A 50 anni dal golpe in Argentina: dati e argomenti contro il negazionismoLo scorso 24 marzo, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’ultimo
golpe militare in Argentina, milioni di persone sono scese in piazza in tutto il
paese, per la memoria, la verità e la giustizia e la denuncia delle politiche
del governo di Milei. Una manifestazione storica lanciata da movimenti e
organizzazioni per i diritti umani con lo slogan: “A 50 años del golpe genocida:
el mismo plan, la misma lucha. Son 30.000”. A Buenos Aires, la manifestazione è
arrivata nella storica Plaza de Mayo, già piena di manifestanti dalla sera prima
in occasione della manifestazione della vigilia. Una giornata di lotta
moltitudinaria contro il governo Milei e il suo piano economico e politico, per
rivendicare “memoria, verità e giustizia” e legare le lotte di ieri con quelle
di oggi. A tal proposito, pubblichiamo un articolo pubblicato su Tiempo
Argentino dal ricercatore e militante argentino, da tempo collaboratore di
Dinamopress, Ariel Pennisi, che riflette sull’attualità delle lotte per la
memoria e la giustizia durante l’attuale congiuntura argentina [nota della
redazione].
In questa breve nota (ogni nostro contributo è necessariamente breve quando ci
si riferisce a quella dittatura), ripercorriamo alcuni aspetti fondamentali
della più grande tragedia politica e sociale della nostra storia recente, sia
per le generazioni più giovani che per coloro i quali, perplessi di fronte a
questo reflusso di negazionismo, amano andare a rivedere dati ed argomentazioni.
Vale la pena ricordare che quella iniziata 50 anni fa fu soltanto l’ultima di
una serie di dittature in Argentina: dittature nel 1930-1943, 1943-1946,
1955-1958, 1962-1963, 1966-1971, 1973, 1976-1983. Nessuna di queste ha assunto
caratteristiche popolari, nè tanto meno espresso alcun tipo di vicinanza con un
ragionamento anche soltanto lontanamente di sinistra. Al contrario, si è
trattato sempre, senza eccezioni, di figure militari e civili, tra cui
conservatori liberali, nazionalisti e neoliberisti, e in ogni caso le élite
economiche (esportatori di prodotti agroalimentari, industriali e banchieri)
sono stati complici. In particolare, l’ultima dittatura ha goduto del sostegno,
a diversi livelli, degli Stati Uniti (nell’ambito dell’Operazione Condor portata
avanti in tutta la regione) con il coinvolgimento delle sue agenzie di sicurezza
e di intelligence.
Il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne preceduto da un governo (Juan Perón e
Isabel Perón) che ospitava al suo interno un gruppo paramilitare armato,
l’Alleanza Anticomunista Argentina (AIA), responsabile di oltre 1.500 omicidi a
sfondo politico, mentre le forze di sicurezza, già impegnate in torture,
uccisioni e sparizioni, imprigionarono circa 5.000 persone per motivi
ideologici. Tra il 1973 e il 1976, sono scomparse circa 900 persone, pratica che
a partire dal colpo di stato divenne sistematica e diffusa. Sul piano economico
e sociale, i liberali al governo (Celestino Rodrigo, Ricardo Zinn del partito
UCEDE [Unione del Centro Democratico – ndt] e un giovane Pedro Pou, che sarebbe
poi diventato presidente della Banca Centrale Argentina durante il secondo
mandato di Carlos Menem [1995-1999 – ndt]) crearono le condizioni affinché
l’ultraliberale José Alfredo Martínez de Hoz [Ministro dell’Economia durante
l’ultima dittatura 1976-1981 – ndt] potesse presentare il proprio piano a
seguito del colpo di stato.
QUAL ERA L’OBIETTIVO PRINCIPALE DEI MILITARI E DELLE CORPORAZIONI ECONOMICHE CHE
GESTIVANO IL GOVERNO DI FATTO?
