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C’era una volta…l’albero
Chi ha amici o amiche a quattro zampe sa bene che cosa vuol dire compiere gli stessi tragitti quotidiani, più volte al giorno, in loro compagnia. Le variazioni dei percorsi, che pur avvengono, sono sempre possibili, anche se “il solito giro” è generalmente molto apprezzato. Perlomeno da Elvis. Alla fin fine i giretti consolidati diventano quasi un prolungamento di casa: si esce e si torna presto. Nulla a che vedere con i grandi giri di fasce orarie differenti. Non più di un paio di mesi fa la variazione di percorso è stata per noi quasi una costrizione, tanto è stato profondo il dispiacere. E la rabbia. Alla fine della via dove abitiamo, qui a Monterotondo, era avvenuto un cambiamento drastico. Irreversibile. E per noi insopportabile. Con le nostre mini-passeggiate pomeridiane monitoravamo da tempo la situazione ma lasciavamo sempre, sbagliando, molto spazio alla speranza. Eppure un certo ‘sesto senso’ ci suggeriva che eravamo in errore. Da anni la parte finale di via Goffredo Spinedi (una via senza uscita, a senso unico) si trovava in una situazione di stallo: sul lato destro l’area era occupata da una grande villa moderna di proprietà privata, chiusa e abbandonata; al centro un rettangolo di prato sul quale al piano terra insiste l’uscita del garage appartenente all’altra villa privata, abitata e imponente, sul lato sinistro. Due belle ville che ci sono sempre apparse come due raffinate sentinelle, data la loro posizione elevata rispetto al livello stradale. Ma le sentinelle più belle, le più alte di tutte, l’immagine felice della Natura, erano due splendidi alberi d’alto fusto: un leccio e, soprattutto, un meraviglioso pino marittimo dalla splendida chioma che “guardava” verso sud e verso ovest. Alto, slanciato, sano. Un faro al di sopra di tutte le violenze umane. La sua posizione, pur interna all’area privata della villa a destra, era talmente favorevole al suo slancio signorile da poterlo davvero definire una meraviglia del nostro piccolo mondo quotidiano. La sua ampia chioma produceva un’ombra gentile e frescura su tutta la strada sottostante e, di notte, la sua sagoma si slanciava nel buio del cielo senza confondersi. Apprezzavamo immensamente il fresco che si respirava alla fine della via sotto quella chioma generosa, talmente generosa da sporgere ben al di fuori del perimetro privato. Poi, la scomparsa. Siamo certe di aver visto il magnifico pino e il leccio il giorno prima e il mattino seguente non erano più al loro posto. Oggi la villa a destra non esiste più: al suo posto c’è una voragine di dimensioni enormi dove ruspe e scavatori lavorano alacremente da tempo. Le stesse immagini che ormai cominciano a far visita sotto forma di incubi nei sogni sia dei residenti sia dei commercianti di Piazza della Libertà. Il dispiacere è stato così profondo che non percorriamo più quel tragitto pomeridiano, non soltanto per il caldo soffocante che adesso si sprigiona da quell’area, ma per l’impatto visivo di quell’angolo di strada. C’è solo vuoto, e in questa stagione è soltanto un vuoto mescolato alla nebbiolina dell’afa. Perfino dalla finestra di casa, all’ultimo piano, da dove il pino marittimo svettava sui pur belli cipressi, abeti e magnolie superstiti, il panorama è triste: non resta che immaginare ciò che non c’è più. Di recente ci è capitato di scorrere il sito del Comune di Monterotondo. Alla voce ‘Dipartimento Governo del Territorio’ (Pianificazione Urbanistica e Ambiente) l’occhio è caduto su uno dei tanti Documenti di programmazione e rendicontazione per la Tutela Ambientale. Vi si legge: «Il Comune si è dotato di regolamenti di Tutela Ambientale che garantiscano il diritto alla salute dei residenti, la tutela del paesaggio, la salvaguardia e la corretta gestione del verde e i valori di decoro architettonico della realtà urbana.» Leggendolo oggi, verrebbe voglia di incorniciarlo per ironia. Perché è proprio da quel Dipartimento che partono le autorizzazioni a