Canarie, 27 giorni alla deriva: più di 80 persone morte sulla rotta atlantica
Ogni tre ore, una vittima ai confini spagnoli.
Nei primi sei mesi del 2026 sono state 1.317 le persone morte nelle rotte della
frontiera occidentale euroafricana verso lo Stato spagnolo. Più di sette vittime
ogni giorno. 129 erano bambine o bambini.
Infografiche: Caminando Fronteras
La rotta atlantica verso le Canarie continua a essere la più mortifera, con 635
vittime. Il monitoraggio di Caminando Fronteras 1 segnala inoltre un elemento
che mette in discussione l’idea che la diminuzione degli arrivi significhi
maggiore sicurezza: le persone che riescono a raggiungere le isole sono
diminuite molto più delle vittime. La traversata, quindi, è diventata
proporzionalmente più pericolosa.
È dentro questa rotta, e dentro questa crescente pericolosità, che si colloca il
nuovo naufragio del cayuco partito dal Gambia.
VENTISETTE GIORNI IN MARE
Il 7 agosto un’imbarcazione lascia il Gambia. Tra il punto di partenza e le
Canarie ci sono circa 1.500 chilometri di oceano. A bordo ci sono oltre 120
persone, tra cui quattro donne e un neonato. Nei giorni successivi, però, della
barca si perdono le tracce.
Caminando Fronteras lancia l’allerta alle autorità di ricerca e soccorso. I
familiari delle persone partite continuano a rivolgersi all’organizzazione,
cercando notizie dei propri cari. Passano i giorni. Poi le settimane.
Il cayuco rimane in mare per 27 giorni.
Il 2 settembre nel pomeriggio un aereo di Salvamento Marítimo individua
finalmente l’imbarcazione, a circa 120 chilometri da Gran Canaria. Il soccorso
arriva intorno a mezzanotte, quando il mare è ancora agitato.
A bordo ci sono 44 superstiti e cinque corpi. Le condizioni del mare impediscono
di recuperare i cadaveri, che rimangono sull’imbarcazione. I superstiti vengono
trasferiti a Gran Canaria; alcuni arrivano in condizioni gravissime, dopo quasi
un mese trascorso in mare.
Secondo la ricostruzione dell’associazione spagnola, sono 83 le persone morte
durante la traversata. I loro corpi, per la maggior parte, sono stati dispersi
nell’Oceano.
L’ONG riferisce che l’imbarcazione era partita dal Gambia il 7 agosto con 127
persone a bordo, tra cui quattro donne e una bambina molto piccola, come ha
dichiarato a Cadena SER la portavoce dell’organizzazione Helena Maleno 2.
Ha riferito inoltre che la Guardia Civil ha confermato all’organizzazione la
corrispondenza tra le iscrizioni presenti sullo scafo e quelle di
un’imbarcazione partita dal Gambia il 7 agosto.
UN’IMBARCAZIONE SEGNALATA
Nel caso di questo cayuco c’è un elemento che rende ancora più urgente
interrogarsi sulle responsabilità.
Caminando Fronteras aveva segnalato alle autorità un’imbarcazione partita dal
Gambia. Non era quindi una barca della quale semplicemente non si aveva più
notizia: la sua scomparsa era stata comunicata, e i familiari continuavano a
chiedere aiuto per cercarla.
«I familiari hanno continuato a chiamare e a contattare noi durante tutto questo
periodo, molto angosciati», ha dichiarato l’attivista e giornalista alla stampa
locale 3. «Questa mattina hanno potuto confermare che l’imbarcazione scomparsa e
quella soccorsa alle Canarie erano la stessa».
Al momento, continuiamo a essere in contatto con le famiglie affinché possano
sapere se i loro cari si trovano tra i superstiti o tra le vittime. Maleno
sottolinea inoltre che stanno seguendo le condizioni di salute delle persone
arrivate a terra dopo tanti giorni trascorsi nell’Atlantico.
La domanda, allora, non riguarda soltanto perché un’imbarcazione tanto precaria
possa rimanere in mare per 27 giorni, ma cosa accade dopo che una barca viene
segnalata come dispersa.
Il monitoraggio dell’organizzazione indica infatti tra i fattori che producono
mortalità proprio la mancata mobilitazione delle risorse di ricerca e soccorso
nonostante le informazioni disponibili, i ritardi nell’attivazione dei mezzi, la
scarsità di risorse aeree e marittime e l’insufficiente coordinamento tra gli
Stati.
Sulla rotta atlantica, intanto, le partenze avvengono sempre più lontano dalle
Canarie. Le distanze aumentano, le imbarcazioni restano più a lungo in mare e la
possibilità di essere individuate diminuisce. Secondo il monitoraggio
dell’organizzazione, una ricerca aerea sistematica potrebbe ridurre
significativamente la mortalità sulla rotta.
Quello che è accaduto a questo cayuco racconta così qualcosa di più di un
naufragio.
Ventisette giorni in mare. Dal 7 agosto al momento in cui un aereo di Salvamento
Marítimo ha individuato il cayuco a 120 chilometri da Gran Canaria. Ventisette
giorni durante i quali le famiglie hanno continuato a cercare notizie e
l’allerta sull’imbarcazione era già arrivata alle autorità.
È anche in quei 27 giorni che va cercata la responsabilità della strage.
1. Caminando Fronteras – Monitoraggio del diritto alla vita, 2026 – dati sulle
vittime e analisi della rotta atlantica, ricerca e soccorso, partenze sempre
più lontane e problemi di coordinamento ↩︎
2. Helena Maleno Garzón è giornalista, ricercatrice e difensora dei diritti
umani, specializzata in migrazioni e tratta di esseri umani. È fondatrice
del collettivo Caminando Fronteras, con cui dal 2002 lavora lungo la
Frontiera Occidentale Euroafricana, documentando le violazioni dei diritti
delle persone in movimento e intervenendo nelle situazioni di emergenza in
mare ↩︎
3. Más de 80 muertos en un cayuco a la deriva al sur de Gran Canaria tras casi
un mes en el Atlántico, Canarias Ahora ↩︎