Dal nostro punto di vista, il loro scopo era neutralizzare, disgregare e, di
fatto, eliminare la crescente organizzazione operaia, la partecipazione dei
lavoratori alla ricchezza prodotta e la trasversalità degli attori sociali con
un elevato potenziale di ribellione: il movimento studentesco, il movimento
villero nelle baraccopoli, i sindacati, i sacerdoti della teologia della
liberazione, gli scrittori, i giornalisti, il movimento femminista, il Fronte di
Liberazione Omosessuale, i circoli di controcultura, e molti altri. Quello che
in definitiva cercavano di sradicare dalla società erano gli effetti progressivi
della serie di rivolte avvenute tra il 1968 e il 1969, la più emblematica delle
quali fu il Cordobazo [rivolta di Córdoba contro la dittatura di Juan Carlos
Ongania, 1966-1970 – ndt], insieme al Rosariazo, al Villazo, al Tucumanazo, al
Rocazo, ecc.
IN COSA CONSISTEVA IL TERRORISMO DI STATO?
Si è trattato di un piano sistematico (dimostrato a livello accademico, legale e
politico) di sequestri, torture, stupri, espropriazioni, furto di neonati,
omicidi e sparizioni forzate. Per metterlo in atto, furono istituiti circa 500
Centri Clandestini di Detenzione, Tortura e Sterminio (CCDTyE), dove le persone
sequestrate venivano torturate per estorcere informazioni o per il perverso
piacere dei torturatori. Venivano poi uccise, rilasciate o detenute “legalmente”
e messe a disposizione del Potere Esecutivo Nazionale. Nella maggior parte dei
casi, i corpi delle vittime venivano sepolti nei cimiteri come corpi non
identificati, cremati o gettati, ancora vivi, nei fiumi o nel mare argentino. I
figli delle vittime, rapiti insieme a loro o nati in cattività durante il
rapimento della madre, venivano sottratti e affidati a famiglie legate
all’esercito o alla polizia.
Foto di Laura Giménez
SI È TRATTATO DAVVERO DI 30.000 PERSONE?
Qualsiasi discussione su omicidi e sparizioni dal punto di vista meramente
numerico è odiosa ed è per questo che la cifra di 30.000 funge da diga di
contenimento, da punto di svolta per passare alla discussione più importante su
cause, procedure, conclusioni, effetti… e, soprattutto, sull’ottenere giustizia.
Tuttavia, come accade con i negazionisti antisemiti quando si riferiscono
all’Olocausto, il negazionismo in Argentina insiste nel dibattere sulla cifra
senza offrire alcuna soluzione in contropartita. Perché, per definizione, non
esiste una cifra ufficiale, nella misura in cui sono i responsabili che
dovrebbero fornire i dati (esercito, Chiesa cattolica, imprenditori, forze di
polizia). Il luogo comune dei negazionisti è quello di citare la cifra
rilasciata dalla CONADEP [Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone –
ndt]. Questa commissione ha pubblicato un rapporto noto come “Nunca Más” [“Mai
più”, pubblicato e consegnato al Presidente della Repubblica Argentina Alfonsín
nel 1984 – ndt], che è servito da base per il processo alla dittatura della
Giunta Militare (1985). Il rapporto includeva resoconti su 8.960 sparizioni e
identificava 340 centri di detenzione clandestini. È chiaro che si è trattato
di un’impresa tanto preziosa quanto parziale, visto che la decisione politica di
perseguire i responsabili era stata già presa. Col tempo, vennero scoperti altri
centri di detenzione e molti altri casi di sparizioni.
Ben oltre la pubblicazione sull’ANCLA [Agenzia di Notizie Clandestine] della
famosa Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare di Rodolfo Walsh
(che sarebbe stato ucciso il 25 marzo 1977), in cui affermava che c’erano
«15.000 detenuti politici e innumerevoli morti e desaparecidos» (e siamo appena
nell’agosto del 1976), o del rapporto della CADHU [Commissione Argentina per i
diritti Umani – ndt] del 1977 nel quale si parlava di 20.000 sparizioni fino a
quel momento, persino nel momento costituente dell’Assemblea Permanente per i
Diritti Umani (APDH), la Lega per i Diritti dell’Uomo, dei Familiari dei
Detenuti e degli Scomparsi per Motivi Politici e del Movimento Ecumenico per i
diritti umani, indicava 30.000 scomparsi già nel 1979.
Sarebbe interessante fare riferimento ad altri tipi di fonti, magari più vicine
ai responsabili. Il 24 marzo 2006, il giornalista Hugo Alconada Mon ha scritto
sul quotidiano “La Nación” che l’esercito argentino aveva ammesso di aver ucciso
e fatto sparire 22.000 persone tra il 1975 e il 1978 (ovvero, con altri cinque
anni di dittatura mancanti all’appello), dopo aver avuto accesso a copie
dell’Archivio di Sicurezza Nazionale dell’Università di Georgetown, dove tali
informazioni erano giunte tramite Enrique Arancibia Clavel, agente della
Direzione di Intelligence Cilena (DINA) a Buenos Aires. Inoltre, come racconta
Juan Chazarreta nel prologo alla seconda edizione del suo libro Operación
Chacabuco [il campo di concentramento di Chacabuco, costruito su una miniera di
salnitro – ndt] , nel 1977 l’agente Allen “Tex” Harris, inviato dalla Casa
Bianca per monitorare il piano della dittatura, arrivò all’ambasciata
statunitense in Argentina.
> Dopo aver esaminato a fondo i documenti forniti dagli stessi militari,
> dichiarò in un’intervista (“Perfil”, 20 giugno 2025) che la cifra di 30.000 è
> una stima abbastanza accurata dell’entità del genocidio in Argentina. Si è
> spinto addirittura a dire che il numero reale potrebbe raggiungere i 50.000 e
> ha affermato che «non si trattava di persone uccise per aver piazzato bombe,
> ma per le loro idee».
Inoltre, esistono altri modi per contare le vittime, raccogliendo le
informazioni sparse negli oltre 500 centri di detenzione clandestini. Ad
esempio, se nel cosiddetto “circuito dei campi” (a cui partecipò Roque Carlos
Presti, ufficiale militare in servizio all’epoca e padre dell’attuale Ministro
della Difesa) risultavano circa 5.000 persone scomparse, non è difficile
immaginare che, pur considerando l’ordine di scala, il totale potrebbe
facilmente superare i 30.000 detenuti scomparsi in tutto il paese. Quindi, sì,
come dicono i negazionisti, la cifra è politica e simbolica, ma non perché sia
“gonfiata”, al contrario: serve a stabilire una linea di demarcazione e forma
parte di un consenso popolare – un numero simbolico per smettere di parlare di
numeri. Per smettere di parlare di “guerra” e chiamare le cose con il nome che
gli spetta: è stato un genocidio.
Foto di Laura Giménez
GENOCIDIO O GUERRA?
Riguardo alla definizione di quel genocidio come “guerra”, narrazione
abbracciata dai militari e adottata dagli attuali negazionisti, qual è stato il
ruolo dei gruppi guerriglieri? In realtà, i Montoneros, il PRT, le FAR, le FAP
[Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, Forze Armate Rivoluzionarie, Forze
Armate Peroniste – ndt], tra le tante, erano organizzazioni politiche con
militanza attiva e impegno territoriale e culturale e che hanno avuto un braccio
armato emerso durante le precedenti dittature.
> I negazionisti di vario genere spesso giustificano quella dittatura sostenendo
> che alcuni dei gruppi sopra menzionati avessero mantenuto la loro strategia di
> guerriglia durante il breve periodo democratico successivo al ritorno di Perón
> nel paese. Ma l’argomentazione che tenta di legittimare i crimini della
> dittatura attraverso le azioni di gruppi politici armati che i militari
> consideravano “sovversivi” è fallace.
Questo è stato espresso dallo stesso Alto Comando dell’Esercito argentino un
mese dopo il fallimento dell’operazione dell’ERP a Monte Chingolo [Esercito
Rivoluzionario del Popolo, assalto avvenuto il 23-24 dicembre 1975 – ndt]:
«L’attacco all’Arsenale 601 e il fallimento del tentativo dimostrano l’assoluta
impotenza delle organizzazioni terroristiche rispetto alla loro presunta potenza
militare (…) la sconfitta ha rivelato gravi carenze organizzative e operative
che mostrano mancanza di capacità militare» (Juan Chazarreta, Coyunturas). La
suddetta dichiarazione dell’Esercito è stata pubblicata dal quotidiano “Clarín”
il 31 gennaio 1976 e quello che l’Esercito stesso ammette ex-ante è che la
dittatura non ha combattuto alcuna “guerriglia sovversiva”, ma piuttosto il suo
obiettivo era la società civile, le persone che gli si opponevano con idee e
atteggiamenti. Senza questa fallacia, l’argomentazione della guerra crolla. Ma
anche se fosse stato vero che la guerriglia rappresentasse un pericolo per le
guerre “cristiane” e “occidentali”, non è possibile affermare in alcun modo che
ci sia stata una guerra tra uno Stato con tutte le sue forze militari e gruppi
di guerriglieri composti da poche centinaia di giovani inesperti o da persone
che avevano poca familiarità con le armi. Inoltre, non è solo una questione di
proporzioni, ma concettualmente lo Stato ha, per definizione, la responsabilità
di far rispettare la legge e proteggere i suoi cittadini, il che rende
impossibile equiparare un attacco “terroristico” da parte di un gruppo militante
a un piano sistematico di rapimenti, torture, stupri, omicidi, espropriazioni,
sottrazione di bambini e sparizioni forzate. Nora Cortiñas lo ha affermato
chiaramente: «Un crimine di Stato è il crimine dei crimini».
QUALI ERANO I DATI ECONOMICI?
Dopo la visita di Friedrich von Hayek e Milton Friedman in Cile per stringere la
mano al sanguinario dittatore Pinochet, divenne chiaro che i neoliberisti
consideravano problematico lo stato sociale ma non lo stato di polizia. I
neoliberisti e i conservatori argentini non sono da meno; pertanto, con uno
stato di polizia e, diciamolo, uno Stato Terrorista, come sostegno, hanno
attuato un sanguinoso piano di smantellamento del settore pubblico e
smembramento dell’apparato produttivo. Questo programma, con alcune varianti, si
è ripresentato più volte in democrazia con Menem, Macri e Milei… alla Tripla A
[da Alleanza Anticomunista Argentina – ndt] é seguita la Tripla M. Un lavoro in
corso dello storico e ricercatore economico Bruno Napoli è illuminante per
comprendere la portata dell’inettitudine, dell’ostinazione ideologica e
dell’opportunismo del progetto economico della dittatura:
Sei ministri dell’economia si sono succeduti durante gli otto mandati tra il
1976 e il 1983. Diversi studi concludono (sulla base di misurazioni dei bisogni
primari insoddisfatti e di altre variabili) che tra il 1974 e il 1975 la povertà
si aggirava intorno al 4%, fino alla forte svalutazione nota come “Rodrigazo”,
avvenuta pochi mesi prima del colpo di stato [dal nome di Celestino Rodrigo,
Ministro dell’Economia nel 1975 durante il governo di Maria Estela Peròn – ndt].
Bruno Napoli afferma che la ricostruzione dei dati da tutte le “bibliografie”
disponibili indica tassi di povertà del 22% nel 1982 e di quasi il 27% nel 1983.
Un altro dato interessante è che durante la dittatura nacquero circa 400
baraccopoli e che, nel contesto dell’organizzazione dei Mondiali di calcio del
1978, la politica di sgombero delle baraccopoli portò allo sfollamento di
195.577 persone (su questo tema Oscar Oszlak ha svolto un lavoro approfondito).
Per quanto riguarda l’inflazione (indicatore sensibile per misurare la povertà),
il piano di Jose Gelbart [Ministro dell’Economia 1973-1974 sotto Perón – ndt]
era riuscito a ridurla al 20% annuo, ma dopo la crisi petrolifera e il
Rodrigazo, risalì al 180% e continuò ad aumentare. La dittatura ereditò quindi
una forte inflazione ma non fece altro che subire fluttuazioni nel pieno di un
brutale processo di aggiustamento, raggiungendo addirittura il 443% annuo nel
1983. L’espropriazione delle imprese e la corruzione economica, così come la
finanziarizzazione dell’economia (compreso un lucroso carry trade [pratica
speculativa di compravendita di valute nazionali – ndt], simile a quello di Luis
Caputo oggi [Ministro dell’Economia del governo Milei ed ex Presidente della
Banca Centrale Argentina – ndt]) furono caratteristiche decisive di quel
periodo.
La crescita del debito estero fu il prodotto della politica economica,
illegittima perché attuata da un governo dittatoriale, della corruzione
dilagante e della nazionalizzazione dei debiti del settore privato (gruppi
collaborazionisti come Socma di proprietà della famiglia Macri, Bridas di
proprietà della famiglia Bulgheroni, Techint, Pérez Companc, Ford, Impsa, Fiat e
altri): il debito lordo aumentò da 7,899 miliardi di dollari a 45,946 miliardi
di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale, che ha iniziato ad includere
l’Argentina tra i suoi membri dopo il colpo di stato del 1955, sottoscrisse
sette accordi con la dittatura. Inoltre, tra le leggi ancora in vigore emanate
dal regime genocida, la Legge sugli Enti Finanziari (21.526, del 1977) è, forse,
la più attuale e sintomatica di una trasformazione della struttura economica del
nostro Paese che nessun governo ha osato affrontare.
Foto di Laura Giménez
OGGI E DOMANI
Il governo di Milei e Villarruel (parente di complici del genocidio), con la
Fondazione Faro guidata da Agustín Laje, che ha celebrato pubblicamente i
crimini della dittatura, e con il sostegno di Patricia Bullrich, accusata
durante la campagna dallo stesso Milei di «piazzare bombe negli asili» (e
accusata all’epoca dagli attivisti di operare come agente dei servizi segreti),
e l’inestimabile complicità, ancora una volta, delle élite economiche, danno
voce istituzionale e possibilità di esercitare pressioni politiche al
negazionismo. Un’altra forma di negazionismo che tende a essere confusa con un
certo fastidio o pigrizia nei confronti della nostra storia è quella che insiste
sul fatto che dobbiamo lasciarci alle spalle ciò che è accaduto, che appartiene
al passato e non ha nulla a che vedere con il presente.
> Di fronte a questo è necessario chiedersi: quegli anni sono davvero rimasti
> nel passato? In un certo senso, si può dire che quello che è successo
> appartiene a una situazione con le sue regole e particolarità, una situazione
> che non è più la nostra. Ma al tempo stesso, nessuno ha l’autorità nè la
> certezza di affermare che quanto accaduto non stia succedendo di nuovo.
Da un lato, gli effetti di quella catastrofe umanitaria, istituzionale,
economica e sociale si fanno ancora sentire a vari livelli, ma soprattutto, la
desaparición è una situazione unica che impedisce la ritualizzazione della fine
di quelle vite, del loro lutto e del loro addio, della loro iscrizione nella
storia come qualsiasi altra vita. Per questo Hebe de Bonafini, insieme alle
altre Madri di Plaza de Mayo, ha chiesto con tanta lucidità «il loro ritorno in
vita», perché era un modo per ribaltare il concetto di desaparecido, per
ripagare lo Stato con la stessa moneta: se sono scomparsi, è responsabilità
dello Stato indicare dove si trovano e in che condizioni; se sono stati
assassinati, è responsabilità dello Stato segnalare il luogo in cui si trovano i
loro corpi. Finché ci saranno “desaparecidos”, quella dittatura non avrà cessato
di esistere. É nostro compito riconoscerlo, prendere in mano il nodo gordiano
della nostra storia recente, raccogliere la fiaccola delle Madri di Plaza de
Mayo seguendo il loro esempio: ricerca della giustizia, costruzione di reti di
solidarietà, capacità di trasformare il dolore in un grande dialogo pubblico e
monito contro il pericolo dell’istituzionalizzazione della violenza. Le Madri di
Plaza de Mayo sono una nuova istituzione, la cui legittimità non deriva dallo
Stato che, di fatto, hanno combattuto nella sua forma peggiore (Stato
terrorista), ma dalla pratica etica, dalla saggia pazienza e dalla ricerca della
giustizia condivisa con tutta la società.
*L’autore è saggista, docente e ricercatore (UNPAZ, UNA), membro del Gruppo di
Studi Sociali e Filosofici (IIGG-UBA) e dell’Istituto di Studi e Formazione
della CTA Autonoma. e co-direttore di Red Editorial.
Articolo pubblicato originariamente su Tiempo Argentino. Traduzione in italiano
di Michele Fazioli per DINAMOpress.
Immagine di copertina di Laura Gimenez
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo A 50 anni dal golpe in Argentina: dati e argomenti contro il
negazionismo proviene da DINAMOpress.