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A Feminist and Postcolonial Critique of World Bank and International Monetary Fund Interventions in the SWANA Region
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università Roma Tre Department of Political Sciences Master’s Degree in International Studies – Course of International Law and Development A FEMINIST AND POSTCOLONIAL CRITIQUE OF WORLD BANK AND INTERNATIONAL MONETARY FUND INTERVENTIONS IN THE SWANA REGION Giorgia Fabbris (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Questa tesi affronta il seguente interrogativo di ricerca: i programmi di aggiustamento strutturale, attuati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, hanno perpetuato storicamente le dinamiche coloniali all’interno delle economie di alcuni Paesi della regione SWANA, e quale impatto hanno avuto sull’uguaglianza di genere a livello locale? Per esplorare tali questioni, questo studio ha adottato le teorie post-coloniali e femministe come principali quadri analitici di riferimento, concentrandosi su Egitto e Marocco tra gli anni ’80 e il primo decennio degli anni 2000 come casi di studio centrali. Nel corso della tesi verrà utilizzato il termine SWANA: sta per “South-West Asia and North Africa” (Asia sud-occidentale e Nord Africa) e rappresenta un modo meno eurocentrico per riferirsi a quella che è comunemente nota come regione MENA (“Medio Oriente e Nord Africa”), in quanto evita di utilizzare l’Europa come punto di riferimento geografico. Il termine SWANA non è stato ampiamente adottato, ma rappresenta un approccio più coerente con la prospettiva post-coloniale sulle relazioni internazionali. La tesi è strutturata in tre capitoli principali, a cavallo tra le discipline del Diritto Internazionale, delle Relazioni Internazionali e dell’Economia Politica. Il primo capitolo, intitolato “Panoramica della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”, offre un’introduzione completa alle due Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI), radicandone l’evoluzione all’interno del quadro del Diritto Internazionale e delle Organizzazioni Internazionali. Questo capitolo si apre con una panoramica storica delle loro origini, a partire dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale e dalla Grande Depressione del 1929, periodo durante il quale gli economisti di tutto il Nord del mondo proposero strategie alternative per scongiurare future crisi sistemiche. Il capitolo delinea poi l’architettura istituzionale di entrambe le organizzazioni, mappando analogie e differenze nei rispettivi organi di governance, strutture di adesione e sistemi di voto. Infine, esamina come gli interventi delle IFI si siano evoluti di pari passo con i principali stravolgimenti geopolitici ed economici della seconda metà del Novecento. In particolare, nel corso degli anni ’70 le attività del FMI si sono discostate dal loro scopo originario – fornire un sostegno a breve termine ai Paesi con problemi valutari e proteggere il commercio e i pagamenti internazionali da restrizioni – verso prestiti condizionati a lungo termine nel Sud del mondo. Contestualmente, a partire dagli anni ’70 la Banca Mondiale si è orientata sempre più verso strategie di riduzione della povertà. Il capitolo si conclude analizzando i meccanismi contemporanei delle IFI, concentrandosi su come le diverse linee di credito impongano programmi di aggiustamento strutturale ancorati ai pilastri neoliberisti, come la contrazione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati. Il secondo capitolo si sposta verso la disciplina delle Relazioni Internazionali, offrendo una valutazione critica attraverso i paradigmi del Postcolonialismo e del Femminismo. Dopo una breve introduzione alla disciplina generale delle Relazioni Internazionali, il capitolo si divide in due sezioni principali: la prima si concentra sulle teorie post-coloniali, mentre la seconda affronta quelle femministe. Ogni sezione fornisce una panoramica della rispettiva teoria, presentandone i contributi principali, prima di esplorare la sua intersezione con l’economia politica e offrire una valutazione critica delle IFI da ciascuna prospettiva. Il terzo capitolo, intitolato “Interventi delle IFI nella regione SWANA”, è organizzato in tre sezioni. La prima sezione contestualizza la regione SWANA e presenta i casi di studio comparativi di questa tesi: Egitto e Marocco. Questi due Paesi sono stati scelti per i loro prolungati sforzi di aggiustamento, l’elevato numero di condizionalità e per le caratteristiche specifiche delle loro economie. Inoltre, pur appartenendo alla stessa regione, il Marocco ha stretti legami con l’area del Maghreb e l’Europa, mentre l’Egitto presenta connessioni economiche con l’area dell’Asia sud-occidentale. La seconda sezione approfondisce la storia dell’Egitto e del Marocco negli ultimi 150 anni; viene poi delineato un quadro comparativo socio-economico dei due Paesi, per comprendere i contesti in cui sono state attuate le riforme strutturali prescritte dalle IFI. La terza e ultima sezione sintetizza la storia istituzionale delle IFI con le traiettorie