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Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti
Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel 2006 a Focene. La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto ridotta sui principali mezzi di informazione. Eppure migliaia di persone sono scese in strada. È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni, realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali. Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel tempo. Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione. L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti” indicate nella stessa piattaforma della manifestazione. Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della politica. Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della normalizzazione della guerra. Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi giovani e giovanissimi. Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme tradizionali attraverso cui la politica si organizza. Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato organizzativo: è un’indicazione politica. La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a costruire relazioni durature e a trovare punti comuni. Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire solidarietà. L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si sono fortemente intrecciate. Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie. Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana. Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali. Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una giornata della memoria. Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante. In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare un’altra idea di società. È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare politica.   Giovanni Barbera
September 6, 2026
Pressenza