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La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1 Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.                                 Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?            In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.  Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.                                                                                      Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato.   Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.  Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1
Giovedì 3 settembre, presso l’Istituto Gramsci Siciliano, si è tenuto un incontro promosso dalla Biblioteca delle donne e dall’UDI Palermo per la presentazione del libro di Luana Zanella – femminista storica ed ecologista, deputata Verde e AVS – La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme (Moretti e Vitali). Hanno dialogato con l’autrice Augusto Cavadi, Daniela Dioguardi, Angela Galici, Elia Randazzo, con il coordinamento di Elena Di Liberto. Una postura situata  Non intendo restituire una cronaca esaustiva dell’incontro. Non solo per ragioni di spazio, ma per una scelta di metodo. Un dibattito come quello sulla gestazione per altri (GPA) è troppo vasto e stratificato per essere contenuto nella pretesa di un resoconto fedele: costringerebbe a una sintesi che neutralizza le differenze in nome di un falso equilibrio. Assumo dunque una postura volutamente situata e selettiva. Situata perché parlo da una posizione che non si nasconde dietro la neutralità del cronista, ma dichiara il proprio luogo di interrogazione. Selettiva perché non mi interessa ricomporre un mosaico, ma isolare alcuni nodi teorici, seguire alcune faglie, sottoporle a critica immanente. Il mio tentativo non è esaurire il dibattito, ma abitarne la complessità. Attraversare posizioni favorevoli e contrarie non per bilanciarle, ma per coglierne gli attriti più fecondi, là dove il pensiero si fa inquieto e costringe a pensare. È una questione che chiama in causa, contemporaneamente, diritto, filosofia, femminismo ed esperienza vissuta. Proprio per questo non tollera le scorciatoie dicotomiche del sì o del no, del pro o del contro. Esige lentezza; impone di tenere insieme principi e conseguenze, autodeterminazione e condizioni materiali che la rendono possibile, libertà individuale e limite. Non per trovare una sintesi pacificata, che non c’è, ma per attraversarne la tensione. È in questo spazio scomodo, non neutrale ma aperto al dialogo, che vorrei collocare questa riflessione. ‎  Il corpo nel mercato: lo sguardo di Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto si sono riconosciute nell’orizzonte teorico di Luana Zanella: la gravidanza come un’esperienza incarnata e non come prestazione esternalizzabile, e la critica alla disponibilità del corpo femminile reso accessibile a chi ha potere economico e rivendica un diritto alla genitorialità. D. Dioguardi, in particolare, con la sua lunga storia nel femminismo e nell’UDI, ha insistito su un punto che la teoria da sola non può eludere: le derive concrete del mercato riproduttivo globale. Ha evocato con preoccupazione il turismo procreativo come forma di neocolonialismo riproduttivo, la forbice di classe e di provenienza tra committenti e gestanti, la filiera opaca delle agenzie di intermediazione, i tariffari differenziati per colore della pelle e nazionalità, le clausole di selezione. D. Dioguardi sposta poi lo sguardo dal piano teorico a quello materiale: le cliniche e le realtà che accolgono giovani donne, spesso in condizioni di vulnerabilità, che mettono a disposizione il corpo per la GPA. Dietro l’astrazione del consenso c’è una filiera. Infine, in dialogo con E. Di Liberto, pone il tema del rimosso: il trauma dei bambini una volta nati, la prima separazione da un corpo che poi scompare, e il diritto a conoscere la propria storia. Non sono astrazioni, ma dati di realtà che ancorano la critica filosofica di L. Zanella a una dimensione materiale e che interrogano direttamente ogni ipotesi regolamentativa.  