interne di entrambi i Paesi, valutando le più ampie ripercussioni sociali e civili dei loro interventi. Il capitolo si conclude analizzando gli impatti di genere dell’aggiustamento strutturale e affrontando due temi ampiamente dibattuti nella critica post-coloniale: la politica dei sovrapprezzi (surcharges) del FMI e il fenomeno del “colonialismo verde”. Per quanto riguarda l’analisi dei prestiti, l’arco temporale inizia con i primi dibattiti legati alla nascita delle due istituzioni e si conclude nel 2011. Questa scelta nasce dal desiderio di offrire una panoramica storica fin dall’inizio della relazione tra le IFI e i due casi di studio, bilanciando al contempo la profondità accademica con i necessari vincoli di ricerca. Questa tesi ha prodotto tre risultati principali. In primo luogo, l’analisi della genesi della BM e del FMI, unitamente alla descrizione delle loro strutture organizzative e dei sistemi di voto, riflette disparità profonde e radicate tra il Nord e il Sud del mondo. In secondo luogo, integrando gli approcci femministi all’economia, questa ricerca dimostra che, anche nel caso delle IFI, le politiche presentate come neutrali dal punto di vista del genere nascondono spesso pregiudizi fortemente radicati che penalizzano in modo sproporzionato le donne. L’ultimo risultato risiede nelle sfumate differenze nel modo in cui le IFI hanno interagito con i due Paesi: le dinamiche si sono modificate nel tempo in base al panorama politico interno e alla leadership al potere. La rilevanza di questa ricerca risiede nelle profonde trasformazioni socio-economiche che stanno attualmente ristrutturando la regione SWANA, dove Paesi come l’Egitto e il Marocco affrontano da decenni crisi di debito sistemiche e una crescente dipendenza dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Analizzare queste dinamiche è fondamentale per comprendere come la governance economica internazionale si intersechi con le dinamiche locali, alimentando disuguaglianze sociali e disordini civili. Concentrandosi su Egitto e Marocco, questa tesi offre una prospettiva comparativa su come la condizionalità neoliberista operi nella regione SWANA. Nonostante l’ampia letteratura che traccia gli indicatori macroeconomici e le prestazioni fiscali dei programmi delle IFI, le analisi economiche tradizionali trascurano di frequente le asimmetrie strutturali di potere a livello globale e gli effetti di genere di queste politiche. Esiste una lacuna significativa nella ricerca mainstream, che tende a separare la macroeconomia dalle sue ramificazioni di genere e post-coloniali. Nello specifico, le valutazioni ordinarie raramente affrontano il modo in cui la riduzione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati alterino il lavoro riproduttivo interno e, soprattutto, come i modelli strutturali dell’era coloniale persistano attraverso le moderne condizionalità dei prestiti. Questa tesi affronta direttamente tale lacuna della letteratura integrando il Diritto Internazionale e l’Economia Politica con le teorie post-coloniali e femministe delle Relazioni Internazionali. In questo modo, l’attenzione si sposta dalle metriche puramente finanziarie alle esperienze vissute dai gruppi marginalizzati, in particolare le donne, mettendo a nudo i pregiudizi sistemici inerenti alle architetture finanziarie internazionali. Per valutare criticamente i programmi di aggiustamento strutturale in Egitto e Marocco, questa tesi adotta una metodologia qualitativa e basata sullo studio di casi comparati. Il fondamento empirico di questo studio si basa sulla ricerca documentale e sull’analisi critica del discorso applicata a fonti primarie: queste includono gli Accordi Istitutivi (Articles of Agreement) del FMI e della BM, i contratti di prestito storici e contemporanei, i dataset economici delle organizzazioni internazionali insieme ai dati istituzionali interni. Piuttosto che accettare questi documenti come testi tecnocratici neutrali, essi vengono scrutinati per svelare i presupposti neoliberisti sottostanti e le dinamiche di potere intrinseche al loro linguaggio. Inoltre, si impiega un quadro comparativo per esaminare l’Egitto e il Marocco. I due Paesi hanno attraversato traiettorie storiche differenti, sia nel periodo coloniale che in quello post-coloniale, il che li rende casi di studio idonei per un confronto regionale più ampio. Questa comparazione strutturata consente una comprensione sfumata di come le direttive economiche globali interagiscano con le specifiche strutture nazionali. Inoltre, la ricerca mostra un elevato grado di interdisciplinarità, poiché fa da ponte tra Diritto Internazionale, Relazioni Internazionali, Economia Politica e Storia: considerato l’ampio spettro delle dinamiche degli aggiustamenti strutturali, questo approccio è apparso il migliore per affrontare l’argomento. Un pilastro fondamentale di questa ricerca è il suo approccio storicizzato, applicato in modo coerente a tutte le dimensioni analitiche: dall’evoluzione istituzionale delle IFI e dallo sviluppo delle teorie delle Relazioni Internazionali, fino alla traiettoria politica ed economica dell’Egitto e del Marocco.
