Simone Azzu / Tallahassari!
Scrivo di qualcosa che conosco poco – il che non è affatto raro, tra l’altro,
per coloro che scrivono di qualcosa. Lo faccio nella peggiore, ossia nella più
borghese, delle situazioni: al termine di un periodo di villeggiatura e, per di
più, da continentale che ha passato qualche tempo in Sardegna. I rapporti a
tutt’oggi coloniali, o neocoloniali, tra penisola e isola non giocano insomma a
mio favore. Ma l’auspicio vero è di non scrivere tutto questo come inutile
captatio benevolentiae: preferisco invece dichiarare la posizione dalla quale mi
accingo alla breve lettura di un ottimo libro, cercando così di annotarne due o
tre cose che ancora non so, ma provo comunque, scrivendo, a mettere a fuoco.
D’altronde, è il libro stesso, Albergo Savoia, esordio sulla misura del romanzo
di Simone Azzu – a suggerire che potrei fare tutto questo in vista di un «giusto
paper nei giusti caratteri all’università di Barcellona prima e di Tallahassee
dopo», visto che «in Florida, anche a dicembre, c’è il clima per una bella piña
colada». Si suggerisce, cioè, che un certo interesse intellettuale per la
questione sarda – magari vincolato a certe aporie e a certe contraddizioni
tipiche degli studi postcoloniali contemporanei – potrebbe nascondere operazioni
di estrazione e appropriazione, versate ora sul piano culturale, laddove
politiche coloniali ed estrattive hanno già creato, negli ultimi secoli, e
continuano a creare immani e tragici problemi per l’isola (dai Savoia alle pale
eoliche, passando per la pianificazione economica fallimentare del secondo
Novecento, o la militarizzazione di intere aree della regione).
È un suggerimento, però, che viene lasciato cadere en passant, in un testo che
nelle sue 384 pagine ricorre soltanto due volte ad aggettivi dell’area semantica
della “colonizzazione”. La narrazione di Albergo Savoia sembra in effetti
occuparsi d’altro, inseguendo una polifonia di personaggi e storie collocati in
una città isolana – non necessariamente sarda (anche se vari dettagli, dai
cognomi alle specie floreali, tradiscono il riferimento a una specifica città
del nord della Sardegna) – che, come molte altre città di provincia italiane, ha
al proprio interno due microcosmi, apparentemente separati: quello dell’Albergo
Savoia, appunto, e quello del Bar Delfino. Come a dire, borghesia e alta
borghesia, da una parte, e proletariato e sottoproletariato urbano, dall’altra:
le storie degli abitanti di questi luoghi finiscono naturalmente per
intrecciarsi, ora per questioni sentimentali ed erotiche ora per vicende
politiche ed economiche di vario tipo, e tuttavia l’eco della lotta di classe è
ancora ben palpabile – qui, decisamente più che in tanti altri autori della
generazione di Azzu (nato a Sassari nel 1994) o delle generazioni precedenti. Ed
è una lotta di classe che innerva profondamente il precedente accenno alla
questione coloniale sarda, arricchendola di molteplici significati e di
possibili orizzonti politici.
Detto questo, Albergo Savoia non è un romanzo a tema, e sfugge anche al rischio
della più facile tipizzazione: la lingua dell’autore – coltivata anche in ambito
teatrale, con alcune notevoli produzioni (come Petter – prigioniero politico,
XIII Premio Cervi, e Il pubblico bene, entrambe con Martino Corrias, cui si
aggiunge l’opera radiofonica Doppia mandata, realizzata nel 2026 per Rai Radio
3) – è agile e al tempo stesso stratificata, capace di incursioni gnomiche ma
anche di delicati arabeschi stilistici. Raggiunge uno degli apici più chiari e
gustosi nella lunga scena in cui si mescolano le due tipiche occasioni sociali
dei personaggi che gravitano intorno all’Albergo Savoia e di quelli che
stazionano al Bar Delfino, ovvero lo spettacolo teatrale e la partita di calcio.
Ora, in questa sapiente miscela stilistica, si potrebbe forse riconoscere
qualcosa del Sergio Atzeni più immaginifico e anche più sensuale e del Salvatore
Mannuzzu fine osservatore della borghesia sassarese – sono questi, del resto,
gli autori su cui si concentrano, al momento, le ricerche dottorali di Azzu – ma
non mancano echi della narrativa italiana contemporanea stilisticamente più
complessa e matura come quella di Davide Orecchio o di Valentina Maini.
È una lingua, più che altro, che scaturisce da un nesso fondamentale della
scrittura di Azzu, rivelato nella terzultima frase del libro, dove si legge che
«è fine dell’uomo» – e accogliamo volentieri questo accenno di sentenziosità in
un libro che ideologico o retorico non è affatto, né tanto meno melodrammatico –
«quello di sopravvivere, di mantenersi saldo all’unica cosa che ha, il corpo e
lo spazio e il tempo». Corpo, spazio e tempo sono fondamentali per la lingua di
un autore che voglia ritenersi tale, e in quella di Azzu riemergono con grande
facilità: ciò accade perché sono corpo, spazio e tempo che lottano, tra
Tallahassee e Sassari, per non essere oggetto di nuova estrazione e
colonizzazione.
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