Michigan, sei settimane dopo: la coalizione entra nella fase della prova
Sei settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, la domanda centrale
non è più soltanto se Abdul El-Sayed possa allargare la coalizione che lo ha
portato alla nomination. Sta diventando più precisa: può farlo mentre crescono,
nello stesso momento, le pressioni che rischiano di dividerla?
Cinque settimane dopo il voto, non c’erano ancora sviluppi sufficienti per
parlare di una nuova fase. Ora, invece, alcuni segnali cominciano a comporsi in
un quadro diverso.
Gli elettori ebrei non sono un blocco unico
Il rapporto di El-Sayed con una parte della comunità ebraica del Michigan rimane
uno dei punti più delicati della campagna. L’8 settembre un gruppo di rabbini e
leader ebrei ha presentato una serie di principi definiti “non negoziabili”, fra
cui la sicurezza degli ebrei e il riconoscimento della sovranità ebraica in
Israele. È un segnale chiaro: il tentativo di ricostruire fiducia, avviato da
El-Sayed nelle settimane precedenti, incontra ancora forti resistenze. [1]
Ma pochi giorni dopo è emerso anche il movimento opposto. L’ex senatore Al
Franken e più di venti altri ebrei americani hanno espresso pubblicamente il
loro sostegno a El-Sayed. Alcuni di loro non condividono la sua opposizione agli
aiuti militari statunitensi a Israele, ma sostengono che le sue posizioni siano
meno lontane dal mainstream di quanto spesso venga rappresentato. [2]
La novità, quindi, non è che El-Sayed abbia “riconquistato” l’elettorato
ebraico. È piuttosto che questo elettorato appare sempre meno come un blocco
unico. Rifiuto, condizioni, apertura e sostegno convivono ormai nello stesso
spazio politico.
Dalla politica alla lealtà
Anche l’attacco repubblicano sta cambiando natura. Mike Rogers continua a
presentare El-Sayed come espressione dell’ala radicale del Partito democratico,
ma il terreno dello scontro si è spostato sempre più verso l’11 settembre, il
terrorismo, la sicurezza nazionale e, indirettamente, l’identità musulmana del
candidato.
Alla convention repubblicana Rogers ha collegato El-Sayed al commentatore
politico online di sinistra Hasan Piker, ricordando una vecchia frase di Piker
sull’11 settembre. Nello stesso periodo, esponenti repubblicani nazionali hanno
intensificato una retorica che associa candidati musulmani a estremismo e
minaccia per la sicurezza. [3]
Il passaggio è importante. Non si discute più soltanto se le politiche di
El-Sayed siano giuste o sbagliate. Viene messa in discussione, almeno
implicitamente, la sua appartenenza piena alla comunità politica americana.
Questa strategia, tuttavia, può produrre reazioni impreviste. È riemerso, per
esempio, che Rogers in passato votò contro misure destinate a fornire assistenza
sanitaria e benefici ai soccorritori e ai sopravvissuti dell’11 settembre. L’uso
politico di quella memoria può quindi ritorcersi contro chi lo promuove. [4]
Non spostarsi al centro, ma spostare il centro della campagna
La risposta di El-Sayed non sembra consistere in un rapido spostamento verso
posizioni più moderate. Sta invece cercando di riportare il centro della
campagna sui problemi quotidiani del Michigan.
Negli ultimi comizi ha insistito sul costo della vita, sui prezzi della benzina,
sulle tensioni commerciali con il Canada, sull’industria automobilistica, sulla
sanità e sul peso del denaro nella politica. Una nuova pubblicità elettorale, in
cui compaiono anche i suoi nonni bianchi, sembra voler rispondere agli attacchi
identitari senza trasformare l’identità stessa nel principale terreno della
campagna. [5]
È una distinzione importante. La strategia non sembra essere: spostarsi al
centro per allargare la coalizione. Potrebbe essere piuttosto: spostare il
centro della discussione, dai conflitti identitari alle condizioni materiali
della vita degli elettori.
Nel frattempo, l’investimento repubblicano aumenta. Un super PAC legato a Donald
Trump ha riservato 15,7 milioni di dollari per il Michigan contro El-Sayed.
Anche questo indica quanto la sua candidatura sia ormai considerata una
battaglia nazionale, non soltanto statale. [6]
Il segnale Carlson resta, per ora, un segnale
All’inizio di settembre il commentatore politico conservatore Tucker Carlson
aveva sorpreso molti osservatori elogiando alcuni aspetti della campagna di
El-Sayed e arrivando a definirla, insieme a Saagar Enjeti, “letteralmente
trumpiana” per l’accento posto sull’America First e sulla critica agli aiuti
militari all’estero. Carlson aveva anche espresso un giudizio durissimo su
Rogers. [7]
Era un segnale potenzialmente importante: la possibilità che una parte
dell’elettorato conservatore anti-interventista possa trovare punti di contatto
con un candidato progressista senza che quest’ultimo si sposti a destra.
Ma, sei settimane dopo le primarie, non abbiamo ancora prove sufficienti che
questo fenomeno si stia estendendo. Carlson rimane quindi un indizio, non ancora
una tendenza.
I sondaggi: un vantaggio possibile, non consolidato
Anche i sondaggi invitano alla prudenza. La media degli ultimi cinque
rilevamenti raccolti da 270toWin dà El-Sayed al 46,8% e Rogers al 44,6%.
CNN/SSRS lo vede avanti 47 a 44 e Trafalgar 46 a 45; Glengariff, al contrario,
dà Rogers avanti 46 a 44. [8]
Non possiamo quindi parlare di un vantaggio consolidato. Ma neppure vediamo,
almeno per ora, il crollo che alcuni avversari sembravano attendersi dopo
l’intensificazione degli attacchi.
Una coalizione entra nella fase della prova
Quattro settimane dopo le primarie, la domanda era se El-Sayed potesse allargare
la propria coalizione senza disfare quella che lo aveva portato fin lì.
Sei settimane dopo, la domanda è diventata più difficile.
La ricerca di nuovi elettori sta producendo contemporaneamente aperture e
reazioni: alcuni ebrei americani si avvicinano, altri pongono condizioni o
sostengono Rogers; una figura della destra anti-interventista come Carlson
mostra interesse, ma senza che si possa ancora parlare di un movimento più
ampio; i repubblicani trasformano sempre più la campagna in una battaglia
sull’identità, sulla lealtà e sulla sicurezza nazionale, mentre El-Sayed cerca
di riportarla sui problemi economici quotidiani.
Non sappiamo ancora se stia nascendo una nuova coalizione elettorale. Ma
cominciamo a vedere con maggiore chiarezza la prova che dovrà superare per
costruirla.
La domanda, sei settimane dopo, non è più soltanto se El-Sayed possa allargare
la propria coalizione. È se possa farlo mentre aumentano, contemporaneamente, le
pressioni che potrebbero dividerla.
Riferimenti essenziali
[1] Jewish Telegraphic Agency, 8 settembre 2026, “Michigan rabbis lay out
demands for El-Sayed and state Democrats to earn their votes”.
[2] The Washington Post, 11 settembre 2026, “Al Franken, other Jewish Americans
endorse El-Sayed in Michigan Senate race”.
[3] The Wall Street Journal, 10 settembre 2026, intervento di Mike Rogers alla
convention repubblicana e attacco a El-Sayed sul tema dell’11 settembre.
[4] The Guardian, 10 settembre 2026, sui precedenti voti di Rogers relativi ai
soccorritori dell’11 settembre.
[5] Associated Press, 12 settembre 2026, sulla strategia di El-Sayed di
riportare la campagna sui problemi quotidiani del Michigan.
[6] Reuters, 11 settembre 2026, sugli investimenti dei super PAC repubblicani
nelle competizioni decisive, incluso il Michigan.
[7] Mediaite, 2 settembre 2026, sulle dichiarazioni di Tucker Carlson e Saagar
Enjeti a proposito di El-Sayed.
[8] 270toWin, media dei sondaggi per il Senato in Michigan, aggiornata a
settembre 2026.
Kazuhiro Imamura