Stranieri in codice: il bias della neutralità tecnologica nei movimenti migratori
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento di Scienze giuridiche Corso di laurea magistrale in giurisprudenza STRANIERI IN CODICE: IL BIAS DELLA NEUTRALITÀ TECNOLOGICA NEI MOVIMENTI MIGRATORI Tesi di laurea in Sociologia delle migrazioni Sofia Nascetti (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE «Se non dico mai cosa bisogna fare, non è perché credo che non ci sia nulla da fare; al contrario, è perché penso che ci siano mille cose da fare, inventare, forgiare, da parte di coloro che, riconoscendo le relazioni di potere in cui sono implicati, hanno deciso di resistere o sfuggire ad esse. Da questo punto di vista tutta la mia ricerca poggia su un postulato di ottimismo assoluto. Non svolgo le mie analisi per dire: così stanno le cose, guardate come siete intrappolati. Certe cose le dico solo nella misura in cui considero che esse permettano di trasformare il reale». Michel Foucault, intervista, 1978 Il confine costituisce da sempre uno degli elementi fondamentali attraverso cui gli Stati moderni definiscono la propria sovranità, organizzano lo spazio politico e regolano la mobilità delle persone. Tradizionalmente concepito come una linea geografica di delimitazione territoriale e come barriera fisica tra Stati sovrani, il confine ha progressivamente assunto forme più complesse e diffuse, trasformandosi in un dispositivo mobile, capace di oltrepassare la dimensione esclusivamente territoriale. La genealogia del concetto di frontiera permette di osservare questa trasformazione a partire dal modello vestfaliano, fondato sull’idea di una corrispondenza tra territorio, sovranità statale e controllo dei movimenti attraverso confini chiaramente delimitati. Tale paradigma, tuttavia, viene profondamente ridefinito nel contesto europeo contemporaneo con la creazione dello spazio Schengen, dove l’abolizione dei controlli alle frontiere interne si accompagna allo sviluppo di nuove forme di sorveglianza e selezione lungo i confini esterni dell’Unione europea. La frontiera non scompare, ma viene ricollocata: essa si estende attraverso pratiche amministrative, procedure di identificazione e infrastrutture tecnologiche che anticipano e distribuiscono il controllo della mobilità ben oltre il luogo fisico del passaggio territoriale. In questo processo, le tecnologie digitali hanno assunto un ruolo centrale nella trasformazione delle modalità di governo delle migrazioni. Il confine contemporaneo non è più soltanto una linea geografica, ma un insieme di pratiche, dispositivi e sistemi informativi capaci di classificare, identificare e differenziare gli individui. Durante il transito migratorio, lo straniero viene progressivamente inserito all’interno di un complesso apparato istituzionale composto da banche dati, autorità amministrative, sistemi di sicurezza e attori tecnici. La raccolta e l’elaborazione dei dati personali, in particolare dei dati biometrici, contribuiscono così alla costruzione di una nuova forma di frontiera individualizzata. È all’interno di questa prospettiva che si colloca il concetto di bio-bordering, attraverso cui la frontiera viene incorporata nel corpo stesso del migrante. L’individuo non è più soltanto una persona che attraversa un confine geografico, ma diventa un insieme di informazioni digitalizzate: impronte digitali, immagini facciali, dati biografici e tracce amministrative che costituiscono una nuova forma di identificazione e classificazione. Il corpo migrante diviene quindi uno spazio di iscrizione del potere, un luogo in cui il confine viene prodotto e riprodotto attraverso procedure tecniche apparentemente neutrali. La digitalizzazione delle frontiere europee deve pertanto essere analizzata attraverso la lente della biopolitica, intesa come modalità di governo che agisce sulla gestione della vita, dei corpi e delle popolazioni. Le tecnologie biometriche e le banche dati non si limitano infatti a registrare informazioni preesistenti, ma partecipano alla produzione di categorie amministrative e politiche: definiscono profili di rischio, stabiliscono livelli di vulnerabilità e orientano decisioni relative all’accesso, alla permanenza o all’esclusione dal territorio. Sistemi come EURODAC, il Sistema Informativo Schengen (SIS), il Visa Information System (VIS), l’Entry Exit System (EES) e le nuove forme di interoperabilità tra banche dati europee rappresentano esempi concreti di questa trasformazione, nella quale il controllo della mobilità passa attraverso la gestione e la circolazione dei dati. Tuttavia, la crescente centralità della tecnologia nella governance migratoria non può essere interpretata esclusivamente come una rottura radicale con il passato. Una parte della ricerca sarà dedicata all’analisi delle radici storiche delle tecniche biometriche, evidenziando come la classificazione dei corpi attraverso strumenti di identificazione abbia profonde connessioni con pratiche coloniali. L’utilizzo delle impronte digitali, sviluppatosi tra XIX e XX secolo attraverso sistemi di classificazione applicati anche nei contesti coloniali, mostra come la tecnologia non sia un elemento neutrale, ma sia spesso inserita all’interno di specifici rapporti di potere. La digitalizzazione contemporanea delle frontiere deve dunque essere letta anche alla luce di una continuità storica con forme precedenti di controllo e categorizzazione delle popolazioni considerate mobili o estranee. Parallelamente, la ricerca analizzerà la tensione tra la narrazione dell’Europa come fortezza digitale e la concreta materialità delle pratiche di controllo migratorio. La retorica dell’alta tecnologia (high tech) tende spesso a rappresentare le frontiere europee come sistemi automatizzati, intelligenti e impermeabili, fondati sull’efficienza degli algoritmi e sulla capacità predittiva dei dispositivi digitali. Tuttavia, come mostrano gli studi di Martina Tazzioli e Lucrezia Canzutti, il governo delle migrazioni continua a essere caratterizzato dalla compresenza di strumenti tecnologici avanzati e pratiche analogiche (low tech): documenti cartacei, procedure burocratiche, decisioni discrezionali degli operatori e pratiche amministrative tradizionali convivono con sistemi biometrici e infrastrutture digitali. Questa coesistenza tra analogico e digitale produce una rappresentazione frammentata dell’identità migrante, nella quale il soggetto viene contemporaneamente trasformato in un insieme di dati e sottoposto a procedure materiali e burocratiche. La transizione tecnologica non sostituisce completamente le pratiche precedenti, ma si sovrappone ad esse, generando un sistema ibrido nel quale il controllo viene esercitato attraverso molteplici livelli. Infine, questa ricerca intende superare una lettura esclusivamente vittimizzante della persona migrante, analizzando il tema dell’agency migratoria. Se i dispositivi digitali producono nuove forme di sorveglianza e classificazione, i migranti non devono essere considerati semplicemente soggetti passivi all’interno dell’apparato statale. Essi sviluppano strategie, tattiche e pratiche di negoziazione attraverso cui interagiscono con le infrastrutture amministrative e tecnologiche che regolano i loro percorsi. L’analisi dell’agency permette quindi di mettere in discussione la tradizionale opposizione tra Stato controllore e migrante controllato, mostrando come la mobilità sia il risultato di una relazione dinamica tra potere, resistenza e adattamento. L’obiettivo della presente ricerca è dunque comprendere fino a che punto il potenziamento tecnologico dei sistemi di controllo migratorio contribuisca realmente a rendere più equi e imparziali i processi di accesso al territorio europeo oppure se, al contrario, finisca per rafforzare forme preesistenti di esclusione attraverso una nuova veste di apparente neutralità tecnica. La domanda centrale non riguarda esclusivamente l’efficienza degli strumenti digitali, ma la loro funzione politica: quali categorie producono? Quali soggetti rendono visibili e quali invece marginalizzano? Quali forme di mobilità facilitano e quali ostacolano? L’ipotesi che guida questa ricerca è che la digitalizzazione delle frontiere non elimini le disuguaglianze strutturali presenti nei sistemi migratori, ma possa incorporarle all’interno delle architetture tecniche e normative che regolano la mobilità, rendendole meno immediatamente riconoscibili. Interrogare la presunta neutralità della tecnologia significa quindi analizzare le scelte politiche, economiche e sociali che orientano la progettazione e l’utilizzo di questi strumenti, per comprendere se il nuovo confine digitale rappresenti una trasformazione verso una maggiore giustizia o una sofisticata riformulazione delle logiche tradizionali di esclusione.
September 12, 2026
Progetto Melting Pot Europa