L’interrogazione di A. Cavadi: dal divieto al paradigma In questa lettura la GPA non è un’eccezione ma un rivelatore. Un tema apparentemente piccolo che costringe a guardare il paradigma che lo rende possibile: l’esito coerente della cultura postmoderna dominante. Un paradigma che si articola così: sul piano cosmologico, un universo senza telos dove l’essere accade senza ragione; su quello etico, il tramonto di ogni lex naturalis, per cui non c’è bene o male inscritto nella natura ma solo storia e decisione autonoma; su quello antropologico, l’io come desiderio e il desiderio come unica fonte insindacabile di legittimazione; su quello socio-economico, l’idea che il libero incontro tra consensi – venditore e compratore, sadico e masochista, committente e gestante – sia di per sé garanzia di libertà, purché senza coercizione fisica diretta; su quello giuridico, la proprietà assoluta del proprio corpo, declinabile come facoltà di cederne parti; su quello biologico, il concepito non come altro soggetto, ma come parte del corpo femminile nella piena disponibilità della donna. Se si accetta questa concatenazione, la conclusione si impone: chi può disporre del feto prima del parto, può disporne anche subito dopo, cedendolo. Fermarsi al sesto tassello – rivendicare l’aborto senza limiti – e rifiutare il settimo – la gestazione per altri – sarebbe incoerenza logica. Così come sarebbe incoerente rifiutare le premesse, affermando il diritto del concepito alla continuità affettiva con chi lo ha gestato, e poi accettare la conclusione. Il ragionamento, però, resta su un piano astrattamente filosofico, che interroga la coerenza interna delle visioni del mondo. Altro è il piano politico-giuridico, dove un giudizio etico negativo non implica necessariamente una strategia proibizionista. Si può ritenere la GPA moralmente problematica  e tuttavia sostenere una regolamentazione che ne limiti i danni, in attesa di costruire una società dove nessuna donna sia indotta per necessità a prestare il proprio corpo. Il cuore del libro di Luana  Zanella: dalla tecnica all’episteme  È a partire da questa interrogazione sul paradigma che si comprende il gesto teorico di Luana Zanella. Se Cavadi ci chiede perché la GPA è diventata pensabile, Zanella ci chiede come è diventata dicibile. Il cuore del libro è un gesto filosofico prima che politico: spostare la gestazione per altri dal piano della tecnica al piano dell’episteme. L. Zanella non discute una procedura medica, discute la ragione che la rende pensabile. Chiamarla gestazione per altri significa presupporre ciò che si dovrebbe dimostrare, e cioè che la gestazione sia una funzione isolabile, un contenitore neutro che si può prestare. L.Zanella la chiama “sostituzione della madre” perché non si affitta un organo, si sostituisce una figura relazionale. Il corpo che genera, nella sua prospettiva, non è mai un corpo-oggetto smembrabile in pezzi vendibili, ma un corpo vissuto che è già relazione prima di diventare madre giuridica. Qui si salda l’intreccio tra ecologia e femminismo che dà il titolo al libro: come l’ecologia ci ha insegnato che non si può estrarre un bosco dal suo ecosistema senza distruggerne il senso, così il femminismo deve ricordare che non si può estrarre la capacità generativa dalla trama di cura, di tempo, di linguaggio che la costituisce. È da questo impianto che discende la critica più affilata a quella che L. Zanella chiama tripartizione diabolica, diabolica nel senso etimologico di dia-ballein, ciò che divide e separa.                   La GPA per potersi reggere, non solo giuridicamente ma simbolicamente, deve frammentare la madre in tre funzioni: la madre biologica che fornisce l’ovulo, la madre gestazionale che porta avanti la gravidanza, la madre legale che ne assume la titolarità.  Questa divisione non è una descrizione neutra: è un atto performativo, nel momento in cui nomina tre madri, rendendo pensabile che la madre sia sostituibile.                                      Quando la figura materna viene resa incerta, moltiplicata e quindi revocabile, l’unico dato che resta certo, stabile, inconfutabile è la provenienza dello spermatozoo. Il padre torna così al centro della scena riproduttiva come origine unica, certa e proprietaria. Da qui il secondo nodo, quello sul desiderio. L. Zanella legge la GPA come espressione compiuta del paradigma neoliberista: non più bisogno, ma diritto illimitato. L’individuo contemporaneo si rappresenta  come artefice assoluto del proprio destino e converte il desiderio di genitorialità in pretesa giuridica, resa effettiva solo dal potere economico. È un desiderio senza limiti perché incapace di riconoscere alterità. A questa epistemologia del frammento, L. Zanella oppone un’epistemologia della relazione, che è insieme femminista ed ecologica. La maternità non è un destino obbligato, ma non è nemmeno una funzione neutra affittabile. È potenza simbolica, relazione originaria che fonda la civiltà.                      L’ultimo nodo della sua critica è politico, il più radicale: se il corpo femminile non è proprietà privata ma bene comune dell’umanità e limite invalicabile al mercato, allora la sua mercificazione non si può regolamentare, la si deve vietare. Regolamentare, per L. Zanella, significa già legittimare l’idea che la maternità sia sostituibile. Il divieto universale non è un tabù moralistico, ma un limite di civiltà.  continua qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2 Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza