Armi a Gioia Tauro: se pensavano che ce ne fossimo dimenticati hanno fatto male i conti
I sedici container di acciaio balistico fermati e ispezionati a Gioia Tauro tra
marzo e aprile risultano oggi in partenza. I siti di tracciamento indicano
l’imbarco sulla nave Contship Joy per l’8 settembre, con trasbordo al Pireo e
destinazione Israele. Tutte e quattro le spedizioni, tutti e sedici i container,
alla fine di un’estate.
Se qualcuno ha immaginato che bastasse far passare i mesi, lasciare che
l’attenzione si consumasse e far scivolare via quel carico a settembre, ha
sbagliato i conti. Quei container li abbiamo seguiti mese dopo mese e
continueremo a seguirli fino a quando non sapremo cosa contengono e dove
finiscono.
Per cinque mesi ci è stato ripetuto che quel carico non poteva proseguire. Il 1°
luglio, in audizione alla Commissione Esteri, il direttore dell’UAMA ha spiegato
ai parlamentari che i casi segnalati non erano andati avanti e che le merci, al
massimo, sarebbero tornate da dove erano arrivate. Ma il Pireo non è l’India. Se
quei container si muovono verso oriente e non verso il mittente, quella
rassicurazione va spiegata con gli atti alla mano.
Un divieto vero, del resto, non è mai stato adottato. Lo ha ammesso la stessa
UAMA il 14 maggio: il transito di merce straniera su nave straniera resta fuori
dalla legge 185/90 e l’unico strumento è la clausola catch all, che impone una
licenza soltanto se qualcuno la richiede. Nessuno la richiede, la merce resta in
ammissione temporanea e quando l’attenzione cala riparte. Un fermo che si
scioglie da solo funziona come un parcheggio, non come un controllo.
Chiediamo al Prefetto di Reggio Calabria di vietare quella movimentazione per
ragioni di ordine pubblico prima dell’8 settembre, potere che l’UAMA ha indicato
in Parlamento come l’unico disponibile. Chiediamo all’Agenzia delle Dogane e
all’UAMA di rendere pubblici gli atti: se una misura catch all sia stata emessa,
se sia stata presentata istanza di licenza, da chi e con quale esito, e a che
punto sia la perizia sull’acciaio che il Ministero dell’Interno doveva disporre.
Cinque mesi di interrogazioni parlamentari senza risposta sono un problema
democratico prima ancora che sindacale.
Chiediamo il rispetto delle norme che esistono, dalla 185/90 al regolamento
europeo sul duplice uso fino al Trattato sul commercio delle armi, e chiediamo
che il vuoto sui transiti venga chiuso per legge, perché un porto italiano non
può restare la scorciatoia che aggira i divieti che il Paese si è dato.
Chiediamo il rispetto della vita e il boicottaggio pieno di uno Stato che sta
compiendo un genocidio.
Ai portuali di Gioia Tauro nessuno ha chiesto il consenso su questo traffico,
eppure sono le loro mani a doverlo caricare. Non possiamo di certo accettare che
lo facciano in silenzio.
Gioia Tauro non sarà un anello della catena logistica del genocidio. E noi non
ci siamo dimenticati niente.
USB Calabria – Or.S.A. Mari e Porti
Unione Sindacale di Base