Non ce la facciamo da soliQuelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di
Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni
Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si
sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti.
Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni
persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella
comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre.
Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi
molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso.
Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come
in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… –
scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a
lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su
una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa.
Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un
servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un
luogo della memoria…”[Comune-info]
«Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la
tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle
parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime
famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del
futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo
di dimenticare. Non è stato sempre così.
A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori
sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le
porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno
portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni
persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella
comunità.
Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero
riconosciute come tali. Chiedevano dignità.
Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate,
rischiamo di dimenticare quanto siano costate.
Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini,
alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano
via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare
dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato
prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene.
Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può
essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato
via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita.
L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse,
per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo
chi non corrisponde alla nostra idea di normalità.
Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella
società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in
Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa
succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026,
le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo
partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta
dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un
Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando
soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di
cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica
culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei
simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare
l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al
periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg.
Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la
camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di
persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con
disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare.
Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza
politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della
memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come
«peso».
Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa
destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria
storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah,
più orgoglio identitario.
E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che
questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a
cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della
diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società
considera accettabile o normale.
Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente
attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato
uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso.
Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è
autonoma, di quanto costa.
Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le
conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto
prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso,
quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un
peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che
come una ricchezza.
Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che
il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che
vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi.
Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non
portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando
smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando
insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare
sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un
insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria.
La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei
piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle
discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati.
Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo
identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui
una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile,
chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa.
È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante.
Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se
la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è.
E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta
di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola.
Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a
una persona: tu qui hai il diritto di stare.
EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE
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