costruire e nel nostro caso per un edificio di tre piani ed è sempre da lì che è passato il destino dei due alberi. Come sia potuto succedere lo abbiamo capito soltanto alla fine di agosto, quando l’Associazione Centro Storico in Movimento (parte di Italia Nostra – Sezione Aniene) ha finalmente ottenuto i documenti richiesti con l’accesso agli atti. Carte che raccontano una storia fin troppo ordinata. La documentazione Il 23 febbraio 2026 il Comune rilascia il permesso di costruire per la demolizione e ricostruzione dell’edificio. Nel titolo edilizio, degli alberi non c’è alcuna traccia. Il 21 aprile 2026, due mesi dopo il permesso, un tecnico incaricato dalla proprietà  esamina finalmente i due esemplari. Li colloca in “classe C” di propensione al cedimento: una classe che, per prassi e da manuale, comporta controlli periodici e non certo l’abbattimento (riservato alla classe D). Tuttavia, la relazione conclude che gli alberi non possono restare. Il motivo non è la loro salute, ma il cantiere stesso: le lavorazioni scaveranno a meno di mezzo metro dal tronco del leccio asportandone oltre metà delle radici, mentre accanto al pino è previsto un salto di quota di quasi sette metri per la realizzazione dei garage. In sostanza, non ci si è chiesti se il progetto potesse adattarsi agli alberi, ma se gli alberi potessero sopravvivere al progetto. Un ribaltamento logico e normativo, dato che l’articolo 9 del Regolamento comunale del verde impone il rilievo di tutte le alberature prima della progettazione e l’obbligo di tutelare l’alto fusto. Il 18 giugno 2026 l’impresa chiede al Comune l’autorizzazione all’abbattimento. Sul modulo prestampato, tra le motivazioni possibili (albero pericolante, patologie, danni a strutture), non ne viene barrata nessuna di quelle sanitarie. Viene barrata la voce “altro”, aggiungendo a mano: “edificazione di cui al permesso”. Nello stesso foglio, paradossalmente, il richiedente dichiara poche righe sotto che l’abbattimento non è propedeutico all’intervento edilizio. Appena cinque giorni dopo, il 23 giugno 2026, il Comune autorizza il taglio motivandolo esattamente così: “edificazione di cui al permesso”. Nessuna menzione allo stato di salute delle piante, unica causa ammessa dal Regolamento del 2009. Il 29 giugno 2026, quando l’agronomo incaricato dall’Associazione effettua un sopralluogo, trova gli alberi ancora in piedi: sani, vitali, con un’aspettativa di vita superiore ai 25 anni e un rischio di cedimento inferiore a uno su un milione. Un patrimonio dal valore economico e ambientale stimato in oltre 110.000 euro e con più di 16 tonnellate di CO2 immagazzinate. Viene redatta una perizia completa con foto, misure e coordinate GPS. Tutto inutile. A inizio luglio le motoseghe entrano in azione: prima il leccio, poi il pino. L’8 luglio 2026 l’Associazione deposita una diffida formale al Comune allegando la perizia. La risposta degli uffici arriva il 17 luglio: il Comune scrive che la valutazione sull’assentibilità va fatta “caso per caso” e invita la ditta a inviare una planimetria con la posizione delle alberature. Nessun accenno all’autorizzazione al taglio già firmata tre settimane prima. Gli alberi, a quel punto, erano già legna da ardere da più di otto giorni. Questa non è la storia di due alberi malati che andavano rimossi per sicurezza. È la storia di due giganti sani sacrificati in nome di un cubo di cemento, con autorizzazioni ufficiali che lo confermano nero su bianco. L’Associazione Centro Storico in Movimento ha chiesto il riesame dell’atto, l’applicazione delle sanzioni, la verifica sulle piantumazioni compensative previste per legge e ha inoltrato un esposto ai Carabinieri Forestali per chiedere un intervento urgente. A noi, passeggiando con Elvis, non resta che guardare quella voragine di polvere e chiedere conto di come la “Tutela Ambientale” possa ridursi a un timbro su un foglio di carta. Tiziana Pozzessere con l’Associazione Centro Storico in Movimento Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza