di vista questa complessità. Il corpo, scriveva Maurice Merleau-Ponty, «è il nostro mezzo generale di avere un mondo». Non un involucro biologico, dunque, ma lo strumento con cui percepiamo la realtà ed entriamo in relazione con gli altri. Intervenire su di esso significa intervenire anche sulla rappresentazione di sé. IL CORPO COME AUTOBIOGRAFIA VISIVA Gli studi sulla comunicazione incarnata offrono una delle chiavi di lettura più solide. Il corpo tatuato funziona come un medium: racconta non solo chi lo indossa, ma la cultura e le norme entro cui costruisce la propria identità. Non è più il supporto di una storia, ma parte del racconto: rende visibile ciò che resterebbe interiore, un’esperienza, una perdita, un passaggio biografico. Moltiplicandosi, i segni compongono una trama, un’autobiografia visiva sedimentata per accumulo più che progettata a tavolino. Anche il significato di ogni segno resta aperto: un’immagine scelta a vent’anni può essere riletta, decenni dopo, alla luce di esperienze nuove. La pelle è un archivio dinamico, stabile nelle immagini, mobile nelle interpretazioni. RIAPPROPRIARSI DEL CORPO IN UNA SOCIETÀ CHE LO DISCIPLINA C’è poi l’esigenza di esercitare un controllo simbolico e materiale sul proprio corpo. Nelle società contemporanee il corpo non è più un dato di natura, ma un progetto permanente: alimentazione, sport, cosmetica, chirurgia estetica allineano l’immagine all’identità desiderata, e il tatuaggio vi si inserisce. Ma questa libertà non è neutra: modelli estetici e aspettative professionali ne definiscono i confini, e pubblicità e social media amplificano la pressione, esponendo tutti a immagini idealizzate. «Il corpo è direttamente immerso in un campo politico», ha scritto Michel Foucault: osservato, valutato, disciplinato secondo un ambiente sociale che decide quali corpi siano belli, sani, desiderabili. Tatuarsi può allora diventare un gesto di riappropriazione: l’individuo interviene sulla propria immagine e ne rivendica il diritto di definizione. Il corpo ricevuto alla nascita diventa un corpo interpretato e presentato: una funzione significativa nei momenti di rottura biografica, come una malattia, un trauma o una gravidanza, quando il segno permanente può valere come riconquista simbolica di una corporeità percepita come estranea, senza che ogni tatuaggio nato da un’esperienza difficile debba per questo leggersi come gesto terapeutico. UNA FUNZIONE RITUALE IN UNA SOCIETÀ POVERA DI RITI CONDIVISI Le società contemporanee hanno smontato molti dei riti collettivi che scandivano le tappe dell’esistenza: maggiore età, lutto, nascita trovano sempre meno una cornice condivisa. Da una prospettiva antropologica, la seduta di tatuaggio può assumerne la funzione: scelta dell’immagine, ricerca del tatuatore, attesa ed esposizione del risultato sono le fasi di una pratica capace di segnare simbolicamente una trasformazione. Persino il dolore, affrontato volontariamente, entra in questa dimensione rituale, come prova di resistenza o componente del processo con cui un’esperienza si iscrive nel corpo. Il tatuaggio trasforma un evento privato in una traccia durevole, istituendo una cesura tra un prima e un dopo: il corpo modificato testimonia che un passaggio è avvenuto e che qualcuno ha scelto di conservarne memoria. APPARTENENZA E DISTINZIONE: IL CORPO COME SEGNALE SOCIALE Il tatuaggio parla sempre anche verso l’esterno: persino quando è nascosto, mostrarlo o meno fa parte della gestione sociale dell’identità. «Quando un individuo compare davanti agli altri», osservava Erving Goffman, «le sue azioni influenzano la definizione della situazione che essi si formano». Anche nato da una motivazione privata, una volta reso visibile il tatuaggio viene osservato, interpretato, giudicato: il suo significato si costruisce fra autobiografia individuale, codici culturali e percezione sociale. Può segnalare l’adesione a una comunità religiosa, professionale, sportiva; richiamare una tradizione familiare; rafforzare un legame di gruppo o marcare una differenza. Lo stesso simbolo cambia di segno secondo il contesto: trasgressivo qui, ordinario altrove. Il corpo tatuato esprime due esigenze solo apparentemente opposte, distinguersi come individui ed essere riconosciuti come gruppo. La sua diffusione ne ha ridefinito il valore simbolico: un tempo legato ad ambienti militari o a sottoculture giovanili, oggi attraversa quasi tutti gli strati sociali. La normalizzazione non ne ha cancellato la funzione distintiva, l’ha resa più sottile: la differenza si gioca ora sull’immagine, sulla collocazione, sullo stile, sulla superficie occupata. PERCHÉ I TATUAGGI AUMENTANO: LA DINAMICA ESTETICA CUMULATIVA Quando la superficie tatuata si allarga, entra in gioco anche una logica estetica, che non va letta automaticamente in chiave clinica. Il primo tatuaggio cambia la percezione del corpo intero: le zone ancora libere possono sembrare incomplete rispetto a quelle decorate. Nasce così il desiderio di collegare le immagini e sviluppare uno stile coerente: il corpo concepito non più come superficie che ospita disegni isolati, ma come opera aperta. Si aggiunge la gratificazione del processo stesso: ricerca dell’artista, attesa, seduta, scoperta del risultato formano un ciclo che qualcuno desidera ripetere. Ma la ripetizione non equivale a una dipendenza, che richiede perdita persistente di controllo e prosecuzione nonostante conseguenze gravi: il numero dei tatuaggi, da solo, non è mai un criterio sufficiente per una diagnosi. QUANDO IL SEGNO CERCA DI ELABORARE UN DISAGIO Alcuni studi hanno osservato, in campioni specifici, un’associazione fra esperienze traumatiche e alcune motivazioni legate alle modificazioni corporee: coprire una cicatrice, dare forma visibile a un’esperienza difficile da dire a parole. Ma l’associazione statistica non è un rapporto causale: la presenza di tatuaggi non è un indicatore affidabile di trauma, né una storia traumatica porta necessariamente alla modificazione corporea. Alcune ricerche registrano, dopo il primo tatuaggio, una riduzione dell’ansia legata all’aspetto fisico; altri livelli più alti di estroversione o ricerca di sensazioni, differenze troppo contenute per parlare di una “personalità tatuata”. Il punto critico non è la quantità di pelle coperta, ma la funzione che la pratica assume nella vita di chi la sceglie: il campanello d’allarme suona quando il comportamento diventa incontrollabile o l’unico modo per reggere una sofferenza persistente. IL CATTIVO ESEMPIO DEI CORPI CELEBRI: LO SPORTIVO COME MODELLO INVOLONTARIO In una cultura della comunicazione fondata sull’immagine, questo significato rischia di incrinarsi quando i corpi tatuati più visibili non sono quelli di persone comuni, ma dei personaggi pubblici, e in prima fila, oggi, ci sono gli sportivi. Calciatori, cestisti, nuotatori compaiono tatuati dalla testa ai piedi su ogni schermo, in mondovisione e sui social: il loro corpo diventa un’icona pubblica, replicata all’infinito, prima ancora che una biografia personale. Interviene qui la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura: osservare un modello prestigioso, e per un adolescente nessuno è più prestigioso del campione sportivo, spinge all’imitazione indipendentemente da un giudizio critico sulle motivazioni. Il problema non è il tatuaggio in sé, ma lo scollamento fra segno e senso: ciò che nasce da elaborazione biografica o passaggio rituale, nel gesto imitativo diventa puro accessorio estetico, adottato per assomigliare all’idolo, per apparire anziché raccontare. Il rischio si aggrava perché lo sport si rivolge a un pubblico giovanissimo, spesso privo degli strumenti critici per un rapporto consapevole con la permanenza del segno. La logica dei media, che privilegia l’immagine sulla riflessione, riduce il corpo del campione a un modello a bassa complessità: si vede il risultato, non ciò che qui abbiamo chiamato funzione biografica, rituale o identitaria. Si imita l’effetto, si perde il processo. Non si tratta di colpevolizzare i singoli atleti, spesso portatori essi stessi di storie autentiche, ma di riconoscere una responsabilità comunicativa legata all’esposizione mediatica: un corpo pubblico è sempre, anche involontariamente, un corpo pedagogico. Quando lo spettacolo sportivo insegna implicitamente che tatuarsi è soprattutto un modo per somigliare a chi vince, l’operazione simbolica ricostruita finora rischia di ridursi a puro conformismo estetico: la stessa superficie, svuotata del proprio spessore narrativo. IL PARADOSSO DELLA PERMANENZA Ricoprirsi di tatuaggi non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o, come si è visto, semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico. Resta un paradosso di fondo: attraverso un segno materialmente permanente, la persona cerca spesso di fissare un’identità che continua invece a cambiare. Il tatuaggio aspira a stabilizzare un significato, ma il tempo trasforma sia il corpo sia la storia che quel segno dovrebbe raccontare. La sua permanenza non immobilizza l’identità: ne diventa la traccia visibile delle trasformazioni. ► (1. CONTINUA. NELLA SECONDA PARTE, COSA SAPPIAMO SUL RISCHIO SANITARIO; COSA DICONO LE RICERCHE E I NUMERI) Aurelio Angelini
September 21, 2026
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